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Lettera ai Presidenti del Senato e della Camera: il Parlamento è diventato una fabbrica di BUFALE sulle pensioni.




Pubblico la lettera che ho inviato il 27 marzo scorso ai Presidenti della Camera e del Senato, sulla pletora di BUFALE che sono state raccontate dai senatori durante la discussione sul decreto legge su Reddito di cittadinanza e Quota 100. Ad oggi non ho ricevuto nessuna risposta.


Egregi Signori Presidenti del Senato e della Camera,

Ho ascoltato oggi su Radio Radicale la discussione al Senato sul reddito di cittadinanza e su Quota 100. Constato con raccapriccio che il Parlamento, sulle pensioni, è diventato una fabbrica di fake news, notizie false, BUFALE. Una senatrice della Lega Nord, partito che votò la riforma Sacconi (2010 e 2011), è arrivata a sostenere che l’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni è frutto della riforma Fornero, che è una BUFALA cosmica, dal momento che la riforma Fornero non ha quasi toccato le pensioni di vecchiaia, se non per:

(i) l’accelerazione dell'allineamento a 65 anni delle donne del settore privato a tutti gli altri, già regolati da SACCONI; e

(ii) l’equiparazione degli autonomi a tutti gli altri della “finestra”, e quindi riducendola da 18 a 12 mesi. La “finestra” è stata poi eliminata e incorporata dalla stessa legge Fornero nell’età base, che è dunque passata da 65 a 66 anni, ma a causa della formulazione insufficiente e poco chiara della norma (in due commi diversi e senza esplicitarne il legame), l’aumento a 66 anni viene da TUTTI (inclusi RGS, vedi lettera allegata sotto, e docenti di Lavoro e Previdenza) attribuito erroneamente a Fornero, come lamenta la stessa professoressa nel suo ultimo libro.

Va aggiunto che lo stesso equivoco è avvenuto per l’aumento (dai 40 anni del 2010) a 41 anni e 3 mesi delle pensioni anticipate (ex anzianità), deciso da Sacconi ma attribuito da TUTTI, per i motivi anzidetti, a Fornero, che, invece, ha soltanto allungato ulteriormente l’età di pensionamento a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e a 41 anni e 10 mesi per le donne (in entrambi i casi, i 10 mesi sono dovuti all’estensione alle pensioni anticipate, da parte della riforma Fornero, dell’adeguamento alla speranza di vita).

L’aumento da 66 a 67 anni (e poi oltre) è conseguenza dell’adeguamento all’aspettativa di vita, introdotto dalla riforma Sacconi.

Analogamente a come uso fare da tempo, mi permetto trasmetterVi anche la risposta del Quirinale, con la quale mi informa di avere trasmesso le mie osservazioni al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, e la mia replica sulle errate interpretazioni di RGS di norme pensionistiche delle leggi Sacconi e Fornero. Lo faccio molto volentieri e con accresciuta speranza poiché, come ho scritto nella mia replica al Segretariato Generale del Quirinale, si tratta di una “DISINFORMAZIONE che cerco di contrastare, nel mio piccolissimo, ormai da otto anni, ma che – data la sua estensione e l’importanza delle materie - richiederebbe un intervento ben più autorevole ed efficace del mio, e proprio a tale scopo ho deciso – come extrema ratio – di scrivere anche al Signor Presidente della Repubblica”.

Con lo stesso spirito, mi permetto di chiederVi di voler deliberare iniziative adeguate atte a contrastare le BUFALE ormai mondiali sulle manovre finanziarie della XVI legislatura (Governi Berlusconi, che ha varato l’81% del totale di 330 miliardi, e Monti, che ha deciso appena il residuo 19%, ma gli viene imputato tutto o quasi) e sulle Riforme delle pensioni, che sono state sette dal 1992, delle quali la riforma Fornero è soltanto la settima e NON la più severa e incisiva (dei 1.000 mld di risparmi al 2060 stimati da RGS dalle quattro riforme delle pensioni dal 2004, soltanto 300 mld circa sono ascrivibili ad essa, contro il doppio circa della ben più severa riforma Sacconi, oggetto da almeno cinque anni di una sorta di sorprendente e ingiustificata damnatio memoriae). Grazie mille.

Distinti saluti,

V.



Da:  v

27/3/2019  16:45

A:  maria.alberticasellati@senato.it,    fico_r@camera.it   Copia  redazione.internet@ansa.it,    segreteria.redazione@adnkronos.com,    dir@agi.it,    segreteria@askanews.it,    segreteria.direzione@dire.it,    c.verdelli@repubblica.it,    lfontana@corriere.it,    maurizio.molinari@lastampa.it,    segreteria.direttore@ilmessaggero.it,    fabio.tamburini@ilsole24ore.com,    pmagnaschi@class.it,    edebiasi@class.it,    segreteria@ilfattoquotidiano.it,    direzione@quotidiano.net,    online@ilcarlino.net,    online@lanazione.net,    online@ilgiorno.net,    segreteria@iltempo.it,    lettere@avvenire.it,    direzione.politica@ilmattino.it,    segreteria@ilgiornale.it,    lettere@ilmanifesto.it,    segreteria@ilsecoloxix.it,    tg2@rai.it,    tg3@rai.it,    rainews24@rai.it,    redazione.tg5@mediaset.it,    studioaperto@mediaset.it,    mentanarisponde@la7.it,    lucia.annunziata@huffingtonpost.it,    cerasa@ilfoglio.it,    simona.maggiorelli@left.it,    francesco.cancellato@linkiesta.it,    sofri@ilpost.it,    direzione@affaritaliani.it,    redazione@giornalettismo.com,    lettere@lettera43.it,    laura.maletti@liberoquotidiano.it,    letterealdirettore@espressoedit.it,    redazione@ildubbio.news,    redazione@laverita.info,    redazione@panorama.it,    redazione@micromega.net,    giuseppe.detomaso@gazzettamezzogiorno.it,    redazioneweb@gazzettino.it,    laposta@iltirreno.it,    redazione@radioradicale.it  



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Anche il professor Vladimiro Giacché non conosce bene né i Trattati, né lo statuto BCE





Proprietà pubblica e privata tra Costituzione e trattati europei

di Vladimiro Giacchè

Created: 24 March 2019


Citazione: “Un anno prima, con il Trattato di Maastricht, era entrato in vigore il più formidabile dispositivo istituzionale neoliberale del mondo: con esso era tra l’altro codificata direttamente la stabilità dei prezzi come obiettivo principale della politica economica (cui tutti gli altri devono essere subordinati) e addirittura come unico obiettivo della banca centrale (a differenza di quanto previsto per le maggiori altre banche centrali, a cominciare da quella statunitense);”.


Il prof. Giacché non conosce bene né i Trattati, né lo statuto BCE.

1. La stabilità dei prezzi non è “codificata come obiettivo principale della politica economica”, ma della politica monetaria, attribuita in via esclusiva alla BCE.

2. La stabilità dei prezzi non è l’unico obiettivo della BCE, come si seduce facilissimamente fin dal titolo dell’art. 2 Statuto BCE, di cui – vista l’ignoranza quasi universale - ho fatto un esame accurato nel mio libro “Le violazioni statutarie della BCE”.

3. La stabilità dei prezzi entra a far parte degli obiettivi dell’UE soltanto col Trattato di Lisbona, ma certamente non è obiettivo principale, ma un mero sub-obiettivo, finalizzato alla missione dell’UE statuita dal fondamentale art. 3 del TUE: piena occupazione e progresso sociale.


Statuto BCE

Le regole statutarie della BCE sono mutuate dai Trattati UE  (ad esempio gli obiettivi, art. 2, dagli artt. 127 e 282 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, acronimo TFUE), perciò hanno valore cogente sia per la BCE che per tutti gli altri membri e organi dell’UE. Quindi inscrivere altri obiettivi nel mandato della BCE esige la modifica dei Trattati e perciò l’unanimità. Lo Statuto BCE, protocollo 4, infatti, include le modifiche ai Trattati intervenute col trattato di Lisbona.

Ma è difficilissimo cambiarle, sia perché è necessaria l’unanimità tra Paesi con interessi divergenti, sia perché le regole statutarie della BCE sono, storicamente, il frutto di un compromesso sull’adozione della moneta unica, prima politico tra la Francia e la Germania, e poi tecnico, impostato abilmente dalla Commissione europea Delors, gestito dal comitato dei governatori delle banche centrali, che suggerirono di adottare le regole più severe, quelle della Bundesbank, la banca centrale della Germania (vedi l’interessante ricostruzione fatta dal politico ed economista Giorgio La Malfa «Deficit – Il punto sull’Europa tra sogno e realtà» - Seconda parte) [Attenzione: il video comincia a 52’51”, portare il cursore all’inizio del video].

L’obliterazione dell’obiettivo subordinato risale a quel peccato originale. Bisogna, però, anche dire che per fortuna non riuscirono del tutto a copiare il testo dello statuto della Bundesbank e a incollarlo su quello della BCE.

Ancor meno ciò avvenne nei Trattati se la stabilità dei prezzi – con buona pace di Draghi e degli altri esponenti della BCE, in primis il potente presidente della Bundesbank, Jens Weidmann - vi entra soltanto con il Trattato di Lisbona,[14] finalizzato grazie al forte impegno e sotto la presidenza tedesca del Consiglio Europeo (2007, con decorrenza dicembre 2009), che gli impresse una forte impronta e riuscì a introdurvi anche il principio ordoliberista – invero lessicalmente ambiguo e fuorviante - della «economia sociale di mercato» (cfr. l’art. 3 del Trattato dell’Unione Europea, acronimo TUE). […]

1.1 Obiettivi

«Articolo 2-Obiettivi Conformemente agli articoli 127, paragrafo 1 e 282, paragrafo 2, del trattato sul funzionamento dell’Unione europea, l’obiettivo principale del SEBC è il mantenimento della stabilità dei prezzi. Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, esso sostiene le politiche economiche generali dell’Unione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione definiti nell’articolo 3 del trattato sull’Unione europea. Il SEBC agisce in conformità del principio di un’economia di mercato aperta e in libera concorrenza, favorendo un’efficace allocazione delle risorse, e rispettando i principi di cui all’articolo 119 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea.»[15]

Lo statuto della Bce, come si deduce già dal titolo dell’articolo 2, stabilisce due obiettivi, non uno soltanto, come si crede, ma, a differenza della FED, essi sono in rapporto duale-gerarchico tra loro (tale clausola fu imposta dalla Germania come condizione per aderire all’Euro, si veda la nota 17), però, secondo alcuni studiosi, tale rapporto non andrebbe applicato meccanicamente, ma distinguendo tra target inflazionistico nel breve o nel lungo periodo.

