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Alcune osservazioni sulla bugia, la menzogna, le bufale, la maldicenza e la diffamazione




La calunnia ha un filo più tagliente di una spada, una lingua più velenosa di quella di tutti i serpenti del Nilo, un fiato che cavalca i venti come fossero corrieri e diffonde la menzogna per tutti i quattro punti cardinali del mondo (Shakespeare).


Pubblico qua questo mio vecchio commento sulla menzogna, le bufale e la diffamazione, che ho ritrovato nel mio archivio, pubblicato originariamente in calce a questo blog su Repubblica:

Carlo Clericetti  -  1 GEN 2017  Lettera aperta a Pier Luigi Bersani

E’ un tema attualissimo, fin dalla notte dei tempi.



... e PdC (Renzi) contaballe seriale e traditore del mandato elettorale.
Vincesko



Caro Vincesko,
non ti facevo grillino.



Caro Silvestro,
Ed infatti non lo sono, e trovo strampalato che tu lo affermi, avendo io scritto di recente[1 e 2“Come si usa dire, il pesce puzza dalla testa. Nonostante (a) tutte le buone intenzioni di questo mondo palesate dal loro leader, (b) la ventata di aria nuova in un campo appestato per 20 anni dall’incompetente e fuori di testa miliardario narciso e schizoide Berlusconi; e (c) il merito, tutto sommato, di aver irreggimentato nell’ambito politico potabile quote di elettori turpiloquenti e facile preda di imbonitori di destra, non ci voleva Einstein per dedurre che un movimento politico capeggiato da un buffone ignorante eterodiretto da un paranoico avrebbe dato cattiva prova di sé proprio per la drammatica inadeguatezza delle qualità degli stessi leader e - inevitabile corollario - dei criteri di selezione dei vari dirigenti politici di seconda e terza fascia”.[…][1]

Talmente strampalato che ardisco arguirne che forse ti sono fischiate le orecchie.
Ma la tua deduzione strampalata mi dà l’agio di fare alcune osservazioni sulla bugia o menzogna, “meno pop. di bugia, che indica, di solito, una mancanza meno grave”.[2]


Bugia, menzogna

Da una statistica di qualche anno fa (che adesso non riesco a ritrovare), risultò che gli Italiani sono il popolo più bugiardo del mondo. Solo che non siamo bravi a dirle, le bugie. Ne risulta, perciò, secondo me, una certa, irresistibile simpateticità ( = sintonia, consonanza) con i bugiardi, in generale, e i leader politici bugiardi, in particolare, che sempre statisticamente risultano essere la categoria più bugiarda. Questo spiega perché, a differenza di Paesi molto più severi da questo punto di vista, in Italia un “grande bugiardo” (Silvio Berlusconi, copyright Eugenio Scalfari) abbia potuto ricoprire la carica di PdC per ben 8 anni, e un contaballe seriale (Matteo Renzi) abbia ricoperto tale carica per 3 anni, ma avrebbe potuto continuare a farlo ancora se non si fosse scontrato con la sonora batosta del NO al referendum costituzionale.

Per quanto riguarda la menzogna, io farei una distinzione: tra il caso in cui (a) si ricava un vantaggio, come è descritto in alcune ricerche, e quelli in cui lo si fa per (b) difesa o per (c) cattiveria.

Nel primo caso, dipende dal livello etico connesso all’educazione ricevuta, che ci mette in grado di scegliere tra ciò che è bene e ciò che è male, che agisce da remora, da freno inibitore (oltre ovviamente alla paura di essere beccati); nel secondo, la menzogna è un meccanismo di difesa che si adotta fin da piccoli, quando si ha la sfortuna di crescere con un genitore (o entrambi) troppo severo, autoritario, castrante; il terzo, o è frutto talvolta dei geni o è la conseguenza anch’esso di manipolazione psicologica o di modelli educativi deviati o di esperienze traumatiche di vera e propria violenza, fisica e/o psicologica, di grado tale da attivare automaticamente in certi casi il potente meccanismo della coazione a ripetere, perpetuando quella che io chiamo, più banalmente, la “catena”, che purtroppo si tramanda di genitori in figli, finché non trova - come spiega Alice Miller – “un testimone soccorrevole” che la spezza.


Bufale

E’ in corso una campagna contro le bufale online. Il presidente dell’Autorità Antitrust, Giovanni Pitruzzella, in un’intervista al Financial Times, ha indicato la necessità di un controllo del web, preceduto dalla presidentessa della Camera dei Deputati, Laura Boldrini, e seguito dal PdC Paolo Gentiloni e dal PdR Sergio Mattarella.
Il primo a reagire, per difendere la post-verità (sic!), è stato Grillo, al quale sicuramente sono fischiate le orecchie e si è mossa la lunga coda di paglia, che ha parlato di “nuova Inquisizione contro il web”.

Io aborro le bufale, termine che ora uso in senso omnicomprensivo, cioè che abbraccia non solo le false notizie ma anche le maldicenze e le diffamazioni. Credo di essere stato il primo a smascherare quella sulle 600.000 auto blu.[3] Pochi giorni fa, leggendone il contenuto, ne ho smascherata subito un'altra (che pare sia vecchia), contro Prodi, diffusa in FC da un “amico” grillino. Ma occorre stigmatizzarle ed eventualmente sanzionarne severamente gli autori, tutte, anche quelle diffuse dai media tradizionali. E, soprattutto, quelle propalate ad arte dai poteri forti, dall’oligarchia dell’Unione europea e dai PdC contaballe (anche le mezze verità sono bugie intere).

[3] Post n. 230 del 22-11-2012
600 mila auto blu, una leggenda metropolitana
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2762742.html  oppure
http://vincesko.blogspot.com/2015/05/600-mila-auto-blu-una-leggenda.html 


Maldicenza

In una discussione, un mio interlocutore mi faceva notare che “nella morale cristiana, la maldicenza è il riferire a terzi senza un buon motivo un fatto spiacevole altrui, che risponde al vero”.

2477 Il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno [Cf ? Codice di Diritto Canonico, 220]. Si rende colpevole:
- di giudizio temerario colui che, anche solo tacitamente, ammette come vera, senza sufficiente fondamento, una colpa morale nel prossimo;
- di maldicenza colui che, senza un motivo oggettivamente valido, rivela i difetti e le mancanze altrui a persone che li ignorano; [Cf 
? Sir 21,28 ]
- di calunnia colui che, con affermazioni contrarie alla verità, nuoce alla reputazione degli altri e dà occasione a erronei giudizi sul loro conto
”.

Ed io ho ribattuto:

Diciamo che il significato corrente del termine “maldicenza”, che anche io ho usato e come i vocabolari confermano,[4] comprende quello che il diritto canonico chiama “giudizio temerario”. Anche nel senso che, com’è nel pettegolezzo, passando di bocca in bocca una piccola verità s’ingrandisce sempre più. Solo che nella maldicenza l’intenzione è malevola.

Poi c’è la “diffamazione”, cioè un'accusa infondata tesa a distruggere la reputazione di una persona, detta anche volgarmente (come fa anche il diritto canonico) “calunnia”, che in senso strettamente giuridico si ha invece quando l’accusa infondata è contenuta in una denuncia rivolta all’Autorità giudiziaria.[5]

Nella Divina Commedia, Dante pone i calunniatori nel Cerchio VIII, “tormentati dalla febbre che li fa delirare falsando i sensi, così come in vita confusero le parole false dalle parole vere”.[6]

[4] maldicenza 1. discorso da maldicente; chiacchiera malevola 2. abitudine di dire male del prossimo
Etimologia: ? dal lat. tardo maledicentia(m), deriv. Di maledicens -entis; cfr. maldicente.
http://www.garzantilinguistica.it/ricerca/?q=maldicenza&idl=b7568f6310474c1391f68c29435fcc96&v=IT)

[5] Ingiuria, diffamazione, calunnia http://www.studiolegale-online.net/penale_r02.php

[6] DIVINA COMMEDIA INFERNO RIASSUNTO CANTO 30

CANTO XXX
Cerchio VIII fraudolenti
10a bolgia falsari di persona, di moneta, di parola.
Dannati: falsari di persona coloro che si fingono altri per trarne vantaggi.
“ di moneta coloro che coniano monete false.
“ di parola calunniatori, spergiuri e bugiardi.
Pena e contrappasso. Falsari di persona afflitti da una rabbia che li fa correre come maiali impazziti fuori dal recinto la rabbia ricorda la bramosia e l’avidità che li ha condotti in vita a fingersi altri Falsari di moneta ammalati di idropisia con il ventre gonfio di cattivi umore come i metalli vili che introducevano nelle monete d’oro.
Falsari di parola tormentati dalla febbre che li fa delirare falsando i sensi, così come in vita confusero le parole false dalle parole vere.



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La cultura del ferroviere-controllore

 
Concetto Vecchio
19 DIC 2014
Un libro per Natale
http://vecchio.blogautore.repubblica.it/2014/12/19/un-libro-per-natale/
 
 
Citazione: “Scrive Parks, a proposito di quel terribile Paese che è oggi è diventata l'Italia: "Una cultura di regole ambigue e di accese discussioni che non portano a nessun risultato preciso sembra fatta apposta per indurti a assumere un atteggiamento mentale basato sulla vendetta e il risentimento che succhia l'energia a ogni altro settore della vita. Diventi un membro della società nella misura in cui ti senti trattato ingiustamente, aggredito". Una fotografia amara”.
 
L’autoritarismo è la pulsione irrefrenabile del burocrate mediocre o ottuso.
La spiegazione plausibile ce la dà il grande Fedor M. Dostoevskij ne “I Demoni”, per bocca di Stepan Trofimovic Verchovenskij (cito a memoria, e manco a farlo apposta parla di ferrovieri): Tu prendi un qualunque imbecille e lo metti dietro una scrivania a vendere biglietti ferroviari; la sua prima preoccupazione sarà quella di ‘nous montrer son pouvoir’”.
 
Qual è la causa e quale l’effetto?
Premetto che mi riferirò in particolare agli Italiani meridionali, ma ormai – anche per effetto della tv - c’è un’omologazione. E’ un atteggiamento culturale deteriore che poggia, da un lato, sul sospetto che l’italiano sia un furbo e un imbroglione; e, dall’altro, sulla convinzione che il potente possa prevaricare sul debole.
 
Cultura (in senso antropologico)
Gli Italiani apprendono e fanno propria gradualmente la cultura locale, intesa ovviamente, come è ben spiegato nella voce di Wikipedia, nel suo significato antropologico, di insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini della popolazione del posto: dal non buttare l’acqua sporca dal balcone, come avveniva nelle case di ringhiera a Milano negli anni ’70, o nel Sud, nel palazzo in cui abitavo, negli anni’80-‘90) o la carta a terra, al rispettare i patti, la parola data, la fila, la buonafede del cittadino; il sì è sì, il no è no; ecc. ecc.
 
Diseconomie esterne
Nella mia attività di piccolo imprenditore e poi di lavoratore autonomo, a Napoli, ne ho viste di tutti i colori; ed il rodaggio mi è costato parecchio, in tutti i sensi.
All’inizio della mia permanenza (ora, le cose sono migliorate), tre cose in generale m’impressionarono subito: 1) la stragrande maggioranza dei napoletani non dà la precedenza alle ambulanze; 2) non si rispettano i semafori rossi e, se tu ti fermi, dietro s’arrabbiano pure e strombazzano senza sosta; 3) il numero esorbitante di motorini che transitano pericolosamente sui marciapiedi, in mezzo alla gente.
Per le ambulanze, chiesi lumi agli amici napoletani: mi dissero che non si fermano e non le fanno passare perché gli autisti fanno i furbi per tornare prima, perché NON portano nessun paziente a bordo. Obiettai: ma come fate a saperlo? Non lo sappiamo, ma noi ragioniamo come se lo fosse, sicuri della furbizia dell’autista, che va punita… (con una severità esagerata, che è sempre un chiaro indizio di coda di paglia). Questo è (era) solo un esempio – invero eclatante – della logica stortignaccola imperante a Napoli.
Per un’induzione estrapolata dall’esperienza personale di 15 anni, nell’intera Campania, in particolare nel napoletano, ritengo siano davvero impressionanti il numero di volte, i Km sprecati, le centinaia di migliaia (o milioni) di telefonate, i milioni (forse miliardi complessivamente finora) di € che vengono buttati al vento, a causa degli appuntamenti di lavoro non rispettati, anche più volte, anche se li si conferma prima di partire; o a causa della sub-cultura locale, retaggio forse storico, che induce un numero incredibile di persone (quasi tutti?) a dire sì, sono interessato, anche quando è no, non sono interessato (è la riedizione nella vita reale di quello che avviene nella vita onirica: il ribaltamento del significato). Può sembrare incredibile, ma, a differenza dei Paesi civili, il rapporto di lavoro – oltre che quello sociale – difficilmente, a Napoli, è basato sul rispetto reciproco, ma spesso su una sorta di competizione sleale, alimentata da un sentimento di supposta superiorità, venata talvolta di un vero e proprio “sadismo” vendicativo compiaciuto, della serie (me l’hanno confidato): ora, io sono il martello e gli altri l’incudine; oppure, l’han fatto a me ed io lo faccio agli altri; in una catena diabolica infinita e costosissima.
 
