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Dialogo con Carlo Clericetti sulla damnatio memoriae della riforma delle pensioni Sacconi




Riporto il dialogo tra Carlo Clericetti e me sulla cancellazione del nome e perfino – sembra – della memoria, una sorta di damnatio memoriae e di oblio, alimentati dalla congiunzione di un coacervo di motivazioni varie, contrastanti nella loro natura ma convergenti nel loro effetto: ambizione, millanteria, superbia, pusillanimità, e, come recita la voce “oblio” del vocabolario Treccani, “un processo difensivo di rimozione contro l’emergere di contenuti di memoria sgraditi”, dei vari attori in campo, della importante riforma delle pensioni Sacconi da parte dell’Ufficio parlamentare di Bilancio (UPB), obliterata completamente dalla successiva e meno severa riforma delle pensioni Fornero (cfr. il grafico nell'appendice), svoltosi nel blog di Carlo Clericetti su Repubblica.it, in calce a questo suo articolo:


Carlo Clericetti  -  1 LUG 2017

Chi ruba il lavoro ai giovani


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Carlo Carlo,
mi sorprende che anche lei contribuisca alla DISINFORMAZIONE generale sulle pensioni, che coinvolge tutti i media, immemori di ciò che scrivevano nel 2012 (vedi il primo link più sotto), e perfino l’INPS.
Per riparare, faccio un riepilogo sintetico di cose che ho già scritto, anche qui, decine di volte.

Riforme delle pensioni
Dal 1992, le riforme delle pensioni sono state 8 (Amato, 1992; Dini, 1995; Prodi, 1997; Berlusconi/Maroni, 2004; Prodi/Damiano, 2007; Berlusconi/Sacconi, 2010; Berlusconi/Sacconi, 2011; Monti-Fornero, 2011).

Sacconi, non Fornero
L’allungamento eccessivo dell’età di pensionamento è stato deciso molto più da Sacconi (DL 78/2010, art. 12, + integrazioni con DL 98/2011 e DL 138/2011) – che infatti, da bravo furbacchione, fa lo gnorri – che da Fornero (DL 201/2011, art. 24):
– sia portando l’età di pensionamento per vecchiaia, senza gradualità, a 66 anni per tutti i lavoratori dipendenti e a 66 anni e 6 mesi per tutti i lavoratori autonomi, tranne le lavoratrici dipendenti del settore privato, per le quali ha poi provveduto Fornero nel 2011, ma gradualmente entro il 2021;
– sia introducendo – sempre Sacconi e non Fornero – l’adeguamento triennale all’aspettativa di vita (che dopo il 2019, in forza della riforma Fornero, diverrà biennale), che ha portato finora l’età di pensionamento di vecchiaia a 66 anni e 7 mesi e la porterà a 67 nel 2020.
Anche il sistema contributivo l’ha introdotto Dini nel 1995, non la Fornero nel 2011; ella ha solo incluso, col calcolo pro rata dal 1.1.2012, quelli esclusi dalla legge Dini, che all’epoca avevano già 18 anni di contributi, quindi nel 2012 TUTTI relativamente anziani, equiparando così i giovani e tutti gli altri.
Sacconi vs Fornero, qual è stato il ministro che ha riformato di più le pensioni

Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità (Goebbels).
Come è potuto succedere un caso così eclatante di DISINFORMAZIONE sulle pensioni, analogo a quello sul risanamento iniquo dei conti pubblici nella scorsa legislatura, che sarebbe ascrivibile a Monti, quando invece Berlusconi lo ha battuto per 4 a 1, ed a vari altri che hanno contrassegnato i vari governi berlusconiani? I quasi 60 milioni di Italiani sono stati vittime della vulgata diffusa ad arte dalla potentissima propaganda berlusconiana-leghista e simile; coadiuvata dalla stessa millantatrice professoressa Fornero, la quale, nella sua legge (DL 201/2011, art. 24), anziché limitarsi a modificare ed integrare la legislazione preesistente, ha ripetuto le misure della severissima riforma SACCONI (che da bravo furbacchione fa da anni lo gnorri) - è facile verificarlo confrontando i testi delle due leggi -, e poi l’ha menata per anni, per vantarsi di aver salvato l’Italia dal default, prendendosi masochisticamente insulti e maledizioni, perfino dall’on. Matteo Salvini, il bugiardo finto smemorato che votò assieme al suo partito la riforma Sacconi.
Gliel’ho anche scritto, alla Prof.ssa Fornero (oltre che al Prof. Monti).
Lettera alla Professoressa Elsa Fornero su pensioni e manovre correttive.
Vincesko


 

Caro Vincesko, ho scritto "dopo l'ultimo innalzamento dell'età pensionabile", non che li avesse fatti tutti la Fornero. Comunque un ripassino fa sempre bene.