Il primo obiettivo è la stabilità dei prezzi, «sotto, ma vicino, al 2%». Il secondo obiettivo è stabilito nel medesimo articolo 2 dello statuto: «Fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi», la Bce «sostiene le politiche economiche generali dell’Unione al fine di contribuire alla realizzazione degli obiettivi dell’Unione definiti nell’articolo 3 del Trattato sull’Unione europea». Tra questi, i principali sono una «crescita economica equilibrata», la «piena occupazione» e il «progresso sociale»:

«Art. 3. […] L’Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell’ambiente.»[14]

Ne discende che, in deflazione o con tasso d’inflazione sensibilmente inferiore al target (poco sotto il 2%), la condizione sospensiva («fatto salvo» - «without prejudice», nella versione inglese -), costituita dal raggiungimento dell’obiettivo principale, è (più che) soddisfatta, quindi il rapporto duale-gerarchico tra i due obiettivi si modifica e diventa, come per la FED, paritario: pertanto, la BCE è obbligata dal suo statuto (art. 2) a sostenere il raggiungimento del secondo obiettivo - «crescita economica» e «piena occupazione» -, il quale – poiché l’inflazione dell’Eurozona è stata per cinque anni sotto zero (deflazione) o prossima allo zero o molto sotto il targetche rende necessaria una politica monetaria espansiva – è del tutto concordante, convergente e complementare con l’obiettivo principale, che è quello di riportare l’inflazione, da sotto zero o quasi zero o molto inferiore, a poco sotto il 2%.


LE VIOLAZIONI STATUTARIE DELLA BCE: Gli Obiettivi e i poteri-doveri statutari della BCE (LE TRE PIU' GRANDI BUFALE DEL XXI SECOLO Vol. 3)

https://www.amazon.it/dp/B07PYZ71YB



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Lettera ad Andrea Danielli e Alessio Mazzucco de LINKIESTA sulle loro notizie false sul Governo Monti




ALLA C.A. DEL DOTT. ANDREA DANIELLI E DEL DOTT. ALESSIO MAZZUCCO

C.C. DIRETTORE FRANCESCO CANCELLATO, REDAZIONE de LINKIESTA, ALTRI MEDIA



Egregi Dott. Danielli e Dott. Mazzucco,

Traggo dalla Vostra intervista con la professoressa Elsa Fornero la seguente frase: “Lei è stata Ministro in un Governo in carica in un momento incandescente nella storia degli ultimi 20 anni del Paese, e il Paese si è salvato proprio grazie a quel Governo e alle riforme che ha portato.” https://www.linkiesta.it/it/blog-post/2019/03/25/elsa-fornero-i-politici-devono-avere-il-coraggio-di-dire-la-verita-per/27875/


Osservo con sorpresa e sincero rammarico che, sebbene LINKIESTA sia da anni tra i destinatari delle mie lettere circolari (l’ultima ieri), tese a combattere la DISINFORMAZIONE generale su ciò che ha legiferato il Parlamento nella XVI legislatura contro la grave crisi economica, anche Voi due siete vittime della vulgata che attribuisce al Governo Monti meriti inesistenti, speculare all’accusa propalata da sette anni dal centrodestra e da millanta sedicenti esperti, inclusi quasi tutti i professori di Economia, nonché dalle oggettive millanterie del professor Monti di aver “salvato” l’Italia, di aver causato la recessione con un feroce consolidamento fiscale. Che, dopo aver fatto in Italia 60 milioni di vittime, è diventata una BUFALA mondiale.

Per un utile e (spero) risolutivo promemoria, formulo le seguenti osservazioni.


Manovre correttive

Riepilogo delle manovre correttive (importi cumulati da inizio legislatura):

- governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld (80,8%);

- governo Monti 63,2 mld (19,2%);

Totale 329,5 mld (100,0%).

Il Sole 24 ore Quattro anni di manovre: fisco pigliatuttoGianni Trovati 15 luglio 2012

Altre fonti sono:

Servizio Studi della Camera dei Deputati. Sulla base dei dati di quest’ultimo, ho elaborato questa tabella relativa alle principali cinque manovre correttive, molte delle cui misure sono strutturali e quindi permanenti.[1]

Tabella n. 3 - Valori delle cinque manovre correttive varate dal 2010 al 2012

Governo Berlusconi: DL 78/2010, DL 98/2011 e DL 138/2011; Governo Monti: DL 201/2011 e DL 95/2012 (milioni di euro)

DL

2010

2011

2012

2013

2014

TOTALE

%

DL 78/2010

          36

12.131

25.068

25.033

 -

62.268

22,8

DL98/201 1

 -

  2.108

  5.577

24.406

49.973

82.064

30,1

DL138/2011

 -

     732

22.698

29.859

11.822

65.111

23,8

Tot.Gov.B.

         36

14.971

53.343

79.298

61.795

 209.443

76,7

DL201/2011

 -

 -

20.243

21.319

21.432

62.994

23,1

DL95/2012*

 -

 -

     603

       16

      27

     646

  0,2

Tot.Gov.M.

 -

 -

20.846

21.335

21.459

63.640

23,3

TOTALE

        36

14.971

74.189

100.633

83.254

 273.083

100,0

  %

 -

  5,5

  27,2

  36,9

  30,5

100,0

 *Minori spese per 20.326 milioni nel triennio 2012-14 sono compensate da minori entrate per 19.680. 

(Fonte: elaborazione mia su dati del Servizio Studi della Camera o del Senato)


Se ne deduce che il Governo Berlusconi ha battuto il Governo Monti 4 a 1 (anche per l’iniquità, anzi peggio). E che il secondo ha soltanto completato l’opera di “salvataggio” (in gran parte artificiosamente indotto) nella misura di 1/5. Ciononostante, Berlusconi fu costretto alle dimissioni, all’esito di un complotto sui generis.[1]


Pensioni

Una situazione analoga, anche se di proporzioni inferiori, si è verificata per la riforma delle pensioni.[1]

La riforma Sacconi (2010 e 2011) ha portato l’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni nel 2019 (e poi la porterà oltre); ha aumentato quella anticipata (ex anzianità) a 41 anni e 3 mesi e introdotto l’adeguamento triennale alla speranza di vita delle pensioni di vecchiaia e delle “quote”. Ma queste misure, a causa della formulazione insufficiente della legge Fornero, vengono erroneamente attribuite alla riforma Fornero, che ha abolito la “finestra” mobile (con il comma 5) e contestualmente aumentato l’età base (rispettivamente, con il comma 6, lettere c e d, e con il comma 10 dell’art. 24 della L. 214/2011), senza però evidenziarne il legame, il che ha tratto in inganno tutti, inclusi il Servizio Studi della Camera nell’immediatezza del varo della riforma Fornero (cfr. dossier L. 214/2011), RGS (cfr. NADEF 2018, pag. 61) e professori di Lavoro e Previdenza.

La riforma Fornero ha accelerato l’allineamento delle donne del settore privato a 65 anni, allungato l’età di pensionamento anticipato a 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne, abolito le “quote”, esteso l’adeguamento automatico alle pensioni anticipate rendendolo biennale a decorrere dal 2022.

Il contributo di solidarietà sulle pensioni, citato nell’intervista, era stato già introdotto dalla riforma Sacconi ed è stato soltanto aggravato dalla riforma Fornero, ma, privo di ragionevolezza, è stato cancellato dalla Corte Cost.

Il metodo contributivo è stato deciso dalla riforma Dini (Legge 8.8.1995, n. 335). La riforma Fornero (Legge 22.12.2011, n. 214) lo ha soltanto esteso, pro rata dall’1.1.2012, a coloro che, al 31.12.1995, avevano almeno 18 anni di contributi, tutti relativamente anziani e ormai quasi tutti già in pensione.

Venendo all’aspetto economico, dei 1.000 mld di risparmi pensionistici stimati da RGS al 2060 dalle 4 riforme dal 2004 (Maroni, 2004, la cui misura principale, lo ‘scalone’, fu abrogato da Damiano prima che andasse in vigore; Damiano, 2007, le cui “quote” furono abolite da Fornero; Sacconi, 2010 e 2011; e Fornero, 2011), al lordo dell’errata attribuzione delle norme (come conferma la professoressa Elsa Fornero nel suo ultimo libro), soltanto 350 (poi calati a 280 dopo i vari interventi legislativi) vengono ascritti alla riforma Fornero, i cui effetti peraltro si esauriscono nel 2045. La gran parte dei residui 700 mld è ascrivibile a Sacconi. Il che vuol dire che Sacconi ha battuto Fornero 2-1.[1]

Dall’analisi di RGS, risulta anche che il “pro-rata” contributivo introdotto dalla riforma Fornero fa risparmiare, a regime (2018), appena 200 milioni circa all’anno (su una quindicina di miliardi annui), che poi si riducono in breve fino a sparire.

Questo è il dato più clamoroso, poiché la vulgata è che la riforma Fornero abbia salvato i conti pensionistici sostituendo il metodo retributivo col contributivo.


Conclusione

Mi permetto rinviarVi all’analisi completa, dettagliata e provata documentalmente che ho fatto nel mio libro.[1] Ma spero già, con questi pochi dati, di averVi, se non convinti, almeno riempiti di dubbi e che, una volta accertata la veridicità dei dati ufficiali (già numerose volte da me segnalati al Vostro giornale), vogliate contribuire in futuro a contrastare la DISINFORMAZIONE generale sulle tre BUFALE ormai mondiali (la terza è sulla BCE).

Cordiali saluti,

V.

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Note

[1] LE TRE PIU’ GRANDI BUFALE DEL XXI SECOLO https://www.amazon.it/dp/B07L3B5N5M



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Di chi è l’oro detenuto dalla Banca d’Italia





Pubblico qua la mia spiegazione di chi è l’oro detenuto dalla Banca d’Italia, che ho esposto nel blog di Carlo Clericetti su Repubblica.[1]


Vista la pertinenza, lo ripubblico


Come forse è noto, l’on. Borghi della Lega Nord ha presentato una proposta di legge tendente a stabilire chi è il proprietario dell’oro detenuto dalla Banca d’Italia.