Bugie e permalosità
Abbozzo una spiegazione, spero di riuscire a spiegarmi. Può sembrare esagerato, ma la bugia e la permalosità sono parti costitutive della natura del meridionale: la prima, strumento difensivo, è forse anch’essa retaggio storico, come il “sì” in luogo del “no”, per non inimicarsi il signorotto; la seconda, forse legata alla concezione “divina” di sé (pendant dell’ottusità), frutto della cultura dell’intolleranza e della derisione (appetto di quella del dialogo, dell’ironia e del rispetto reciproco, almeno tendenzialmente, più propriamente centro-settentrionale). Tutti i deboli e gli ottusi hanno un amor proprio malato e sono permalosissimi.
 
Soluzioni
Se si facesse un’indagine comparativa tra i vari Paesi, sono sicuro emergerebbero due fattori chiave peculiari dell’Italia: uno, di carattere etico-normativo, sul ruolo protettivo ed orientato alla scarsa disciplina e bassa propensione al rischio dei genitori, segnatamente della mamma, nella costruzione della personalità dei figli; l’altro, la carente diffusione di quello che Robert Musil sintetizza così: “La forza di un popolo è conseguenza dello spirito giusto, e non vale l’inverso”, sostituito da una marcata inclinazione alla lamentela.
Si dice che l'educazione è l'insegnamento sostenuto, rafforzato dall'esempio. Ne consegue che se si vuole migliorare la situazione italiana, e diffondere il buon esempio, occorre investire nell’educazione. Cominciando dalla famiglia.
Anche per esperienza empirica diretta, si comprende che, al netto del carattere, vale a dire del fattore innato, l'educazione (che è interazione con l’ambiente, in primis quello familiare) svolge un ruolo fondamentale nella costruzione della personalità e nel determinare l’etica individuale, il senso civico, la propensione al rischio, lo spirito cooperativo, il rispetto del prossimo.
Poi viene la scuola. L'istruzione nei Paesi avanzati, e non solo, è una priorità, lo dovrebbe essere a maggior ragione per l'Italia che - non avendo risorse materiali - dovrebbe investire in capitale umano. Ostano oggi (ragionando per il futuro) due fattori: 1) la penuria di risorse pubbliche, aggravata ora dal vincolo del pareggio di bilancio; 2) l'inefficienza (misurabile dall'output, dai risultati: il parametro da considerare è il livello medio), consolidata nei decenni, del settore istruzione, che è diventato, in assenza di alternative più appetibili, uno sbocco occupazionale per un “esercito” male retribuito, che attrae quindi non sempre i più idonei, competenti e motivati. Il tutto aggravato dall'insufficiente (eufemismo) cooperazione tra la scuola e la famiglia, poiché, come spiegava tempo fa Marco Rossi Doria a Radio3-"Tutta la città ne parla", almeno per le Elementari, “l'insegnamento è 50% didattica e 50% alleanza insegnante-genitori”.

Invece, spesso, al posto della cooperazione, c’è una guerra: tra donne, visto il grado di femminilizzazione del corpo insegnanti e l’evoluzione demografica (famiglie monoparentali con figli affidati alla madre) e culturale (una sorta di familismo amorale mammone, iper-permissivo, a-meritocratico) della famiglia italiana, dove la figura materna la fa da padrona (il matriarcato, almeno al Sud, esiste da secoli e non è mai scomparso; il Centro-Nord si sta omologando).
Ed invece la cooperazione, per eliminare o almeno ridurre fortemente le disuguaglianze, dovrebbe diventare strutturale, con una divisione formale di compiti tra la famiglia, nel periodo fondamentale dalla gravidanza a 3 anni (v. il mio post linkato sotto) e la scuola (materna, elementare, ecc.) dopo i 3 anni.
Delle materie di studio deve far parte necessariamente anche l’educazione sessuale (ma è meglio parlare più semplicemente di istruzione o informazione sessuale, cominciando, come dico al 3° punto del mio progetto educativo allegato nel post linkato sotto, dalla NON repressione delle curiosità sessuali), poiché Freud – che si sa era un po’fissato per il sesso – ravvisava una relazione tra questo e lo sviluppo intellettivo, segnatamente delle femminucce; e vincendo la ferma e costante opposizione dei genitori, addirittura anche quando essa è destinata ai genitori stessi.

Educazione dei figli, in famiglia, dalla gravidanza a tre anni
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2753847.html
 


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permalink | inviato da magnagrecia il 20/12/2014 alle 13:39 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

La subcultura del quasi ventennio berlusconiano

 
Bernard-Henry Lévy: "Silvio Berlusconi ha mandato gli intellettuali italiani nelle catacombe"
Barbara Tomasino, L'Huffingtonpost  |  Pubblicato: 03/09/2013 13:10 CEST  |  Aggiornato: 03/09/2013 13:29 CEST
http://www.huffingtonpost.it/2013/09/03/henry-bernard-levy-intervista-silvio-berlusconi_n_3859002.html?utm_hp_ref=italy&utm_hp_ref=italy
 

Il berlusconismo ha fatto peggio: ha fatto crescere la subcultura già diffusissimain Italia:

1 - dell'egoismo particolaristico,

2 - dello scarso senso civico,

3 - del familismo amorale (includendo nel concetto la "famiglia" piduista o mafiosa o politica),

4 - del nepotismo che premia i meno capaci (come quasi tutti i collaboratori politici di      SB),

5 - del chiagne e fotte,

6 - dell'insofferenza alle regole,

7 - dell'idiosincrasia ai controlli, 

8 - dell'apparenza e non della sostanza effettuale,

9 - della triade menzogna-negazione freudiana-proiezione psicologica,

10 - della negazione del principio di realtà,

11 - del racconto mendace di una realtà parallela avulsa dai fatti e dai dati,

12 - del pessimismo cosmico venato di paranoia (alimentato ad arte dalle terribili tv *),

13 - della lamentela infinita e sterile, che è lo sport nazionale più diffuso...

 

* La mitridatizzazione televisiva
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2742044.html 

Le proposte del Partito Democratico/8 - Cultura


LE PROPOSTE DEL PARTITO DEMOCRATICO/8

 

Cultura

L’Italia deve tornare ad essere una fabbrica di cultura, rafforzando l’identità nazionale, la sua autorevolezza e riconoscibilità; per costruire e cementare nuove funzioni di cittadinanza, pluralismo, partecipazione; per riattivare crescita economica ed occupazione.

 

La promozione della cultura come bene pubblico.

La dimensione pubblica (i luoghi, le istituzioni, le funzioni), piuttosto che un male necessario, deve promuovere e favorire la cultura come bene a cui tutti hanno diritto, interpretando così i principi costituzionali. Principi che non contraddicono criteri di economicità nella conservazione, gestione e promozione dei beni; e che non misurano il valore, il senso e l’esperienza culturale esclusivamente in termini di incassi, biglietti staccati, copie vendute. Si torni a riconoscere il valore educativo, formativo e creativo della risorsa culturale, la qualificazione del territorio e il capitale sociale che grazie ad essa si costituisce, il nodo di relazioni sociali che consente di creare.

 

Incentivi fiscali e politiche industriali per la produzione culturale.

Perché ciò sia possibile occorrono investimenti e riforme. In particolare, vanno estesi gli incentivi fiscali che tanti benefici hanno prodotto nel settore cinematografico, anche per le casse dello Stato. Il nostro Paese deve essere un luogo adatto alla produzione culturale e non solo un mercato di distribuzione. Il governo deve prevedere politiche industriali che stimolino lo sviluppo della produzione culturale, favorendo l’innovazione e la sperimentazione.

 

Professionalità, diritti, tutele: vogliamo vere riforme.

L’operatore del settore deve finalmente essere considerato a tutti gli effetti un lavoratore, vedendo riconosciute professionalità, diritti e tutele. L’intero sistema della cultura ha bisogno di riforme vere, in grado di rendere funzionali gli strumenti di governo ormai invecchiati e di interpretare in modo razionale la sfida del federalismo, superando la ormai logora contrapposizione tra centralismo e decentramento.Vogliamo riforme che riguardino il sistema di tutela, ma anche il cinema e lo spettacolo dal vivo. Riforme che ridiano una prospettiva a questo settore. La promozione della cultura come bene pubblico, per la riqualificazione del territorio e lo sviluppo di nuove relazioni sociali. Riforme per la tutela dei diritti e delle professionalità e che spazzino via la retorica populista del governo, fondata sulla consolidata equazione: Cultura=Inefficienza=Spreco=Inutilità=Privilegio, per affermare invece nella prossima agenda di governo il binomio: Cultura=Innovazione per la Crescita quale perno di un nuovo Patto sociale.

 

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La promozione della cultura come bene pubblico, per la riqualificazione del territorio e lo sviluppo di nuove relazioni sociali. Riforme per la tutela dei diritti e delle professionalità

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http://beta.partitodemocratico.it/speciale/italiadidomani/home.htm

 

Cultura (da Wikipedia)
Definizione
Il concetto moderno di cultura può essere inteso come quel bagaglio di conoscenze acquisite ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione. Tuttavia il termine cultura nella lingua italiana denota due significati principali sostanzialmente diversi:

Una concezione umanistica o classica presenta la cultura come la formazione individuale, un'attività che consente di "coltivare" l'animo umano; in tale accezione essa assume una valenza quantitativa, per la quale una persona può essere più o meno colta.
Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l'individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale.
Una concezione di senso comune, ma anche epistemologica vede la cultura in luogo non esclusivo ma tipico, l'insieme delle conoscenze o dei "saperi" sulle scienze, sulle arti, e sulle tradizioni, nonché sugli avvenimenti storici, ma anche sui fenomeni sociologici e orientamenti filosofici delle diverse popolazioni o società a livello planetario. Concerne sia l'individuo che la collettività cui egli appartiene. Il termine è applicabile a livello universale e multietnico, suol dirsi che vi sono molteplici culture, e normalmente si ritiene egualmente "importante" la cultura di ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo. Far parte di tali etnie sociali o aree geografiche presuppone la relativa connotazione e quindi "l'identità culturale".  http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura

 
Ministero per i beni e le attività culturali
http://www.beniculturali.it/
 
Riporto un ‘post’ pertinente di  Repubblica/Amato ed un mio commento:
 