 

Caro Carlo,
La riforma Fornero, in sostanza, ha innalzato - gradualmente entro il 2021 - l'età di pensionamento soltanto delle lavoratrici dipendenti private; a TUTTI gli altri (uomini dei settori privato e pubblico e donne del settore pubblico) lo ha fatto la riforma SACCONI, e di botto, senza gradualità, anche di 6 anni!
Provi a vedere la raccolta di Repubblica del 2010, quando, con la scusa della sentenza della Corte di Giustizia europea (che aveva solo chiesto l'equiparazione uomini-donne del settore pubblico), il destrorso sedicente socialista Sacconi aumentò di botto l'età di pensionamento delle lavoratrici dipendenti pubbliche anche di 6 anni (5 anni da 60 a 65 + la cosiddetta "finestra" di 1 anno per l'erogazione effettiva dell'assegno pensionistico).
E ad allungare l'età di pensionamento a 66 anni e 7 mesi oggi, a 67 nel 2020 e via via a 70 e oltre è stato SACCONI con l'introduzione dell'adeguamento triennale all'aspettativa di vita, e non la Fornero, come invece la accusa il bugiardo e senza vergogna Matteo Salvini.
Eppure, nell'articolo, per colpa beninteso - incredibile ma vero - soprattutto dei professoroni del lavoro e simili, si cita soltanto la Fornero e NON Sacconi.
E questo avviene - dappertutto e in tutte le salse - da ben 6 anni, perfino ad opera dell'INPS (ho prodotto la prova in fondo al primo post linkato sopra).
Altro che regime hitlerian-goebbelsiano!
Vincesko


 

Traggo dal mio archivio un articolo del 2010 sul DL 78/2010, la prima manovra correttiva (di 62 mld cumulati) dopo la crisi della Grecia, convertito dalla legge 122/2010, che, all’art. 12, reca anche la severa riforma delle pensioni SACCONI (poi resa ancora più severa dal DL 98/2011 e dal DL 138/2011):

Manovra, si andrà in pensione più tardi anche con 40 anni di contributi
Sale di un anno il requisito per ottenere le rendite d'anzianità. Dopo il 2020 si andrà a riposo a 67 anni
di Diodato Pirone
ROMA (30 maggio 2010) - Bisogna tornare al 1992 o al 1994, all’Italia della liretta o al primo Berlusconi in lite con Bossi, per raccontare di una mazzata così forte sul fronte delle pensioni.
Ma è il quarto punto quello destinato ad incidere di più nel lungo termine. Un punto non inserito nella manovra ma in un regolamento entrato in vigore un paio di giorni fa nell’indifferenza generale. Invece si tratta di una norma che cambierà la vita di milioni di italiani poiché lega l’età pensionabile all’aspettativa di vita dal primo gennaio 2015. In questo modo è già certo che fra poco più di 4 anni l’età pensionabile salirà di altri 3 mesi. Il regolamento prevede inoltre che il conteggio venga rifatto ogni 3 anni e questo vuol dire che con gli aumenti pressocché certi del 2018 e del 2021, nel 2024 gli italiani andranno in pensione a 67 anni. E’ un traguardo importante, non solo per l’orizzonte lavorativo ma anche per il giudizio dei mercati finanziari e della Commissione Europea sui conti pubblici italiani. La Germania, tanto per fare un esempio, prevede di raggiungere i 67 anni nel 2027. Secondo il Tesoro questa operazione vale circa mezzo punto di Pil (7-8 miliardi di euro) dopo il 2025. E c’è infine un’ulteriore novità: i futuri calcoli previdenziali saranno differenziati fra maschi e femmine che, dunque, in futuro potrebbero andare a riposo dopo gli uomini visto che hanno un’aspettativa di vita molto più alta.

http://www.ilmessaggero.it/articolo.php?id=104209
Vincesko
(continua)


 

(segue)

In effetti, ad introdurre l’adeguamento triennale all’aspettativa di vita non è stato il regolamento citato dal Messaggero, ma il comma 12bis dell’art. 12 del DL 78/2010, convertito dalla legge 122/2010