Ieri, il presidente della BCE ha risposto ad un’interrogazione di due parlamentari europei, con la quale gli hanno chiesto di rispondere per iscritto sul “tema della proprietà legale delle riserve auree degli Stati membri e delle competenze della BCE”.[2]

Ne è scaturito un dibattito in Rete [infatti, ho già pubblicato questo commento due giorni prima in Huffington Post].

Prescindendo dalla scheggia impazzita Borghi, la questione attiene al vecchio rapporto di potere tra gli organi politici e la banca centrale, che ora, con la nascita della BCE, si è complicata.

Ma tutto sommato, basandoci sulla stessa fonte su cui si è basato il presidente Draghi nella sua risposta ai 2 parlamentari europei interroganti (lo Statuto della BCE),[3] a me sembra abbastanza chiara.

1. Il trasferimento delle riserve dalle BCN, e quindi anche da Bankitalia, alla BCE, in proporzione alle quote di partecipazione al suo capitale sociale, serve a quest’ultima per adempiere i suoi compiti statutari, in particolare come riserva di garanzia.

2. Il comma 3 dell'art. 30 dello Statuto BCE, non citato da Draghi, recita:

30.3. Ogni banca centrale nazionale ha nei confronti della BCE un credito pari al proprio contributo. Il consiglio direttivo determina la denominazione e la remunerazione di tali crediti.

Cioè parla di credito, che è connesso a un diritto realeSe ne deduce che l’oro trasferito rimane di proprietà delle BCN, anche se vincolato.

3. A maggior ragione, è di proprietà delle BCN, e quindi di Bankitalia, la parte (preponderante nel caso di Bankitalia) di oro rimasta alle BCN.

4. E, poiché Bankitalia è in definitiva una costola dello Stato, il suo patrimonio appartiene allo Stato, beninteso fatti salvi i vincoli nazionali e internazionali.

5. E qui entra in gioco il potere della BCE di cui all’art. 31.2, citato da Draghi:

“31.2. Tutte le altre operazioni aventi per oggetto attività di riserva in valuta che restano alle banche centrali nazionali dopo i trasferimenti di cui all'articolo 30, nonché le operazioni degli Stati membri aventi per oggetto le loro attività di riserva in valuta estera dei saldi operativi, eccedenti un limite da stabilire nel quadro dell’articolo 31.3, sono soggette all’approvazione della BCE al fine di assicurarne la coerenza con le politiche monetaria e del cambio dell’Unione.”

Conclusione. Sulla base delle norme e della prassi, la BCE è la banca centrale più indipendente al mondo dal potere politico, anche - e soprattutto - per quanto riguarda la politica monetaria. Per cui, fare riferimento alla “coerenza con le politiche monetaria e del cambio” comporta una discrezionalità che è un passepartout per ogni tipo di decisione, come si è visto durante la crisi economica.

Va aggiunto (i) che l’utile della BCE viene ripartito tra le BCN, che lo girano ai rispettivi Stati; e (ii) che un eventuale dissidio sull’uso delle riserve auree tra lo Stato italiano e la BCE potrebbe essere risolto soltanto dalla Corte di Giustizia europea (art. 35 Statuto BCE).

Io sono miscredente, ma una delle cose in cui credo con una certa sicurezza è che la Banca d’Italia è un Istituto di diritto pubblico, in definitiva di proprietà dello Stato. Come è confermato dalla ripartizione dell’utile, che risponde ad uno schema definito[4]: nel 2018, 3,36 mld al Tesoro e appena 218 mln a quelli che la vulgata dei propalatori di BUFALE alla Borghi ritiene siano i proprietari.[5] Nel 2019, 5.710 milioni allo Stato e appena 227 milioni ai Partecipanti.[6]

NB: Vale la pena di evidenziare che lo Stato (Tesoro) non è titolare di neppure una quota della Banca d’Italia.

Come abbiamo visto, l’utilizzo è vincolato, però, al di sopra di una certa soglia (v. indirizzo di cui all’art. 31.3 Statuto BCE).

Da una ricerca, ho trovato che la Soglia per la segnalazione preventiva e la previa approvazione della BCE è la seguente:

- nel 2003 la soglia è di 500 milioni in un solo giorno (art. 3, che rinvia all’allegato 1).[7]

Ritengo utile aggiungere che l’oro non è nominato esplicitamente, ma che è compreso nell’art. 23 (secondo trattino), citato (quasi all’inizio) nell’Indirizzo del 2003.[8]

Nel 2014, un altro Indirizzo[9] ha fissato una soglia di 200 milioni in un solo giorno, e si applica alle operazioni pronti contro termine,[10] ma non si applica all’oro, per il quale la soglia rimane quella fissata nel 2003, cioè 500 mln.


Non ho trovato altro.


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Note


[1] 29 MAR 2019

La Costituzione secondo Mattarella




[4] Banca d’Italia – Partecipanti al capitale


Il capitale della Banca d'Italia è di 7.500.000.000 euro rappresentato da quote nominative di partecipazione il cui valore nominale, determinato per legge, è di euro 25.000 ciascuna. […]

L'art. 38 dello Statuto si occupa della distribuzione degli utili. Il Consiglio superiore, su proposta del Direttorio e sentito il Collegio sindacale, delibera il piano di ripartizione dell'utile netto e la presentazione della proposta di destinazione dell'utile netto all'assemblea per l'approvazione. L'utile netto è destinato:

-          alla riserva ordinaria, fino alla misura massima del 20 per cento

-          ai partecipanti, che risultino titolari delle quote al termine del quarantesimo giorno precedente alla data dell'assemblea in prima convocazione, fino alla misura massima del 6 per cento del capitale

-          alla riserva straordinaria e a eventuali fondi speciali, fino alla misura massima del 20 per cento

-          allo Stato, per l'ammontare residuo.


[5] “La Banca d'Italia ha chiuso il bilancio 2017 con un utile netto record di 3,9 miliardi che consente di girare allo Stato un dividendo di 3,36 miliardi e ai partecipanti privati, banche, assicurazioni e Casse previdenziali privatizzate, 218 milioni. I dati sono stati esposti dal Governatore Ignazio Visco nell’assemblea dei partecipanti al capitale. Allo Stato, ha osservato Visco, la Banca verserà anche le imposte di competenza, pari a 1,56 miliardi quindi le somme complessivamente destinate allo Stato ammontano a 4,9 miliardi, un livello superiore di circa 1,5 miliardi a quello, elevato, dello scorso anno.”
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2018-03-29/bankitalia-utile-netto-record-grazie-qe-stato-cedola-336-miliardi-123037.shtml


[6] Traggo dalla Relazione del Governatore all’Assemblea ordinaria dei Partecipanti al capitale della Banca d’Italia del 29 marzo 2019:

- Nell’ultimo anno è proseguito il processo di riallocazione del capitale della Banca avviato con la riforma dell’assetto proprietario (legge 29 gennaio 2014, n. 5). Al 17 febbraio scorso – ultima data utile per acquistare quote aventi diritto al dividendo relativo al 2018 – risultava trasferito il 33,3 per cento del capitale. Dei 124 partecipanti registrati a tale data, 92 sono entrati dopo la riforma: 6 assicurazioni, 7 fondi pensione, 9 enti di previdenza, 24 fondazioni di origine bancaria e 46 banche.

- Il bilancio sottoposto oggi alla Vostra approvazione prospetta un utile netto di 6,2 miliardi di euro. Si tratta di un risultato considerevolmente superiore a quello dello scorso anno, pari a 3,9 miliardi, che pure rappresentava il livello più elevato mai raggiunto dall’Istituto. Hanno contribuito al miglioramento del risultato l’ulteriore aumento delle consistenze dei titoli detenuti per finalità di politica monetaria e una minore esigenza di accantonamento ai fondi patrimoniali a fronte dei rischi di bilancio. Dopo quattro anni di crescita ininterrotta, lo scorso dicembre si è concluso il programma di acquisti netti di attività finanziarie per finalità di politica monetaria. Nell’arco temporale considerato il bilancio della Banca d’Italia e quello dell’Eurosistema sono raddoppiati; i titoli riconducibili a finalità di politica monetaria sono cresciuti di circa dieci volte; l’utile lordo, prima delle imposte e degli accantonamenti patrimoniali necessari per fronteggiare i rischi assunti, è cresciuto del 50 per cento circa, portandosi a 8,9 miliardi.

- Alla fine del 2018 l’attivo di bilancio della Banca d’Italia era di 968 miliardi di euro, 37 in più rispetto all’anno precedente. L’incremento – sensibilmente inferiore a quello registrato nel 2017 – è quasi interamente riconducibile ai titoli acquistati per finalità di politica monetaria, la cui consistenza ha toccato 393 miliardi; al loro interno, la gran parte è costituita da titoli dello Stato italiano, il cui valore lo scorso anno ha raggiunto i 320 miliardi.

- Il valore delle riserve auree si è attestato a 88 miliardi, 3 in più rispetto allo scorso esercizio.

- L’utile lordo del 2018, prima delle imposte e dell’accantonamento al fondo rischi generali, si è attestato, come detto, a 8,9 miliardi.

- Alla fine del 2018 il numero dei dipendenti della Banca era inferiore alle 6.700 unità, 1.000 in meno rispetto a dieci anni prima.

- In linea con tale indirizzo, a valere sull’utile netto di 6.240 milioni, si propone di attribuire ai Partecipanti un dividendo di importo uguale a quello degli ultimi anni: 340 milioni, pari al 4,5 per cento del capitale. Di conseguenza anche quest’anno la posta speciale sarebbe alimentata per 40 milioni, attestandosi così a 120 milioni. In base allo Statuto, alle quote eccedenti il 3 per cento del capitale non spettano diritti economici. I corrispondenti dividendi, pari a circa 113 milioni, sarebbero imputati alla riserva ordinaria. I dividendi effettivamente erogati ai Partecipanti ammonterebbero, pertanto, a 227 milioni di euro. La riserva ordinaria verrebbe aumentata di 150 milioni; tenendo anche conto dei dividendi trattenuti sulle quote eccedenti, l’attribuzione complessiva sarebbe pari a 263 milioni. In definitiva, considerando l’accantonamento al fondo rischi generali di 1,5 miliardi e la quota di utile assegnata alla riserva ordinaria, l’importo complessivamente destinato ai fondi patrimoniali ammonterebbe a 1,8 miliardi. Tenuto conto di quanto precede, l’utile netto da assegnare allo Stato sarebbe pari a 5.710 milioni, ammontare superiore di 2.344 milioni a quello dello scorso anno.