Eppure la lirica può anche far crescere il Pil…
Molti teatri di prosa sono in grave crisi e qualcuno ha anche chiuso, i teatri lirici sono in grave difficoltà (e il ripristino del Fus è solo una boccata d’ossigeno) alcuni tra i principali siti archeologici italiani (a cominciare da quello di Pompei, come ricorda un lettore, in un commento al post precedente) cadono letteralmente a pezzi. Eppure, l’eredità che ci hanno consegnato dal passato non è certo da buttare.  E la lirica in particolare, adeguatamente valorizzata, produce Pil, fino al 2,1% in più. A provarlo è la ricerca di tre economisti tedeschi, Oliver Falck (Ifo), Michael Fritsch (Università di Jena) e Stephan Heblich (Max Planck Institute of Economics), pubblicata dall´Ifo (Institute for Economic Research) di Monaco, con il titolo “The Phantom of the Opera: Cultural Amenities, Human Capital, andRegional Economic Growth” (Il Fantasma dell’Opera: intrattenimento culturale, capitale umano, e crescita economica regionale).
Esaminando le zone limitrofe a 29 teatri lirici tedeschi, alcuni dei quali costruiti in grandi città come Dresda e Monaco, ed altri in centri più piccoli, in un arco di tempo che precede la Rivoluzione Industriale, dal 1600 ai primi anni del 1800, i tre economisti hanno notato una maggiore concentrazione di artisti, accertata attraverso i dati delle statistiche sociali nell’arco di sei anni, tra il 1998 e il 2004. La presenza di artisti si traduce in una maggiore quantità di attività culturali, e in generale in una migliore vivibilità della zona. Di conseguenza nella zona si riscontra (dato verificato sempre attraverso le statistiche sulle assicurazioni sociali) una maggiore presenza di persone laureate o con titoli di studio superiori alla laurea: a parità di condizioni lavorative, le persone altamente qualificate preferiscono vivere in una zona con una maggiore e migliore offerta culturale.
Le persone che lo studio tedesco definisce “high-human capital individuals” sono lo 0,3% in più nelle 29 aree considerate, rispetto alle aree con caratteristiche analoghe, prive però di teatri dell’opera. La maggiore presenza di persone colte e con titoli di studio universitari o post universitari ha un impatto positivo sull’economia della zona, e si traduce in una maggiore crescita del Pil pro capite che va dall’1 al 2,1% annuo.
Conclusione discutibile? L’aumento del Pil pro capite è un dato di fatto, sottolineano i tre economisti, che escludono che tale differenza sia dovuta ad altri fattori. Ecco perché, concludono, i governi dovrebbero pensarci due volte prima di tagliare le spese per la cultura. Per valutare fino in fondo però lo studio, è bene dare un’occhiata alle statistiche sulla lirica pubblicate da www.operabase.com. dalle quali emerge, per esempio, che la Germania è il primo Paese per rappresentazioni liriche: nella stagione 2009/2010 ne ha date in scena 7892, contro le 1935 degli Stati Uniti e le 1206 dell’Italia, al quinto posto. Nella classifica delle 100 città più ‘liriche’ del mondo, 47 sono tedesche. Ecco perchè in un Paese come la Germania, è normale che la lirica crei benessere.
http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/03/25/eppure-la-lirica-puo-anche-far-crescere-il-pil
 
Leggendo questo bel ‘post’, mi è venuta in mente la teoria di Richard Florida delle 3T, cioè tecnologia, talento e tolleranza, “le quali devono essere sempre associate per garantire lo sviluppo, che a sua volta non dipende dal basso costo del lavoro o dalla capacità di attrarre le aziende, ma dalla capacità di attrarre i creativi” (“3T: la chiave della competizione mondiale” [1]).
D’altronde, quartieri degradati di grandi città hanno potuto rigenerarsi proprio attraverso la scelta di convertirsi in o almeno ospitare attività culturali e creative, le quali evidentemente forniscono i propellenti giusti: tolleranza -- > apertura al nuovo -- > contaminazione -- > ibridazione-- > talento geniale (“Non avvi genio sine ibridatione”, Guicciardini, citato anche da Machiavelli nel “Principe”) -- > spirito positivo e vitale, la precondizione di qualunque progetto di sviluppo.
 
[1] http://www.fondimpresa.it/Comunicazione/Zero30_Archivio/numero_12_di_Zero30/info-1231107220.html 
 
Restauro Colosseo, dall’Authority il via libera a Della Valle
redazioneweb
10/02/2012  17:09
A norma il contratto da 25 milioni di euro del Gruppo Tod’s per il restauro dell’Anfiteatro Flavio
http://www.businesspeople.it/Societa/Attualita/Restauro-Colosseo-dall-Authority-il-via-libera-a-Della-Valle_30040
 
La RAI, la principale azienda culturale italiana.
 
La Rai? Mal gestita, asservita alla politica e iperburocratica
redazioneweb
10/02/2012 12:10
Il quadro presentato dalla ricerca “Rai: quale futuro”. Nessuna privatizzazione nel futuro della tv pubblica, ma la gestione deve iniziare a essere efficiente. La riforma secondo Upa
http://www.businesspeople.it/newsletter/read/4d3bd92f5d6b3f453278f792c45caa8c/33024
 
Borsa Italiana
Rai: Sassoli (Upa), riforma ideale con conferimento a Fondazione
February 09, 2012
http://www.borsaitaliana.it/borsa/notizie/mf-dow-jones/italia-dettaglio.html
 
Di seguito, 3 articoli complementari presi dal sito InGenere, che hanno grosse implicazioni di ordine culturale (cfr. anche la nota 18 della Lettera di PDnetwork).
 
InGenere
I "motivi di famiglia" delle ragazze Neet
di Francesco Pastore, Simona Tenaglia
09/02/2012
Le donne all'interno del mondo "Neet", ossia del gruppo - notevole in Italia - di giovani che non lavorano né studiano: quante sono, dove sono, e perché non cercano lavoro né formazione? I dati di una ricerca lombarda mostrano che ai fattori economici si aggiunge il peso di retaggi culturali. Soprattutto quando arrivano i bambini
http://www.ingenere.it/articoli/i-motivi-di-famiglia-delle-ragazze-neet
 
Il lavoro femminile ai tempi della crisi
di Gina Pavone
09/02/2012
L'occupazione femminile è in diminuzione, anche se ha tenuto meglio di quella maschile. La differenza sembra essere determinata da un aumento dei lavori femminili meno qualificati e sottopagati. E' uno dei dati che sono emersi dagli Stati generali del lavoro delle donne in Italia (Cnel)
http://www.ingenere.it/articoli/il-lavoro-femminile-ai-tempi-della-crisi
 

Un nuovo contratto sociale. Tra i sessi
di Manuela Naldini, Chiara Saraceno
07/02/2012
 La conciliazione non ha funzionato perché ne è stata fatta una questione solo femminile, senza mettere in discussione la distribuzione dei compiti tra i generi. E senza considerare l'invecchiamento della popolazione. Ne parla il libro "Conciliare famiglia e lavoro", di cui pubblichiamo l'introduzione
http://www.ingenere.it/articoli/un-nuovo-contratto-sociale-tra-i-sessi

 
“Agenda europea per la cultura in un mondo in via di globalizzazione”
La Commissione propone una nuova agenda europea per la cultura, che tenta di rispondere alle sfide della globalizzazione. Questa nuova strategia è destinata ad intensificare la cooperazione culturale nell'Unione europea (UE) focalizzandosi su una serie di proposte concrete al fine di realizzare un insieme di obiettivi comuni.
Il programma “Europa creativa” prevede lo stanziamento di 1,8 miliardi per il periodo 2014-2020: un aumento di budget consistente, +37% rispetto al settennio precedente.
http://europa.eu/legislation_summaries/culture/l29019_it.htm
 
In tempo di crisi, non tagli ma più risorse. Anche dall'Europa
Silvia Costa
http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/137087/cultura_e_creativita_motori_per_la_crescita
 
 
Post precedenti:
Le proposte del Partito Democratico/1 - Lavoro
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760256.html  
Le proposte del Partito Democratico/2 – Famiglia e Politiche sociali
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760566.html
Le proposte del Partito Democratico/3 - Fisco
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760711.html
Le proposte del Partito Democratico/4 - Scuola
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2761480.html
Le proposte del Partito Democratico/5 - Giustizia
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2762322.html
Le proposte del Partito Democratico/6 - Salute
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2762929.html
Le proposte del Partito Democratico/7 - Immigrazione
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2763032.html
 

 

 

 

La mitridatizzazione televisiva

2 giugno 2012
Famiglie in pasto alla tv
Stefania Carini
http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/135110/famiglie_in_pasto_alla_tv
link sostituito da:
http://europa.118.aws.dol.it/gw/producer/dettaglio.aspx?id_doc=135110

“E se la tv facesse male alle famiglie? No, non a quelle a casa”

No, la tv [1] fa male anche, anzi soprattutto, alle famiglie a casa: adulti e bambini. 

Come per il calcio, è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago [2] che trovare un addetto ai lavori che sia critico fino al punto da mettere il dito sulla piaga [3] e porre in discussione l’intero giocattolo. [4] 

La tv è una vera e propria emergenza nazionale, che richiederebbe – al pari delle mafie e della disoccupazione, in particolare femminile e giovanile [5] - una risposta “feroce”.

Lo è sia per i valori – disvalori - prevalenti che veicola, anche quelli minuti, tipo la gestione degli applausi: già alla fine degli anni ‘60 o inizi anni ‘70, ho sentito la fragile Dalida [6] criticare alla tv francese (in una trasmissione-contenitore della domenica pomeriggio, tipo “Domenica in…”, che arriverà qualche anno dopo [7]) l’abitudine del pubblico televisivo italiano di applaudire sulla voce del cantante: perché non si impara dalla prassi severa nell’ascolto della musica classica, come avviene anche in Italia?), sia diffondendo, per mitridatizzazione [8], ansia e paura, poiché rende esposti e permeabili i telespettatori, anche quelli teoricamente più corazzati, figuriamoci tutti gli altri, ad un sentimento perenne – “sottostante” e perciò quasi sempre inconsapevole - di incertezza, sfiducia, pessimismo, precarietà, pericolo, quindi con conseguenti fragilità, lamentela costante (che è diventato lo sport nazionale più diffuso), maleducazione, nervosismo, aggressività, comportamenti isterici [9] e talora vera e propria paranoia [10].

Sentimento che si aggiunge (e lo alimenta vieppiù) al carattere prevalente – culturalmente sedimentatosi nei secoli - femminil-maternale del popolo italiano, con i suoi aspetti positivi [11] e negativi [12] e [Ps]

La tv è uno strumento talmente potente che – similmente al vizio del fumo, che per riuscire ad astenervisi definitivamente non ammette mezze misure - è possibile una sola contromisura: farne del tutto a meno.

Ed ascoltare – come faccio io -  la radio, beninteso Radio3, [13]

Stando, poi, ben attenti a non frequentare troppo forum politici, abituale ricettacolo [14] – più o meno come nella vita reale – di mediocri ex arrivisti falliti, di esibizionisti pavoni gonfiati, di parolai palingenetici frustrati, di invidiosi frenatori compulsivi, di fastidiosi similtroll [15], di bugiardi inveterati, di ottusi semianalfabeti che si credono molto intelligenti, di veri e propri matti (persino paranoici e schizofrenici) e di semplici imbecilli.

Fate la prova per almeno un anno, disfatevi letteralmente del televisore e vedrete la differenza in termini di serenità [16] e benessere mentale.