(( 12-bis. In attuazione dell'articolo 22-ter, comma 2, del decreto-legge 1o luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, concernente l'adeguamento dei requisiti di accesso al sistema pensionistico agli incrementi della speranza di vita, e tenuto anche conto delle esigenze di coordinamento degli istituti pensionistici e delle relative procedure di adeguamento dei parametri connessi agli andamenti demografici, a decorrere dal 1° gennaio 2015 i requisiti di età e i valori di somma di età anagrafica e di anzianità contributiva di cui alla Tabella B allegata alla legge 23 agosto 2004, n. 243, e successive modificazioni, i requisiti anagrafici di 65 anni e di 60 anni per il conseguimento della pensione di vecchiaia, il requisito anagrafico di cui all'articolo 22-ter, comma 1, del decreto-legge 1° luglio 2009, n. 78, convertito, con modificazioni, dalla legge 3 agosto 2009, n. 102, e successive modificazioni, il requisito anagrafico di 65 anni di cui all'articolo 1, comma 20, e all'articolo 3, comma 6, della legge 8 agosto 1995, n. 335, e successive modificazioni, devono essere aggiornati a cadenza triennale, salvo quanto indicato al comma 12-ter, con decreto direttoriale del Ministero dell'economia e delle finanze di concerto con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, da emanare almeno dodici mesi prima della data di decorrenza di ogni aggiornamento. La mancata emanazione del predetto decreto direttoriale comporta responsabilità erariale. Il predetto aggiornamento e' effettuato sulla base del procedimento di cui al comma 12-ter.
http://www.dps.tesoro.it/documentazione/uval/DL_78_2010.pdf

link non più attivo, sostituito da:

Vincesko
(continua)


 

(segue)

Sentenza del 13 novembre 2008 della Corte di giustizia dell’Unione europea

ECONOMIA
Ingiusto, secondo i giudici di Lussemburgo, il regime previdenziale
che prevede, per i dipendenti pubblici, la differenza di cinque anni con gli uomini
La Corte Europea condanna l'Italia per l'età pensionabile delle donne
Saraceno: "Adesso si investa in servizi e si compensi davvero chi fa il lavoro di cura"
Bonino: "E' una questione che non dovrebbe essere più di attualità in uno Stato moderno"
di ROSARIA AMATO
(13 novembre 2008)

http://www.repubblica.it/2008/11/sezioni/economia/pensioni-corte-giustizia/pensioni-corte-giustizia/pensioni-corte-giustizia.html
Vincesko
(continua)


 

(segue)
Delle 5 ipotesi suggerite dalla commissione di studio, il governo Berlusconi-Tremonti-Bossi, con i DL del 2010 e del 2011, scelse la più severa nei riguardi delle dipendenti pubbliche.
LA SENTENZA EUROPEA E LA RIFORMA DELLE PENSIONI
10.02.09 - Leonello Tronti

http://www.lavoce.info/archives/25482/la-sentenza-europea-e-la-riforma-delle-pensioni/
Vincesko
(continua)


 

(segue)

Infine, questa è un’analisi delle modifiche peggiorative recate dal DL 98/2011 e 138/2011, varati a cavallo della famosa lettera ultimativa del 5/8/2011 della BCE (Trichet e Draghi) al governo Berlusconi.

FNP – Previdenza.flash
Numero 30 Settembre 2011
Decreto Legge n.98/2011 convertito nella Legge 111/2011) Decreto Legge n.138/2011 convertito nella Legge 148/2011)
La manovra d'estate 2011 Le novità in tema di pensioni e previdenza
C’era da aspettarselo! Solo un inguaribile ottimista poteva pensare che la “nave” della previdenza potesse uscire dalla tempesta finanziaria di questi ultimi due mesi senza riportare danni a vele, alberi e timone.
Così non è stato! I due provvedimenti di legge adottati a luglio (decreto Legge n.98/2011 convertito nella Legge 111/2011) ed agosto (Decreto Legge n.138/2011 convertito nella Legge 148/2011) per raddrizzare i nostri conti pubblici hanno, infatti, ritoccato, seppur tra tante esitazioni, il nostro sistema pensionistico, chiamando a sacrifici i pensionati, i lavoratori ormai prossimi al pensionamento e, infine, quelli che andranno in pensione tra qualche anno.
A rendere più indigesta la pillola c’è stata, poi, la grande confusione creatasi sia per l’accavalcarsi in breve tempo di due leggi sia per la ridda di proposte di modifica prima avanzate e, poi, frettolosamente ritirate.
A beneficio di chi ha trascorso questi mesi in vacanza, dimenticando i problemi che troverà nei prossimi mesi, vediamo, in breve, che cosa è cambiato in materia di previdenza e pensioni.
Ma, forse, non è finita qui………..
https://tuttoprevidenza.it/wp-content/uploads/2014/03/Numero-30-settembre-2011.pdf 
Vincesko