[7] INDIRIZZO DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA del 23 ottobre 2003 relativo alle operazioni degli Stati membri partecipanti aventi ad oggetto le loro attività di riserva in valuta estera dei saldi operativi in conformità dell'articolo 31.3 dello statuto del Sistema europeo di banche centrali e della Banca centrale europea (BCE/2003/12) (2003/775/CE)

Articolo 3

Soglie per la segnalazione preventiva

1. Le soglie alle quali o sotto le quali le autorità pubbliche degli Stati membri partecipanti possono effettuare, senza la necessità di una segnalazione preventiva alla BCE e in un qualunque giorno di negoziazione, operazioni aventi ad oggetto i loro saldi operativi in valuta estera, e le soglie al di sopra delle quali i vari tipi di operazioni aventi ad oggetto i loro saldi operativi in valuta estera non possono essere effettuate senza la segnalazione preventiva alla BCE e in un qualunque giorno di negoziazione, sono stabilite nell'allegato I.

ALLEGATO I Soglie per la segnalazione preventiva alla BCE delle operazioni in valuta estera degli Stati membri in conformità dell’articolo 3, paragrafo 1

Tipi di operazioni Soglia applicabile (riferimento: data di contrattazione) Acquisti o vendite a titolo definitivo, a pronti e a termine, di attività in valuta estera Contro euro — 500 milioni di euro (operazioni aggregate lorde) Contro altre attività in valuta estera («operazioni a valute incrociate») — Controvalore di 500 milioni di euro (operazioni aggregate lorde per coppia di valute)


[8] Indirizzo del 2003

— per «operazioni» si intendono tutte le operazioni elencate nel secondo e terzo trattino dell'articolo 23 dello statuto, effettuate sul mercato da parte degli Stati membri partecipanti, che comportano lo scambio di attività non denominate in euro contro euro, o contro qualunque altra attività non denominata in euro, incluse, a titolo esemplificativo, le operazioni effettuate dalle banche centrali nazionali per conto degli Stati membri partecipanti e non registrate nei rendiconti finanziari delle banche centrali nazionali

Art. 23 (Statuto BCE)

— acquistare o vendere a pronti e a termine tutti i tipi di attività in valuta estera e metalli preziosi. Il termine attività in valuta estera include i titoli e ogni altra attività nella valuta di qualsiasi paese o in unità di conto e in qualsiasi forma essi siano detenuti;


[9] INDIRIZZO DELLA BANCA CENTRALE EUROPEA del 20 febbraio 2014 sulla gestione di attività e passività nazionali da parte delle banche centrali nazionali (BCE/2014/9) (2014/304/UE)

Articolo 7 Soglie

1. Non possono essere effettuate operazioni eccedenti la soglia di cui all'allegato I al presente Indirizzo senza la previa approvazione della BCE. Tale soglia si applica alle operazioni di pronti contro termine,[4]   fatta salva la procedura di previa approvazione scritta per gli accordi di pronti contro termine di cui all'articolo 4. 2. Oltre alla soglia per le operazioni giornaliere aggregate di cui all'allegato I del presente Indirizzo, la BCE può specificare e applicare soglie aggiuntive per acquisti e vendite cumulative di attività e passività in un determinato periodo di tempo.

3. Il Consiglio direttivo può modificare la soglia di cui all'allegato I al presente Indirizzo in ogni momento.

ALLEGATO I SOGLIE PER LE OPERAZIONI DELLE BCN IN ATTIVITÀ E PASSIVITÀ NAZIONALI EFFETTUATE IN UN SOLO GIORNO Soglia applicabile Effetto alla data di regolamento (aggregato netto delle operazioni) ( 1) 200 milioni di EUR

Il presente Indirizzo non si applica alle seguenti operazioni:

b) operazioni in metalli preziosi e in valuta estera contro euro disciplinati dall’Indirizzo BCE/2003/12 (2);


[10] Operazioni pronti contro termine



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Lettera al Prof. Sergio Fabbrini sulle sue notizie false sul Governo Monti in un suo articolo su Il Sole 24 ore





Pubblico la lettera che ho inviato quattro giorni fa al Prof. Sergio Fabbrini, editorialista del Sole 24 ore, sulle sue notizie false sul Governo Monti, che egli prende a base per spiegare il successo elettorale dei “sovranisti” Lega Nord e M5S. Ad oggi non ho ricevuto nessuna risposta.


Lettera al Prof. Sergio Fabbrini sulle sue notizie false in un articolo su "Il Sole 24 ore".

Da:  v

25/3/2019  14:50


ALLA C.A. DEL PROF. SERGIO FABBRINI

P.C. DIRETTORE DE IL SOLE 24 ORE E ALTRI MEDIA


Egr. Prof. Fabbrini,

Traggo da:

Tra promesse e realtà un anno dopo il cambiamento

–di Sergio Fabbrini - 04 marzo 2019

«Le elezioni del 4 marzo 2018 sono state l’equivalente di un sommovimento sociale. Esse hanno registrato il successo delle due forze politiche (Cinque Stelle e Lega) che avevano dato voce al malessere diffuso nel Paese. Un malessere cresciuto costantemente dal novembre 2011, quando il governo politico in carica (il governo Berlusconi) fu sostituito da un governo tecnico (il governo Monti). È in quel passaggio storico che vanno cercate le ragioni della convergenza tra le due forze politiche che sono oggi al governo. Esse furono le uniche ad opporsi al governo Monti (da dentro e da fuori il Parlamento) e all’idea che l’Italia doveva sottostare alle regole di bilancio che tengono insieme l’Eurozona. Dietro la rivoluzione del 4 marzo c’è una contrastata (e finora irrisolta) relazione tra l’Italia e l’Europa integrata. Se non si capisce questo problema strutturale, non si potrà venire a capo del malessere italiano. Vediamo meglio.

Il governo Monti fu necessario per salvare l’Italia da un possibile default finanziario. 

Quel governo si impose perché la discrasia tra la struttura del bilancio pubblico italiano e la struttura della regolamentazione dell’Eurozona non era più gestibile.

Occorreva introdurre (in gran fretta) riforme strutturali (a cominciare da quella del sistema pensionistico) che riportassero l’andamento della spesa pubblica entro un orizzonte di compatibilità con le regole dell’Eurozona.

Tuttavia, le riforme strutturali producono benefici nel medio periodo, mentre i costi sociali da esse generati sono immediatamente percepiti. Di qui l’ascesa elettorale dei Cinque Stelle e della Lega. Nel marzo scorso, esse hanno dato rappresentanza proprio a coloro che avevano sostenuto quei costi (o che temevano che li avrebbero sostenuti). Una rappresentanza legittimata dal fatto che esse avevano di già contrastato il ritorno, con il governo Monti, alla politica del sentiero stretto.»


Deduco da ciò che ha scritto nel Suo editoriale del 4 marzo 2019 che anche Lei è vittima – come quasi 60 milioni di Italiani, ivi incluso l’ex direttore de Il Sole 24 ore Roberto Napoletano (v. il suo ultimo libro “Il cigno nero e il cavaliere bianco ), talvolta Il Sole 24 ore, ministri, parlamentari, nonché quasi tutti i docenti universitari di Economia o di Lavoro e Previdenza – della Prima e della Seconda Più Grande Bufala del XXI Secolo.

Infatti, da sette anni, per colpa anche dei media - fuorviati da informazioni spesso errate o, in piccola parte (coloro che conoscono i dati sono pochissimi), volutamente false – è stato completamente obliterato il nome del governo Berlusconi, alimentando la BUFALA sesquipedale che il mastodontico consolidamento fiscale e la conseguente recessione li abbia deciso o causato Monti; analogamente succede da cinque anni per la riforma delle pensioni Fornero, alla quale vengono erroneamente attribuite misure importanti della ben più severa riforma Sacconi. Vediamo nell’ordine.


Prima Più Grande Bufala

Riporto le CIFRE relative alle manovre della XVI legislatura:


Riepilogo delle manovre correttive (importi cumulati da inizio legislatura):

- governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld (80,8%);

- governo Monti 63,2 mld (19,2%);

Totale 329,5 mld (100,0%).

Le cifre. Le manovre correttive, dopo la crisi greca, sono state: • 2010, DL 78/2010 di 24,9 mld; • 2011 (a parte la legge di stabilità 2011), due del governo Berlusconi-Tremonti (DL 98/2011 e DL 138/2011, 80+60 mld), (con la scopertura di 15 mld,  http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-07-07/oggi-garantiti-formalmente-miliardi-063705_PRN.shtml) che Tremonti si riprometteva di coprire, la cosiddetta clausola di salvaguardia, con la delega fiscale, cosa che ha poi dovuto fare Monti aumentando l’IVA, piuttosto che confermare il taglio delle agevolazioni fiscali-assistenziali, e una del governo Monti (DL 201/2011, c.d. decreto salva-Italia), che cifra 32 mld “lordi” (10 sono stati “restituiti” in sussidi e incentivi); • 2012, DL 95/2012 di circa 20 mld.

Quindi in totale esse assommano, rispettivamente: - Governo Berlusconi: 25+80+60 = tot. 165 mld; - Governo Monti: 22+20 = tot. 42 mld.

Se si considerano gli effetti cumulati da inizio legislatura (fonte: Il Sole 24 ore), sono: - Governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld; - Governo Monti 63,2 mld. Totale 329,5 mld.

Vale a dire, per i sacrifici imposti agli Italiani e gli effetti recessivi, detto sinteticamente in linguaggio calcistico, Berlusconi ha battuto Monti 4 a 1. Per l’iniquità e le variabili extra-tecnico-contabili (immagine, scandali e cattivo rapporto con i partner europei, che incisero sul rating dell’Italia, al di là dei fondamentali macroeconomici), è stato anche peggio.


Le fonti da me utilizzate sono state:

Il Sole 24 ore Quattro anni di manovre: fisco pigliatutto Gianni Trovati 15 luglio 2012

Servizio Studi della Camera dei Deputati.