 
[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Televisione
[2] http://branieletture.it/riflessioni/il-ricco-e-la-cruna-dellago/
[3] http://it.thefreedictionary.com/mettere+il+dito+sulla+piaga
[4] "Il giocattolo calcio"
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2741511.html
[5] “Tasso di disoccupazione e tasso di occupazione”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2738031.html
[6] http://it.wikipedia.org/wiki/Dalida
[7] http://it.wikipedia.org/wiki/Domenica_In
[8] http://it.wikipedia.org/wiki/Mitridate_VI_del_Ponto
[9] http://www.treccani.it/vocabolario/isterico/
[10] http://it.wikipedia.org/wiki/Paranoia
[11] “Cucinare, pulire e crescere i figli vale da un quinto alla metà del Pil”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2740878.html
[12] “Il ruolo delle donne, tra famiglia e politica”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2607700.html
[13] http://it.wikipedia.org/wiki/Rai_Radio_3
[14] http://www.treccani.it/vocabolario/ricettacolo/
[15] http://it.wikipedia.org/wiki/Troll_(Internet)
[16] http://it.wikipedia.org/wiki/Serenit%C3%A0
 

Ps:

Molto interessante, e scritto in un eccellente italiano, questo commento:

POSTFAZIONE AL "DISCORSO SOPRA IL COSTUME PRESENTE DEGLI ITALIANI" DI GIACOMO LEOPARDI
Gli Italiani – Carattere nazionale
Alfio Squillaci
[…] L'assenza di conversazione, dunque. I due convengono, o meglio Leopardi conviene con la de Staël, cogliendo un tratto veramente endemico del nostro costume nazionale. Basta vedere certe sguaiate trasmissioni televisive, chiamate talk show, per rendersene conto ancora oggi. Tempo fa Eugenio Scalfari lamentava, in una sua articolessa domenicale, questo vero dramma nazionale. Non esiste la conversazione come fatto tecnico fra dialoganti (l'ascolto dell'altro, il rispetto dei turni di conversazione), ma soprattutto come fatto etico-sociale, di scambio di opinioni se non vogliamo dire di anime. Non si conversa, non si sa conversare in Italia, diceva, anche nella buona società. Perché la conversazione richiede consuetudine con l'interiorità, che non c'è, e frequentazione di letture adulte che manca (Vitaliano Brancati diceva ne “La governante” che gli Italiani hanno murato nelle proprie case una camera, la biblioteca). Succede sempre, fra italiani, che nel vuoto improvviso della "conversazione", salti fuori qualcuno, il più italiano diremmo noi, a sbrogliare la situazione con "La sapete l'ultima?", e si dà avvio così alla “raillerie” e al “persiflage” stigmatizzati da Leopardi (lo sfottò che non risparmierà niente e nessuno neanche i malati terminali), oppure si inizierà quel cazzeggio infinito di cui siamo maestri, l'arte sublime del perder tempo che fa di noi stessi attori, spettatori e teatro. […]
http://www.lafrusta.net/Riv_italiani.html

 
Storia del mammismo
Marina D´Amelio, La mamma, Il Mulino 2005
http://www.mondo-doula.it/articolo.asp?ArtID=123
 
Italia: un paese moderno?
Irrazionali – In Italia ogni trasmissione televisiva e ogni giornale parlano di oroscopi e astrologia. Provate a cercare horoscope sul sito di un giornale come Le Monde e troverete un confortante "aucune réponse" (nessun riscontro). Ovvio che anche in Francia c'è chi crede all'astrologia, ma il tutto avviene a livello personale, non c'è la presunzione di farne una cultura […]
http://www.albanesi.it/Psicologia/paese_moderno.htm
 
Spagnoli e Italiani
(testo originale: Juan Arias)
[…] Ma non é solo la lingua. Lo spagnolo é radicale e drastico quasi in tutto: atteggiamenti, espressioni... L'italiano é possibilista e conciliatore. Lo spagnolo si spezza, l'italiano si piega. Il carattere ispano é fatto di acciaio ; l'italiano, di gomma. Qui la gente litiga con le mani aperte e, tra di noi, con i pugni chiusi. L'Italia é il Paese della diplomazia. Quella vaticana é nata qui é continua ad essere insuperabile. In essa si insegna che nessun sí e nessun no devono mai essere tali in modo definitivo. Per questo, per un italiano tutto é possibile e non esistono strade senza ritorno. Non c'é per loro, legge senza escamotaggio, anche se sono stati i creatori del Diritto. E' un popolo che mal sopporta la legge, e finisce col crearsela a sua misura. Quando si impiantó la tassa sul valore aggiunto (IVA), in meno di un mese era giá uscito un libretto che si intitolava “I 100 modi per non pagare l'Iva”. L'italiano non sopporta le file né la disciplina e, quando puó, si intrufola. E quest'astuzia ha giá un nome all'estero, dove si chiama agire “all'italiana”. […]
Il maschilismo é spagnolo, mentre é italianissimo il mammismo. In Italia quasi tutto ha un certo strascico o sapore femminile, e i bambini sono sempre i re della combriccola. Qui l'arte ha genere femminile, e ci sono oggetti che in Spagna non potrebbero mai essere femminili, e qui lo sono , come l'auto o la grappa. Curiosamente, i fiori e il miele sono, invece, maschili. Dei fiori, un mio amico italiano mi disse che magari si deve al fatto che gli italiani li vedono come “gli organi sessuali delle piante”. E credo che lo siano. […]
http://litalospagnola.blogspot.com/2012/01/spagnoli-e-italiani-quando-un-vecchio.html


Pps:
Riporto la mia replica ad un commento di f1963:
Caro f1963, ti ringrazio dell'attenzione e degli apprezzamenti.
C'è un triplice piano, su cui va valutata l'azione della televisione italiana.
1) Il primo è quello di maggiore strumento culturale, e questo accomuna la televisione italiana a tutte le altre televisioni del mondo occidentale, al netto però del peso esorbitante di quella cosiddetta commerciale, alla quale quella pubblica, a torto o a ragione, si è via via omologata.
2) Il secondo piano attiene al livello qualitativo medio dei programmi, che sono indirizzati, proprio a causa del peso della televisione privata e della qualità del suo palinsesto, prevalentemente ad un pubblico di istruzione e cultura medio-basse, e questo differenzia - in peggio - la situazione della televisione italiana rispetto alle altre.
3) Il terzo riguarda quello che io ho definito l’elemento “mitridatizzante”, cioè l’inoculamento – imposto, non frutto di libera scelta - di dosi minime e continue  di un veleno particolare, che ho definito sopra un “sentimento perenne – 'sottostante' e perciò quasi sempre inconsapevole - di incertezza, sfiducia, pessimismo, precarietà, pericolo, quindi con conseguenti fragilità, lamentela costante (che è diventato lo sport nazionale più diffuso), maleducazione, nervosismo, aggressività, comportamenti isterici e talora vera e propria paranoia”.
Naturalmente, tutti e tre i piani – in linea con la tua osservazione sui politici nostrani – sono funzionali all’interesse del ceto di potere, che ha la preoccupazione, in scia con la nostra millenaria storia influenzata dalla religione cattolica, di controllare la maggioranza del popolo italiano mantenendolo in uno stato di sottosviluppo culturale.
Tuttavia, io sono convinto, poiché l’interesse generale va identificato esclusivamente con il progresso nazionale, che sarebbe necessario (a prescindere da una salutare riforma dell’attuale assetto televisivo) affrancare la massa di telespettatori almeno da questa vera e propria servitù dell’inoculamento del predetto “veleno”, che a ben vedere non serve a nessuno (se non strumentalmente ai partiti di destra quando sono all’opposizione), ma soltanto a sfibrare vieppiù il nostro Paese, già incline di per sé alla lamentela, al mammismo e al melodramma. 

Aggiornamento:
 
Pediatria: adulti piu' aggressivi e asociali con troppa tv da piccoli
ultimo aggiornamento: 20 febbraio, ore 17:12
Roma, 20 feb.(Adnkronos Salute) - La televisione crea mostri, o quasi. Ogni ora di visione serale, se quotidiana e costante, aumenta di circa il 30% il rischio di incorrere in una condanna in tribunale. E' la scioccante conclusione di uno studio neozelandese che ha dimostrato come i bambini che passano molte ore davanti alle tv hanno più rischi degli altri di avere comportamenti antisociali nell'età adulta. Lo studio, coordinato da Bob Hancox dell'università di Otago e pubblicato su Pediatrics, è stato realizzato su un migliaio di persone nate tra il 1972 e il 1973 e osservate per 10 anni, dai 5 ai 15 anni, rispetto alle ore passate davanti al piccolo schermo. A 26 anni, poi, è stata fatta la verifica sugli adulti che ha rivelato un forte legame tra il tempo dedicato alla televisione e atteggiamenti socialmente difficili.
Una relazione che resta elevata anche tenendo conto di altri parametri come, ad esempio, l'estrazione sociale del bambino. Secondo i ricercatori i comportamenti appresi attraverso i programmi televisivi portano ad una perdita di sensibilità affettiva e fanno sviluppare comportamenti aggressivi. Ma non è solo il contenuto dei programmi a contare. C'è anche la situazione di isolamento e passività, protratta per ore al posto di una sana interazione con coetanei e adulti. Lo ricerca, sul lungo termine, è stata realizzata in anni in cui la televisione era l'unico schermo utilizzato dai bambini. Ora, però, spiegano i ricercatori, serviranno altri studi per capire l'impatto anche delle altre tecnologie.
"Noi non diciamo - spiega Bob Hancox - che la televisione sia la causa di tutti i comportamenti antisociali, ma i nostri dati suggeriscono che ridurre i tempi dedicati alla televisione potrebbe aiutare a ridurre molti problemi sociali legati a comportamenti individuali".
http://www.adnkronos.com/IGN/Daily_Life/Benessere/Pediatria-adulti-piu-aggressivi-e-asociali-con-troppa-tv-da-piccoli_314203884420.html 


Il Papa: "Non guardo la tv, leggo solo Repubblica"
A un quotidiano argentino: "Niente video, è un voto che feci nel '90"
di PAOLO RODARI
25 maggio 2015
http://www.repubblica.it/esteri/2015/05/25/news/il_papa_non_guardo_la_tv_leggo_repubblica_-115198336/


LETTERA A MARCO DEMARCO, DIRETTORE DEL "CORRIERE DEL MEZZOGIORNO" ("TERRONISMO")

           

Egr. Dott. Demarco,

 

Venerdì dell’altra settimana, ho assistito alla lunga, interessante presentazione del Suo libro "Terronismo".

Permetta a me, esperto di nulla, di esprimere alcune considerazioni, della cui lunghezza mi scuso.

 

AscoltandoVi, mi è venuto da pensare: “Certo che questi intellettuali della Magna Grecia non sanno fare 2+2 (neppure loro, come gli intellettuali che popolano i vari blog, che frequento da 2 anni e mezzo)”.
Divertenti (si fa per dire) le risposte alla domanda da Lei posta nel secondo giro della discussione: (se e) perché i meridionali sono diversi dai settentrionali.
Lei ha raccontato che un Suo collega pose questa domanda nel 1900 ai principali intellettuali italiani e che l’80% di loro rispose: per un fatto antropologico (diagnosi che io avevo anticipato alla signora, apparentemente non molto colta, che mi sedeva accanto, un po’imbarazzandola). Lei stesso ha risposto che non era d’accordo, perché secondo Lei era come accettare un determinismo della condizione del Sud. (Io subito ho pensato: se lo sente il colto Valerio_38, che sta spiegando, nel ‘post’ del blog del prof. O. su “Repubblica”, che l’evoluzione dell’uomo, da 10 mila anni a questa parte, è frutto soprattutto della cultura).

Il prof. Massimo Lo Cicero (che, detto per inciso, ha dato lo stesso mio giudizio sulla "bottegaia" Merkel) s'è tenuto sulle generali, preoccupandosi piuttosto di dire che bisogna salvare anche Napoli assieme al resto del Sud.

Il presidente della SVIMEZ, Adriano Giannola, non napoletano, ha detto che sono uguali (al che io ho... protestato, facendomi sentire da quelli seduti vicino e facendo il gesto dal fondo della sala che non ero d’accordo...).

 

Subito dopo, però, il direttore della SVIMEZ, Riccardo Padovani, che pure tendeva ad incolpare principalmente la classe dirigente meridionale (et pour cause), ha invece detto che non sono uguali, per un fatto di organizzazione (ed io ho assentito vistosamente, ma dicendo ai vicini che quella è una conseguenza).

Perché la determinante (come sto scrivendo da quasi 3 anni nei miei ‘post’ e commenti nel web, e prima altrove) è una causa "culturale, in senso antropologico" (allegando la relativa voce di Wikipedia, è buona, eccola 
http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura ). ). [Ho visto ora che Wikipedia ha modificato la voce “Cultura”, per cui riporto la versione precedente:

 Cultura (da Wikipedia, l'enciclopedia libera).

La nozione dicultura appartiene alla storia occidentale. Di origine latina, proviene dal verbo "coltivare". L'utilizzo di tale termine è stato, poi, esteso, a quei comportamenti che imponevano una "cura verso gli dei": così il termine "culto".

Il concetto moderno di cultura può essere inteso come quel bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione. Tuttavia il termine cultura nella lingua italiana denota due significati principali sostanzialmente diversi:

•           Una concezione umanistica o classica presenta la cultura come la formazione individuale, un’attività che consente di "coltivare" l’animo umano (deriva infatti dal verbo latino "colere"); in tale accezione essa assume una valenza quantitativa, per la quale una persona può essere più o meno colta.

•           Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l’individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale].


E pensare che nel Suo libro c’è, la spiegazione: quando Lei riporta, per stigmatizzare il razzismo all’incontrario del movimento neo-borbonico contro il Nord, la frase orgogliosa del principe di Salina, ne “Il Gattopardo”, quando in inglese dice: “ I Garibaldini sono venuti per imparare le nostre buone maniere, perché noi siamo dei”.
Ma la spiegazione è nel passo del "Gattopardo", in cui il principe, rivolto agli ufficiali inglesi che gli sottolineano la bellezza del suo palazzo, appetto alla bruttezza e sporcizia del quartiere, risponde: “I Siciliani si credono dei e quindi perfetti, non hanno bisogno di migliorare”.
Questo è il vero sostrato cultural-antropologico (alimentato-aggravato dal matriarcato e dall’influenza di mamma-Chiesa) dell’arretratezza del Sud.

