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CURIOSITA' SESSUALI REPRESSE E SVILUPPO INTELLETTUALE/51

 
LIFESTYLE
27/09/2012 - INTERVISTA
Donne e sesso: gli studi 
sono realmente scientifici?
Descrizione: http://www.lastampa.it/rf/image_lowres/Pub/p3/2012/09/27/Benessere/Foto/RitagliWeb/donna--330x185.jpg
Intervista al dott. Vincenzo Puppo e le sue critiche ad alcune ricerche pubblicate da riviste specialistiche internazionali che ritiene di scientifico non abbiano nulla, e che potrebbero anche essere dannose per le donne
TORINO
In una precedente intervista il dottor Vincenzo Puppo, medico/sessuologo e ricercatore/scrittore a Firenze, del Centro Italiano di Sessuologia, ci aveva spiegato come ci sono studi che indagavano la sessualità femminile solo su delle «ipotesi senza basi scientifiche certe e che non sono state e non possono essere verificate nelle donne», e il dottor Puppo, per quell’articolo, chiedeva: «Come si fa a paragonare e a mettere sullo stesso piano il rapporto sessuale, copulativo e istintivo, dei ratti, con la sessualità umana?... Sono da sospettare conflitti di interesse?». 
 
Oggi, periodo di fermenti in questo ambito, gli chiediamo di approfondire l’argomento: per lei sono molti gli articoli non scientifici sulla sessualità femminile pubblicati da riviste specialistiche internazionali e quindi poi citati dai media di tutto il mondo?  
«Purtroppo sì, e l’elenco negli ultimi anni sta crescendo. Faccio solo alcuni esempi: da come cammina una donna, o da come ha il labbro superiore, i “ricercatori” dello “studio scientifico” capiscono se ha o non ha l’orgasmo vaginale (che non esiste, vedi la mia intervista qui ). E ancora gli articoli sulle inesistenti disfunzioni sessuali femminili, “sponsorizzati” da alcune case farmaceutiche, che sono stati denunciati da Ray Moynihan , dell’University of Newcastle, Australia , che ha dichiarato: “Looking back over the past decade, it has become clear that drug companies have not simply sponsored the science of this new condition ... and they helped create the measurement and diagnostic instruments to persuade women that their sexual difficulties deserve a medical label and treatment”. E, infine, il recente articolo (purtroppo Italiano) che ha “indagato” il rapporto tra la endometriosi (grave malattia dei genitali interni femminili) e l’attrattività fisica delle donne affette (“misurata” da 4 medici…??): “Women with rectovaginal endometriosis were judged to be more attractive than those in the two control groups. Moreover, they had a leaner silhouette, larger breasts, and an earlier coitarche” , conclusioni che penso siano non corrette (“offensive”?) per le donne affette da endometriosi e non. E tanti altri presunti studi». 
 
Ma, dottor Puppo, vista la grande mole di studi che vengono pubblicati ogni giorno su queste riviste scientifiche – e che quindi dovrebbero essere selezionati e attendibili – i giornalisti come possono capire quali sono gli articoli non scientifici?  
«Prima di tutto i giornalisti non si dovrebbero più fidare solo dei comunicati stampa degli editori e dovrebbero leggere il testo completo degli articoli che citano; secondo, dovrebbero avere anche un “buon senso” per capire quando alcune “pseudo-notizie” (specialmente se le riprendono da altri siti internet, quindi senza controllare la fonte reale) non solo sono evidentemente assurde e palesemente non scientifiche, ma che invece di indagare come migliorare la salute delle donne, trattano temi che riguardano solo l’aspetto fisico e la riproduzione delle donne e che potrebbero anche essere definite “sessiste”. Inoltre, secondo me, gli articoli giornalistici dovrebbero sempre riportare anche i conflitti di interesse dei ricercatori e chi finanzia i loro studi (quanti soldi pubblici sono sprecati per studi non scientifici e inutili?) . E, ri-chiedo: perché invece non si fanno studi sulla sessualità femminile dal punto di vista del piacere (clitoride/masturbazione) invece di farli sempre riferiti alla sessualità riproduttiva?... Vedi il mio libro per approfondire ». 
 
Ringraziamo il dottor Puppo per averci, ancora una volta, chiarito come a volte dietro a presunti “studi” ci possano essere altri fini e motivazioni che, forse, di scientifico hanno poco o nulla a che fare. Per quanto ci concerne, come già ribadito, cercheremo ora di fare più attenzione a quanto viene sbandierato in certi comunicati stampa o da alcuni media che inseguono la notizia “d’effetto” a tutti i costi.  
 
[lm&sdp]  
 
Donne e sesso: gli studi sono realmente scientifici?  
 
 
Puntate precedenti:
 
post/1-Freud “La morale sessuale ‘civile’ e il nervosismo moderno”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2558195.html
 
post/2-Freud “Aforismi e pensieri”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2589675.html
 
post/3-De Bernardi “Il diritto all’innocenza”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2591160.html
 
post/4-Il VdS “La scoperta della sessualità”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2592702.html
 
post/5-card. Scola
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593987.html
 
post/6-Precocità e disinformazione sessuale
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2595765.html
 
post/7-Belardelli “Il sesso migliora con l’età, per le donne il picco a 40 anni”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2596985.html
 
post/8-Tamburini “Sessualità, aspetti psico-evolutivi”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2597394.html
 
post/9-La Hunziker e i maschi italiani: «Sono immersi nei tabù»
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2598135.html
 
post/10-Il sesso ok? Circa 10 minuti, poi il cervello pensa ad altro
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2614532.html
 
post/11-Sesso all’estero, ma di segno opposto
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2615556.html
 
post/12- Dalbacio rubato all'amore in auto, il 'manuale' del sesso secondo gli 'ermellini'
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2616254.html
 
post/13-Test: Equilibrismi d'amore, misura la parità di coppia
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2617205.html
 
post/14-Salute: emicrania da sesso, come evitare il ‘mal di testa del traditore’
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2618892.html
 
post/15-Quando l’amante è la zia
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2619722.html
 
post/16-L’ansia da prestazione è rosa
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2620263.html
 
post/17-Gay ma solo ogni tanto
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2623932.html
 
post/18-Sette regole sul sesso, parola di John Lennon
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2624815.html
 
post/19-L’amore è come una droga, potente come un antidolorifico
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2625630.html
 
post/20-Mieccito pensando a…
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2630246.html
 
post/21-Cosa non fare dopo una serata di passione
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2630733.html
 
post/22-Sesso, crollo del desiderio per un’italiana su tre
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2719024.html
 
post/23-Sesso, chi ne è ossessionato ha paura di invecchiare
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2719805.html
 
post/24-Ricerca: ‘fotografati’ i neuroni dell’aggressività, amore li spegne
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2722180.html
 
post/25-Tristezza post-sesso, ne soffre una donna su tre
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2722574.html
 
post/26-Sesso:se occasionale è pericoloso
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2727500.html
 
post/27-Video
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2729190.html
 
post/28-Uomini e donne: sono davvero differenti
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2729544.html
 
post/29-Sesso: lo studio, ginseng e zafferano afrodisiaci ‘verdi’
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2732610.html
 
post/30-La prima volta che soddisfa i maschi e fa patire le femmine
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2732613.html
 
post/31-Lezioni di sesso
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2733128.html
 
post/32-Quaranta donne con l’ex Iena per parlare di sesso senza tabù
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2735477.html
 
post/33-Sesso: ‘flop’per 1 maschio italiano su 8, 500 mila in Lombardia
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2735633.html
 
post/34-Sesso:l’indagine, lui vuole coccole e carezze, lei notti bollenti
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2736170.html
 
post/35-Sesso: l’esperto spiega come è legato all’amore
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2736617.html
 
post/36-Sesso:1italiano su 10 è dipendente, 20% a rischio
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2736764.html
 
post/37-Solo tre coppie su 10 fedeli, lui più fedifrago. Ma non si divorzia più perchétraditi
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2737144.html
 
post/38-Divisianche da una risata
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2738022.html
 
post/39-Erezione difficile, i rimedi nella storia
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2768310.html

post/40-Kamasutra per il punto G
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2769002.html
 
Post/41-Sesso: nuovo 'Origami condom' promette piu' sicurezza e piacere
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2769346.html
 
Post/42-Cassazione: 'hot line' casalingo? Nessun reato. In allegato il testo della sentenza
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Post/43-Pistacchi: il frutto dell’Amore
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Post/44- Le più grandi stranezze sessuali
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2771479.html
 
Post/45- L’attrazionesessuale si rivela con uno… sbadiglio
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2771527.html
 
Post/46- Sesso: lo studio, coppie 'rumorose' piu' felici sotto le lenzuola
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Post/47- Le dimensioni? A letto contano eccome...
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2771993.html
 
Post/48-I 2 chiodi fissi dell'uomo (oltre al sesso)
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2772356.html
 
Post/49- Sesso: guai a letto se lei guadagna piu', lui spinto verso Viagra
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2772551.html
 
Post/50- Sesso: problemi sotto le lenzuola per lui, solo 1 su 4 chiede aiuto al medico
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2772898.html
 
 


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permalink | inviato da magnagrecia il 20/2/2013 alle 20:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Le proposte del Partito Democratico/2 - Famiglia e Politiche sociali


LE PROPOSTE DEL PARTITO DEMOCRATICO/2 

 

FAMIGLIA E POLITICHE SOCIALI

 

Un Welfare centrato sulla persona.

Al centro del nuovo welfare ci deve essere la persona come soggetto di diritti e di doveri, ossia come cittadino inserito in una rete di relazioni sociali e di responsabilità individuali e collettive. Per questo vogliamo rivendicare il ruolo decisivo dell’intervento pubblico in un rapporto di interazione positiva con le energie della società civile e come organizzatore e regolatore di meccanismi di mercato che includano tutti i cittadini. In sintesi, la nostra è una visione radicalmente diversa da quella teorizzata dal governo di destra: non la ritirata dello Stato, sperando nella supplenza contrattuale delle categorie forti e nella compassionevole carità del dono per gli “ultimi”, ma uno Stato che sia programmatore e regolatore forte di un complesso di prestazioni cui tutti hanno diritto ad accedere. Uno Stato che promuova una imprenditorialità diffusa nei soggetti di offerta pubblici, privati e non profit, in funzione dei bisogni dei cittadini e valorizzando il principio di sussidiarietà.

 

La riforma del Welfare su basi nuove.

Dobbiamo passare da una società centrata sul ruolo del lavoratore, maschio, adulto e “capofamiglia”, ad una società con ruoli lavorativi, familiari e relazionali ben più articolati, ma esposta ad incertezze ed a fattori di sofferenza vecchi e nuovi. Collocare il cittadino al centro del sistema di welfare significa:

·        realizzare un più avanzato equilibrio tra universalismo e assicurazioni sociali basate sulla condizione lavorativa;

·        promuovere l’uguaglianza delle opportunità per tutte le persone;

·        realizzare politiche volte a sostenere la capacità di autodeterminazione dei cittadini;

·        rafforzare il potere di scelta del cittadino per migliorare l’aderenza dei servizi ai bisogni.