Sulla base dei dati di quest’ultimo, ho elaborato questa tabella relativa alle principali cinque manovre correttive, molte delle cui misure sono strutturali e quindi permanenti.[1]

Tabella n. 3 - Valori delle cinque manovre correttive varate dal 2010 al 2012

Governo Berlusconi: DL 78/2010, DL 98/2011 e DL 138/2011; Governo Monti: DL 201/2011 e DL 95/2012 (milioni di euro)

DL

2010

2011

2012

2013

2014

TOTALE

%

DL 78/2010

          36

12.131

25.068

25.033

 -

62.268

22,8

DL98/201 1

 -

  2.108

  5.577

24.406

49.973

82.064

30,1

DL138/2011

 -

     732

22.698

29.859

11.822

65.111

23,8

Tot.Gov.B.

         36

14.971

53.343

79.298

61.795

  209.443

76,7

DL201/2011

 -

 -

20.243

21.319

21.432

62.994

23,1

DL95/2012*

 -

 -

     603

       16

      27

     646

  0,2

Tot.Gov.M.

 -

 -

20.846

21.335

21.459

63.640

23,3

TOTALE

        36

14.971

74.189

100.633

83.254

  273.083

100,0

  %

 -

  5,5

  27,2

  36,9

  30,5

100,0

 *Minori spese per 20.326 milioni nel triennio 2012-14 sono compensate da minori entrate per 19.680. 

(Fonte: elaborazione mia su dati del Servizio Studi della Camera o del Senato)

Da essa, si evince che:

(i) gli importi e i tempi di attuazione furono imposti dai veri e propri diktat dell’UE e della lettera del 5/8/2011 della BCE al governo Berlusconi, costretto poi a dimettersi[1]), sostituito da Monti, che subentra a Berlusconi all’esito di un complotto sui generis orchestrato su input iniziale di Sarkozy-Merkel;[1]

(ii) nel quadriennio 2011-14 (nonché successivamente), impattarono sia le due manovre del governo Monti, sia le tre varate in precedenza dal governo Berlusconi, per un totale (esclusa la legge di stabilità 2011, che nel 2012 impatta per 2,8 mld[2]) di 273.083 milioni, di cui Berlusconi 209.443 mln (76,7%) e Monti 63.640 mln (23,3%).[1]


Seconda Più Grande Bufala

Per quanto riguarda la riforma delle pensioni, rinvio all’analisi dettagliata che ho fatto nel mio libro.[1] Qui mi limito a tre aspetti.

Il primo: è importante osservare che l’aumento dell’età di pensionamento sia di vecchiaia (da 65 a 66 anni) che di anzianità (da 40 a 41 anni e 3 mesi) – oltre all’adeguamento all’aspettativa di vita - viene di solito erroneamente attribuito alla riforma Fornero e non alla riforma Sacconi, come lamenta la stessa professoressa Fornero nel suo ultimo libro. Ma la colpa è della formulazione insufficiente e poco chiara della legge Fornero, che ha abolito la “finestra” mobile (con il comma 5) e contestualmente aumentato l’età base (rispettivamente, con il comma 6, lettere c e d, e con il comma 10 dell’art. 24 della L. 214/2011), senza però evidenziarne il legame, il che ha tratto in inganno tutti, perfino il Servizio Studi della Camera nell’immediatezza del varo della riforma Fornero (cfr. dossier L. 214/2011), RGS (cfr. NADEF 2018, pag. 61) e professori di Lavoro e Previdenza.

Il secondoil metodo contributivo è stato deciso dalla riforma Dini (Legge 8.8.1995, n. 335): (i) interamente retributivo per coloro che al 31.12.1995 avevano almeno 18 anni di contributi; (ii) misto per coloro che erano sotto questo limite; e (iii) interamente contributivo per coloro che hanno iniziato l’attività lavorativa dall’1.1.1996.

La riforma Fornero (Legge 22.12.2011, n. 214) lo ha soltanto esteso, pro rata dall’1.1.2012, a coloro che, al 31.12.1995, avevano almeno 18 anni di contributi, tutti relativamente anziani e ormai quasi tutti già in pensione.

Il terzo: dei 1.000 mld di risparmi pensionistici stimati da RGS al 2060 dalle 4 riforme dal 2004 (Maroni, 2004, la cui misura principale, lo ‘scalone’, fu abrogato da Damiano prima che andasse in vigore; Damiano, 2007, le cui “quote” furono abolite da Fornero; Sacconi, 2010 e 2011; e Fornero, 2011), al lordo dell’errata attribuzione delle norme (come conferma la professoressa Elsa Fornero nel suo ultimo libro), soltanto 350 (poi calati a 280 dopo i vari interventi legislativi) vengono ascritti alla riforma Fornero, i cui effetti peraltro si esauriscono nel 2045. Secondo Lei a chi vanno ascritti i residui 700 mld?[1]

Dall’analisi di RGS, risulta anche che il «pro-rata» contributivo introdotto dalla riforma Fornero fa risparmiare, a regime (2018), appena 200 milioni circa all’anno (su una quindicina di miliardi annui), che poi si riducono in breve fino a sparire.

Questo è il dato forse più clamoroso, poiché la vulgata è che la riforma Fornero abbia salvato i conti pensionistici sostituendo il metodo retributivo col contributivo.


Conclusione

Se ne deduce che la propaganda vittoriosa di Salvini della Lega Nord (che faceva parte del Governo Berlusconi ed ha approvato le pesanti e scandalosamente inique manovre correttive e la severa riforma Sacconi) e di Di Maio di M5S poggia su due BUFALE ormai mondiali. Con la differenza che il primo – al quale ho scritto due volte e contestatogli in diretta Radio1 - lo fa in malafede.

Spero di esserLe stato utile e che voglia contribuire in futuro a contrastare la DISINFORMAZIONE generale sulle tre BUFALE mondiali (la terza è sulla BCE).

Cordiali saluti,

V.

__________________________


Note

[1] LE TRE PIU’ GRANDI BUFALE DEL XXI SECOLO https://www.amazon.it/dp/B07PBXVWRS



Destinatari:


MEDIAv

22/1/2019 16:38

(n. 50)v

(n. 50)

(n. 50)v


SITI ECONOMICI E PREVIDENZAv

(n. 50)v


PROFESSORI VARIv



**********




Dialogo breve sulla quota di debito pubblico posseduta dai non residenti





Pubblico il breve scambio di commenti sul debito pubblico tra una delle due autrici e me, che si è svolto nel sito EticaEconomia, in calce al seguente articolo:

Quali Regioni si fanno carico dell’onere del debito pubblico italiano? Quasi tutte…


Vincesko

Citazione: “Negli ultimi vent’anni, come mostriamo nel nostro articolo, il peso dell’investitore estero è progressivamente cresciuto, passando dal 20% circa a metà degli anni novanta a più del 40% nel 2015 (con un massimo nel 2009 del 56%).”


Quota del debito pubblico detenuto da investitori esteri

Dall'ultimo bollettino della Banca d'Italia, nell’ambito delle sue pubblicazioni mensili che riportano i dati relativi al fabbisogno e al debito lordo delle Amministrazioni pubbliche[1] Finanza pubblica, fabbisogno e debito https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanza-pubblica/2017-finanza-pubblica/statistiche_FPI_15032017.pdf, tavola 8, risulta che la quota del debito pubblico in mano a “non residenti” ammonta, al 31 dicembre 2009, a 744.405 pari al 42,2% del totale di 1.763.628 e, al 31 dicembre 2015, a 740.283 milioni di € pari al 34,1% del totale di 2.171.671€, quota sostanzialmente stabile da alcuni anni intorno ad 1/3 del totale, dopo il notevole calo registrato in corrispondenza della crisi economica fino al 2011-12.[2]

Quindi, dai dati della Banca d’Italia, il dato del debito pubblico detenuto da “non residenti” è inferiore, rispettivamente, di 14 punti percentuali e di almeno 6 punti percentuali ai valori indicati dalle autrici.

Per completezza, riporto i dati dell’ultima relazione del Governatore della Banca d’Italia, da dove si ricava che il debito pubblico detenuto da “non residenti” nel 2015 è pari a 741.082 milioni.[3]


[1] https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanza-pubblica/, in alto a destra si può scegliere l’anno, il dato “non residenti” fino al 2012 è nella tavola 5, dal 2013 nella tavola 8, ma poiché ciascun anno arriva al mese di ottobre ho preso il 2011 per ricavare il 2009 e il 2010, il 2013 per ricavare il 2011 e il 2012, il 2016 per ricavare il 2014 e il 2015, e il marzo 2017 per ricavare il 2016)


[2] 2009 744.405 milioni di € su un totale di 1.763.628 pari al 42,2%; 2010 811.208 su 1.842.826 pari al 44,0%; 2011 730.301 su 1.907.612 pari al 38,3%; 2012 695.432 su 1.989.431 pari al 34,9%; 2013 658.683 su 2.069.692 pari al 31,8%; 2014 716.328 su 2.135.902 pari al 33,5%; 2015 740.283 su 2.171.671 pari al 34,1%; 2016 727.463 su 2.250.352 pari al 32,3%.


[3] Relazione annuale - Appendice anno 2017

Debito delle Amministrazioni pubbliche

Debito delle Amministrazioni pubbliche: analisi per sottosettore e detentori (milioni di euro)

VOCI

2012

2013

2014

2015

2016

2017

%

Debito tot.

1.990.130

2.070.254

2.137.320

2.173.387

2.219.546

2.263.056

100,0

Banca d'It.

100.842

103.756

106.355

169.426

272.513

367.824

16,2

Istit.fin.mon

616.487

660.434

667.306

655.998

635.930

599.611

26,5

altre ist. fin.

365.067

406.726

439.936

457.801

459.308

437.308

19,3

altri op. res.

263.957

240.654

206.689

149.080

125.121

127.802

5,6

Oper. non resid.

643.777

658.683

717.033

741.082

726.673

730.512

32,3



Per la nostra analisi empirica, abbiamo utilizzato i Conti Finanziari della BI. Tale scelta deriva dal fatto che il focus dello studio sono i titoli di Stato e le relative scelte di portaglio dei vari settori istituzionali e non il Debito Pubblico totale. Nei CF, abbiamo il dettaglio dei vari investitori (incluse le famiglie) e attraverso altre pubblicazioni della BI anche il dettaglio sul possesso di titoli di Stato per area geografica.