E mi sono ripromesso di scriverLe.

 

Perché non dipende (solo) dal clima. Riporto da un mio scritto di qualche anno fa.

“[…]. Nell’Italia del Rinascimento, si è concretizzata quella condizione fortunata che Robert Musil, ne “L’uomo senza qualità”, sintetizza nella felice espressione “La forza di un popolo è conseguenza dello spirito giusto, e non vale l’inverso”.

Perché, dunque, negli Italiani non si crea lo “spirito giusto”, anzi ad esso si è da tempo sostituito uno “spirito negativo”, sia al Sud che al Centro-Nord, che ne sostanzia un atteggiamento pessimistico-irrazionale? Come fare per ricrearlo?

Io ho provato, ottimisticamente, a capovolgere la domanda: in un popolo, lo “spirito giusto” si realizza naturalmente se non vi si frappongono freni ed ostacoli; quali possono essere questi freni ed ostacoli – profondi, antichi e diffusi – se non di tipo culturale (in senso antropologico e non)? Essi, poi, sono il sostrato – e ne amplificano gli effetti – di quelli pur esistenti e reali, quali l’insicurezza, la precarietà, talora l’impoverimento, la criminalità, l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, il conflitto perenne tra i partiti politici.

 

Limitandomi al Sud, due, a mio avviso, sono i principali freni ed ostacoli “culturali” al cambiamento: il primo è quello riassumibile nell’espressione “ogni meridionale si crede un padreterno, quindi perfetto, non ha bisogno di migliorare” (Tomasi di Lampedusa lo scrive ne Il Gattopardo, riferendosi ai Siciliani); ma è da leggere, ovviamente, in senso opposto: in Ricordi della casa dei morti, il grande scrittore russo Dostoevskij scrive: “Di certo si doveva credere un uomo molto intelligente, come accade per solito a tutti gli uomini ottusi e limitati”. L’altro freno è rappresentato dalla donna meridionale: tesi solo apparentemente semplicistica e datata, sicuramente provocatoria e piuttosto “pericolosa”. Senza alcun intento anti-femminista, anzi come frutto di una lunga e profonda riflessione partita da un pregiudizio inizialmente positivo, io reputo la donna meridionale (prepotenza privata, assenza pubblica: binomio forse non casuale) uno dei principali fattori di conservazione e di freno nel Sud (caratteri comunque molto sottovalutati o sottaciuti), soprattutto nel suo ruolo di mamma e/o d’insegnante. (Scriveva Sigmund Freud, nel 1908, in uno scritto intitolato “La morale sessuale ‘civile’ e il nervosismo moderno”: “[…] L’educazione proibisce alle donne d’interessarsi intellettualmente di problemi sessuali, benché provino tuttavia un’estrema  curiosità per essi, e le intimorisce condannando tale curiosità come non femminile e come segno di disposizione peccaminosa. In questo modo rifuggono da qualsiasi forma di pensiero e il sapere perde ai loro occhi ogni valore. […] Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale.” – A me pare una spiegazione illuminante, plausibile, forse ancora attuale.).

Con qualche attenzione anche al ruolo di mamma Chiesa (con la quale il cittadino laico riesce a instaurare facilmente un dialogo ed un rapporto proficuo sul versante della “solidarietà” – uno dei due pilastri della laicità – ma non altrettanto su quello della “tolleranza” – l’altro pilastro della laicità – e dell’agire civico): mamma + insegnante-donna (oggigiorno, la stragrande maggioranza del corpo docente) + Chiesa sono state e sono oggi – forse ancora di più – una miscela formidabile e preponderante nell’educazione delle generazioni meridionali. Io credo fermissimamente che il Sud (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri (e di amministratori pubblici) congruamente severi – quasi assenti - e meno di mamme, onnipresenti. Scrive Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli: “Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”.

 

Quali proposte si possono allora avanzare per la Campania (e il Sud)?

Fra di esse vi devono essere certamente l’adeguamento infrastrutturale, l’incremento della spesa in ricerca e innovazione, una maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione ed un feroce contrasto alla criminalità organizzata. Ma la più importante, la premessa perché quelle prima indicate possano essere davvero efficaci, è la riforma culturale. Essa – poiché gli investimenti in infrastrutture, in ricerca, ecc., pur necessari, non possono bastare – è la condizione principale per far vivere alla Campania (e al nostro Mezzogiorno) una potente e dinamica stagione di sviluppo, capace di colmare gradualmente e definitivamente il divario con il resto del Paese e con il resto d’Europa. Lo scarso apporto delle donne all’economia del Sud rende questa radicale trasformazione culturale assolutamente non più rinviabile. Se il reddito pro capite della Campania facesse registrare – rispetto a quello della Lombardia, attualmente quasi doppio – un differenziale positivo pari mediamente al +2% annuo, impiegherebbe circa 34 anni a colmare il divario, circa 68 anni se il differenziale favorevole fosse del +1%.

Per la Campania (e il Sud), occorre, quindi, delineare una strategia e definire dei programmi e dei progetti – scolastici, culturali, economici – che attuino un piano integrato le cui direttrici di attacco seguano questa successione logica: creazione dello spirito giusto à rimozione degli ostacoli al suo naturale dispiegarsi à riforma culturale à soggetto e oggetto protagonista: soprattutto la donna, da trasformare da problema e fattore di conservazione a risorsa e motore del cambiamento, attraverso un’azione di sostegno corposo e a lungo termine,indirizzata:

a) alle famiglie, a partire dalle donne in gravidanza e nei primi 3 anni di vita dei figli (dopo forse è già tardi), seguendo – in una sana logica di benchmarking – i dettami del migliore, più innovativo, più efficace e meno costoso metodo, quello finlandese (cfr., tra l’altro, l’illuminante articolo del prof. Massimo Ammaniti su la Repubblica del 26.7.2007 “Bambini, prendiamo esempio dalla Finlandia” http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/07/26/bambini-prendiamo-esempio-dalla-finlandia.html), un metodo capace più e meglio degli altri di affrontare, in un’ottica di prevenzione, oltre al rischio – quantificabile nel 20% circa dei casi – di fenomeni di depressione della madre e di problemi altrettanto seri, di vario genere, riguardanti i piccoli figli, anche l’inconsapevole e meccanico “trasferimento” – a causa della coazione a ripetere che perpetua una “catena”, che va quindi spezzata in tempo – dalla madre al figlio – ed ancor più alla figlia – di comportamenti inconsapevolmente dannosi e pregiudizievoli allo sviluppo affettivo normale del figlio, origine di futuri problemi;

b) alla scuola: riequilibrio del rapporto numerico docenti uomini-donne; miglioramento delle performance didattiche, segnatamente in matematica; incremento delle iscrizioni alle Facoltà scientifiche e del numero dei laureati – assoluto e relativo – nelle stesse (Adam Smith, ne La Ricchezza delle Nazioni, critica l’eccessivo numero di avvocati in Gran Bretagna, poiché – scrive – solo 1 avvocato su 20 può campare bene dei proventi della sua professione); immissione nel circuito educativo di tonnellate, vagoni, bastimenti di logica (siamo o no la Magna Grecia?) e di sano pragmatismo (vogliamo o no avvicinarci ai paesi più evoluti): logica greca e pragmatismo anglosassone, per dare nuova linfa all’albero bimillenario della nostra civiltà meridionale, per farci dire, con il grande imperatore romano Adriano: […] tutto quel che c’è in noi di armonico, cristallino e umano ci viene dalla Grecia. Ma mi veniva fatto, a volte, di dire a me stesso ch’era stato necessario il rigore un po' austero di Roma, il suo senso della continuità, il suo gusto del concreto, per trasformare ciò che in Grecia restava solo mirabile intuizione dello spirito, nobile slancio dell’animo, in realtà.” (Margherite Yourcenar, Memorie di Adriano;

c) agli organismi socio-culturali (ivi incluse le Parrocchie: abbiamo ora a Napoli un arcivescovo – il cardinale Crescenzio Sepe – che è di tutta evidenza persona capace, concreta, intelligente, teniamone conto noi laici): divulgazione di modelli femminili positivi – esempi di passione civile e civiche virtù – come Eleonora Pimentel Fonseca, la quale – nel ritratto che ne fa Benedetto Croce nel bel libro La Rivoluzione napoletana del 1799 – ascrive in parte l’arretratezza del suo paese d’origine, il Portogallo, alla “negligenza delle scienze matematiche […] giacché nelle nazioni illuminate i gradi di felicità son da calcolarsi in quelli degli avvanzamenti in queste scienze”; attenzione particolare ai concreti processi educativi riguardanti le donne (“Chi educa un bambino educa un uomo, chi educa una bambina educa una famiglia”), per misurarne le ricadute pratiche, anche quelle di ordine sociale (come ad esempio nel caso della gestione della spazzatura a P., dove la maggioranza, costituita all’80% da donne, vecchie e giovani, non rispetta, nonostante reiterate sollecitazioni, né gli orari né le modalità di deposito: il grave problema della spazzatura a P. e in Campania è un problema che andrebbe “declinato” essenzialmente… al femminile); diffusione e promozione assidua di concetti-guida quali “Io, meridionale, non sono un padreterno, quindi perfetto: posso migliorare”, o anche “La lamentela è peccato”, e di insegnamenti culturali favorenti il senso civico, l’etica della responsabilità, la propensione al rischio, la partecipazione (“Tutti erano indifferenti qui quelli che desideravano salvarsi. Commuoversi, era come addormentarsi sulla neve” – ancora dal Il mare non bagna Napoli, libro “terribile”, ma per alcuni aspetti forse più illuminante di tanti testi di sociologia, scritto – mi piace rimarcarlo – da una donna). […]”.

 

La mancanza di organizzazione, concretezza, pragmatismo deriva dal clima? Non so, può darsi. Io però penso che è un prodotto essenzialmente della cultura (nel duplice senso: classico e soprattutto moderno, v. sopra), nelle forme e nello stadio in cui è in un dato periodo storico (pensiamo ai Romani, appunto, o agli Arabi).

 

Ovviamente, qui non si parla della capacità del singolo (io, meridionale, ad esempio, sono un buon organizzatore; è successo nel breve periodo in cui svolsi un’attività politica e sociale che, quando si voleva esser sicuri della riuscita di un progetto, venivano a chiamare me, ed allora io vincevo la mia pigrizia e diventavo un “tedesco”), ma del popolo, del sistema-Paese, come si dice ora. Ma naturalmente è estremamente difficile, anzi impossibile, creare un sistema-Paese efficiente se ognuno si crede un dio, quindi perfetto. E' quasi superfluo aggiungere che, come scriveva Dostoevskij, tutti gli ottusi si credono perfetti. Il Sud è strapieno di individui, a tutti – proprio tutti – i livelli, che si credono perfetti.

 

Che fare?

 

Diffondere, attraverso l’educazione, tonnellate, vagoni, bastimenti di logica e pragmatismo!

Ripeto: non soltanto la logica (greca), ma anche il pragmatismo (anglosassone) o, se preferisce, la concretezza romana.

 

Educazione.

Fascia d’età critica.

Il periodo fondamentale è dalla gravidanza a 3 anni! E’ in questo lasso di tempo che si formano le sinapsi, che legano i neuroni, ma esse si fissano a condizione che vengano utilizzate/stimolate dall’educazione. Riporto il passo scritto da Valerio_38, che lo spiega bene:

Le moderne neuroscienze hanno dimostrato che la nostra specie è affetta da una eccezionale neotenia, cosicché il cervello di un bambino appena nato è ancora immaturo. Possiede già l’intero patrimonio di neuroni (circa cento miliardi), ma tutti quei neuroni sono pressoché privi di collegamenti fra di loro. Lo sviluppo dei collegamenti (assoni e sinapsi) avviene gradualmente nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, in parallelo alla vita fuori dall’utero. I collegamenti (in media circa diecimila per ciascun neurone) sembra si sviluppino per caso ma si stabilizzino (si fissino) soltanto se vengono “utilizzati” (gli altri si atrofizzano).

Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia. L’istruzione determina quali sinapsi si fisseranno e quali no.

 ed una mia integrazione:

Ho letto con interesse il tuo commento del 9.5 23:05 (poi gli altri) e l’ho condiviso interamente tranne in due punti: 1) laddove tu scrivi “Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia”; e quando affermi: “Ma la distribuzione di queste differenze non dipende dalle latitudini, dipende dalla storia”.

Non dalla storia, ma dall’educazione, appunto, che deve cominciare già durante la gravidanza.

 

Questione femminile e questione meridionale

La cosiddetta Questione femminile ha attraversato tutto il secolo XIX e poi parte del XX. Ne fanno fede, per me, i romanzi russi ed europei in generale. Ne fa fede lo scritto di Freud già citato e che riporto più in esteso, prendendolo dal mio ‘post “Questione femminile, questione meridionale, rivoluzione culturale e progetto educativo” (al rigo 68 e dove si parla di educazione, ed anche di Prodi, del Card. Sepe, ecc., che Le suggerisco di leggere integralmente) http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html :

 

La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno*

[…]. In generale, la nostra civiltà è costruita sulla repressione delle pulsioni. Ciascun individuo ha ceduto qualche parte delle sue possessioni – qualche parte del senso di onnipotenza o delle inclinazioni aggressive o vendicative della sua personalità. Da questi contributi è sorto il possesso comune della proprietà materiale e ideale della civiltà. Oltre alle esigenze della vita, sono stati, senza dubbio, i sentimenti familiari derivati dall’erotismo ad avere indotto i singoli individui a fare questa rinuncia. Nel corso dell’evoluzione civile la rinuncia è stata di carattere progressivo. I singoli passi furono sanzionati dalla religione; la parte di soddisfazione pulsionale a cui ogni persona aveva rinunciato veniva offerta come sacrificio alla Divinità, e la proprietà comune così acquistata fu dichiarata “sacra”. L’uomo il quale, in conseguenza della sua costituzione ostinata, non può accettare la repressione della pulsione, diventa un “criminale”, un “fuorilegge”, agli occhi della società – a meno che la sua posizione sociale o le sue eccezionali capacità non gli consentano di imporsi ad essa come un grande uomo, un “eroe”. [cfr. concetto analogo in Delitto e castigo, dove costituisce uno dei “moventi” psicologici del delitto e in Guerra e pace: per entrambi la figura di riferimento è Napoleone.]

 

La pulsione sessuale (…) mette straordinarie quantità di forze a disposizione dell’attività civile e lo fa in virtù della caratteristica particolarmente marcata che gli permette di sostituire i suoi scopi senza che vi sia materialmente una diminuzione d’intensità. Questa capacità di cambiare il suo scopo originariamente sessuale con un altro, non più sessuale ma in relazione psichica col primo scopo, è detta capacità di sublimazione.

[…]. L’educazione proibisce alle donne di interessarsi intellettualmente di problemi sessuali, benché provino tuttavia un’estrema curiosità per essi, e le intimorisce condannando tale curiosità come non femminile e come segno di disposizione peccaminosa. In questo modo rifuggono da qualsiasi forma di pensiero e il sapere perde ai loro occhi ogni valore. La proibizione di pensare si estende oltre il campo sessuale in parte per una associazione inevitabile e in parte automaticamente, come avviene tra gli uomini per la proibizione di pensare intorno alla religione, o tra i sudditi fedeli per la proibizione di pensare intorno alla lealtà. Non credo che la “deficienza mentale fisiologica” delle donne si possa spiegare con la contrapposizione biologica tra lavoro intellettuale e attività sessuale, come asserisce Moebius in un’opera su cui si è ampiamente disputato. Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale. […].

                                                                                              S.Freud

*Titolo originale: “Die “kulturelle” Sexual moral und die moderne Nervositat”. Pubblicato la prima volta in Sexual-Probleme, 4, 1908. Traduzione di Cecilia Grassi e Jean Sanders.

 

Partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.

Nella (lunga ed ultima) nota 18-Questione femminile e Mezzogiorno, in un documento di 11 pagine con delle mie proposte (http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html ), tutti i dati economici dimostrano:

a)  la correlazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese;

b) che anche la fredda Germania dell’Est (cfr. “Banca d'Italia - Mezzogiorno e politiche regionali”, destinataria di imponenti risorse dopo l’unificazione (molto superiori a quelle riversate nel nostro Mezzogiorno), dopo aver migliorato notevolmente tutti i propri indicatori in un arco temporale relativamente breve, non riesce a colmare i gap, a parere di molti, per motivi culturali.

Riporto alcuni stralci.

Sembra proprio ci sia relazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.

Secondo il IV Rapporto Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi “il tasso di occupazione femminile (cioè la percentuale di donne dai 15 anni in su che forniscono lavoro o sarebbero disponibili a farlo) si ferma al 33%, rimanendo così il più basso del mondo”.

E “gli autori del Rapporto non esitano a sostenere che proprio dalla conquista della piena autonomia da parte delle donne potrebbe partire la rinascita commerciale, economica e culturale dei paesi arabi”.

Dal Rapporto ONU sullo Sviluppo Umano 2010, si ricava che:

“I paesi arabi includono cinque dei 10 “Top Movers” ovvero le nazioni (sulle 135 oggetto della ricerca) che hanno mostrato la migliore performance nell’ISU [Indice di Sviluppo Umano] a partire dal 1970: Oman (n.1), Arabia Saudita (n. 5), Tunisia (n. 7), Algeria (n. 9) e Marocco (n. 10). Nell’Indice di disuguaglianza di genere (IDG), tuttavia, gli Stati arabi registrano un ISU regionale medio del 70 percento, ben al di sopra della perdita mondiale media del 56 percento. All’ultimo posto nella classifica mondiale relativa all’IDG è lo Yemen, con una perdita ISU dell’85 percento”.

Dal Rapporto ISTAT relativo al II trim. 2010 (tabb. 13 e 14) , si ricava che il dato aggregato italiano di inattività delle donne, pari al 48,6% (39,4% al Nord e 42,4% al Centro) è determinato dal peso negativo del Sud: “Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività della componente femminile rimane particolarmente elevato ed è pari al 63,5 per cento”, (contro il 33,7 dei maschi).

Occorrerebbe – come per i Paesi arabi – rimuovere questo macigno operando congiuntamente su due direttrici: quella economica e quella culturale.

 

P.S.:

Bassolino.

Nella lettera che inviai nel 2007 al cardinale Sepe (citata nel ‘post’ sull’educazione), scrissi:

            In secondo luogo,vorrei, da semplice elettore (di sinistra), che giudica quindi soprattutto per sensazioni la qualità e l’efficacia delle amministrazioni pubbliche, suggerire di utilizzare la chiave interpretativa psico-politica per valutare i politici, le amministrazioni pubbliche ed in particolare l’amministrazione napoletana, rinnovatasi l’anno scorso. A tal riguardo, si potrebbe, ad esempio, definire“paterna” (cioè severa in misura adeguata: la severità congrua si propaga positivamente per li rami, con effetti benefici sia sulla burocrazia sia sulla cittadinanza), l’amministrazione Bassolino del primo mandato da sindaco; “materna”, quella del Bassolino successivo e quella della Iervolino (per quest’ultima, vedasi, ad esempio, il caso macroscopico del cambio del comandante della polizia municipale). Io credo fermissimamente che Napoli (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri – quasi assenti - e non di mamme - onnipresenti. (“Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni.”- Anna Maria Ortese, “Il mare non bagna Napoli”).

 

(Per una migliore comprensione, riporto uno stralcio della parte della postilla riguardante Bassolino, che ho omesso nella versione qui pubblicata.

[...]. Per quanto riguarda il “materno”, egli stesso ha confidato di aver vissuto la sua infanzia– tra mamma, zie ed altre parenti - in mezzo a donne. [...].).

 

Nell’intervista che Bassolino rilasciò a Il Mattino, in occasione del suo 60°compleanno, egli rivelò di aver fatto allontanare il suo severo padre, di orientamento destrorso, dai CC, al suo primo comizio ad Afragola, e che poi, tornato a casa, aveva trovato la porta sbarrata ed era stato costretto a trasferirsi. Poi, ad una domanda specifica dell’intervistatore (che curava la rubrica delle lettere, ed al quale avevo scritto di Bassolino): quale fosse stato il suo errore più grande, Bassolino rispose: aver detto troppi sì.

 

Spero, Dott. Demarco, se è arrivato fino in fondo, di non averLa annoiata troppo, e, soprattutto, che Lei non giudichi queste mie considerazioni (soltanto) frutto della mia… presunzione da dio (meridionale) perfetto ed ottuso, ma soltanto un piccolo, spero utile, contributo di conoscenza, per la soluzione dell’annoso problema della Questione meridionale.

 

Cordialmente,

 

17 settembre 2011

 

 

ANALISI QUALI-QUANTITATIVE - 15 - RAPPORTO SVIMEZ 2011

           

“RAPPORTO SVIMEZ 2011

SULL’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO”

 

SINTESI

Roma, 27 settembre 2011

 

LE POLITICHE ECONOMICHE GENERALI E SETTORIALI

LE POLITICHE INDUSTRIALI

LE POLITICHE DI COESIONE E L’EUROPA

FEDERALISMO E LE POLITICHE DI FINANZA PUBBLICA

LE POLITICHE INFRASTRUTTURALI E AREE URBANE

LE POLITICHE PER IL SUD, COMPETITIVITA’ E INTERNAZIONALIZZAZIONE

POPOLAZIONE, SCUOLA E MERCATO DEL LAVORO, MIGRAZIONI

LE POLITICHE PER L’ENERGIA E LE FONTI RINNOVABILI

MEDITERRANEO E TURISMO

 

 

LE POLITICHE ECONOMICHE GENERALI E SETTORIALI

 

2010: inizia la ripresa, ma non basta – Dopo la profonda recessione del 2008-2009, nel 2010 l’economia mondiale ha iniziato ad avviarsi verso la ripresa, trainata soprattutto da Stati Uniti, Giappone e dalle economie emergenti (Cina, India, Brasile e Russia).

Pur in presenza di una domanda interna ancora debole, tranne Grecia, Irlanda e Spagna, tutti i Paesi europei hanno recuperato in parte le flessioni degli anni precedenti, grazie soprattutto alle esportazioni. Rispetto al -4,1% del 2009, i Paesi dell’Ue a 27 nel 2010 sono cresciuti del +1,8%.

L’Italia si lascia alle spalle la fase più profonda della peggiore recessione del periodo post bellico, ma tra le principali economie industrializzate è fra le più lente a recuperare: nel 2010 il Pil nazionale è aumentato dell’1,3%, meno della Francia (+1,5%) e molto meno della Germania (+3,5%). Negli ultimi quindici anni, dal 1995 al 2010, il Pil nazionale è cresciuto dello 0,8% medio annuo, meno della metà della media Ue (+1,8%). E il Mezzogiorno?

 

Pil e Mezzogiorno - In base a valutazioni SVIMEZ nel 2010 il Pil è aumentato nel Mezzogiorno dello 0,2%, in decisa controtendenza rispetto al -4,5% del 2009, ma distante di un punto e mezzo percentuale dalla performance del Centro-Nord (+1,7%).

Non va meglio nel medio periodo: negli ultimi dieci anni, dal 2001 al 2010 il Mezzogiorno ha segnato una media annua negativa, -0,3%, decisamente distante dal + 3,5% del Centro-Nord, a testimonianza del perdurante divario di sviluppo tra le due aree.

A livello regionale, l’area che nel 2010 ha trainato il Paese è stata il Nord-Est (+2,1%), seguita da Centro (+1,5%) e Nord-Ovest (+1,4%). Più in particolare, la forbice oscilla tra il boom del Veneto (+2,8%) e la flessione della Basilicata (-1,3%). All’interno del Mezzogiorno, la crescita più alta spetta all’Abruzzo (+2,3%), che recupera in parte il calo del 2009 (-5,8%) grazie alla ripresa dell’industria e alla buona performance dei servizi. Grazie alla crescita del terziario registrano segni positivi anche Sardegna (+1,3%) e la Calabria (+1%). Se la Sicilia è praticamente stazionaria (+0,1%), registrano segni negativi Puglia (-0,2%), Molise e Campania (-0,6%). Discorso a parte per la Basilicata, che riporta il calo maggiore dell’attività produttiva a livello nazionale (- 1,3%), soprattutto per effetto del calo delle costruzioni (-8,4%) e dei servizi (-0,6%).

