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Lettera: Le BUFALE di UniBocconi-Il Mulino sulla Riforma delle pensioni Fornero e su Monti




Lettera: Le BUFALE di UniBocconi-Il Mulino sulla Riforma delle pensioni Fornero e su Monti.

martedì 11 febbraio 2020 - 18:55


ALLA C.A. DEL DIRETTORE EDITORIALE ANDREA ANGIOLINI

CC: PRESIDENTI SENATO E CAMERA, PDC, SEGR. GEN. QUIRINALE, MINISTRO E SOTTOSEGRETARI LAVORO E POLITICHE SOCIALI, MINISTRO E SOTTOSEGRETARI ECONOMIA E FINANZE, COMMISSIONI LAVORO E PREVIDENZA CAMERA E SENATO, COMMISSIONI FINANZE CAMERA E SENATO, SEN. MARIO MONTI, SEN. MAURIZIO SACCONI, ON. CESARE DAMIANO, PROF.SSA ELSA FORNERO, MEF, RGS, DIR. GEN. PREVIDENZA, CNEL, INPS, UPB, MEDIA, SINDACATI, ALTRI, PROF. VINCENZO GALASSO


Un anno fa, Vi proposi la pubblicazione del mio modestissimo saggio LE TRE PIU’ GRANDI BUFALE DEL XXI SECOLO, che, al di là di ogni ragionevole dubbio, al capitolo 1 fa chiarezza sulla BUFALA (mondiale) relativa al Governo Monti; al capitolo 2 sulla BUFALA (mondiale) relativa alla Riforma Fornero; e al capitolo 3 sulla BUFALA (mondiale) relativa agli obiettivi e ai poteri-doveri statutari della BCE. La mia richiesta non fu accolta. Forse per limiti stilistici del mio libro, in parte voluti e mantenuti (l’ho appena revisionato), dato il suo carattere di libro-diario-denuncia. Ma, spero, non per il contenuto, che è oggettivamente straordinario, letteralmente eccezionale, considerato che vittime delle tre BUFALE sono 60 milioni di Italiani, inclusi gli esperti e i docenti universitari di Economia o Lavoro e Previdenza, oltre all’estero, inclusi OCSE, FMI e premi Nobel di Economia. Un vero caso di scuola.

In questo documento di Unibocconi sulle pensioni (l’autore dovrebbe essere Vincenzo Galasso, con S. Patriarca), tratto da un libro pubblicato da Voi de Il Mulino nel 2018, (i) viene ascritto al Governo Monti l’inizio del percorso del consolidamento fiscale (PRIMA PIU’ GRANDE BUFALA), e (ii) non viene mai menzionata la severa Riforma Sacconi e, quel che più rileva, quasi tutte le sue misure (escluso l’adeguamento alla speranza di vita) vengono attribuite – come peraltro fanno TUTTI - alla Riforma Fornero (SECONDA PIU’ GRANDE BUFALA). Esso è un compendio esemplificativo della DISINFORMAZIONE (mondiale) sui due temi, che io contrasto da quasi un decennio. E Voi lo avete pubblicato. Se Vi può consolare, questo infortunio editoriale Vi accomuna a tutte le altre case editrici che hanno pubblicato libri sullo stesso tema.

Come scrivo nel mio saggio “A mio giudizio, formulato su base empirica, la materia pensionistica va distinta in due branche: (i) la legislazione e (ii) la spesa. Se è relativamente facile, per un docente universitario o un giornalista, analizzare e scrivere della spesa pensionistica, quasi nessuno si sobbarca al gravoso lavoro di studiare la complessa normativa pensionistica. Ma, ciononostante, tutti si sentono in grado di trattarla”.

Ho diviso il documento in parti e a ciascuna ho aggiunto il mio commento critico, con i riferimenti legislativi. Vi prego di considerare che la fonte principale per il mio saggio (relativamente a Le Prime Due Più Grandi Bufale), oltre alla normativa, sono stati gli ottimi e dettagliati dossier del Servizio Studi della Camera dei Deputati (o del Senato).


XIII.

Le pensioni


Nel 2009, il governo Berlusconi ha introdotto un meccanismo automatico di incremento dell’età di pensionamento (rivisto poi nel 2010) in relazione agli incrementi della speranza di vita, che ha prodotto, nei fatti, un aumento di 12 mesi nell’accesso alla pensione.