Per qualsiasi altra questione metodologica le consigliamo la lettura del capitolo “Is the Italian Public Debt a Particular Channel of Regional Redistribution? A Pilot Study Based on the Transfer Approach”, pubblicato in Essays in Honour of Luigi Campiglio, a cura di M. Baussola, C. Bellavite Pellegrini e M. Vivarelli, 2018.



Il dato maggiormente disallineato è quello relativo al 2009 (56% contro 42,2%). Nel 2009, sempre dai dati di Bankitalia (tavola 4, pag. 9 https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/finanza-pubblica/2011-finanza-pubblica/index.html,  risulta che i titoli a breve termine sono pari a 139.966 milioni e quelli a medio e a lungo termine a 1.329.962, per un totale di 1.469.928 milioni; rapportando il debito posseduto dai non residenti (744.405 milioni) al nuovo importo di 1.469.928, l'incidenza percentuale sale dal 42,2 al 50,6%; lo scarto si riduce di parecchio, ma comunque si rimane lontani dal 56%.
Per curiosità, quali sono i valori del numeratore e del denominatore dai quali scaturisce il rapporto del 56%?



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Lettera al direttore Matteo Zallocco di “Cronache Maceratesi” sulle riforme delle pensioni


Pubblico la lettera che ho inviata in data 11.2.2019 al giornale “Cronache Maceratesi”, dopo aver letto un suo articolo in cui dava notizia della presentazione del libro di Elsa Fornero, organizzata dal professor Flavio Corradini. Ad oggi non ho ricevuto alcuna risposta.


Lettera al direttore Matteo Zallocco di Cronache Maceratesi sulle riforme delle pensioni.

Da:  v

11/2/2019 19:07


A:

Direttore responsabile: Matteo Zallocco
In redazione: Alessandra Pierini, Gianluca Ginella, Federica Nardi, Matteo Zallocco, Marco Cencioni
Corrispondenti:
Laura Boccanera (Civitanova), Leonardo Giorgi (Cingoli), Monia Orazi (Camerino/San Severino)

Prof. Flavio Corradini


Egr. Dott. Zallocco,

In riferimento al Vostro articolo “Elsa Fornero a Civitanova: «La mia riforma delle pensioni? Era a rischio il patto fra generazioni» https://www.cronachemaceratesi.it/2019/02/02/elsa-fornero-a-civitanova-la-mia-riforma-delle-pensioni-era-a-rischio-il-patto-fra-generazioni/1207239/ del 2 febbraio 2019, Le invio, qui di seguito, alcune osservazioni, al fine di dare qualche ulteriore “strumento per una maggiore consapevolezza” sul tema pensioni.

1. Riforme delle pensioni. Dal 1992, le riforme delle pensioni, considerando un’unica riforma i provvedimenti varati da Sacconi nel 2010 e 2011 (oltre alla L. 102/2009, art. 22ter), sono state sette: Amato, Decreto Legislativo 503 del 1992; Dini, Legge 8.8.1995, n. 335; Prodi, Legge 27.12.1997, n. 449; Berlusconi/Maroni, Legge 23.8.2004, n. 243 Prodi/Damiano, Legge 27.12.1997, n. 247; Berlusconi/Sacconi, Legge 30.7.2010, n.122Legge 15.7.2011, n. 111, Legge 14.9.2011, n. 148; e Monti-Fornero, Legge 22.12.2011, n. 214.

Va sottolineato che di esse, dunque, la riforma Fornero è la settima e ultima (finora), e, a giudicare dalle norme e dagli effetti, sia in fatto di allungamento dell’età di pensionamento, sia in termini di risparmio di spesa, non la più severa.

2. Pensioni di vecchiaia. La riforma Fornero non ha quasi toccato le pensioni di vecchiaia, tranne per:

- l’accelerazione gradualmente entro il 2018 dell’allineamento delle donne private a tutti gli altri a 65 anni (L. 214/2011, art. 24, comma 6), già previsto dalla riforma SACCONI (includendo l’adeguamento all’aspettativa di vita introdotto dalla riforma SACCONI) gradualmente entro il 2023, ma in ogni caso 2 anni, da 65 a 67 anni (nel 2019), "finestra" di 12 mesi e adeguamento di 12 mesi alla speranza di vita, sono dovuti a SACCONI, tranne 4 mesi in media a Damiano (L. 247/2007); e

- la riduzione di 6 mesi (da 18 a 12 mesi) della “finestra” mobile per i lavoratori autonomi (uomini e donne), per allinearli ai lavoratori dipendenti.

Per tutti gli altri, la riforma Fornero non c’entra: l’età di pensionamento di vecchiaia è stata aumentata esclusivamente dalla ben più severa riforma SACCONI (L.122/2010, art. 12, L.111/2011, L. 148/2011): (i) di un anno (da 65 a 66 anni per i dipendenti e a 66 anni e 6 mesi per gli autonomi) attraverso la “finestra” mobile, di 12 mesi per i dipendenti e di 18 mesi per gli autonomi; (ii) di ben 5 anni, più “finestra” di 12 mesi, quindi di 6 anni, per le dipendenti pubbliche (da 60 a 61 anni dal 1.1.2012 e da 61 a 65 dal 1.1.2013, più adeguamento di 12 mesi all’aspettativa di vita).

L’attribuzione erronea da parte di tutti, inclusi professori di Lavoro e Previdenza, alla riforma Fornero dell’aumento a 66 anni è dovuto presumibilmente alla formulazione insufficiente e poco chiara della norma Fornero, che non ha esplicitato il legame tra aumento dell’età base sia delle pensioni di vecchiaia (comma 6, lettere c e d) che delle pensioni anticipate (comma 10), e abolizione della “finestra” mobile SACCONI-Damiano (comma 5).

Lo stesso fraintendimento è avvenuto anche per l’aumento da 40 anni a 41 anni e 3 mesi per le pensioni anticipate, che a leggere la norma (comma 10) sembra deciso da Fornero - che anzi ha ridotto di 6 mesi per gli autonomi l’età di pensionamento di 41 anni e 9 mesi, allineandoli ai dipendenti -, mentre invece è stato deciso da SACCONI con la L. 122/2010 e la L. 111/2011.

La stessa professoressa Fornero, nel suo ultimo libro, lamenta l’errata attribuzione a lei dell’aumento dell’età di pensionamento a 66 anni:

"Rispondeva infine essenzialmente a criteri di trasparenza l’assorbimento delle cosiddette «finestre mobili» nei requisiti anagrafici e contributivi, una modalità che era stata adottata per aumentare un po’ surrettiziamente l’età di pensionamento. […] La nostra decisione pertanto fu di rendere esplicito l’anno in più richiesto [sic; in effetti già deciso da Sacconi con la L. 122/2010, art. 12, commi 1 e 2, ndr]. Di fatto, questo non corrispondeva a un aumento dell’anzianità, eppure fu interpretato così, con il seguito di ulteriori aspre polemiche" (Elsa Fornero, “Chi ha paura delle riforme: Illusioni, luoghi comuni e verità sulle pensioni”, posizione nel Kindle 3137).

3. Adeguamento all'aspettativa di vita. L’adeguamento triennale dell’età di pensionamento all’aspettativa di vita, relativamente alle pensioni di vecchiaia e alle “quote”, è stato introdotto dalla riforma SACCONI con la L. 102/2009, art. 22ter, comma 2, modificato sostanzialmente dalla L. 122/2010, art. 12, comma 12bis. La riforma Fornero lo ha reso biennale, a decorrere dal 2022, ed esteso alle pensioni anticipate.

4. Metodo contributivo. Il metodo contributivo è stato deciso dalla riforma Dini (L. 335/1995); la riforma Fornero lo ha solo esteso a coloro che ne erano esclusi, ossia coloro che al 31.12.1995 avevano almeno 18 anni di contributi, tutti relativamente anziani e ormai quasi tutti già in pensione.

5. Risparmi. Dei 1.000 mld di risparmi pensionistici stimati da RGS al 2060 dalle 4 riforme dal 2004 (Maroni, 2004, la cui misura principale, lo ‘scalone’, fu abrogato da Damiano prima che andasse in vigore; Damiano, 2007, le cui “quote” furono abolite da Fornero; Sacconi, 2010 e 2011; e Fornero, 2011), al lordo dell'errata attribuzione delle norme (come conferma la professoressa Elsa Fornero nel suo ultimo libro), soltanto 350 (poi calati a 280 dopo i vari interventi legislativi) vengono ascritti alla riforma Fornero, i cui effetti peraltro si esauriscono nel 2045. Secondo Lei, a chi vanno ascritti i residui 700 mld, cioé il doppio di 350?

Dall’analisi di RGS, risulta anche che il «pro-rata» contributivo introdotto dalla riforma Fornero fa risparmiare, a regime (2018), appena 200 milioni circa all’anno (su una quindicina di miliardi annui), che poi si riducono in breve fino a sparire. Il che conferma la scarsissima incidenza della misura.

Conclusione. Contrasto la generale DISINFORMAZIONE sulle pensioni (e altro), che ha fatto in Italia 60 milioni di vittime, oltre all’estero, da sette anni, soprattutto tramite il mio blog (http://vincesko.blogspot.it), nel quale ho pubblicato le decine di lettere circolari inviate agli autori delle notizie false, inclusa, per il suo contributo alla DISINFORMAZIONE, la professoressa Fornero. Da poco ho pubblicato questo libro, che ha in calce un commento finale di Elsa Fornero e dove potrà trovare altre spiegazioni, un’analisi critica di alcune tesi del libro della professoressa Fornero e le prove documentali: https://www.amazon.it/dp/B07L3B5N5M.

Cordiali saluti,

V.


PS: Allego il Quadro sintetico dell’età di pensionamento in base alle norme e ai loro autori

QUOTE: abolite dalla riforma Fornero (L. 214/2011, art. 24, commi 3 e 10).

PENSIONE DI VECCHIAIA

- L’età di pensionamento degli uomini è salita (da 65 nel 2010) a 67 anni nel 2019 e questi 2 anni in più - “finestra” mobile di 12 mesi (o 18 mesi per gli autonomi) e adeguamento triennale all’aspettativa di vita - sono stati decisi dalla riforma Sacconi (L. 122/2010, art. 12), tranne 4 mesi in media dalla riforma Damiano (L. 247/2007); quindi la riforma Fornero non c’entra (se non per la riduzione di 6 mesi per gli autonomi).