 

Caro Carlo,
Poiché io penso siamo di fronte ad uno dei casi più macroscopici di DISINFORMAZIONE circa la storia legislativa italiana (paragonabile soltanto ai casi coevi del "salvataggio dell'Italia" ad opera di Monti e della violazione statutaria da parte della BCE), vale la pena di aggiungere qualche altra considerazione.
Di Nicola Salerno, ho letto sia l’articolo da lei linkato, sia questo suo ampio studio Il dibattito sulla flessibilità pensionistica http://doczz.it/doc/1475972/il-dibattito-sulla-flessibilit%C3%A0-pensionistica. Beh, in nessuno dei due egli cita la riforma SACCONI delle pensioni, ben più incisiva e severa della tanto vituperata riforma delle pensioni Fornero, che invece, nello studio, egli cita ben 6 volte ed alla quale attribuisce tutte le misure della riforma Sacconi.
A dimostrarlo, valga per tutte e sei il passo più significativo al riguardo:
La figura 2 propone un approfondimento sull’Italia tra il primo trimestre 1998 e il primo trimestre 2016. Sino al 2004, tutte le serie, fuorché quella degli ultrasessantacinquenni, coevolvono lungo un trend crescente. Poi si presentano, una dopo l’altra, tre rotture, ciascuna coincidente con una riforma delle pensioni, la “Maroni”, la “Prodi”, la “Fornero”. (pag. 8)
La prima rottura (2004) separa il trend dei 50-54enni e dei 55-64enni, che continua positivo, da quello dei 15-24enni, che avvia il percorso di contrazione continuato sino a oggi13. La seconda rottura (2007-08) separa il tasso di occupazione dei 55-64enni, che intensifica il suo trend positivo, da quello dei 50-54enni; contestualmente il trend del tasso di occupazione dei 25-49enni diviene negativo e quello dei 15-24enni subisce una ulteriore spinta alla riduzione14. Con la terza rottura (2011-12), il tasso di occupazione dei 55-64enni rafforza il trend positivo, mentre quello dei 15-24enni quello negativo; quest’ultima rottura l’apertura di un trend crescente per il tasso di occupazione degli ultrasessantacinquenni, sino a quel momento in lenta ma continua contrazione dal 199815. (pag. 10).
Bisognerebbe segnalare al funzionario dell’Ufficio parlamentare di bilancio che è rimasto vittima anch’egli, come quasi 60 milioni di Italiani, della propaganda berlusconiana e della mistificazione – un vero e proprio plagio e appropriazione indebita – operata dalla professoressa Elsa Fornero, ripetendo nel DL 201 del 6 dicembre 2011 (c.d. “Salva-Italia”), art. 24, le misure già varate da Sacconi, soprattutto nel 2010, e vigenti dall’1.1.2011, a danno appunto del sedicente socialista Sacconi, che da bravo furbacchione non grida “al ladro, al ladro!” ma sta al gioco (forse per paura della minaccia di esilio lanciata dal bugiardo Matteo Salvini a danno della professoressa Fornero…).
Aggiungo, infine, un’ultima notazione. Nicola Salerno non avverte neppure un campanello d’allarme quando cita la “terza rottura” e scrive di “2011-2012”, quando si sa bene che il governo Monti è arrivato nel novembre 2011 e la riforma Fornero, decisa in dicembre, viene applicata dall’1 gennaio 2012, e quindi nel 2011 gli effetti non possono che essere quelli prodotti dalla riforma Sacconi (DL 78 del 31 maggio 2010, art.12).
Vincesko


  

Caro Vincesko, giro le sue precisazioni a Salerno, che è persona cortese e disponibile. Le farò sapere.

PS: Salerno prende atto e dice che ha senz'altro considerato la riforma Sacconi, e comunque il suo intento era concentrarsi essenzialmente sugli effetti dei cambi di normativa più che sulle attribuzioni specifiche a chi le aveva attuate.