 

Puntare sui giovani.

Vogliamo promuovere l’autonomia dei giovani, superare il ritardo e la precarietà che caratterizzano il loro ingresso nel mondo del lavoro, riaprire la speranza nel futuro. Sostenere le famiglie. Le carenze del sistema di welfare italiano scaricano sulla famiglia una pesante funzione di supplenza. Un impegno oneroso che rischia di mettere in crisi la tenuta stessa delle relazioni familiari, oltre ad avere costi pesanti soprattutto per le donne. Le famiglie vanno sostenute costruendo un contesto di servizi e di prestazioni che ne faciliti la formazione, ne migliori la qualità della vita quotidiana, le aiuti a fronteggiare le situazioni di fragilità, allevi il carico per le donne, riequilibri i ruoli di genere.

 

Ripartire dai più piccoli.

Il tasso di crescita del Paese, le trasformazioni del mercato del lavoro e nelle famiglie, possono essere affrontati positivamente solo attraverso una moderna cultura dell’infanzia e politiche pubbliche conseguenti. Si rende perciò necessaria una legislazione organica riguardante:

·        una Legge quadro e il Garante nazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza;

·        un sistema integrato dei servizi che garantisca il processo educativo e sostenga conciliazione e genitorialità;

·        un sistema di media a misura di bambini e adolescenti.

 

Anziani e società: nuove esigenze e nuovi servizi.

L’allungamento della vita media delle persone richiede una società in cui la vita in età anziana sia una vita ancora ricca di possibilità e di relazioni umane. Per questo è necessario promuovere l’invecchiamento attivo delle persone in modo da garantire, anche a coloro che cadono in condizioni di non autosufficienza, una vita dignitosa in un contesto relazionale adeguato.

 

Per una civile convivenza.

Un welfare universale e delle pari opportunità si occupa di tutte le persone che vivono nel nostro territorio, promuovendone nei tempi e nei modi necessari l’accesso alla cittadinanza. Noi del PD vogliamo evitare la competizione tra i ceti più deboli della popolazione: no alla guerra tra poveri, no alla competizione tra italiani più poveri ed immigrati. Obiettivi conseguibili attraverso il potenziamento, per tutti, della rete integrata dei servizi, la previsione del reddito di solidarietà attiva, un piano nazionale per le politiche dell’integrazione con un relativo fondo e, più in generale, un welfare universale basato su diritti e doveri. Vanno garantiti a tutti, a prescindere dalla condizione giuridica, la tutela dei diritti umani fondamentali, come la salute, la maternità e la tutela dei minori.

 

La casa è un diritto essenziale.

Per consentire ai giovani di emanciparsi nei loro percorsi di studio, professionali e sentimentali, per favorire la mobilità sociale e ridurre i rischi di esclusione sociale, può essere utile l’introduzione di provvedimenti come la cedolare secca, a condizione che sappiano coniugare i vantaggi per i proprietari e per gli inquilini, favoriscano l’emersione delle locazioni “in nero” e incentivino il canone concordato. Occorre inoltre rilanciare un nuovo modello di edilizia residenziale pubblica ed efficientare il patrimonio esistente; reintegrare i fondi per il sostegno dei disagi più gravi, promuovere concretamente l’housing sociale ed incentivare le iniziative degli enti locali volte a sostenere i cittadini colpiti da morosità incolpevole.

 

Ripartire dai soggetti deboli.

Il welfare che vogliamo realizzare garantisce una rete di servizi di sostegno alle persone disabili, rendendo effettive ed esigibili le prestazioni ed i servizi previsti dalla normativa vigente. Vogliamo rispondere ai bisogni con un approccio sociosanitario integrato, attraverso interventi domiciliari, centri diurni e residenziali, servizi di trasporto, attività di integrazione, socializzazione, inclusione sociale e lavorativa, in grado di assicurare ai disabili una vita indipendente, rasserenando le famiglie sul loro futuro attraverso il cosiddetto “dopo di noi”.Il contrasto alla povertà.Per garantire una rete di protezione di base contro la povertà, vogliamo promuovere l’istituzione di un Reddito di Solidarietà Attiva rivolto alle persone che, per qualunque ragione, si trovano in condizioni di povertà.

 

Una rete integrata dei servizi per un Welfare di tutti.

La rete integrata dei servizi sociali, in un contesto sempre più necessario di integrazione socio-sanitaria, così come previsto dalla Legge quadro 328 del 2000, costituisce una condizione fondamentale per realizzare un welfare locale e comunitario. L’obiettivo è garantire un contesto di vita sociale e civile più avanzato che, insieme al lavoro, permetta di conseguire i seguenti risultati:

·        l’inserimento attivo delle persone nel mondo del lavoro;

·        l’eliminazione dell’assistenzialismo e delle disuguaglianze;

·        il sostegno ai compiti di cura svolti dalle persone e dalle famiglie;

·        il superamento di tutte le fragilità;

·        il reinserimento sociale dei cittadini disabili con percorsi personalizzati.

Vogliamo denunciare il sostanziale azzeramento di tutti i fondi sociali da parte del governo e l’arretramento in una logica di welfare residuale. 

________________________________________________________________________

Un welfare centrato sulla persona, per dare sostegno a tutti i soggetti deboli: giovani, donne, famiglie, anziani, poveri, immigrati, disabili.

________________________________________________________________________

http://beta.partitodemocratico.it/speciale/italiadidomani/home.htm#

 

Estrapolo alcuni punti delle proposte e vi aggiungo un commento (l’aggiornamento viene riportato tra parentesi quadre).

(v. http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2698347).

 

La riforma del Welfare su basi nuove.

·        realizzare un più avanzato equilibrio tra universalismo e assicurazioni sociali basate sulla condizione lavorativa;

 Ripartire dai soggetti deboli.

Per garantire una rete di protezione di base contro la povertà, vogliamo promuovere l’istituzione di un Reddito di Solidarietà Attiva rivolto alle persone che, per qualunque ragione,si trovano in condizioni di povertà. 


Preliminarmente, osservo che noi Italiani, pur affermando il valore delle peculiarità di ciascun Paese, dovremmo applicare sistematicamente il principio del benchmarking, cioè guardare ai migliori sistemi/pratiche/leggi degli altri Paesi (best practice). 

Ne consegue che, siccome, per quanto riguarda il welfare, due sono gli aspetti che ci differenziano dalla maggioranza degli altri Paesi: 1) il reddito di cittadinanza universale (soltanto noi, la Grecia e l’Ungheria non lo prevediamo); e 2) le pensioni di anzianità, [sono state eliminate dalla riforma Fornero] che negli altri Paesi non esistono, la politica sociale migliore consiste nell’affrontare insieme questi due aspetti, il che ci consentirebbe sia di allinearci agli altri Paesi UE, sia di reperire nella previdenza le risorse finanziarie necessarie per il Rmg, quindi lasciandole nel capitolo “spesa sociale”, che ora è in linea con la media OCSE [invece neppure un centesimo dei cospicui risparmi vi è rimasto, sono stati destinati tutti ad avanzo primario]; sia di abbandonare la pletora di trattamenti differenziati; sia di far fronte alla vera marginalità sociale, in drammatica crescita con l’attuale crisi; sia, infine, di evitare la diffusa e negativa pratica della distinzione tra figli e figliastri.

Per le ragioni predette, ho criticato nella “Lettera di PDnetwork”  [1] tutte quelle soluzioni (DdL Ichino, proposta CGIL, proposta Draghi, PdL Madia) che si discostavano da questa impostazione universalistica e/o generale e omnicomprensiva. Per converso, trovo quindi molto apprezzabile e del tutto condivisibile l’approccio delineato in queste Proposte del PD.

 

Puntare sui giovani.

Vogliamo promuovere l’autonomia dei giovani, superare il ritardo e la precarietà che caratterizzano il loro ingresso nel mondo del lavoro

Le famiglie vanno sostenute costruendo un contesto di servizi e di prestazioni che ne faciliti la formazione, ne migliori la qualità della vita quotidiana, le aiuti a fronteggiare le situazioni di fragilità, allevi il carico per le donne, riequilibri i ruoli di genere. 


Io sono convinto – l’ho già scritto più volte - che alla base ci debba essere prima di tutto una radicale trasformazione culturale, che sciolga i lacci e lacciuoli che frenano il processo di autonomia dei giovani, che non può che riguardare in generale la società, ma in particolare i paradigmi educativi in seno alla famiglia.

Poi, ci vogliono le leggi, e con esse le risorse, per approntare servizi dedicati.

 

Ripartire dai più piccoli.

Il tasso di crescita del Paese, le trasformazioni del mercato del lavoro e nelle famiglie, possono essere affrontati positivamente solo attraverso una moderna cultura dell’infanzia e politiche pubbliche conseguenti. Si rende perciò necessaria una legislazione organica riguardante:

·        una Legge quadro e il Garante nazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza;

·        un sistema integrato dei servizi che garantisca il processo educativo e sostenga conciliazione e genitorialità;

·        un sistema di media a misura di bambini e adolescenti.


Considerazioni analoghe a quelle formulate per i giovani valgono ancor più per la primissima infanzia. Ne ho già scritto ampiamente. L’anno scorso, lessi il documento del PD elaborato dal gruppo di lavoro al Senato coordinato dalla senatrice Serafini “Un nuovo piano straordinario per un’educazione di qualita’ 0-6” (Atto Senato n.812 http://www.senato.it/loc/link.asp?tipodoc=sddliter&leg=16&id=31770  ), relativo alla scuola, e mi permisi di scriverle, per rilevare che bisognava partire prima e lavorando nell’ambito familiare attraverso l’assistenza alla figura centrale: la madre (v. il mio ‘post’ [2]).

 

La casa è un diritto essenziale.

Per consentire ai giovani di emanciparsi nei loro percorsi di studio, professionali e sentimentali, per favorire la mobilità sociale e ridurre i rischi di esclusione sociale, può essere utile l’introduzione di provvedimenti come la cedolare secca, a condizione che sappiano coniugare i vantaggi per i proprietari e per gli inquilini, favoriscano l’emersione delle locazioni “in nero” e incentivino il canone concordato. Occorre inoltre rilanciare un nuovo modello di edilizia residenziale pubblica ed efficientare il patrimonio esistente; reintegrare i fondi per il sostegno dei disagi più gravi, promuovere concretamente l’housing sociale ed incentivare le iniziative degli enti locali volte a sostenere i cittadini colpiti da morosità incolpevole. 