- L’età di pensionamento delle donne del settore pubblico è salita (da 60) quasi senza gradualità a 65 anni nel 2012, ed è stato deciso nel 2009 (L. 102/2009, art. 22ter, comma 1) e modificato nel 2010 (L. 122/2010, art. 12, comma 12-sexies) da Sacconi a seguito della Sentenza del 13 novembre 2008 della Corte di giustizia dell’Unione europea, ma che poteva avvenire a qualunque età tra 60 e 65 anni), più “finestra” di 12 mesi, più 12 mesi di adeguamento all’aspettativa di vita, e a 67 anni nel 2019, e questi 7 anni in più sono tutti dovuti a Sacconi, tranne 4 mesi in media a Damiano; quindi la riforma Fornero non c’entra.

- L’allineamento dell’età di pensionamento delle donne del settore privato (da 60) a tutti gli altri (già regolati da Sacconi) a 65 anni più «finestra», previsto da Sacconi gradualmente entro il 2026 (2023, includendo l'adeguamento all’aspettativa di vita), è stato accelerato da Fornero gradualmente entro il 2018 (L. 214/2011, art. 24, comma 6), ma in ogni caso 2 anni (da 65 a 67) sono di Sacconi, tranne 4 mesi in media di Damiano.

PENSIONE ANTICIPATA (ex anzianità)

- L’età di pensionamento degli uomini è salita (da 40 anni nel 2010) a 42 anni e 10 mesi e di questi 2 anni e 10 mesi in più (+ 6 mesi per gli autonomi) 1 anno e 3 mesi (o 1 anno e 9 mesi relativamente agli autonomi), sono di Sacconi (di cui 4 mesi in media di Damiano) e 1 anno e 7 mesi sono di Fornero (o 1 anno e 1 mese relativamente agli autonomi). L’anno e tre mesi in più sono stati decisi da SACCONI, rispettivamente, con il DL 78/2010, art. 12 (“finestra” mobile di 12 mesi) e col DL 98/2011 (L. 111/2011), art. 18, comma 22ter: più 1 mese per chi matura i requisiti nel 2012, più 2 mesi per chi li matura nel 2013, e più 3 mesi per chi li matura nel 2014. Quindi si arriva a 41 anni e 1 mese o 2 o 3 per i lavoratori e le lavoratrici dipendenti e 41 anni e 7 mesi o 8 o 9 per i lavoratori e le lavoratrici autonomi.

- L’età di pensionamento delle donne è salita, da 40 anni nel 2010, a 41 anni e 10 mesi, e di questo anno e 10 mesi in più (+ 6 mesi per gli autonomi), 1 anno e 3 mesi (o 1 anno e 9 mesi relativamente agli autonomi), sono di Sacconi (di cui 4 mesi in media di Damiano) e 7 mesi sono di Fornero.

Va aggiunto (i) che la riforma Fornero ha ridotto da 18 (previsto dalla riforma Sacconi) a 12 mesi la «finestra» degli autonomi (uomini e donne); (ii) che la riforma Fornero (rispettivamente, con il comma 6, lettere c e d, e con il comma 10 dell’art. 24 della L. 214/2011) ha aumentato l'età base di vecchiaia e di anzianità di 1 anno (rispettivamente da 65 a 66 e da 40 a 41), ma solo formalmente, poiché (con il comma 5) ha abolito contestualmente la «finestra» di 12 o 18 mesi, di Damiano (4 mesi in media) e Sacconi (8 o 14 mesi), ma senza evidenziarne il legame, così si è intestata di fatto entrambe le misure; (iii) che, dal 2022, in forza della legge Fornero (L. 214/2011, art. 24, comma 13), l’adeguamento automatico diverrà biennale («13 Gli adeguamenti agli incrementi della speranza di vita successivi a quello [triennale, ndr] effettuato con decorrenza 1° gennaio 2019 sono aggiornati con cadenza biennale»), ma, appunto, è solo un’accelerazione del meccanismo deciso da Sacconi; e (iv) che la riforma Fornero (col comma 2 dell’art. 24 della L. 214/2011) ha soltanto esteso, pro rata dall’1.1.2012, il metodo contributivo – introdotto dalla riforma Dini nel 1995 – a coloro che ne erano esclusi, cioè coloro che, al 31.12.1995, avevano almeno 18 anni di contributi, quindi tutti relativamente anziani e ora già in pensione o prossimi al pensionamento.



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Lettera a Roberto Bagnoli di Iomiassicuro sulle sue notizie false sulla riforma Fornero






Pubblico la lettera che ho inviato in data 11.2.2019 a Roberto Bagnoli, titolare di un sito di previdenza, sulle sue notizie false sulla riforma delle pensioni Fornero. Ad oggi non ho ricevuto nessuna risposta.


  

Lettera a Roberto Bagnoli di Iomiassicuro sulle sue notizie false sulla riforma Fornero.

Da:  v

11/2/2019  16:57


Egr. Dott. Bagnoli,

Traggo dal Suo articolo “LA RIFORMA MONTI-FORNERO” http://www.iomiassicuro.it/pensione-senza-segreti/la-riforma-monti-fornero (senza data) una serie di notizie false, compendiate dalle due frasi seguenti (in grassetto nel testo): la prima, “Si tratta di una vera e propria “rivoluzione” che sconvolge tutte le regole precedenti”; la seconda, “Il governo Monti è riuscito a mettere insieme in un colpo solo una serie d’interventi invocati da più parti per lunghi anni”.

Osservo:

1. Dal 1992, le riforme delle pensioni, considerando un’unica riforma i provvedimenti varati da Sacconi nel 2010 e 2011 (oltre alla L. 102/2009, art. 22ter), sono state sette: Amato, Decreto Legislativo 503 del 1992; Dini, Legge 8.8.1995, n. 335; Prodi, Legge 27.12.1997, n. 449; Berlusconi/Maroni, Legge 23.8.2004, n. 243 Prodi/Damiano, Legge 27.12.1997, n. 247; Berlusconi/Sacconi, Legge 30.7.2010, n.122, Legge 15.7.2011, n. 111, Legge 14.9.2011, n. 148; e Monti-Fornero, Legge 22.12.2011, n. 214.

Va sottolineato che di esse, dunque, la riforma Fornero è la settima e ultima (finora), e, a giudicare dalle norme e dagli effetti, sia in fatto di allungamento dell’età di pensionamento, sia in termini di risparmio di spesa, non la più severa.

2. La riforma Fornero non ha quasi toccato le pensioni di vecchiaia, tranne per:

l’accelerazione gradualmente entro il 2018 dell’allineamento delle donne private a tutti gli altri a 65 anni (L. 214/2011, art. 24, comma 6), già previsto dalla riforma SACCONI (includendo l’adeguamento all’aspettativa di vita introdotto dalla riforma SACCONI) gradualmente entro il 2023, ma in ogni caso 2 anni, da 65 a 67 anni (nel 2019), "finestra" di 12 mesi e adeguamento di 12 mesi alla speranza di vita, sono dovuti a SACCONI, tranne 4 mesi in media a Damiano (L. 247/2007); e

- la riduzione di 6 mesi (da 18 a 12 mesi) della “finestra” mobile per i lavoratori autonomi (uomini e donne), per allinearli ai lavoratori dipendenti.

Per tutti gli altri, la riforma Fornero non c’entra: l’età di pensionamento di vecchiaia è stata aumentata esclusivamente dalla ben più severa riforma SACCONI (L.122/2010, art. 12, L.111/2011, L. 148/2011): (i) di un anno (da 65 a 66 anni per i dipendenti e a 66 anni e 6 mesi per gli autonomi) attraverso la “finestra” mobile, di 12 mesi per i dipendenti e di 18 mesi per gli autonomi; e (ii) di ben 5 anni, più “finestra” di 12 mesi, quindi di 6 anni, per le dipendenti pubbliche (da 60 a 61 anni dal 1.1.2012 e da 61 a 65 dal 1.1.2013, più adeguamento di 12 mesi all’aspettativa di vita).

L’attribuzione erronea da parte di tutti, inclusi professori di Lavoro e Previdenza, alla riforma Fornero dell’aumento a 66 anni è dovuto presumibilmente alla formulazione insufficiente e poco chiara della norma Fornero, che non ha esplicitato il legame tra aumento dell’età base sia delle pensioni di vecchiaia (comma 6, lettere c e d) che delle pensioni anticipate (comma 10), e abolizione della “finestra” mobile SACCONI-Damiano (comma 5).

Lo stesso fraintendimento è avvenuto anche per l’aumento da 40 anni a 41 anni e 3 mesi per le pensioni anticipate, che a leggere la norma (comma 10) sembra deciso da Fornero - che anzi ha ridotto di 6 mesi per gli autonomi l’età di pensionamento di 41 anni e 9 mesi, allineandoli ai dipendenti -, mentre invece è stato deciso da SACCONI con la L. 122/2010 e la L. 111/2011.

La stessa professoressa Fornero, nel suo ultimo libro, lamenta l’errata attribuzione a lei dell’aumento dell’età di pensionamento a 66 anni:

“Rispondeva infine essenzialmente a criteri di trasparenza l’assorbimento delle cosiddette «finestre mobili» nei requisiti anagrafici e contributivi, una modalità che era stata adottata per aumentare un po’ surrettiziamente l’età di pensionamento. […] La nostra decisione pertanto fu di rendere esplicito l’anno in più richiesto [sic; in effetti già deciso da Sacconi con la L. 122/2010, art. 12, commi 1 e 2, ndr]. Di fatto, questo non corrispondeva a un aumento dell’anzianità, eppure fu interpretato così, con il seguito di ulteriori aspre polemiche” (Elsa Fornero, “Chi ha paura delle riforme: Illusioni, luoghi comuni e verità sulle pensioni”, posizione nel Kindle 3137).

3. L’adeguamento triennale all’aspettativa di vita, relativamente alle pensioni di vecchiaia e alle “quote”, è stato introdotto dalla riforma SACCONI con la L. 102/2009, art. 22ter, comma 2, modificato sostanzialmente dalla L. 122/2010, art. 12, comma 12bis. La riforma Fornero lo ha reso biennale, a decorrere dal 2022, ed esteso alle pensioni anticipate.

4. Il metodo contributivo è stato deciso dalla riforma Dini (L. 335/1995); la riforma Fornero lo ha solo esteso a coloro che ne erano esclusi, ossia coloro che al 31.12.1995 avevano almeno 18 anni di contributi, tutti relativamente anziani e ormai quasi tutti già in pensione.