 

Pil per abitante e divari storici – In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno è passato dal 58,8% del valore del Centro Nord nel 2009 al 58,5% del 2010. In valori assoluti, a livello nazionale, il Pil è stato di 25.583 euro, risultante dalla media tra i 29.869 euro del Centro-Nord e i 17.466 del Mezzogiorno. Nel 2010 la regione più ricca è stata la Lombardia, con 32.222 euro, seguita da Trentino Alto Adige (32.165 euro), Valle d’Aosta (31.993 euro), Emilia Romagna (30.798 euro) e Lazio (30.436 euro).

Nel Mezzogiorno la regione con il Pil pro capite più elevato è stata l’Abruzzo (21.574 euro), che comunque registra un valore di circa 2.200 euro al di sotto dell’Umbria, la regione più debole del Centro-Nord. Seguono il Molise (19.804), la Sardegna (19.552), la Basilicata (18.021 euro), la Sicilia (17.488), la Calabria (16.657) e la Puglia (16.932). La regione più povera è la Campania, con 16.372 euro.

 

Le previsioni SVIMEZ 2011: il Pil a +0,6% - In base a stime SVIMEZ realizzate con il modello previsionale SVIMEZ-IRPET, nel 2011 il PIL italiano dovrebbe far registrare un incremento dello 0,6%, inferiore ai valori di recente previsti dal Fondo Monetario per gli altri Paesi europei: +2,7% Germania, +1,7% Francia, +0,8% Spagna.

Nord e Sud continuano a prendere strade diverse: il PIL del Centro-Nord è previsto a +0,8%, quello del Mezzogiorno a +0,1%. Per il Sud, il 2011 è dunque il secondo anno consecutivo di stagnazione, dopo il forte calo del PIL nel biennio di crisi 2008-2009. Tutte le regioni meridionali presentano valori inferiori al dato medio nazionale e oscillano tra un valore minimo del -0,1% della Calabria e un valore massimo del +0,5% di Basilicata e Abruzzo. In mezzo, Molise e Campania segnano +0,1%, la Puglia + 0,3%, Sicilia e Sardegna ferme a 0%.

 

L’economia per settori

 

Agricoltura – Dopo la caduta del 2009, nel 2010 il valore aggiunto dell’insieme di agricoltura, silvicoltura e pesca ha ripreso a crescere, nel Mezzogiorno a ritmi doppi rispetto al Centro- Nord (+1,4% contro +0,7%).

A livello strutturale il Sud mantiene la sua specificità agricola, che vede qui un’incidenza del settore primario circa doppia rispetto al Centro-Nord (3,3% sul valore aggiunto totale rispetto all’1,5% del Centro-Nord).I cambiamenti in atto nelle politiche di sostegno al settore previste dalla nuova PAC, che punteranno sul rafforzamento della politica di sviluppo rurale, richiederanno alle aziende agricole sempre più capacità di adattarsi al cambiamento, con ristrutturazioni e riorganizzazioni.

Anche in termini di produzione, il Sud supera il Centro-Nord, con un aumento nel 2010 dello 0,3% a fronte della stagnazione (0%) dell’altra ripartizione, per merito soprattutto delle colture legnose e dei prodotti vitivinicoli e olivicoli. In flessione colture erbacee, patate e ortaggi, mentre cresce il peso dei servizi al settore (14%, +2,5% rispetot al 2009). Negativi i consumi intermedi, al Centro-Nord più che al Sud (-0,7% contro -0,5%).

A livello regionale tirano Basilicata, Puglia e Molise, con un valore aggiunto rispettivamente di +5,4%, +4% e +3,5%; più critica la situazione in Campania e Sicilia.

Permane tra le due aree un divario di produttività: in dieci anni, dal 2001 al 2010 al Sud è cresciuta del 10%, contro + 13% del Centro-Nord.

Quanto all’occupazione, rispetto al 2009, è cresciuta di 8mila unità al Sud e di 12mila al Centro- Nord.

 

Industria - Riguardo all’industria in senso stretto, a livello nazionale il valore aggiunto nel 2010 è stato +4,8% (+2,3% al Sud, +5,3% al Centro-Nord), in decisa controtendenza rispetto al tonfo del 2009, -15,6%. Ma molto resta da recuperare: il calo registrato nel 2008-2009 è stato infatti compensato solo per un terzo del totale.

Positivo nel 2010 anche il comparto manifatturiero, + 4,5% (+2,4% nel Mezzogiorno, +4,8% nel Centro-Nord). Ma al Sud l’industria continua a soffrire.

Le tre principali branche del made in Italy (alimentari, carta e legno) hanno registrato nel Mezzogiorno nel 2010 rispettivamente -1,2%, -1,4% e -0,7%, rispetto a +2,4%, +0,8% e +1,3% dell’altra ripartizione. Positive in entrambe le aree gli andamenti dei metalli e del chimicofarmaceutico.

A tirare la ripresa, a livello nazionale, in piccola parte la domanda interna (+0,8%), in massima parte la domanda estera, + 9,8%, soprattutto le industrie chimiche-farmaceutiche, i prodotti in metallo, i macchinari e i mezzi di trasporto.

Se la produttività al Sud nel 2010 è aumentata nel manifatturiero dell’8,8%, è anche vero che il divario con il Centro-Nord resta del 25%, fermo, anno dopo anno, ai livelli del 2005.

Quanto all’occupazione, nel 2010 i posti di lavoro sono calati al Sud del 5,6% (-5,8% nel manifatturiero) contro il -3,1% del Centro-Nord. come già nel 2009, è proseguito il ricorso alla cassa integrazione, soprattutto straordinaria: nel manifatturiero le ore erogate in presenza di crisi strutturali sono state nel 2010 al Sud + 146% (113 milioni di ore) e nel resto del Paese + 163% (544 milioni di ore). Da segnalare che tra il 2008 e il 2010 il manifatturiero meridionale ha perso quasi 130mila posti di lavoro, il 15% del totale, che si aggiungono ai 490mila del Centro-Nord. Lo scenario è quindi quello di una profonda de-industrializzazione. Giù infatti al Sud anche gli investimenti fissi lordi, -1,1% nel 2010, rispetto al +3,9% del resto del Paese.

Non a caso gli interventi di incentivazione all’industria meridionale hanno segnato un forte calo dal 2007, per poi azzerarsi completamente del 2009.

 

Edilizia – Permane nel 2010, dopo i segni negativi del 2008 e 2009, la depressione del settore, anche se la flessione è più contenuta degli anni precedenti. Lo scorso anno il valore aggiunto è sceso del -3,4%, tirato giù soprattutto dal Sud (-5%; -2,9% al Centro-Nord). In ribasso anche gli investimenti (-4,8% al Sud, -3,2% al Centro-Nord). Dal 2001 al 2010 gli investimenti nelle costruzioni sono saliti al Nord dello 0,9% e scesi al Sud -0,5%. In calo anche l’occupazione, al Sud più del doppio del Nord (-1,8% rispetto a -0,8%). Più colpiti i dipendenti, -2,5% al Sud., - 1,4% al

Centro-Nord, mentre gli indipendenti restano praticamente invariati. In valori assoluti, il settore ha perso 22mila occupati, oltre 10mila al Sud e poco più dei 11mila al Centro-Nord.

Restano alte le quote di lavoratori in nero impiegati in quest’area: secondo la SVIMEZ, sarebbero 200mila in Italia, e oltre 110mila al Sud.

Sul fronte delle opere pubbliche, i bandi di gara nel 2010 scendono per numero (-0,9%) e importi (- 15%) a livello nazionale. Al Sud calano per importi soprattutto in Campania, Puglia e Calabria.

 

Servizi e terziario – Rispetto al 2009, e dopo due anni di variazioni al ribasso, nel 2010 a livello nazionale il valore aggiunto del settore è cresciuto dell’1%, con un andamento particolarmente positivo nei comparti in cui la caduta era stata più forte, come il commercio (+4,2% rispetto al - 10,4% del 2009), turismo e comunicazioni (+1,2%) e l’intermediazione creditizia e immobiliare (+0,6%).

Più tiepida la ripresa al Sud, che nel 2010 segna + 0,4%, compensando molto parzialmente il calo del 2009 (-2,4%), rispetto al +1,2% del resto del Paese. Anche al Sud i dati più positivi riguardano il commercio (+2,8%) e trasporti e comunicazioni (+1,8%). In flessione il settore dell’intermediazione creditizia e immobiliare (-0,4%), che sale invece al Centro-Nord (+0,9%). Da rilevare comunque che nel complesso, negli ultimi dieci anni, dal 2001 al 2010 i servizi al Sud sono cresciuti meno della metà rispetto al Centro-Nord (+0,4% contro +0,9%).

La forbice permane anche a livello occupazionale: -1% al Sud, +0,3% nel resto del Paese, che diventano al Sud -2,1% nel commercio, in flessione ormai da tre anni. Per il quarto anno consecutivi il settore dei servizi al Sud continua a perdere occupati, quantificabili, dal 2006 al 2010, il 193mila unità in meno, sia dipendenti che indipendenti.

In risalita la produttività (+1,1%), che però resta nel 2010 a livelli inferiori rispetto al 2000.

 

Il credito – Nel 2010 il numero di banche al Sud è sceso a 204, in calo di 11 unità, a seguito di fusioni. Circa i tre quarti hanno sede operativa nel Mezzogiorno, e solo 17 appartengono a gruppi del Centro-Nord. Flessione anche al Centro-Nord: 633 le banche presenti, 22 in meno dell’anno precedente. Quanto agli sportelli, si sono ridotti al Sud dell’1,5%, 1 ogni 2.948 abitanti, contro i 1.794 del Centro-Nord.

In generale, al Sud nel 2010 i prestiti sono cresciuti del 3,5%, soprattutto da parte dei primi cinque gruppi bancari, al Centro-Nord del 2,6%. Più 3,5% al Sud anche riguardo ai prestiti alle imprese, rispetto allo 0,7% del 2009. In risalita soprattutto i finanziamenti alle imprese con oltre 20 addetti, +4,2%, mentre al Centro-Nord crescono soprattutto i prestiti alle imprese under 20,

+2,6%. Quanto al tasso di interesse, al Sud si è attestato al 6,2% contro il 4,8% del Centro- Nord: resta quindi invariato il divario di 1,4 punti percentuali, quale riflesso dell’elevata rischiosità delle imprese meridionali.

Imprese che fanno più fatica a restituire i prestiti: a dicembre 2010 le sofferenze interessano il 3,7%, mezzo punto percentuale in più rispetto all’anno precedente.

In crescita anche i prestiti alle famiglie, +4,4% al Sud, +3,8% al Centro-Nord. Invariati i tassi sui prestiti per l’acquisto di abitazioni: 3,2% al Sud, 2,9% al Centro-Nord. Tra le famiglie, le sofferenze sono ferme all’1,5% al Sud e all’1,2% al Centro-Nord.

 

Cosa dice la SVIMEZ - Gli andamenti degli ultimi anni evidenziano i ritardi nell’attivare i processi di riforma che sarebbero stati necessari per adeguare il sistema produttivo alle nuove condizioni competitive determinatesi con la globalizzazione e con l’adesione all’Euro. Questo processo di declino potrà essere interrotto solo in presenza di una adeguata domanda privata e pubblica che attenui gli effetti di breve periodo della crisi indotti dai processi di ristrutturazione e, nel medio periodo, favorisca una ripresa duratura della produzione e nella creazione di posizioni lavorative stabili e efficienti. Il pericolo è che, mancando tale stimolo, la perdita di tessuto produttivo diventi permanente, aggravando i divari territoriali già marcati nel Paese.

 

[…].

 

Rapporto SVIMEZ 2011 (Sintesi)

http://web.mclink.it/MN8456/rapporto/rapporto_materiali/2011/rapporto_2011_sintesi_stampa.pdf

 

Rapporto SVIMEZ 2011

http://web.mclink.it/MN8456/rapporto/rapporto_2011_download_temp.html

 

Considerazione a margine

 

Quali proposte si possono allora avanzare per la Campania (e il Sud)?