Anche per quanto riguarda la casa, come ho scritto più volte (anche nella Lettera di PDnetwork), essa deve costituire una delle 3 misure principali per consentire a milioni di persone di far fronte al meglio alla crisi economica che sarà dura e lunga (almeno 15 anni), poiché è frutto del riequilibrio in ambito planetario della produzione, della ricchezza e del benessere:

- Reddito di cittadinanza universale;

- Riforma della legislazione sul lavoro precario, a favore dei precari;

- Piano corposo di edilizia residenziale pubblica e popolare di qualità. [3] 

Per quanto riguarda quest’ultimo punto, come diceva un famoso architetto del passato di cui non ricordo il nome, riecheggiando, pare, Che Guevara, le case popolari, proprio perché destinate al popolo, bisogna costruirle di qualità. Anche perché, aggiungo io, così durano molto a lungo. Se poi sono anche belle, funzionali ed a basso consumo energetico, è il massimo, anche per il benessere  psicologico degli abitanti (relazione molto sottovalutata tra l'urbanistica e l'architettura e la psicologia delle persone). 

Infine, aggiungo due considerazioni.

1) Il segretario Bersani, intervistato nel febbraio 2011 da Rainews, affermò che le 2 principali priorità erano il lavoro e la casa.

2) Come ho già scritto più volte (cfr. ad esempio la "Lettera diPDnetwork", nota 16), va ripristinata l’ICI sulla prima casa dei più abbienti e col ricavato (2,5 mld) va finanziato un corposo piano pluriennale di edilizia pubblica e popolare di qualità. [Il governo Monti ha ripristinato l’ICI (ora IMU) sulla prima casa, ma ne ha destinato l’introito ad avanzo primario].


[1] Lettera di PDnetwork  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html  

[2] Questione femminile, questione meridionale, rivoluzione culturale e progetto educativo http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html 

[3] Piano corposo di alloggi pubblici di qualità

[Lettera di PDnetwork, nota 10] Piano di edilizia residenziale pubblica e popolare.
GESTIONE DEL TERRITORIO
Negli ultimi decenni, tra la destra e la sinistra, non è emersa, in particolare a livello locale, una marcata differenza nel modo di governare il territorio italiano, elemento fondamentale non soltanto per le sue intrinseche finalità, ma anche per lo sviluppo del turismo (*) e la qualità della vita delle persone, influenzata sia dal controllo del proprio tempo (spostamenti da e per i luoghi di lavoro), sia dalla relazione - sottovalutata – tra il territorio (urbanistica e architettura) e la psicologia delle persone.
(*) Esprimiamo un interesse ed un auspicio particolari, ai fini della lotta al degrado e per lo sviluppo integrato e globale del territorio, rispetto a:
1) la rimappatura (in parte già esistente) del degrado storico, artistico, ambientale nazionale, attraverso un piano particolareggiato globale; 2) interventi finanziari finalizzati a recuperare tali beni ed a valorizzare le competenze specialistiche di tutto il settore (bene inestimabile del nostro Paese); 3) il rilancio del settore turistico attraverso incentivi, anche economici, alla valorizzazione ed allo sviluppo di tutto il settore.
Milioni di attuali e potenziali turisti (dell'Est europeo, di cinesi, indiani, etc.) già oggi, ma soprattutto nel futuro, vorranno conoscere quello che oggi purtroppo stiamo distruggendo piegandoci ad un ottuso pensiero economicistico, con il quale si pensa (Tremonti, Bondi) che col territorio, la sua storia, le sue bellezze, la cultura, non si mangia. Noi siamo del parere opposto. Il settore potrà fare da traino al resto dell'economia se sviluppato con criteri che interagiscono più strettamente con lo sviluppo e l’interesse nazionale.
Se vogliamo cambiare, dobbiamo mettere una pietra sopra a quanto si è fatto finora e cominciare dalle basi solide che già esistono; se continueremo a distruggere queste basi, non molta speranza resterà per la rinascita del nostro Paese
Occorre, come PD, agire su tre direttrici:
1. la prima, emanando una rigorosa legge sul regime dei suoli, basata su tre pilastri: la prevalenza dell'interesse pubblico; la titolarità esclusiva pubblica delle scelte attinenti al governo del territorio; la pianificazione, in coerenza con i benchmark europei;
2. la seconda, realizzando un piano corposo di edilizia residenziale pubblica (sovvenzionata, convenzionata e autocostruita  
http://www.alisei.org/italia/italia.html );
3. la terza, attuando un piano di rottamazione edilizia (v.
http://www.radicali.it/download/pdf/casa.pdf  ).

2 - PIANO CORPOSO DI EDILIZIA PUBBLICA
Quello della casa è uno dei problemi più grossi, che dovrebbe costituire un obiettivo prioritario del Partito Democratico.
Nel famoso programma di quasi 300 pagine, che fu elaborato dal Cantiere dell'Unione, il problema casa vi fu inserito per forte sollecitazione della base (La casa: un diritto di tutti, pagg. 178-180).
Il governo Berlusconi, non appena insediato, ha varato il “Piano casa”, che si è rivelato un bluff, perché è tale solo nel nome, essendo un piano di aumento delle... volumetrie; in più ha tagliato, per il 2009, 550 milioni già stanziati allo scopo dal governo Prodi nel 2007.
Occorre riprendere quelle proposte. In particolare: a) investire molto di più in edilizia pubblica; b) utilizzare la leva fiscale per scoraggiare il nero; c) ridurre il carico fiscale sugli affitti e; d) disincentivare il numero di case tenute sfitte.
In Italia, ci sono circa 955.000 alloggi popolari, ma dalla fine degli anni'80, anche se i lavoratori pagavano per l'edilizia pubblica i contributi GESCAL (fino al 1994), se ne costruiscono pochissimi: in media 2.000 all'anno, contro 10 o 15 o 20 volte tanto in altri Paesi europei, come la Francia, la Germania o i Paesi scandinavi.
Negli altri Paesi europei, infatti, vengono costruiti molti più alloggi popolari, per calmierare i prezzi degli affitti e tutelare i ceti più poveri.
La proprietà della casa, a ben vedere, o un affitto agevolato (affitto sociale) sono spesso per milioni di persone percettrici di redditi bassi (salari o pensioni) ciò che fa o potrebbe fare la differenza tra un'esistenza difficile ma economicamente sostenibile e la povertà.

Principi ispiratori raccomandati: noi non crediamo al contributo determinante o prevalente dei privati alla soluzione del problema casa; occorre un piano pubblico, basato sia su nuove costruzioni, sia sulla rottamazione di quelle vecchie, per salvaguardare il più possibile prezioso suolo agricolo, ma secondo un criterio di qualità, affidandone la progettazione – di complessi-tipo replicabili, con caratteristiche di risparmio energetico ed eventualmente l’utilizzo di pannelli solari e fotovoltaici - a un architetto del livello di Renzo Piano o un altro grande architetto specialista del ramo.
Se capita di partecipare ad una visita guidata organizzata da qualche Facoltà di Architettura, anche al Sud, di diversi e variegati complessi di case popolari, si ricava facilmente che il risultato, anche in termini di durata, ma non solo, è determinato dai criteri urbanistici ed architettonici ispiratori e da progetti esecutivi basati sulla qualità.
“Lettera di PDnetwork alla Segreteria Nazionale ed ai Gruppi parlamentari PD”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html  

P.S.:
L’idea e parte dei commenti di questa interessantissima trasmissione (vi si parla di edilizia residenziale pubblica, passata e futura) sembrano copiati dalla Lettera di PDnetwork (vedi sopra): ne suggerisco la visione integrale.

TELECAMERE 15/01/12
Durata: 00:50:25
Anna La Rosa e i suoi ospiti, parlano dei problemi legati alla casa
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-60f3882a-1710-4fb1-9f91-ce79a1416528.html  


PROMEMORIA
Questa, purtroppo, era una balla di un anno fa:
 

Fornero:"Sì al reddito minimo garantito"
Commento:
Una buona notizia! Da un anno, un obiettivo di questo network! Sarebbe anche il segno che finalmente in un Paese stortignaccolo come il nostro, in cui le riforme approntano dei tavoli dove si colpiscono i più deboli e si dimentica quasi sempre la gamba che riguarda i ricchi, si approntano tavoli normali con le canoniche 4 gambe. D’altra parte, è una misura che è compresa nelle richieste della BCE, e costituisce l’imprescindibile premessa sia per introdurre la “flexsecurity”, sia per attuare con minori patemi d’animo per i destinatari le ulteriori misure severe sulle pensioni.
 
PENSIONI
I sindacati chiedono incontro con Monti
Fornero: "Sì al reddito minimo garantito"
Il giorno dopo il secco no delle parti sociali all'ipotesi del superamento dei 40 anni di contributi, Bonanni insiste: "Grave mancanza di confronto". Angeletti d'accordo con Camusso: "Non toccare il limite di contributi". Il ministro del Lavoro: "Tra prime misure metodo contributivo pro rata"
01 dicembre 2011
http://www.repubblica.it/economia/2011/12/01/news/pensioni_sindacati_a_monti_ci_convochi-25905784/ 


Post precedenti:

Le proposte del Partito Democratico/1 - Lavoro  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760256.html 

 

Le proposte del Partito Democratico/1 - Lavoro

Inizio con questo post (come già fatto in PDnetwork nel corso del 2011), in attesa di quelle che verranno redatte per le elezioni politiche 2013 e per un’utile comparazione con quelle che sono presentate dai tre candidati del PD per le elezioni primarie del centrosinistra 2012, la pubblicazione delle Proposte del Partito Democratico, così come esse sono state elaborate ed approvate finora dagli organismi dirigenti del partito, corredandole di miei commenti sui punti salienti.

 

LE PROPOSTE DEL PARTITO DEMOCRATICO/1

  

LAVORO

 Le proposte del PD per il lavoro si pongono un duplice obiettivo. In primis dare una risposta all’emergenza disoccupazione che l’Italia sta vivendo specie per quanto riguarda i giovani, le donne, il Mezzogiorno.Allo stesso tempo serve restituire al lavoro il senso, il valore e la dignità che ad esso competono come elemento essenziale per l’identità delle persone,per la loro realizzazione umana e sociale, e in quanto fondamento della democrazia, secondo i principi e le norme della Costituzione.

 

Più crescita economica per più occupazione.

Creare maggiori opportunità di lavoro comporta innanzitutto ridare slancio all’economia italiana al fine di realizzare ritmi di crescita più elevati, qualificati e sostenibili. Sono quindi necessarie politiche macroeconomiche capaci di promuovere lo sviluppo - sostenute da iniziative europee dello stesso segno - accompagnate da riforme strutturali (il fisco, la scuola, la pubblica amministrazione, le liberalizzazioni, le politiche industriali per l’innovazione e la “green economy”) che permettano di aumentare la produttività del sistema economico e di renderlo più competitivo nel mercato globale. È in questo contesto che vanno inserite le misure volte a rendere il mercato del lavoro più inclusivo e dinamico ma anche meno frammentato e diseguale di quanto non sia oggi. Si tratta di sconfiggere l’incertezza di prospettive che, dentro la crisi, investe l’insieme del mondo del lavoro, come dimostrano i sondaggi che segnalano come la mancanza di lavoro o il rischio di perderlo siano le principali preoccupazioni di quasi una persona su due.