5. Dei 1.000 mld di risparmi pensionistici stimati da RGS al 2060 dalle 4 riforme dal 2004 (Maroni, 2004, la cui misura principale, lo ‘scalone’, fu abrogato da Damiano prima che andasse in vigore; Damiano, 2007, le cui “quote” furono abolite da Fornero; Sacconi, 2010 e 2011; e Fornero, 2011), al lordo dell'errata attribuzione delle norme (come conferma la professoressa Elsa Fornero nel suo ultimo libro), soltanto 350 (poi calati a 280 dopo i vari interventi legislativi) vengono ascritti alla riforma Fornero, i cui effetti peraltro si esauriscono nel 2045. Secondo Lei a chi vanno ascritti i residui 700 mld?

Dall’analisi di RGS, risulta anche che il «pro-rata» contributivo introdotto dalla riforma Fornero fa risparmiare, a regime (2018), appena 200 milioni circa all’anno (su una quindicina di miliardi annui), che poi si riducono in breve fino a sparire. Il che conferma la scarsissima incidenza della misura.

In conclusione: contrasto la generale DISINFORMAZIONE sulle pensioni (e altro), che ha fatto in Italia 60 milioni di vittime, oltre all’estero, da sette anni, soprattutto tramite il mio blog (http://vincesko.blogspot.it), nel quale ho pubblicato le decine di lettere circolari inviate agli autori delle notizie false, inclusa, per il suo contributo alla DISINFORMAZIONE, la professoressa Fornero. Da poco ho pubblicato questo libro, che ha in calce un commento finale di Elsa Fornero: https://www.amazon.it/dp/B07L3B5N5M.

Cordiali saluti,

V.


PS: Poiché Lei non è un esperto di pensioni, evito di inviare questa lettera, per conoscenza, ad altri destinatari. La pubblicherò nel mio blog, assieme alla Sua eventuale risposta.



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Salvataggio banche italiane, il Tribunale UE dà torto alla Commissione Europea





Segnalo molto volentieri la recentissima sentenza del Tribunale dell’Unione Europea,[1]   che ha bocciato la decisione della Commissione Europea, in particolare della Commissaria danese Margrethe Vestager, di considerare aiuto di Stato il salvataggio nel 2014 di una piccola banca, la Tercas, tramite l’intervento del Fondo interbancario di tutela dei depositi (FITD).

«Non ci fu ‘aiuto di Stato’ nei fondi concessi dal Fondo Interbancario (Fitd) alla Popolare di Bari per il salvataggio di Tercas nel 2014 e bocciato dall'Antitrust Ue all'epoca. Il tribunale Ue. accogliendo il ricorso dell'Italia e della Bari (sostenuto dalla Banca d'Italia) ha così annullato la decisione della Commissione Ue “che non ha dimostrato che i fondi concessi a Tercas a titolo di sostegno del Fitd (dove sedeva nel consiglio un rappresentante di Bankitalia ndr) fossero controllati dalle autorità pubbliche italiane”. L’Abi plaude e chiede alla commissione Ue i rimborsi per risparmiatori e banche concorrenti danneggiate dalle conseguenze delle sue non corrette decisioni sugli altri quattro istituti italiani.»[2]


Il divieto costituì poi il grimaldello per applicare il bail-in – in maniera retroattiva e senza gradualità - alle quattro banche medio-piccole Banca Marche, Banca Etruria, Carichieti e Carife.[3]

Il nuovo capo della Vigilanza bancaria europea, l’italiano Andrea Enria, finora non particolarmente amichevole con l’Italia, ravvisa nella sentenza una novità positiva per le banche dell’Eurozona.[4]

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Note


[1] Tribunale dell’Unione europea COMUNICATO STAMPA n. 34/19 Lussemburgo, 19 marzo 2019

Il Tribunale annulla la decisione della Commissione secondo cui un intervento di sostegno di un consorzio di diritto privato a favore di uno dei suoi membri costituiva un «aiuto concesso da uno Stato»


[2] Ue, Fondo Interbancario salvataggi non fu aiuto di stato

19 marzo 2019

PER IL SALVATAGGIO DI BANCA TERCAS

Corte Ue: i fondi alla Popolare di Bari non sono aiuti di Stato. Patuelli (Abi) chiede le dimissioni di Vestager

19 marzo 2019


[3] Salvataggio Banca Marche, Popolare Etruria, Carichieti e Carife


Il governo deve ristorare i risparmiatori delle quattro banche Banca Marche, Banca Etruria, Carichieti e Carife?


[4] 21 MARZO 2019 / 11:54

Banche Ue, Enria (Bce): decisione Corte su Tercas apre nuove strade su crisi

(Reuters) - La pronuncia della Corte di giustizia europea di annullare la decisione dell’esecutivo Ue, che aveva giudicato come aiuto di Stato l’intervento del Fondo di tutela dei depositi per il salvataggio di Banca Tercas nel 2014, apre una nuova strada per la risoluzione delle crisi bancarie della zona euro.

Lo dice Andrea Enria, nuovo responsabile Bce per la vigilanza.

Quanto alla potenziale fusione tra Commerzbank e Deustche Bank, sempre secondo Enria, un istituto di credito di grandi dimensioni deve avere una sufficiente dotazione di capitale ed essere “solvibile”.




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Replica alla risposta del Quirinale sulle errate interpretazioni della Ragioneria Generale dello Stato di norme pensionistiche




Nell’ottobre scorso, avevo trasmesso via pec (richiamando una mia precedente lettera del febbraio 2018), per conoscenza, anche al Presidente della Repubblica la mia Lettera n. 2 alla Ragioneria Generale dello Stato sulle sue errate interpretazioni di norme pensionistiche (facente parte della SECONDA PIU’ GRANDE BUFALA DEL XXI SECOLO), che ho inviato p.c. ad oltre 1.000 destinatari in data 8 e 9 ottobre 2018. Si tratta di errori riportati anche in leggi approvate dal Parlamento e promulgate dal Presidente della Repubblica.

Ho il piacere di informarvi che tre giorni fa ho ricevuto la risposta di un funzionario del Segretariato Generale del Quirinale (Direzione Ufficio per gli Affari giuridici e le Relazioni costituzionali), con la quale mi informa che “questo Ufficio ha sottoposto quanto da Lei rappresentato al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, per l’esame di competenza”.

Gli ho dovuto, però, riscrivere. Pubblico, qui di seguito, la mia replica.


Egregio Dott. T.,

La ringrazio molto della Sua cortese lettera (rif. …), ma mi permetto di rappresentarLe:

(i) che quanto da me esposto andrebbe trasmesso da Codesto Segretariato Generale anche - e soprattutto - al Ragioniere Generale dello Stato, poiché la legge Sacconi (Legge 30.7.2010, n. 122), col comma 12bis,[1] ha sottratto la competenza sul decreto ai politici e al Governo ed ha attribuito direttamente alla persona del Ragioniere generale (che, peraltro, dipende dal MEF), di concerto con la Direzione Generale Previdenza del Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali, a pena di responsabilità erariale, l’obbligo di emettere il decreto direttoriale, per stabilire ufficialmente la variazione dell’aspettativa di vita (determinata dall’ISTAT); considerando anche che RGS ha del tutto ignorato le mie due lettere del febbraio e dell’ottobre 2018 (inviate p.c. al Capo dello Stato) e seguita, la prima, da una mia telefonata per accertarmi che fosse arrivata;

(ii) che queste errate interpretazioni della legge da parte di RGS rientrano nella più generale DISINFORMAZIONE sulle riforme delle pensioni Sacconi e Fornero, che ha fatto in Italia 60 milioni di vittime (inclusi gli esperti, l’INPS, i Sindacati, tutti i media e perfino i legislatori e i loro ausiliari), oltre all’estero; e

(iii) che la DISINFORMAZIONE mondiale sulle riforme delle pensioni Sacconi e Fornero è inferiore – per gravità dell’errore di attribuzione - a quella relativa alle pesanti manovre finanziarie varate nella XVI legislatura e alle responsabilità della recessione (governi Berlusconi e Monti).

DISINFORMAZIONE che cerco di contrastare, nel mio piccolissimo, ormai da otto anni, ma che – data la sua estensione e l’importanza delle materie - richiederebbe un intervento ben più autorevole ed efficace del mio, e proprio a tale scopo ho deciso – come extrema ratio – di scrivere anche al Signor Presidente della Repubblica.

Per concludere, se mi comunica il nome, il cognome e l’indirizzo di consegna di una persona alla quale inviarla, vorrei trasmetterVi, direttamente tramite Amazon, una copia del mio libro, richiamato nella mia lettera a RGS, per il Sig. Presidente della Repubblica o per il Segretariato Generale, dove si trovano spiegate estesamente e provate documentalmente la genesi, la natura e la dimensione di quelle che non a caso ho definito, nel titolo del libro, Le tre più grandi bufale del XXI secolo (la terza riguarda la BCE), con prefazione di Carlo Clericetti di “Repubblica” e commento di Elsa Fornero. Grazie ancora.

Distinti saluti,

V.

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[1] 12-bis. In attuazione dell'articolo 22-ter, comma 2, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, concernente l'adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita, e tenuto anche conto delle esigenze di coordinamento degli istituti pensionistici e delle relative procedure di adeguamento dei parametri connessi agli andamenti demografici, a decorrere dal 1° gennaio 2013 i requisiti di eta' e i valori di somma di eta' anagrafica e di anzianita' contributiva di cui alla Tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni, i requisiti anagrafici di 65 anni e di 60 anni per il conseguimento della pensione di vecchiaia, il requisito anagrafico di cui all'articolo 22-ter, comma 1, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, e successive modificazioni, il requisito anagrafico di 65 anni di cui all'articolo 1, comma 20, e all'articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, e successive modificazioni, e il requisito contributivo ai fini del conseguimento del diritto all'accesso al pensionamento indipendentemente dall'eta' anagrafica devono essere aggiornati a cadenza triennale con decreto direttoriale del Ministero dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, da emanare almeno dodici mesi prima della data di decorrenza di ogni aggiornamento. La mancata emanazione del predetto decreto direttoriale comporta responsabilita' erariale. Il predetto aggiornamento e' effettuato sulla base del procedimento di cui al comma 12-ter.



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Gior in Lettera al Prof. Alberto Brambilla su un suo articolo con fake news sulla riforma Fornero
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