Fra di esse vi devono essere certamente l’adeguamento infrastrutturale, l’incremento della spesa in ricerca e innovazione, una maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione ed un feroce contrasto alla criminalità organizzata, oltre a una classe dirigente all’altezza del compito. Ma la più importante, la premessa perché quelle prima indicate possano essere davvero efficaci, è la riforma culturale. Essa – poiché gli investimenti in infrastrutture, in ricerca, ecc., pur necessari, non possono bastare – è la condizione principale per far vivere alla Campania (e al nostro Mezzogiorno) una potente e dinamica stagione di sviluppo, capace di colmare gradualmente e definitivamente il divario con il resto del Paese e con il resto d’Europa. Lo scarso apporto delle donne all’economia del Sud rende questa radicale trasformazione culturale assolutamente non più rinviabile. Se il reddito procapite della Campania facesse registrare – rispetto a quello della Lombardia, attualmente quasi doppio – un differenziale positivo pari mediamente al +2% annuo, impiegherebbe circa 34 anni a colmare il divario, circa 68 anni se il differenziale favorevole fosse del +1%.

Per la Campania (e il Sud), occorre, quindi, delineare una strategia e definire dei programmi e dei progetti – scolastici, culturali, economici – che attuino un piano integrato le cui direttrici di attacco seguano questa successione logica: creazione dello spirito giusto à rimozione degli ostacoli al suo naturale dispiegarsi à riforma culturale à soggetto e oggetto protagonista: soprattutto la donna, da trasformare da problema e fattore di conservazione a risorsa e motore del cambiamento, attraverso un’azione di sostegno corposo e a lungo termine, indirizzata alle famiglie, alla scuola ed agli organismi socio-culturali (v. http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html e, per un utile confronto coi dati storici della Banca d’Italia, Lettera PDnetwork, nota 18 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html ).

IL RUOLO DELLE DONNE TRA FAMIGLIA E POLITICA

 

Pubblico un mio commento sul ruolo delle donne ‘postato’ in Repubblica/blog-Amato-Percentualmente
http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/03/08/le-donne-secondo-listat/
 
Bisognerebbe interrogarsi su chi o che cosa fa sì che quella italiana sia una società bloccata (vedi il ‘post’ precedente) o disequilibrata (v. questo ‘post’).
 
Quando un fenomeno è antico, profondo e diffuso, c‘è sempre una dimensione prevalentemente storico-culturale.
Il nostro è un popolo antico, cinico e mammone.
I soggetti principali, checché se ne dica, che hanno agito e continuano ad agire in profondità e ne costituiscono il sostrato culturale più autentico - e conservatore - sono, da una parte, mamma-Chiesa - oscurantismo, nepotismo, controriforma, anti-giansenismo (non è l’uomo che si deve elevare operando bene per meritare la grazia, ma il contrario) e, dall’altra, la donna-mamma, soggetto dominante nella sfera privata. In Italia, soprattutto al Sud, vige il matriarcato. Senza studi particolari: a me consta personalmente, inferendolo dalla cerchia familiare allargata e da quella amicale.
Il disequilibrio tra i generi, nella dimensione pubblica, e quindi anche nei rapporti economici, è conseguenza del matriarcato.
 
Una giovane amica sostiene che “E’ una discriminazione che partendo dal disequilibrio fra i ruoli all’interno della famiglia” richiede di “cominciare a condurre un’adeguata campagna d’informazione sulla realtà del mondo femminile italiano, a partire dalla scuola”.
Io ho obiettato: “Scusami, come a partire dalla scuola? Nasce in famiglia e vuoi partire dalla scuola? E’ un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Vuoi curare la “malattia” (non si guarisce quasi mai dalle malattie) anziché prevenirla, che è più facile e meno costoso? La logica – scrive Musil ne “L’uomo senza qualità” – è quella cosa scomoda che fa discendere il significato di una frase da quella precedente. Perché trovi “scomodo” collocare il problema là dove esso ha origine? Comunque mi sono accorto che parecchi, soprattutto donne, trovano “scomodo” partire da lì.
 
Ella sostiene ancora (in linea con ciò che è scritto in questo ‘post’): “Secondo le statistiche le donne si impegnano di più negli studi e ottengono risultati migliori rispetto ai maschi”.
Io ho obiettato: “Questa è un po’ una leggenda metropolitana, almeno per i ragazzi di Scuola Media: secondo il Rapporto 2009 dell’INVALSI (par. 4.2, tavv. 6 e 6a), al Centro-Nord le ragazze sono più brave in italiano, i ragazzi in matematica; al Sud non ci sono differenze. Dopo, non so, forse, un 5-7% di donne raggiunge anche l’eccellenza, ma il restante 93-95%?”. (I laureati, in fondo, sono soltanto 160 mila all’anno).
 
Ella sostiene ancora: “Molte ragazze hanno semplicemente perso la volontà di battersi davvero per qualcosa”.
“Ecco, le ho detto, questo è il punto cruciale: solo lottando si ottengono le cose, se le donne rinunciano a farlo, siamo tutti fritti. In Italia, soprattutto al Sud (da secoli), pare sussistere una sorta di “divisione nazionale del potere”: le donne comandano in casa (e forse nella scuola), gli uomini fuori dalla casa; urge un riequilibrio e una redistribuzione del potere politico, ma le donne latitano: perché? Se un fenomeno è così esteso, antico e profondo, vuol dire che ha una valenza e una dimensione “culturale” e quindi esige una soluzione “culturale”, cioè educativa, a partire dalla famiglia e dal suo perno educativo: la madre. Scrive la psicanalista Simona Argentieri - una delle protagoniste del dibattito su l’Unita sul silenzio delle donne - (in “Specchio delle mie brame”, Psycomedia) che il rapporto con la madre è fondamentale nella costruzione della personalità di ciascuno e parla di “primitivo imprinting relazionale”.
 
Occorre una rivoluzione culturale; occorre che la donna rinunci ad una parte del suo potere tra le mura domestiche - dove si formano i paradigmi culturali, che deve contribuire a cambiare -, a favore di un suo più marcato ruolo pubblico, di una presenza più incisiva nei posti dove si fanno le leggi, che sono in rapporto biunivoco con il retaggio culturale: ne sono influenzate e lo influenzano.
 
Occorre essere consapevoli che la questione femminile, a ben vedere, è il nodo cruciale italiano, dalla cui soluzione dipendono tante altre questioni: dallo sviluppo economico alla parità uomo-donna, alle disuguaglianze di reddito e di ricchezza, alla scuola, all’educazione, alla tv, alle aziende, al Mezzogiorno.  
 

LA FORZA DI UN POPOLO E' CONSEGUENZA DELLO SPIRITO GIUSTO, E NON VALE L'INVERSO

Il declino dell’Italia. E’ un tema molto dibattuto da parecchio tempo ed anche in questo periodo. Un declino che, a parere di tanti, caratterizza sia la realtà nazionale che quella locale.

Tra le cause del declino, qualche commentatore indica il calo demografico; qualche altro, con un approccio più storiografico, l’essere l’Italia un Paese cattolico contro-riformato. In primo luogo, osservo che la Spagna, Paese molto simile al nostro sia per il basso tasso di natalità che per essere un paese profondamente cattolico, ha fatto registrare, fino all’attuale crisi globale, uno sviluppo così ragguardevole da consentirle quasi di sorpassarci in termini di reddito pro capite, dopo una rincorsa durata meno di 20 anni.

In secondo luogo, anche nell’Italia del Rinascimento – come scriveva tempo fa Geminello Alvi sul Magazine del Corriere della Sera – si facevano pochi figli, “eppure ne derivò un misterioso concentrarsi di energie, da cui emanò una delle civiltà umane più alte e meraviglie senza fine”.

Evidentemente, sia nella Spagna moderna che nell’Italia del Rinascimento, si è concretizzata quella condizione fortunata che Robert Musil, ne “L’uomo senza qualità”, sintetizza nella felice espressione “La forza di un popolo è conseguenza dello spirito giusto, e non vale l’inverso”.

Perché, dunque, negli Italiani non si crea lo “spirito giusto”, anzi ad esso si è da tempo sostituito uno “spirito negativo”, sia al Sud che al Centro-Nord, che ne sostanzia un atteggiamento pessimistico-irrazionale? Come fare per ricrearlo?

Io ho provato, ottimisticamente, a capovolgere la domanda: in un popolo, lo “spirito giusto” si realizza naturalmente se non vi si frappongono freni ed ostacoli; quali possono essere questi freni ed ostacoli – profondi, antichi e diffusi – se non di tipo culturale (in senso antropologico e non)? Essi, poi, sono il sostrato – e ne amplificano gli effetti – di quelli pur esistenti e reali, quali l’insicurezza, la precarietà, talora l’impoverimento, la criminalità, l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, il conflitto perenne tra i partiti politici.

Limitandomi al Sud, due, a mio avviso, sono i principali freni ed ostacoli “culturali” al cambiamento: il primo è quello riassumibile nell’espressione “ogni meridionale si crede un padreterno, quindi perfetto, non ha bisogno di migliorare” (Tomasi di Lampedusa lo scrive ne Il Gattopardo, riferendosi ai Siciliani); ma è da leggere, ovviamente, in senso opposto: in Ricordi della casa dei morti, il grande scrittore russo Dostoevskij scrive: ”Di certo si doveva credere un uomo molto intelligente, come accade per solito a tutti gli uomini ottusi e limitati”. L’altro freno è rappresentato dalla donna meridionale: tesi solo apparentemente semplicistica e datata, sicuramente provocatoria e piuttosto “pericolosa”. Senza alcun intento anti-femminista, anzi come frutto di una lunga e profonda riflessione partita da un pregiudizio inizialmente positivo, io reputo la donna meridionale (prepotenza privata, assenza pubblica: binomio forse non casuale) uno dei principali fattori di conservazione e di freno nel Sud (caratteri comunque molto sottovalutati o sottaciuti), soprattutto nel suo ruolo di mamma e/o d’insegnante. (Scriveva Sigmund Freud, nel 1908, in uno scritto intitolato “La morale sessuale ‘civile’ e il nervosismo moderno”  (  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2558195.html ): “[…] L’educazione proibisce alle donne d’interessarsi intellettualmente di problemi sessuali, benché provino tuttavia un’estrema curiosità per essi, e le intimorisce condannando tale curiosità come non femminile e come segno di disposizione peccaminosa. In questo modo rifuggono da qualsiasi forma di pensiero e il sapere perde ai loro occhi ogni valore. […] Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale.” – A me pare una spiegazione illuminante, plausibile, forse ancora attuale.).

Con qualche attenzione anche al ruolo di mamma Chiesa (con la quale il cittadino laico riesce a instaurare facilmente un dialogo ed un rapporto proficuo sul versante della “solidarietà” – uno dei due pilastri della laicità – ma non altrettanto su quello della “tolleranza” – l’altro pilastro della laicità – e dell’agire civico): mamma + insegnante-donna (oggigiorno, la stragrande maggioranza del corpo docente) + Chiesa sono state e sono oggi – forse ancora di più – una miscela formidabile e preponderante nell’educazione delle generazioni meridionali. Io credo fermissimamente che il Sud (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri (e di amministratori pubblici) congruamente severi – quasi assenti - e meno di mamme, onnipresenti. Scrive Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli: “Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”.

E’ necessaria una radicale trasformazione culturale, attraverso l'educazione, che deve cominciare nel luogo giusto – la famiglia – ed investendo sulla figura fondamentale – la madre - nel periodo giusto – durante la gravidanza e nei primi 3 anni di vita dei figli. seguendo, in una sana logica di benchmarking, i dettami del migliore, più innovativo, più efficace e meno costoso metodo, quello finlandese  ( vedasi  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html ).      

 

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4/10/2018 1:30:06 PM
Gior in Lettera al Prof. Alberto Brambilla su un suo articolo con fake news sulla riforma Fornero
"Draghi ha detto che nel 2045 la spesa pensionistica sara' al 20%/PIL e non al 16%/PIL come previsto ..."
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"Salve,A Di Maio ho inviato più volte le mie e-mail p.c. Poi, visto che continuava a straparlare ..."
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"buonasera sig. V.scopro solo ora i suoi articoli sulle Pensioni e la sua battaglia per la verità ..."


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