 

Un progetto per l’occupazione giovanile e femminile.

Oggi gli esclusi dal mercato del lavoro sono in primo luogo i giovani e le donne, occorre quindi dare priorità alla realizzazione di un “progetto nazionale” mirato a favorirne l’occupazione attraverso l’impegno coordinato, con obiettivi definiti e verificabili, del governo, delle regioni, delle altre autonomie locali e delle parti sociali. Un progetto alimentato, visti i vincoli di finanza pubblica, dall’utilizzo sinergico e finalizzato delle risorse dei fondi europei, nazionali, regionali e degli stessi fondi interprofessionali per la formazione. Strumenti principali di questo intervento dovrebbero essere, per i giovani:

·        il contratto di apprendistato da incentivare in relazione alla formazione impartita e fiscalmente agevolato per la sua trasformazione in lavoro stabile;

·        una nuova regolazione dei tirocini e degli stages, che impedisca gli abusi;

·        la defiscalizzazione per un primo congruo periodo di tempo delle imprese e delle attività professionali avviate da giovani.

Per promuovere l’occupazione femminile occorre invece:

·        il potenziamento dei servizi e dei sostegni economici per conciliare lavoro e famiglia;

·        universalizzare l’indennità di maternità e ripristinare le norme di contrasto alla “dimissioni in bianco”;

·        estendere il part-time agevolato e volontario;

·        utilizzare la leva fiscale per favorire le assunzioni femminili specie nelle aree più svantaggiate e per alleggerire l’imposizione sul reddito delle mamme che lavorano.

 

Contrastare la precarietà e riunificare il mercato del lavoro.

La ragione di fondo della diffusione di rapporti dilavoro precari è la loro convenienza economica. Per mettere fine a questa situazione occorre quindi agire affinché il lavoro flessibile cessi di costare meno del lavoro stabile attraverso una graduale convergenza degli oneri sociali complessivi per le due forme di lavoro, accompagnata dalla fissazione di un salario o compenso minimo e da un’integrazione fiscale per le pensioni dei lavoratori più giovani. Più in generale, per eliminare le diversità di trattamenti e di tutele che caratterizzano i rapporti di lavoro, occorre puntare su una loro progressiva equiparazione sia per quanto riguarda le misure di sostegno al reddito, attraverso la riforma degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, indennità di disoccupazione), sia in relazione alle protezioni sociali relative alla malattia, maternità, infortuni, dando vita così ad una base comune di diritti sociali per tutte le forme di lavoro. Non solo quindi per il lavoro dipendente ma anche per quello autonomo e professionale, secondo modalità definite da un apposito Statuto dei lavori autonomi. A queste iniziative di riunificazione del mercato del lavoro se ne devono aggiungere altre per garantirvi trasparenza e legalità, quali la lotta al lavoro nero ed irregolare,con il riconoscimento del caporalato come reato, e un costante impegno di vigilanza e di prevenzione per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

Rafforzare le politiche attive del mercato del lavoro.

Il mondo del lavoro è soggetto a grandi cambiamenti e a crescente mobilità. È quindi necessario, nell’ottica della “flexicurity” europea, coniugare le misure di sostegno al reddito con politiche attive indirizzate a favorire le transizioni professionali e la ricollocazione al lavoro delle persone a maggior rischio di esclusione come gli ultra 45enni coinvolti nelle ristrutturazioni industriali. A questi fini appare indispensabile il potenziamento dei servizi pubblici per l’impiego e la collaborazione con quelli privati. Un ruolo centrale in queste politiche è ricoperto dalla formazione che va quindi riorganizzata, qualificata e resa permanente così da facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, specie in una fase come l’attuale caratterizzata dalla riorganizzazione dell’apparato produttivo e dalla trasformazione del lavoro stesso. In un’economia e in una società fondate sulla conoscenza, il costante aggiornamento culturale e delle competenze acquista un rilievo tale, da legittimare la proposta di fare della formazione un diritto di ogni singolo lavoratore lungo tutto l’arco della vita.

 

Il ruolo delle parti sociali.

La contrattazione collettiva concorre anch’essa alla creazione di maggiore e migliore occupazione. Da qui l’importanza per il Paese di un sistema di relazioni industriali moderno ed efficiente che riconosca nel contratto nazionale lo strumento irrinunciabile per la tutela generale delle condizioni di lavoro ma che estenda e valorizzi la contrattazione di secondo livello così da tener conto delle specifiche esigenze produttive ed organizzative delle singole imprese e allo stesso tempo di permettere miglioramenti salariali legati alla produttività. Per un efficace funzionamento delle relazioni industriali sono necessarie regole condivise tra le parti che garantiscano certezza ed esigibilità agli accordi sottoscritti e nel contempo riconoscano pienamente i diritti sindacali in azienda a tutte le organizzazioni rappresentative dei lavoratori. C’è però una lacuna che andrebbe colmata al più presto. Nel caso italiano, contrariamente a quanto accade nella generalità dei paesi europei, non esistono norme che prevedano la partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese: che si tratti del riconoscimento dei diritti d’informazione e di consultazione sulle scelte strategiche dell’azienda oppure, in un sistema duale di conduzione aziendale, della costituzione di comitati di sorveglianza con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori.

 

_______________________________________________________________________________________-

Meno precarietà, più sostegno alle famiglie, incentivi al lavoro femminile, tutela dei lavoratori autonomi e dei professionisti, formazione qualificata. Sviluppo, lavoro e welfare, per il “diritto unico” del lavoro. ________________________________________________________

 

http://beta.partitodemocratico.it/speciale/italiadidomani/home.htm#

 

Estrapolo alcuni punti delle proposte e vi aggiungo dei commenti (l’aggiornamento viene riportato tra parentesi quadre).

(v. http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2701358 ).

 

Un progetto per l’occupazione giovanile e femminile.

Oggi gli esclusi dal mercato del lavoro sono in primo luogo i giovani e le donne, occorre quindi dare priorità alla realizzazione di un “progetto nazionale” mirato a favorirne l’occupazione attraverso l’impegno coordinato, con obiettivi definiti e verificabili, del governo, delle regioni,delle altre autonomie locali e delle parti sociali. 

La rinascita del Sud e dell’Italia in generale passa attraverso una rivoluzione insieme economica e culturale, che deve avere come soggetto principale la donna (accrescendo sensibilmente il suo tasso di attività), ed in particolare la donna-madre.

Nella Lettera di PDnetwork (cfr. nota 18) [1], è scritto:

“Sembra proprio ci sia relazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.
Secondo il IV Rapporto Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi http://www.resetdoc.org/story/00000000366
“il tasso di occupazione femminile (cioè la percentuale di donne dai 15 anni in su che forniscono lavoro o sarebbero disponibili a farlo) si ferma al 33%, rimanendo così il più basso del mondo”.
E “gli autori del Rapporto non esitano a sostenere che proprio dalla conquista della piena autonomia da parte delle donne potrebbe partire la rinascita commerciale, economica e culturale dei paesi arabi”.
Dal Rapporto ONU sullo Sviluppo Umano 2010, si ricava che:
“I paesi arabi includono cinque dei 10 “Top Movers” ovvero le nazioni (sulle 135 oggetto della ricerca) che hanno mostrato la migliore performance nell’ISU [Indice di Sviluppo Umano] a partire dal 1970: Oman (n.1), Arabia Saudita (n. 5), Tunisia (n. 7), Algeria (n. 9) e Marocco (n.10). Nell’Indice di disuguaglianza di genere (IDG), tuttavia, gli Stati arabi registrano un ISU regionale medio del 70 percento, ben al di sopra della perdita mondiale media del 56 percento. All’ultimo posto nella classifica mondiale relativa all’IDG è lo Yemen, con una perdita ISU dell’85 percento”. http://www.perlapace.it/index.php?id_article=5479
Dal Rapporto ISTAT relativo al II trim. 2010 (tabb. 13 e 14) http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/forzelav/20100923_00/testointegrale20100923.pdf, si ricava che il dato aggregato italiano di inattività delle donne, pari al 48,6% (39,4% al Nord e 42,4% al Centro) è determinato dal peso negativo del Sud: “Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività della componente femminile rimane particolarmente elevato ed è pari al 63,5 per cento”, (contro il 33,7 dei maschi).
Occorrerebbe – come per i Paesi arabi – rimuovere questo macigno operando congiuntamente su due direttrici: quella economica e quella culturale”. 

Per incidere sugli aspetti culturali, in un’ottica di benchmarking,  è necessario attuare un Progetto di assistenza a domicilio alle mamme in gravidanza e nei primi 3 anni dei figli, per aggredire e rimuovere i freni culturali e innovare i paradigmi educativi (v. Educazione dei figli, in famiglia, dalla gravidanza a tre anni http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2753847.html.

Considerazioni analoghe valgono per i giovani, il cui tasso di occupazione nominale (in realtà, aggiungendo i cosiddetti “scoraggiati”, è molto più elevato) è pari al 30% [ora è al 35%, ma per una corretta interpretazione dei dati v. Tasso di disoccupazione e tasso di occupazione http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2738031.html  ].

 

Contrastare la precarietà e riunificare il mercato del lavoro.

La ragione di fondo della diffusione di rapporti di lavoro precari è la loro convenienza economica. Per mettere fine a questa situazione occorre quindi agire affinché il lavoro flessibile cessi di costare meno del lavoro stabile attraverso una graduale convergenza degli oneri sociali complessivi per le due forme di lavoro, accompagnata dalla fissazione di un salario o compenso minimo e da un’integrazione fiscale per le pensioni dei lavoratori più giovani. 

[Ante riforma Monti-Fornero] La Lettera di PDnetwork [1] pone come prioritario il superamento del mercato del lavoro “duale”, attraverso: a) la riforma del diritto del lavoro, armonizzando le proposte di legge del PD in materia (cfr. note 5, 6, 7 e 8 della Lettera); b) la decisione che il lavoro precario costi più (non come) di quello stabile; c) la riforma degli ammortizzatori sociali, introducendo il reddito di cittadinanza universale e; d) l’adeguamento del cosiddetto “tasso di sostituzione” pensionistico dei lavoratori precari.

Il dibattito nel PD è intenso, poiché non c’è una proposta univoca di riforma della normativa sul lavoro, contrapponendosi essenzialmente due visioni; quella, maggioritaria, del mantenimento dell’art. 18 (cfr. DdL Ghedini-Passoni-Treu, v. [1], nota 6) e quella di un suo superamento, ma limitatamente ai nuovi assunti (cfr. DdL Ichino, v. [1], nota 5).