Vero. Dalla Riforma SACCONI, col DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 2, modificato sostanzialmente col DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, commi da 12-bis a 12-quinquies, modificato per la decorrenza dal 2013 (quando è effettivamente decorso) col DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 4. Finora ci sono stati tre scatti: 3 mesi nel 2013, +4 nel 2016, +5 nel 2019 = 1 anno, portando l’età di pensionamento a 67 anni per tutti dal 1.1.2019.


In questo processo «bipartisan», iniziato con governi tecnici

Sì, Amato, 1992, e Dini, 1995, ma prevalentemente di Centrosinistra.


e proseguito dal centro-destra

No, dal Centrosinistra (Prodi, 1997); poi dal Centrodestra (Maroni, 2004); e successivamente dal Centrosinistra (Damiano, 2007). Quindi, fino al 2007, l’apporto riformatore prevalente è stato acquisito con il voto parlamentare del centrosinistra.


si innesta la riforma Fornero-Monti del 2011, resasi necessaria per porre il paese sul sentiero del consolidamento fiscale e del rientro del debito pubblico.

Triplamente falso. (i) Ha saltato la ben più severa Riforma SACCONI, le cui misure, infatti, vengono erroneamente attribuite alla Riforma Fornero (Seconda Più Grande Bufala). (ii) Il pesante consolidamento fiscale era stato già attuato, per 4/5, in maniera scandalosamente iniqua, dal Governo Berlusconi (2008-2011); il Governo Monti ha soltanto completato l’opera nella misura di 1/5 (Prima Più Grande Bufala). E (iii) il risparmio al 2060 (delle 4 riforme dal 2004, stimato da RGS in 1.000 mld) della Riforma SACCONI è (forse) quasi il doppio di quello della Riforma Fornero.


L’Unione europea, nell’estate del 2011, aveva auspicato un significativo intervento in materia previdenziale, volto ad aumentare i requisiti minimi di accesso, nel caso di pensionamento anticipato, e l’età minima, nel caso di pensionamento di vecchiaia.

Falso. La prima manovra correttiva, dopo la crisi della Grecia, è stata il DL 78 del 31.05.2010, e il primo “significativo intervento in materia previdenziale”, su richiesta dell’UE, è stato la severa Riforma SACCONI (DL 78/2010, art. 12). Poi, modificata e integrata dal DL 98 del 6.07.2011, art. 18, e, dopo la famosa e irrituale lettera del 5.08.2011 della BCE, dal DL 138 del 13.08.2011, art. 1, commi da 20 a 23.


Con l’intervento del 2011, l’età di pensionamento di vecchiaia per gli uomini è stata immediatamente alzata a 66 anni.

Falso. Era stata già alzata a 66 anni o 66 anni e mezzo dalla Riforma SACCONI un anno e mezzo prima, mediante la “finestra” mobile (differimento dell’erogazione), di 12 mesi per i dipendenti e di 18 mesi per gli autonomi, che incorporava la “finestra” fissa mediamente di 4 mesi della Riforma Damiano (L. 24.12.2007, n. 247); Riforma Sacconi: DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, commi da 1 a 6; DL 138/2011, L. 148/2011, art. 1, comma 21, per l’estensione al comparto della scuola e dell’università). La Riforma Fornero si è limitata, opportunamente, ad abolire la “finestra” (L. 214/2011, art. 24, comma 5), uniformata a 12 mesi per gli autonomi (quindi ridotta di 6 mesi), e contestualmente ad incorporarla nell’età base, sia per la vecchiaia (comma 6) che per l’anticipata (comma 10). Segnalo che, al riguardo, posso anche fornire la mia… testimonianza diretta, essendo stato una delle vittime dell’allungamento deciso da SACCONI il 31 maggio 2010 con la “finestra”; e aggiungo che la stessa professoressa Fornero lamenta nel suo libro del 2018 (pubblicato da Università Bocconi Editore), e da me analizzato criticamente nel mio saggio, l’errata attribuzione a lei.


mentre per le donne è aumentata in maniera rilevante per allinearsi a quella degli uomini nel 2018 (66 anni e sette mesi).