 

PS: A Matteo Salvini, glielo scrissi 2 anni fa che è un bugiardo e, anziché chiederlo a Monti e Fornero, dovrebbe vergognarsi e dimettersi lui.
Lettera all’On. Matteo Salvini


 

@Vincesko ho letto la lettera a Salvini nel suo link. Grazie per aver precisato. Mi hai in qualche modo dato conferma che TUTTO "l'arco costituzionale" Italiano è costituito da "AMICI DELLA FINANZA"!

Il contrasto fra di loro è tutto su chi "si dimostra più amico", continuando a imbrogliare gli Italiani, avendo più seguaci.

Sì, è ora di smascherare l'andazzo!

Saluti.


 

Caro Carlo,
L’intento di Nicola Salerno è fuori discussione, mi pare ovvio. Non si capisce, invece, in che senso egli abbia considerato la “riforma Sacconi”, visto che non l’ha citata affatto né nell’articolo né nel lungo studio e, anzi, ha attribuito tutte le misure di Sacconi, e perfino gli effetti del 2011, alla riforma Fornero. Come fanno quasi 60 milioni di Italiani. Ma (almeno io) trovo preoccupante che lo faccia, oltre all’INPS, un funzionario dell’organo che fa le leggi. Come minimo, mi aspetto che ora egli faccia, non un comunicato stampa, ma almeno un’errata corrige… (i puntini sospensivi stanno ad indicare una battuta ironica).
Vincesko


Post collegati:


Tre casi di DISINFORMAZIONE generale tra i più macroscopici della storia italiana


Pensioni: notizie false (fake news)


Pensioni: l’estremismo di Banca D’Italia e Corte dei Conti



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Dialogo con Carlo Clericetti sulla solidarietà tra gli Stati dell’UE e sull’economia sociale di mercato


Riporto il dialogo tra Carlo Clericetti e me su come sono contemplati nei Trattati UE la solidarietà tra gli Stati dell’Unione Europea e l’economia sociale di mercato, svoltosi nel suo blog su Repubblica in calce a questo articolo:


Carlo Clericetti  -  24 GIU 2016

Brexit e gli apprendisti stregoni dell'austerità


Citazione: “E d'altronde, cosa aspettarsi di diverso in un'Unione che ha tra i suoi principi costitutivi la competizione, ed esclude invece la solidarietà tra paesi?

Tra i principi costitutivi, la solidarietà tra Paesi c’è: nell’art. 2 del Trattato di Maastricht, poi sostituito dall’art. 3 del Trattato di Lisbona (TUE).
Art. 3. L'Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore. Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri. […]

Come ho già scritto più volte in passato, sono l’UE e la Bce a non rispettare i Trattati,[1] per colpa della Germania, che o impone le “sue” regole in sede di stesura delle norme (vedi in particolare lo Statuto della BCE[2] e il fiscal compact[3]) o si arroga il potere di interpretarle, quando esse non sono in linea con l’ordoliberalismo (ordoliberismo) tedesco e/o con l’interesse egoistico ed ottuso della Germania (vedi, ad esempio, di nuovo lo Statuto della BCE, che ha statuito la prevalenza dell’obiettivo della stabilità dei prezzi. Che però – aggiungo - ha anche stabilito l’esistenza di un secondo obiettivo, del tutto obliterato: il sostegno delle politiche dell’UE elencate proprio nell’art. 2, poi 3 del TUE, tra cui una crescita economica equilibrata, la piena occupazione e la solidarietà tra gli Stati membri.

Conosco le tesi di alcuni supposti esperti che, per sostenere la loro richiesta di uscita dall’Euro e forse dall’UE, danno un’interpretazione pessimistica dei Trattati e ritenevano, ad esempio, che giammai la BCE avrebbe potuto implementare gli OMT e il QE, perché secondo loro vietati dai Trattati e perché la Corte Cost. tedesca era contraria (sic!). Come si è visto, sia gli OMT che il QE sono stati ritenuti compatibili con i Trattati sia dalla Corte di Giustizia Europea (unico Organo abilitato a deciderlo) sia dalla stessa Corte Cost. tedesca. Il che dimostra che i Trattati abbisognano, è vero, di una revisione che li renda meno ambigui, ma già ora possono consentire l’adozione di misure atte a realizzare gli obiettivi contenuti nell’art. 3 del TUE, che, in aderenza ai "valori" contenuti nel preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali, ribadisce i principi fondamentali del governo dell'Unione Europea, finalizzandolo a due obiettivi prioritari: la piena occupazione e il progresso sociale, essendo la stabilità dei prezzi un mero sub-obiettivo.
(Cfr., per un’analisi più estesa, Replica alla risposta della BCE alla petizione sulla BCE
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2845674.html  oppure (se in avaria)  
http://vincesko.blogspot.com/2016/04/replica-alla-risposta-della-bce-alla.html