Infine, per quanto riguarda il finanziamento dell’adeguamento delle pensioni dei precari, si potrebbero reperire le risorse dalla riforma delle pensioni di anzianità [ora eliminate dalla riforma Fornero, destinando tutti i cospicui risparmi ad avanzo primario], attuata secondo la proposta di legge Damiano-Baretta basata sulla flessibilità e incentivi/disincentivi, previsti dalla riforma Dini del 1995 (v., tra gli altri, un articolo su l’Unità http://cesaredamiano.files.wordpress.com/2011/11/pensioni-recuperare-il-principio-della-flessibilitc3a0.pdf ).

 

Rafforzare le politiche attive del mercato del lavoro.

Il mondo del lavoro è soggetto a grandi cambiamenti e a crescente mobilità. È quindi necessario, nell’ottica della “flexicurity” europea, coniugare le misure di sostegno al reddito con politiche attive indirizzate a favorire le transizioni professionali e la ricollocazione al lavoro delle persone a maggior rischio di esclusione come gli ultra 45enni coinvolti nelle ristrutturazioni industriali. 

E’ fondamentale che l’attuazione della riforma del lavoro eviti la solita e negativa prassi italica del tavolo monco, com’è stato anche nella normativa varata dal centrosinistra: flessibilità e non anche sicurezza.

In più, mi fa piacere rimarcare l’accenno agli over 45, che sembra preso pari pari dalla nota 9 della Lettera di PDnetwork [1]:

 [9] Studio Commissione d'indagine sull'esclusione sociale, in cui si parla anche del Reddito minimo garantito (pagg. 171-191)  http://www.commissionepoverta-cies.eu/Archivio/rapporto2010.pdf (se il  link  non è  attivo, v.  http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/797F78C3-548D-45AE-AD46-CBA23BCE0B08/0/Rapporto_2010_def.pdf).
Sia l'ipotesi Ichino, sia l'ipotesi recente della CGIL http://www.cgil.it/Archivio/politiche-lavoro/AmmortizzatoriSociali/Riforma%20Ammortizzatori_PROPOSTA.pdf  non hanno il carattere della universalità ed esprimono un'ottica centrata sulla figura del lavoratore occupato, con un'accumulazione nel tempo di contributi a carico delle imprese, soprattutto, e dei lavoratori; per erogare, in sostanza, sussidi di disoccupazione, la prima per un arco temporale di 4 anni, la seconda di 3 anni; anche il suggerimento del governatore Draghi e la proposta di legge della deputata Marianna Madia hanno entrambi un'ottica parziale e volano basso. Disinteressandosi tutti e quattro di milioni di persone che sono forse in situazioni ancora peggiori dei precari, come ad esempio le centinaia di migliaia di OVER 45 (stimati in un milione), la più parte con famiglia a carico, rimasti disoccupati e “troppo vecchi per il lavoro, troppo giovani per la pensione”, che quasi nessuno considera.

 

Più crescita economica per più occupazione.

Creare maggiori opportunità di lavoro comporta innanzitutto ridare slancio all’economia italiana al fine di realizzare ritmi di crescita più elevati, qualificati e sostenibili. Sono quindi necessarie politiche macroeconomiche capaci di promuovere lo sviluppo - sostenute da iniziative europee dello stesso segno -accompagnate da riforme strutturali (il fisco, la scuola, la pubblica amministrazione, le liberalizzazioni, le politiche industriali per l’innovazione e la “green economy”) che permettano di aumentare la produttività del sistema economico e di renderlo più competitivo nel mercato globale.

Produttività.

La produttività è il nostro tallone d’Achille; negli ultimi 10 anni in Italia è calata dello 0,2%, mentre in altri Paesi analoghi, come la Germania e la Francia, è cresciuta di quasi il 2%, il che ha ridotto la competitività del nostro sistema-Paese e dei nostri prodotti. In questo mio commento nel blog “Percentualmente” (http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/05/27/istat-il-2010-in-30-grafici/ ), ho provato a dare qualche spiegazione sulla variabile “Produttività”; ne riporto uno stralcio:

3) Io, ai grafici sopra evidenziati, aggiungerei, per la sua alta rappresentatività della peculiarità della situazione italiana, quello sulla produttività http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/grafici/1_3.html .
Provo a fare qualche notazione.
a) La produttività è il rapporto tra la quantità o il valore del prodotto ottenuto e la quantità di uno o più fattori,richiesti per la sua produzione” Quello più oggettivo – diciamo così - è il rapporto tra quantità, perché prescinde dal prezzo-ricavo: ad esempio, il rapporto tra quantità di autovetture o frigoriferi o libri o computer prodotti ed il numero di ore lavorate impiegate nella produzione (prescindendo dalla cause, non tutte addebitabili ai lavoratori dipendenti, segnalo ad esempio che lo stabilimento polacco della FIAT produce da solo un numero di autovetture pari a quelle globalmente prodotte da tutti gli stabilimenti italiani della stessa FIAT).
b) E’ importante notare che, almeno teoricamente, dal livello di produttività e dal suo incremento nel tempo dipendono sia il livello dei salari che il loro aumento.
c) E’ quasi superfluo altresì rilevare che il livello del prezzo-ricavo (cioè di vendita) o del valore aggiunto, che è la “differenza tra il valore della produzione di beni e servizi conseguita dalle singole branche produttive e di quelli consumati (materie prime e ausiliarie impiegate e servizi forniti da altre unità produttive” http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/grafici/1_1.html ) di norma, in un mercato concorrenziale, rispecchia anche sia il livello qualitativo che il contenuto tecnologico dei prodotti, frutto,da un lato, della politica industriale di un Paese; dall’altro, della Ricerca&Sviluppo (R&S) sia privata che pubblica (v. al riguardo differenze tra Italia e Germania, entrambi Paesi a forte vocazione manifatturiera). 

Dinamica dei salari.

Per la legge dei vasi comunicanti, la globalizzazione [2] ha comportato e comporterà: a) la tendenza al livellamento dei salari (verso l’alto dei Paesi in via di sviluppo; verso il basso di quelli sviluppati); b) anche dei prezzi, ma solo in parte: un’aliquota delle merci prodotte ed esclusi tutti i servizi): c) la delocalizzazione di una parte delle industrie con conseguente perdita di posti di lavoro e; d) un peggioramento dei diritti e della normativa sul lavoro, con conseguente depauperamento di aliquote significative di lavoratori dipendenti a beneficio dei datori di lavoro, anche nei settori sottratti alla concorrenza internazionale, e l’aumento delle differenze sociali. [cfr. [1], note 2 e 4).

E’vero che “L’ascesa delle economie emergenti, e in particolare della Cina - come sostiene Hans Timmer, direttore delle Prospettive di Sviluppo - non va vista come una minaccia, ma come un’opportunità”, ma occorrono alcune cose:
1) la crescita dimensionale delle imprese italiane o la loro messa in rete per gli aspetti commerciali (incluso il marketing), e finanziari, per poter operare e competere in un mercato globale;
2) il sostegno dello Stato per gli aspetti prima citati, sia in termini di strutture in loco dedicate, sia in termini di visite periodiche dei massimi esponenti istituzionali (tranne l’allora presidente Ciampi e una presenza costante dell’ex presidente Prodi, ora in qualità di semplice docente, quasi nessuno [del governo Berlusconi] è andato in Cina!), ai quali va aggiunto il fondamentale fattore di “ricerca e innovazione”; e un potenziamento dei controlli e delle misure per limitare il dumping sociale;
3) infine, a fini di giustizia sociale, ma anche per innovare le relazioni tra i soggetti economico-sociali ed accrescere l’efficienza del Paese, una incisiva riforma della legislazione sul lavoro, sulla funzione dei sindacati, sulla partecipazione dei lavoratori all’azionariato ed al controllo delle imprese (v. appresso "Il ruolo delle parti sociali"). 

Ricerca e Sviluppo (e Innovazione) (R&S)

In merito al fattore “ricerca e sviluppo”, sarebbe utile un’analisi comparativa tra l’Italia e la Germania. In Germania, operano 80 sedi dell’Istituto Max Planck (Società Max Planck per l'Avanzamento delle Scienze), adeguatamente finanziate dallo Stato, che mettono gratuitamente a disposizione delle imprese i risultati delle loro ricerche.
Altrettanto fa l’equivalente italiano, il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche). Perché i risultati sono diversi? E’ un problema di risorse, di organizzazione, di interazione inefficiente tra l’Ente e le imprese, di insufficiente orientamento all’innovazione delle imprese? In base alla mia limitatissima esperienza, un po’ tutti questi fattori.