Falso per 3/4. Aveva già provveduto la Riforma SACCONI, sia per le dipendenti pubbliche: da 60 a 61 anni, a decorrere dal 1° gennaio 2011, e da 61 a 65 anni, a decorrere dal 1° gennaio 2012, a seguito della sentenza della Corte di Giustizia UE del 2008 (DL 78/2009, L. 102/2009, art. 22-ter, comma 1, modificato dal DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, comma 12-sexies), più «finestra» di 12 mesi; sia per le donne del settore privato: da 60 a 65 anni, più «finestra» di 12 o 18 mesi, gradualmente entro il 2026 (2023, includendo l’adeguamento automatico alla speranza di vita); accelerato dalla Riforma Fornero, gradualmente entro il 2018 (L. 214/2011, art. 24, comma 6);


L’indicizzazione dell’età di pensionamento alla speranza di vita [e dei coefficienti di trasformazione, ndr] è stata resa biennale.

Vero, ma relativamente a “Gli adeguamenti agli incrementi della speranza di vita successivi a quello effettuato con decorrenza 1° gennaio 2019”, cioè a decorrere dal 2022, anche se il Ragioniere Generale dello Stato, di concerto con la Direttrice Generale Previdenza, ha interpretato la norma in maniera manifestamente errata (L. 214/2011, art. 24, comma 13). Gliel’ho contestato per iscritto due volte, inviandola p.c. anche al PdR. In merito, ho ricevuto, in data 5 marzo 2019, la risposta del Segretariato Gen. del Quirinale, che ha ritenuto fondate le mie osservazioni critiche e le ha inoltrate al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali. Ma i due alti dirigenti hanno ripetuto la loro interpretazione manifestamente errata nel loro decreto direttoriale del 5 novembre 2019. Ho scritto loro una terza lettera (pec).  Ho in corso da quasi 3 mesi un’interlocuzione con la Direzione Generale Previdenza, ma il funzionario delegato per la risposta, che ha trovato anch’egli fondate le mie osservazioni critiche, purtroppo è stato assente. Gli ho ritelefonato in data odierna, mi ha detto che la risposta era alla firma; poi, sentito il suo superiore, mi ha dato una risposta surreale: la sua direzione non può rispondere ad un privato cittadino e di rivolgermi all’INPS. Gli ho replicato che non ho titoli per rivolgermi all’INPS, perché sono già in pensione, mentre l’errata interpretazione (inizio della decorrenza della periodicità biennale ed esclusione, dal calcolo, delle diminuzioni della speranza di vita) impatterà negativamente sui pensionati futuri; e gli ho ribadito che le mie osservazioni erano state giudicate fondate dal Quirinale, che le aveva inoltrate, nel marzo 2019, al Ministero del Lavoro e delle Politiche sociali (Ministro Di Maio). Inutilmente. E poi ho riferito alla segretaria della Direttrice Gen., dottoressa Ferrari (destinataria p.c. anche di questa lettera), lesito e che, essendo l’errore ripetuto in tutte le leggi promulgate in materia pensionistica, incluse le leggi di bilancio, non ho altra strada che l’invio di un’altra lettera pec, questa volta direttamente al Presidente della Repubblica, per informarlo della risposta, e chiedergli anche di sollecitare un Comitato di studio contro queste tre BUFALE mondiali, alimentate da tutti e oggetto quotidiano degli articoli e dei dibattiti dei media. Comunque, che burocrazia, abbiamo! Somiglia a quella russa di Gogol.


ed è stato introdotto un limite minimo di 67 anni per il 2021.

La cosiddetta clausola di salvaguardia (DL 201/2011, L. 214/2011, art. 24, comma 9) è affatto superflua, poiché a 67 anni si è già arrivati nel 2019, per effetto della Riforma SACCONI (adeguamento alla speranza di vita). E i lavoratori autonomi (maschi) vi si erano già avvicinati nel 2010 con 66 anni e 6 mesi dall’1.1.2011.


Ma la riforma ha aumentato sostanzialmente soprattutto i requisiti per accedere alle pensioni di anzianità, alzando il limite a 42 anni di contributi (41 per le donne).