Vincesko

PS: Avviso che ho dovuto pubblicare questo commento col mio vecchio nickname, poiché col nuovo il server non accetta i link.


Vincesko, ha ragione: nei principi fondamentali, anche se messa in modo residuale, la solidarietà ci sarebbe. Ma bisognerebbe riscrivere quell'articolo e metterla prima della "stabilità dei prezzi" e di "un'economia sociale di mercato fortemente competitiva". Anzi, "economia sociale di mercato" (= ordoliberalismo) andrebbe proprio cancellato.


@CClericetti
1. Non si faccia influenzare
 :) da espertoni come Barra Caracciolo (Orizzonte48), che ne sanno beninteso molto più di me[4]: come ho rilevato in passato, [la solidarietà] non è messa in modo residuale ma nell’art. 3, che è un articolo fondamentale dei Trattati UE, e addirittura nel preambolo. Allego quest'altro articolo (che ho appena trovato) del prof. Luigi Tosato, che lo spiega.
Il salvataggio della Grecia rispetta i trattati? Gian Luigi Tosato - 21/05/2010 http://www.affarinternazionali.it/articolo.asp?ID=1458
2. Mario Monti (che a me antimontiano non pare affatto il mostro di cui si blatera, anzi – come ho dimostrato in passato fornendo i dati - si attribuisce meriti-colpe che non ha) ha dichiarato recentemente che il problema dell’UE è che applica il rigore ma non anche i principi dell’economia sociale di mercato. In una certa misura, secondo me, ha ragione.
3. Ad una lettura dell’art. 3 del TUE scevra dai “condizionamenti” tedeschi, ripeto, la “stabilità dei prezzi” è un mero sub-obiettivo rispetto ai due obiettivi prioritari: la piena occupazione e il progresso sociale; purtroppo, il peccato originale è nello Statuto della BCE (art. 2), che a differenza di quello della FED considera prevalente la stabilità dei prezzi. Con l’avvertenza, però, che in deflazione o con inflazione sensibilmente inferiore al target (poco sotto il 2%) - come succede da tre anni - i due obiettivi (stabilità dei prezzi e crescita economica e piena occupazione) sono assolutamente concordanti e complementari.

Vincesko


Il riferimento all'"economia sociale di mercato" è esiziale. Sto leggendo in proposito un libro molto documentato che ne ricostruisce la genesi e le caratteristiche ("La dittatura dello spread" - ed. DeriveApprodi - di Alessandro Somma dell'università di Ferrara). E' una costruzione teorica il cui nome trae in inganno, non ha assolutamente niente di "sociale" nel senso che comunemente si intende e piaceva mlto a von Hajek, tanto per far capire l'orientamento.


@CClericetti (24 giugno 2016 alle 21:27)
Io non sono in grado di intavolare una discussione approfondita sul tema, ma intendo questo:
Economia sociale di mercato
L'economia sociale di mercato è un modello di sviluppo dell'economia che si propone di garantire sia la libertà di mercato che la giustizia sociale, armonizzandole tra di loro. L'idea di base è che la piena realizzazione dell'individuo non può avere luogo se non vengono garantite la libera iniziativa, la libertà di impresa, la libertà di mercato e la proprietà privata, ma che queste condizioni, da sole, non garantiscono la realizzazione della totalità degli individui (la cosiddetta giustizia sociale) e la loro integrità psicofisica, per cui lo Stato deve intervenire laddove esse presentano i loro limiti. L'intervento non deve però guidare il mercato o interferire con i suoi esiti naturali: deve semplicemente prestare il suo soccorso laddove il mercato stesso fallisce nella sua funzione sociale e deve fare in modo che diminuiscano il più possibile i casi di fallimento[1].[…]
Colui che elabora per primo una vera e propria teoria dell'economia sociale di mercato è Wilhelm Röpke(1899-1966). Röpke propone una "terza via"[2] tra liberalismo e collettivismo, in cui lo Stato svolga una funzione garantista nei confronti del libero mercato, ed è consapevole della necessità di una profonda revisione delle regole che "monopolizzano" il sistema economico.