Provo a fare alcune considerazioni da non esperto. Il livello di propensione all’innovazione è parente stretto del livello di propensione al rischio, che, secondo me, ha due determinanti, variamente calibrate per ciascun individuo: il carattere innato, frutto dei geni, e, soprattutto, l’educazione ricevuta in famiglia (in senso lato). Che poi determinano o almeno concorrono a determinare fortemente le propensioni e le scelte future, anche, ad esempio, sul corso di studi o sul tipo di lavoro o sulla decisione di rendersi autonomi o sull’accogliere il nuovo e il diverso.
1. In 'Tecnica bancaria', il tema della propensione al rischio assume una notevole importanza, poiché da esso dipende grandemente il tipo d'investimenti: la scelta tra le forme d'investimento (tra un deposito bancario, un fondo azionario piuttosto che obbligazionario o addirittura in venture capital) è strettamente correlato sì al livello del tasso di rendimento, ma – a ben vedere – soprattutto al grado di propensione al rischio, perché i tassi di rendimento più elevati incorporano un livello di rischiosità maggiore.
2. Gli istituti finanziari e gli enti di ricerca si limitano, attraverso appositi studi statistici (sondaggi, distribuzione di questionari, interviste mirate), a fotografare il fenomeno.
3. Ma, in linea teorica, sarebbe possibile influenzare la variabile “propensione al rischio”? La domanda che ne consegue è quindi: da che cosa dipende il livello di propensione al rischio? Ecco 4 link, che danno una risposta parziale a questo quesito, da angolature diverse e complementari. “Avversione (e propensione) al rischio” http://it.wikipedia.org/wiki/Avversione_al_rischio
“Stress e propensione al rischio: le differenze fra i sessi” http://brainfactor.it/index.php?option=com_content&view=article&id=196:stress-e-propensione-al-rischio-le-differenze-fra-i-sessi&catid=23:psicologia-sociale&Itemid=3
“Il testosterone e la propensione al rischio del trader”
http://www.investireinformati.com/approfondimenti/il-testosterone-e-la-propensione-al-rischio-del-trader/
“Su 'Mente & Cervello' di Gennaio, un articolo di Valentina Murelli sulle “caratteristiche imprenditoriali” riporta che, secondo uno studio pubblicato su “Nature”, alcuni ricercatori della Cambridge University, guidati da Barbara Sahakian, hanno sottoposto 16 imprenditori e 17 manager a test neurocognitivi per valutare le loro abilità decisionali ed hanno scoperto la sostanziale differenza che c’è tra un imprenditore, che guida la propria azienda, e un manager, che gestisce quella di altri: la propensione a correre rischi.
Nei vari test, gli imprenditori si sono rivelati più propensi ad assumere rischi, inoltre, hanno dimostrato anche maggiore impulsività e flessibilità cognitiva superiore. 
Insomma, le caratteristiche del bravo imprenditore sono la “propensione al rischio e l’impulsività”.
http://marketing-vendite.blogspot.com/2009/02/propensione-al-rischio-e-impulsivita-le.html
4. Pare potersene ricavare la conferma, anche in questo caso, che il livello di propensione al rischio abbia due determinanti, variamente calibrate per ciascun individuo: il carattere innato, frutto dei geni, e l'educazione ricevuta. Che poi determinano o almeno concorrono a determinare le scelte future, anche, ad esempio, sulla scelta del corso di studi o sul tipo di lavoro.
5. L'Italia è caratterizzata e nota in Europa e forse nel mondo per l'altissimo numero di partite IVA (mi pare in totale 8 milioni), il che – al netto però del peso rilevante del lavoro autonomo, compreso quello che è tale solo formalmente -attesterebbe una notevole diffusione dello spirito imprenditoriale. Anche al Sud c'è un numero elevato di partite IVA. Ciononostante, il Politecnico di Torino – che fa anche da incubatore di nuove imprese, mettendo a disposizione il frutto delle sue ricerche – pare riesca ad attivare molte più spin-off e start-up della facoltà d'Ingegneria dell'Università “Federico II” di Napoli, anche per mancanza – diciamo così - di materia prima imprenditoriale.
6. Io sono stato, nella mia vita lavorativa, sia lavoratore dipendente, sia imprenditore, sia lavoratore autonomo. Beh, posso assicurare che, avendo una propensione al rischio bassa, credo determinata soprattutto dall'educazione, quando sono stato costretto a mutarmi in imprenditore, ho penato moltissimo ed ho impiegato diversi anni per adattarmi, ma mai del tutto.
7. Ho capito, quindi, per esperienza empirica diretta, che, al netto del carattere, vale a dire del fattore innato, l'educazione (che è l'insegnamento sostenuto, rafforzato dall'esempio) svolge un ruolo fondamentale nel determinare la propensione al rischio: che è materia prima indispensabile sia per creare un'impresa, sia per scalare una montagna, sia per passeggiare di sera in un quartiere malfamato di Napoli, sia per diventare un condottiero, sia per creare e dirigere (e contendere la leadership di) - persino in Italia - un partito nuovo, sia per decidere il proprio portafoglio titoli. 
La soluzione, quindi, è investire nell'educazione in famiglia (e nella scuola, ma dopo), innovando il paradigma educativo-culturale materno-femminile-protettivo-conservativo, influenzato storicamente e profondamente dalla Chiesa cattolica italiana.  

Questo articolo de Lavoce.info viene a bomba sul tema dell’educazione e della propensione al nuovo AIUTARE I GIOVANI A GUARDARE LONTANO  di Alessandro Rosina 12.07.2011 http://t.contactlab.it/c/1000009/2995/31126749/21279  

 

Il ruolo delle parti sociali.

[…]. C’è però una lacuna che andrebbe colmata al più presto. Nel caso italiano, contrariamente a quanto accade nella generalità dei paesi europei, non esistono norme che prevedano la partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese: che si tratti del riconoscimento dei diritti d’informazione e di consultazione sulle scelte strategiche dell’azienda oppure, in un sistema duale di conduzione aziendale, della costituzione di comitati di sorveglianza con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori. 

Sultema, allego questo mio ‘post’: Partecipazione dei lavoratori alla proprietà edal controllo delle aziende http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2586257.html,dal quale stralcio: 

Premessa: come ho riportato nella Lettera di PDnetwork alla Segreteria Nazionale: a) i salari italiani sono – e non da ora - tra i più bassi d’Europa (cfr. nota 11); b) tra i 30 paesi Ocse, oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri (cfr. nota 2).
La globalizzazione, [2] col corollario di delocalizzazioni di imprese, impone, ancor più di prima, di abbandonare le contrapposizioni pregiudiziali e di ricercare e trovare pragmaticamente soluzioni innovative, nell’interesse del Paese ed in particolare dei ceti medi e bassi.
Si sta parlando, come parte della soluzione, di partecipazione dei lavoratori alla proprietà ed al controllo (nel Consiglio di sorveglianza) delle aziende (vedansi all'interno del post linkato più sopra le proposte di legge http://www.pietroichino.it/?p=2981  ). [3]


[1] Lettera di PDnetwork  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html

[2] La globalizzazione non è un gioco equo  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760049.html

[3] FIAT, Marchionne, cogestione e produttività http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2754319.html 

  

Articoli collegati:

I diritti alzano la voce”, per un nuovo welfare  http://video.repubblica.it/dossier/crisi-italia-2011/i-diritti-alzano-la-voce-per-un-nuovo-welfare/81239/79629

 Una tesi eterodossa della professoressa Chiara Saraceno (in calce all’articolo un mio commento). MENO TASSE PER LE DONNE: INEFFICACE E INGIUSTO di Chiara Saraceno  21.11.2011  Per favorire l'occupazione femminile il governo Monti starebbe valutando una differenziazione nella imposizione fiscale sul reddito da lavoro di donne e uomini. L'idea è inefficace e ingiusta. Inefficace perché non c'è abbassamento di aliquota che compensi una domanda di lavoro debole o nulla rivolta a donne a bassa qualifica. Ingiusta perché rischia di rivelarsi una redistribuzione da famiglie a reddito basso verso quelle a reddito alto. Più utile investire nella formazione e destinare tutte le risorse possibili all'allargamento dell'offerta di servizi di cura.  http://t.contactlab.it/c/1000009/3083/33490847/23305 

Un articolo interessante, soprattutto perché indica una opportuna de-ideologizzazione del tema (in calce un mio commento):

22 novembre 2011  Articolo 18 e Pd, mediazione possibile? Il governo Monti e le nuove norme sul lavoro: i dem si spaccheranno?  Mariantonietta Colimberti  http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/130950/articolo_18_e_pd_mediazione_possibile

 

 

 

Cucinare, pulire e crescere i figli vale da un quinto alla metà del Pil

Sempre durante il recupero del miei dati dal blog “Percentualmente”, ho ritrovato questo mio commento che ora riporto volentieri nel mio blog.

 

4 apr 2011

 

Vincesko  4 aprile 2011 alle 16:34

Rifletto sul ruolo delle donne da oltre 15 anni. In base all’osservazione empirica, suffragata da qualche buona lettura, sono pervenuto alla conclusione – l’ho già scritto più volte, anche nel mio blog e qui http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/03/08/le-donne-secondo-listat/– che la donna italiana non è la soluzione, ma il problema, in particolare al Sud (sono meridionale), sia nel ruolo di insegnante che, soprattutto, di madre.

Lo scorso 20 ottobre, a “Linea Notte”, discutendo dell’omicidio di Sarah e commentando il titolo del “Riformista” “Povero maschio”, l’intelligente Dacia Maraini arrivò alla conclusione che al Sud forse (!) vige il matriarcato. Avrei voluto farle osservare che nel Sud il matriarcato c’è da secoli e non ha mai smesso. E’ sufficiente fare una riflessione su chi comanda nelle famiglie, osservando il parentado e la cerchia amicale: nell’80% è la donna, anche se questo spesso viene negato. Il matriarcato, auspicato dal Prof. Veronesi nel suo ultimo libro, è invece nel Sud forse il principale freno al cambiamento, costituito in generale dalla donna, soprattutto come madre ed insegnante. Ma, come ho già scritto altrove, non è casuale, ci sono due motivi: il primo, è un problema di modello: il modello delle figlie femmine è la madre, se la madre è educata male, educherà male i propri figli e le figlie tenderanno inevitabilmente ad imitarla; il secondo, le figlie femmine sono trattate peggio in famiglia, vengono represse di più, anche e forse soprattutto sul versante sessuale (cfr. Sigmund Freud “La repressione delle curiosità sessuali e sviluppo intellettuale”, v. post/1 in calce a questo http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2620263.html ), e questo produce inevitabilmente il tramandarsi ed il perpetuarsi di un paradigma educativo repressivo, col corollario (= conseguenza) di “resistenze”: al cambiamento, al miglioramento, individuale e collettivo.

Secondo gli esperti, pare incontestabile il fenomeno che va sotto il nome di FEMMINILIZZAZIONE della società, effetto della perdita di ruolo da parte del padre, a fronte di una prevalenza crescente del ruolo della madre. Questo ribaltamento crescente tra i ruoli padre/madre ha come conseguenza l’affievolirsi del peso della figura paterna nella costruzione della personalità dei maschi, a vantaggio delle femmine. Io, per ragioni di lavoro, ho conosciuto centinaia di femmine meridionali over 22 (ma poche laureate); dalla mia esperienza ho tratto la constatazione di un deficit – talora elevato – del livello medio di autostima.

E’ strano per me che non si riesca a fare 2+2.
1. Da sempre, in Italia, in particolare al Sud, c’è una sorta di tacita divisione del potere: la donna comanda in casa, l’uomo fuori dalla casa.
2. La scarsa partecipazione delle donne – in politica come nel lavoro esterno – rende l’Italia più debole e vulnerabile e condannata ad un più basso tasso di crescita. Succede la stessa cosa, secondo uno studio dell’ONU che ho già ‘postato’ qui, beninteso in più ampia scala, per i paesi arabi e mussulmani in genere.
3. Le quote rosa per iniziare servono, ma sono solo un palliativo; occorre pensare ad un progetto educativo che abbia come soggetto ed oggetto principale le donne-madri (v. http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html ).
4. E’ ingenuo ed inefficace (inefficace = improduttivo di effetti concreti, quindi inutile perdita di tempo), lamentarsi (la lamentela è lo sport nazionale più diffuso, sia degli uomini che, in particolare, delle donne) ed affidarsi alla generosità degli altri, soprattutto degli uomini, in particolare degli uomini politici. E’ la donna-madre-educatrice – assieme alle modalità in cui dispiega il suo ruolo nella famiglia – l’artefice non solo del proprio destino, del proprio ruolo e di quello dei figli/figlie, ma del carattere e del destino dell’intero popolo italiano.
5. Qualunque semplice auspicio di una maggiore collaborazione tra l’uomo e la donna – apprezzabile – non serve a niente: occorre agire, aggredendo le cause determinanti: il ruolo della donna-madre-educatrice (delle responsabilità dell’uomo non impedirei a nessuno di parlare, nel senso che gli darei subito ragione e anche una mano).