Falso in gran parte. Relativamente alla pensione anticipata, dei 2 anni e 10 mesi di aumento per gli uomini (dai 40 anni nel 2010), 1 anno e 3 mesi sono dovuti alla Riforma Sacconi, 1 anno e 7 mesi alla Riforma Fornero (più la riduzione di 6 mesi per gli autonomi); dell’anno e 10 mesi per le donne, 1 anno e 3 mesi sono stati decisi dalla Riforma Sacconi (DL 78/2010, L. 122/2010, art. 12, comma 2 per la “finestra” di 12 o 18 mesi; DL 98/2011, L. 111/2011, art. 18, comma 22-ter (+ 1 mese per chi matura il diritto nel 2012, + 2 mesi per chi lo matura nel 2013, + 3 mesi per chi matura il diritto nel 2014), soltanto 7 mesi dalla Riforma Fornero (più la riduzione di 6 mesi per le autonome); l’effetto combinato delle due misure della Riforma SACCONI ha portato l’età di pensionamento di anzianità (o anticipata) a 41 anni e 3 mesi per i dipendenti o 41 anni e 9 mesi per gli autonomi, poi ridotti a 41 anni e 3 mesi dalla Riforma Fornero, sia per gli uomini che per le donne.


Inoltre il calcolo contributivo è stato esteso pro-quota ai lavoratori di tutti i regimi.

Vero, ma questa – detto in generale - è forse la BUFALA più clamorosa diffusa da tutti sulla Riforma Fornero (ché avrebbe salvato i conti pensionistici), poiché i lavoratori interessati dalla misura (cioè coloro che avendo, al 31.12.1995, almeno 18 anni di contributi furono esclusi dalla stessa Riforma Dini) sono tutti relativamente anziani e ormai tutti o quasi tutti già in pensione. Infatti, il pro-quota contributivo – come risulta già dalla relazione tecnica del 2011 - ha dato un risparmio molto esiguo, pari ad appena 200 milioni a regime (2018), destinato a sparire a brevissimo.


Per il sistema contributivo, si è ripristinata una fascia di flessibilità in uscita a partire dai 63 anni, ma solo per i lavoratori con una pensione superiore a circa 1.400 euro. Per l’accesso alle pensioni di vecchiaia a 66 anni (nel 2011) sono stati richiesti 20 anni di contributi ed una pensione di importo superiore ad 1,5 volte la prestazione minima; in caso contrario, l’età di pensionamento sale a 70 anni.


Tutti i limiti di età sono legati alla speranza di vita e quindi già dal 2019 l’età di pensionamento di vecchiaia sarà di 67 anni e l’anzianità contributiva per accedere alle pensioni di anzianità sarà di 43 anni e tre mesi per gli uomini (42 e due mesi per le donne). Malgrado questa lunga stagione di riforme, il dualismo tra pensioni di anzianità e vecchiaia persiste. Delle quasi 233 mila pensioni erogate nel 2016, più della metà rimangono pensioni di anzianità di un importo medio pari a 1.890 euro, erogate a lavoratori con un’età media di 60 anni e mezzo, contro pensioni di vecchiaia con un importo medio di soli 725 euro erogate a lavoratori con un’età media di 66 anni e mezzo. 155 Ma forse il dato che più esprime questo dualismo è la differenza tra la spesa in pensioni di anzianità e vecchiaia. Negli ultimi 20 anni, a fronte di un numero quasi uguale di nuove pensioni di anzianità e vecchiaia (3 milioni e mezzo per ogni tipologia), la spesa è stata di 64 miliardi di euro per le pensioni di anzianità e di 25 miliardi di euro per quelle di vecchiaia.

Strano, no, che la Riforma Fornero, decisa per ridurre le pensioni anticipate (ex anzianità), adempiendo la richiesta della famosa lettera del 5.08.2011 della BCE, abbia prodotto l’effetto contrario? Ed invece è una logica conseguenza dell’inasprimento del limite di età del pensionamento di vecchiaia a 67 anni (e poi oltre), benchmark in UE (e in parte del pensionamento anticipato, sul quale ci sono le pressioni maggiori di modifica, si veda, ad esempio, Quota100 o il congelamento fino al 2026 dell’adeguamento alla speranza di vita o l’invocata Quota41, impossibile da ottenere senza modificare anche la Riforma SACCONI). Inasprimento deciso dalla ben più severa Riforma SACCONI.

In conclusione, rilevo che la spesa pensionistica italiana – la seconda più alta in ambito OCSE – include 90 miliardi di voci spurie: 10-15 mld di TFR; 20-25 mld di assistenza; e, soprattutto, 58 mld di imposte (le più alte in ambito OCSE), pari al 3,3% del Pil, che sono una partita di giro e perciò hanno un impatto nullo sulla spesa, come è confermato dall’ammontare netto di 183 mld pagato dall’INPS nel 2018; al netto, il rapporto spesa pensionistica/Pil scende al 10,5%, ben lontano dal 15-16% ufficiale.

Cordiali saluti,

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