https://it.wikipedia.org/wiki/Economia_sociale_di_mercato
Rivisto e corretto alla luce di come è stato applicato concretamente in Germania. Al netto, beninteso, delle politiche iniziate da Schroeder, quando con la globalizzazione il pendolo del potere economico anche in Germania si è rispostato nettamente a destra.
A me pare ci sia differenza con il neo-liberismo. E, francamente, considero il rifiuto del reddito minimo garantito – come fa Alberto Bagnai (e andai a scriverlo nel suo blog) – sol perché lo propose von Hayek, un’elucubrazione di chi ha la pancia piena.
Vincesko


Quella di Wikipedia è l'interpretazione corrente, ma la giustizia sociale con l'ordoliberalismo non c'entra. Sono stati i governi socialdemocratici prima di Scröder che ne hanno dato quell'interpretazione, che però non è durata molto. Se ricordo bene l'articolo di Moroni (lo conoscevo ma non l'ho riletto) offre un quadro più vicino al vero. Le differenze con il neoliberismo sono davvero minime. Un giorno di questi magari scrivo qualcosa sul libro di Somma.


Segnalo a chi ne sa poco come me questo scritto critico, che mi pare illustri bene l’evoluzione della teoria e della prassi dell’ordoliberalismo:
L’economia sociale di mercato è una risposta? Capire l’ordoliberalismo
Posted by Pietro Moroni on lunedì, maggio 2, 2016
http://www.pandorarivista.it/articoli/economia-sociale-di-mercato-capire-ordoliberalismo/
Vincesko


@CClericetti ( 25 giugno 2016 alle 00:55)
Effettivamente, Moroni indica tra le “Condizioni irrinunciabili e necessarie per la Scuola di Friburgo”, all’ultimo posto:
¦ mantenimento di un minimo indispensabile di redistribuzione del reddito attraverso tassazione progressiva e salario minimo, necessario al mantenimento dell’ordine sociale.
Egli, però, scrive anche: “Tuttavia l’economia sociale di mercato non è, o non appare, così radicale. Per come la conosciamo, l’economia sociale di mercato presenta un forte ruolo dei sindacati, la Mitbestimmung (cogestione),[5] tutele sociali e un importante welfare state, soprattutto in campo sanitario. La ragione è nella storia della Germania e nella consueta resistenza che la realtà oppone ai programmi che vengono messi in atto nel tentativo di cambiarla. Gli ordoliberali, benché avessero un’indubbia influenza sulla CDU tedesca al punto che Ludwig Erhard, Ministro dell’Economia sotto Adenauer, ne era una diretta espressione, non riuscirono mai a far accettare completamente e senza riserva la loro agenda alla CDU e alla Germania in genere”.
Resistenze ancora maggiori vennero dal campo della sinistra.
In seguito, con la vittoria della SPD di Willy Brandt, l’ordoliberalismo tedesco subì un ulteriore vulnus: il welfare state venne espanso, realizzando il sistema di sicurezza sociale che conosciamo oggi (la spesa sociale raddoppiò nel giro di cinque anni) e il sistema sanitario divenne sempre più universale. Il colpo definitivo giunse però sotto il Cancellierato di Helmut Schmidt, il quale rese la Mitbestimmung, la famosa cogestione, un asse essenziale del modello produttivo tedesco. Oggi, a differenza dei suoi padri fondatori, lo stesso Ministero dell’Economia e Finanze della Repubblica Federale Tedesca riconosce nel welfare state il secondo pilastro dell’economia sociale di mercato2”.
Poi, è arrivato il socialdemocratico Schoereder con la sua Agenda 2010,[6] e il pendolo, come dicevo, è ritornato a destra. E Moroni conclude: “Sarà ora più chiaro perché non si dovrebbe difendere o propugnare l’economia sociale di mercato tedesca: in primo luogo perché, se oggi essa comprende misure apprezzabili come il welfare state e la cogestione, questo è dovuto a chi si era opposto in prima istanza al disegno iniziale. In secondo luogo perché tali misure sono correntemente in crisi. Infine, perché l’economia sociale di mercato, tranne l’eterodosso periodo di governo e di riforme socialdemocratiche, è risolutamente schierata contro il potere dei lavoratori e della loro associazione: lo è in teoria, per bocca degli stessi economisti afferenti all’ ordoliberalismo, come lo è nella pratica, a causa della compressione dei salari, della precarizzazione del lavoro e della condizionalità dei sostegni sociali”.
Vincesko