PS: Io vivo da 16 anni da single, e per necessità e per scelta (tranne brevi periodi) mi faccio tutto – tutto – da me.

http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/04/04/cucinare-pulire-e-crescere-i-figli-vale-da-un-quinto-alla-meta-del-pil/

CURIOSITA' SESSUALI REPRESSE E SVILUPPO INTELLETTUALE/25

           

RICERCA USA-AUSTRALIA

Tristezza post-sesso, ne soffre una donna su tre

Un terzo delle donne patisce il «sex blues», mestizia alla fine del rapporto. Nessun legame con la prestazione

MILANO – Freud e altri studiosi e psicologi hanno provato a definirne le ragioni dell'inconscio nei loro scritti, ma le cause neuronali restano ancora sconosciute. È la tristezza post-rapporto, o la depressione post-coitum, anche se parlare di depressione è errato. La prova una donna su tre alla fine del rapporto sessuale: una sensazione di ansia, malinconia, tristezza, spesso accompagnata da un irresistibile desiderio di piangere. Che non ha nulla a che vedere con l'esito della prestazione, perché colpisce a prescindere dalla soddisfazione sessuale o dal raggiungimento dell'orgasmo. 

CRISI DIFFUSA – Secondo i dati dei ricercatori dell'università australiana del Queensland e di quella dello Utah negli Stati Uniti, che hanno condotto lo studio su oltre 200 giovani donne, il 32,9 per cento del campione intervistato ha dichiarato di aver sofferto nella vita sessuale adulta di sex blues, una o più volte. La crisi si risolve spesso in pochi minuti, a differenza di tristezze più conosciute e studiate, come il baby blues, in arrivo dopo la nascita di un figlio dal perdurare più lungo. Si esprime solitamente a orgasmo avvenuto, attraverso la sensazione di ansia, irritabilità, malinconia, attacchi di pianto. Proprio nel momento in cui, dunque, il fisico femminile dovrebbe rilassarsi ed essere invaso da un diffuso benessere fisico e psichico. 

 

PROSSIMI PASSI – Se il legame tra chi ha subito un trauma o una violenza sessuale e questo blues da dopo rapporto sono più semplici da spiegare, ancora non è chiaro però il perché questa sensazione colpisca indifferentemente anche donne equilibrate con una vita sessuale e sentimentale felice. La ricerca, pubblicata sul Journal of Sex Health, è solo al suo primo stadio. Il professore australiano Schweitzer che ha guidato lo studio è ora pronto per la seconda parte: indagare quanto il senso di sé delle donne che dichiarano di soffrire di blues post-rapporto incida sulla tristezza provata. Così come c'è un filone ancora da iniziare a scoprire, quello della predisposizione biologica a questa lieve depressione.

Eva Perasso
30 marzo 2011 (ultima modifica: 31 marzo 2011)

http://www.corriere.it/salute/11_marzo_30/tristezza-post-sesso-perasso_95c114fe-5ab3-11e0-9f1f-2edbd1a49bbb.shtml

 

 

Puntate precedenti:

 

post/1-Freud “La morale sessuale ‘civile’ e il nervosismo moderno”

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2558195.html

 

post/2-Freud “Aforismi e pensieri”

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2589675.html

 

post/3-De Bernardi “Il diritto all’innocenza”

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2591160.html

 

post/4-Il VdS “La scoperta della sessualità”

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2592702.html

 

post/5-card. Scola

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593987.html

 

post/6-Precocità e disinformazione sessuale

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2595765.html

 

post/7-Belardelli “Il sesso migliora con l’età, per le donne il picco a 40 anni”

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2596985.html

 

post/8-Tamburini “Sessualità, aspetti psico-evolutivi”

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2597394.html

 

post/9-La Hunziker e i maschi italiani: «Sono immersi nei tabù»

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2598135.html

 

post/10-Il sesso ok? Circa 10 minuti, poi il cervello pensa ad altro

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2614532.html

 

post/11-Sesso all’estero, ma di segno opposto

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2615556.html

 

post/12- Dal bacio rubato all'amore in auto, il 'manuale' del sesso secondo gli 'ermellini'

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2616254.html

 

post/13-Test: Equilibrismi d'amore, misura la parità di coppia

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2617205.html

 

post/14-Salute: emicrania da sesso, come evitare il ‘mal di testa del traditore’

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2618892.html

 

post/15-Quando l’amante è la zia

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2619722.html

 

post/16-L’ansia da prestazione è rosa

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2620263.html

 

post/17-Gay ma solo ogni tanto

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2623932.html

 

post/18-Sette regole sul sesso, parola di John Lennon

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2624815.html

 

post/19-L’amore è come una droga, potente come un antidolorifico

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2625630.html

 

post/20-Mi eccito pensando a…

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2630246.html

 

post/21-Cosa non fare dopo una serata di passione

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2630733.html

 

post/22-Sesso, crollo del desiderio per un’italiana su tre

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2719024.html

 

post/23-Sesso, chi ne è ossessionato ha paura di invecchiare

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2719805.html

 

post/24-Ricerca: ‘fotografati’ i neuroni dell’aggressività, amore li spegne

 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2722180.html

LETTERA A MARCO DEMARCO, DIRETTORE DEL "CORRIERE DEL MEZZOGIORNO" ("TERRONISMO")

           

Egr. Dott. Demarco,

 

Venerdì dell’altra settimana, ho assistito alla lunga, interessante presentazione del Suo libro "Terronismo".

Permetta a me, esperto di nulla, di esprimere alcune considerazioni, della cui lunghezza mi scuso.

 

AscoltandoVi, mi è venuto da pensare: “Certo che questi intellettuali della Magna Grecia non sanno fare 2+2 (neppure loro, come gli intellettuali che popolano i vari blog, che frequento da 2 anni e mezzo)”.
Divertenti (si fa per dire) le risposte alla domanda da Lei posta nel secondo giro della discussione: (se e) perché i meridionali sono diversi dai settentrionali.
Lei ha raccontato che un Suo collega pose questa domanda nel 1900 ai principali intellettuali italiani e che l’80% di loro rispose: per un fatto antropologico (diagnosi che io avevo anticipato alla signora, apparentemente non molto colta, che mi sedeva accanto, un po’imbarazzandola). Lei stesso ha risposto che non era d’accordo, perché secondo Lei era come accettare un determinismo della condizione del Sud. (Io subito ho pensato: se lo sente il colto Valerio_38, che sta spiegando, nel ‘post’ del blog del prof. O. su “Repubblica”, che l’evoluzione dell’uomo, da 10 mila anni a questa parte, è frutto soprattutto della cultura).

Il prof. Massimo Lo Cicero (che, detto per inciso, ha dato lo stesso mio giudizio sulla "bottegaia" Merkel) s'è tenuto sulle generali, preoccupandosi piuttosto di dire che bisogna salvare anche Napoli assieme al resto del Sud.

Il presidente della SVIMEZ, Adriano Giannola, non napoletano, ha detto che sono uguali (al che io ho... protestato, facendomi sentire da quelli seduti vicino e facendo il gesto dal fondo della sala che non ero d’accordo...).

 

Subito dopo, però, il direttore della SVIMEZ, Riccardo Padovani, che pure tendeva ad incolpare principalmente la classe dirigente meridionale (et pour cause), ha invece detto che non sono uguali, per un fatto di organizzazione (ed io ho assentito vistosamente, ma dicendo ai vicini che quella è una conseguenza).

Perché la determinante (come sto scrivendo da quasi 3 anni nei miei ‘post’ e commenti nel web, e prima altrove) è una causa "culturale, in senso antropologico" (allegando la relativa voce di Wikipedia, è buona, eccola 
http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura ). ). [Ho visto ora che Wikipedia ha modificato la voce “Cultura”, per cui riporto la versione precedente:

 Cultura (da Wikipedia, l'enciclopedia libera).

La nozione dicultura appartiene alla storia occidentale. Di origine latina, proviene dal verbo "coltivare". L'utilizzo di tale termine è stato, poi, esteso, a quei comportamenti che imponevano una "cura verso gli dei": così il termine "culto".

Il concetto moderno di cultura può essere inteso come quel bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione. Tuttavia il termine cultura nella lingua italiana denota due significati principali sostanzialmente diversi:

•           Una concezione umanistica o classica presenta la cultura come la formazione individuale, un’attività che consente di "coltivare" l’animo umano (deriva infatti dal verbo latino "colere"); in tale accezione essa assume una valenza quantitativa, per la quale una persona può essere più o meno colta.

•           Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l’individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale].


E pensare che nel Suo libro c’è, la spiegazione: quando Lei riporta, per stigmatizzare il razzismo all’incontrario del movimento neo-borbonico contro il Nord, la frase orgogliosa del principe di Salina, ne “Il Gattopardo”, quando in inglese dice: “ I Garibaldini sono venuti per imparare le nostre buone maniere, perché noi siamo dei”.
Ma la spiegazione è nel passo del "Gattopardo", in cui il principe, rivolto agli ufficiali inglesi che gli sottolineano la bellezza del suo palazzo, appetto alla bruttezza e sporcizia del quartiere, risponde: “I Siciliani si credono dei e quindi perfetti, non hanno bisogno di migliorare”.
Questo è il vero sostrato cultural-antropologico (alimentato-aggravato dal matriarcato e dall’influenza di mamma-Chiesa) dell’arretratezza del Sud.

E mi sono ripromesso di scriverLe.

 

Perché non dipende (solo) dal clima. Riporto da un mio scritto di qualche anno fa.

“[…]. Nell’Italia del Rinascimento, si è concretizzata quella condizione fortunata che Robert Musil, ne “L’uomo senza qualità”, sintetizza nella felice espressione “La forza di un popolo è conseguenza dello spirito giusto, e non vale l’inverso”.

Perché, dunque, negli Italiani non si crea lo “spirito giusto”, anzi ad esso si è da tempo sostituito uno “spirito negativo”, sia al Sud che al Centro-Nord, che ne sostanzia un atteggiamento pessimistico-irrazionale? Come fare per ricrearlo?

Io ho provato, ottimisticamente, a capovolgere la domanda: in un popolo, lo “spirito giusto” si realizza naturalmente se non vi si frappongono freni ed ostacoli; quali possono essere questi freni ed ostacoli – profondi, antichi e diffusi – se non di tipo culturale (in senso antropologico e non)? Essi, poi, sono il sostrato – e ne amplificano gli effetti – di quelli pur esistenti e reali, quali l’insicurezza, la precarietà, talora l’impoverimento, la criminalità, l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, il conflitto perenne tra i partiti politici.