[1] Sono l’Ue e la Bce a non rispettare i trattati europei


[2] Statuto BCE


[3] Fiscal compact, piove, anzi diluvia, sul bagnato. Alcune contromisure


[4] Ricchi e poveri

Contrariamente a quel che sostengono esperti come Barra Caracciolo, che danno un’interpretazione pessimistica e ribaltata,[*] ma poi aggiustano il tiro, a mio avviso gli attuali Trattati europei (TEU e TFUE), vedi in particolare l'art. 3, permetterebbero già ora di concretizzare, in parte, la visione democratica, liberale, solidale, a favore del popolo europeo del Manifesto di Ventotene di Spinelli e NON quella neo-oligarchica, liberista e burocratica dei massoni reazionari Kalergi, Monnet, Schumann. Infatti, “Sono l’Ue e la Bce a non rispettare i trattati europei”.


[*] Dialogo acceso tra Quarantotto (Luciano Barra Caracciolo) e me sui poteri della BCE


[5] Partecipazione dei lavoratori alla proprietà ed al controllo delle aziende


[6] Gerard Schroeder

Agenda 2010

From Wikipedia, the free encyclopedia

The Agenda 2010 is a series of reforms planned and executed by the German government, an SPDB'90/Greens coalition at that time, which are aimed at reforming the German social system and labour market. The declared aim of Agenda 2010 is to improve economic growth and thus reduce unemployment.

On March 14, 2003 Chancellor Gerhard Schröder gave a speech before the German Bundestag outlining the proposed plans for reform. He pointed out three main areas which the agenda would focus on: the economy, the system of social security, and Germany's position on the world market.

The steps to be taken include tax cuts (such as a 25% reduction in the basic rate of income tax) as well as big cuts in the cost absorption for medical treatment and drastic cuts in pension benefits and in unemployment benefits alike. In that, the programme closely resembles similar measures taken earlier in theUSA (Reaganomics) and the UK (Thatcherism)[citation needed]. Those measures are also being proposed in accordance with the market liberal approach of the EU's Lisbon Strategy. The name Agenda 2010 itself is a reference to the Lisbon Strategy's 2010 deadline.

A series of changes in the labour market known as Hartz I - IV started in 2003 and the last step, Hartz IV, came into effect on January 1, 2005. These changes affected unemployment benefits and job centres in Germany, and the very nature of the German system of social security.



Appendice


Articolo 50

1. Ogni Stato membro può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di

recedere dall'Unione.

2. Lo Stato membro che decide di recedere notifica tale intenzione al Consiglio europeo. Alla luce degli orientamenti formulati dal Consiglio europeo, l'Unione negozia e conclude con tale Stato un accordo volto a definire le modalità del recesso, tenendo conto del quadro delle future relazioni con l'Unione. L'accordo è negoziato conformemente all'articolo 218, paragrafo 3 del trattato sul funzionamento dell'Unione europea. Esso è concluso a nome dell'Unione dal Consiglio, che delibera a maggioranza qualificata previa approvazione del Parlamento europeo.

3. I trattati cessano di essere applicabili allo Stato interessato a decorrere dalla data di entrata in vigore dell'accordo di recesso o, in mancanza di tale accordo, due anni dopo la notifica di cui al paragrafo 2, salvo che il Consiglio europeo, d'intesa con lo Stato membro interessato, decida all'unanimità di prorogare tale termine.

4. Ai fini dei paragrafi 2 e 3, il membro del Consiglio europeo e del Consiglio che rappresenta lo Stato membro che recede non partecipa né alle deliberazioni né alle decisioni del Consiglio europeo e del Consiglio che lo riguardano.

Per maggioranza qualificata s'intende quella definita conformemente all'articolo 238, paragrafo 3, lettera b) del trattato sul funzionamento dell'Unione europea.

5. Se lo Stato che ha receduto dall'Unione chiede di aderirvi nuovamente, tale richiesta è oggetto della procedura di cui all'articolo 49.

http://register.consilium.europa.eu/pdf/it/08/st06/st06655-re07.it08.pdf



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