 

Limitandomi al Sud, due, a mio avviso, sono i principali freni ed ostacoli “culturali” al cambiamento: il primo è quello riassumibile nell’espressione “ogni meridionale si crede un padreterno, quindi perfetto, non ha bisogno di migliorare” (Tomasi di Lampedusa lo scrive ne Il Gattopardo, riferendosi ai Siciliani); ma è da leggere, ovviamente, in senso opposto: in Ricordi della casa dei morti, il grande scrittore russo Dostoevskij scrive: “Di certo si doveva credere un uomo molto intelligente, come accade per solito a tutti gli uomini ottusi e limitati”. L’altro freno è rappresentato dalla donna meridionale: tesi solo apparentemente semplicistica e datata, sicuramente provocatoria e piuttosto “pericolosa”. Senza alcun intento anti-femminista, anzi come frutto di una lunga e profonda riflessione partita da un pregiudizio inizialmente positivo, io reputo la donna meridionale (prepotenza privata, assenza pubblica: binomio forse non casuale) uno dei principali fattori di conservazione e di freno nel Sud (caratteri comunque molto sottovalutati o sottaciuti), soprattutto nel suo ruolo di mamma e/o d’insegnante. (Scriveva Sigmund Freud, nel 1908, in uno scritto intitolato “La morale sessuale ‘civile’ e il nervosismo moderno”: “[…] L’educazione proibisce alle donne d’interessarsi intellettualmente di problemi sessuali, benché provino tuttavia un’estrema  curiosità per essi, e le intimorisce condannando tale curiosità come non femminile e come segno di disposizione peccaminosa. In questo modo rifuggono da qualsiasi forma di pensiero e il sapere perde ai loro occhi ogni valore. […] Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale.” – A me pare una spiegazione illuminante, plausibile, forse ancora attuale.).

Con qualche attenzione anche al ruolo di mamma Chiesa (con la quale il cittadino laico riesce a instaurare facilmente un dialogo ed un rapporto proficuo sul versante della “solidarietà” – uno dei due pilastri della laicità – ma non altrettanto su quello della “tolleranza” – l’altro pilastro della laicità – e dell’agire civico): mamma + insegnante-donna (oggigiorno, la stragrande maggioranza del corpo docente) + Chiesa sono state e sono oggi – forse ancora di più – una miscela formidabile e preponderante nell’educazione delle generazioni meridionali. Io credo fermissimamente che il Sud (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri (e di amministratori pubblici) congruamente severi – quasi assenti - e meno di mamme, onnipresenti. Scrive Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli: “Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”.

 

Quali proposte si possono allora avanzare per la Campania (e il Sud)?

Fra di esse vi devono essere certamente l’adeguamento infrastrutturale, l’incremento della spesa in ricerca e innovazione, una maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione ed un feroce contrasto alla criminalità organizzata. Ma la più importante, la premessa perché quelle prima indicate possano essere davvero efficaci, è la riforma culturale. Essa – poiché gli investimenti in infrastrutture, in ricerca, ecc., pur necessari, non possono bastare – è la condizione principale per far vivere alla Campania (e al nostro Mezzogiorno) una potente e dinamica stagione di sviluppo, capace di colmare gradualmente e definitivamente il divario con il resto del Paese e con il resto d’Europa. Lo scarso apporto delle donne all’economia del Sud rende questa radicale trasformazione culturale assolutamente non più rinviabile. Se il reddito pro capite della Campania facesse registrare – rispetto a quello della Lombardia, attualmente quasi doppio – un differenziale positivo pari mediamente al +2% annuo, impiegherebbe circa 34 anni a colmare il divario, circa 68 anni se il differenziale favorevole fosse del +1%.

Per la Campania (e il Sud), occorre, quindi, delineare una strategia e definire dei programmi e dei progetti – scolastici, culturali, economici – che attuino un piano integrato le cui direttrici di attacco seguano questa successione logica: creazione dello spirito giusto à rimozione degli ostacoli al suo naturale dispiegarsi à riforma culturale à soggetto e oggetto protagonista: soprattutto la donna, da trasformare da problema e fattore di conservazione a risorsa e motore del cambiamento, attraverso un’azione di sostegno corposo e a lungo termine,indirizzata:

a) alle famiglie, a partire dalle donne in gravidanza e nei primi 3 anni di vita dei figli (dopo forse è già tardi), seguendo – in una sana logica di benchmarking – i dettami del migliore, più innovativo, più efficace e meno costoso metodo, quello finlandese (cfr., tra l’altro, l’illuminante articolo del prof. Massimo Ammaniti su la Repubblica del 26.7.2007 “Bambini, prendiamo esempio dalla Finlandia” http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/07/26/bambini-prendiamo-esempio-dalla-finlandia.html), un metodo capace più e meglio degli altri di affrontare, in un’ottica di prevenzione, oltre al rischio – quantificabile nel 20% circa dei casi – di fenomeni di depressione della madre e di problemi altrettanto seri, di vario genere, riguardanti i piccoli figli, anche l’inconsapevole e meccanico “trasferimento” – a causa della coazione a ripetere che perpetua una “catena”, che va quindi spezzata in tempo – dalla madre al figlio – ed ancor più alla figlia – di comportamenti inconsapevolmente dannosi e pregiudizievoli allo sviluppo affettivo normale del figlio, origine di futuri problemi;

b) alla scuola: riequilibrio del rapporto numerico docenti uomini-donne; miglioramento delle performance didattiche, segnatamente in matematica; incremento delle iscrizioni alle Facoltà scientifiche e del numero dei laureati – assoluto e relativo – nelle stesse (Adam Smith, ne La Ricchezza delle Nazioni, critica l’eccessivo numero di avvocati in Gran Bretagna, poiché – scrive – solo 1 avvocato su 20 può campare bene dei proventi della sua professione); immissione nel circuito educativo di tonnellate, vagoni, bastimenti di logica (siamo o no la Magna Grecia?) e di sano pragmatismo (vogliamo o no avvicinarci ai paesi più evoluti): logica greca e pragmatismo anglosassone, per dare nuova linfa all’albero bimillenario della nostra civiltà meridionale, per farci dire, con il grande imperatore romano Adriano: […] tutto quel che c’è in noi di armonico, cristallino e umano ci viene dalla Grecia. Ma mi veniva fatto, a volte, di dire a me stesso ch’era stato necessario il rigore un po' austero di Roma, il suo senso della continuità, il suo gusto del concreto, per trasformare ciò che in Grecia restava solo mirabile intuizione dello spirito, nobile slancio dell’animo, in realtà.” (Margherite Yourcenar, Memorie di Adriano;

c) agli organismi socio-culturali (ivi incluse le Parrocchie: abbiamo ora a Napoli un arcivescovo – il cardinale Crescenzio Sepe – che è di tutta evidenza persona capace, concreta, intelligente, teniamone conto noi laici): divulgazione di modelli femminili positivi – esempi di passione civile e civiche virtù – come Eleonora Pimentel Fonseca, la quale – nel ritratto che ne fa Benedetto Croce nel bel libro La Rivoluzione napoletana del 1799 – ascrive in parte l’arretratezza del suo paese d’origine, il Portogallo, alla “negligenza delle scienze matematiche […] giacché nelle nazioni illuminate i gradi di felicità son da calcolarsi in quelli degli avvanzamenti in queste scienze”; attenzione particolare ai concreti processi educativi riguardanti le donne (“Chi educa un bambino educa un uomo, chi educa una bambina educa una famiglia”), per misurarne le ricadute pratiche, anche quelle di ordine sociale (come ad esempio nel caso della gestione della spazzatura a P., dove la maggioranza, costituita all’80% da donne, vecchie e giovani, non rispetta, nonostante reiterate sollecitazioni, né gli orari né le modalità di deposito: il grave problema della spazzatura a P. e in Campania è un problema che andrebbe “declinato” essenzialmente… al femminile); diffusione e promozione assidua di concetti-guida quali “Io, meridionale, non sono un padreterno, quindi perfetto: posso migliorare”, o anche “La lamentela è peccato”, e di insegnamenti culturali favorenti il senso civico, l’etica della responsabilità, la propensione al rischio, la partecipazione (“Tutti erano indifferenti qui quelli che desideravano salvarsi. Commuoversi, era come addormentarsi sulla neve” – ancora dal Il mare non bagna Napoli, libro “terribile”, ma per alcuni aspetti forse più illuminante di tanti testi di sociologia, scritto – mi piace rimarcarlo – da una donna). […]”.

 

La mancanza di organizzazione, concretezza, pragmatismo deriva dal clima? Non so, può darsi. Io però penso che è un prodotto essenzialmente della cultura (nel duplice senso: classico e soprattutto moderno, v. sopra), nelle forme e nello stadio in cui è in un dato periodo storico (pensiamo ai Romani, appunto, o agli Arabi).

 

Ovviamente, qui non si parla della capacità del singolo (io, meridionale, ad esempio, sono un buon organizzatore; è successo nel breve periodo in cui svolsi un’attività politica e sociale che, quando si voleva esser sicuri della riuscita di un progetto, venivano a chiamare me, ed allora io vincevo la mia pigrizia e diventavo un “tedesco”), ma del popolo, del sistema-Paese, come si dice ora. Ma naturalmente è estremamente difficile, anzi impossibile, creare un sistema-Paese efficiente se ognuno si crede un dio, quindi perfetto. E' quasi superfluo aggiungere che, come scriveva Dostoevskij, tutti gli ottusi si credono perfetti. Il Sud è strapieno di individui, a tutti – proprio tutti – i livelli, che si credono perfetti.

 

Che fare?

 

Diffondere, attraverso l’educazione, tonnellate, vagoni, bastimenti di logica e pragmatismo!

Ripeto: non soltanto la logica (greca), ma anche il pragmatismo (anglosassone) o, se preferisce, la concretezza romana.

 

Educazione.

Fascia d’età critica.

Il periodo fondamentale è dalla gravidanza a 3 anni! E’ in questo lasso di tempo che si formano le sinapsi, che legano i neuroni, ma esse si fissano a condizione che vengano utilizzate/stimolate dall’educazione. Riporto il passo scritto da Valerio_38, che lo spiega bene:

Le moderne neuroscienze hanno dimostrato che la nostra specie è affetta da una eccezionale neotenia, cosicché il cervello di un bambino appena nato è ancora immaturo. Possiede già l’intero patrimonio di neuroni (circa cento miliardi), ma tutti quei neuroni sono pressoché privi di collegamenti fra di loro. Lo sviluppo dei collegamenti (assoni e sinapsi) avviene gradualmente nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, in parallelo alla vita fuori dall’utero. I collegamenti (in media circa diecimila per ciascun neurone) sembra si sviluppino per caso ma si stabilizzino (si fissino) soltanto se vengono “utilizzati” (gli altri si atrofizzano).

Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia. L’istruzione determina quali sinapsi si fisseranno e quali no.

 ed una mia integrazione:

Ho letto con interesse il tuo commento del 9.5 23:05 (poi gli altri) e l’ho condiviso interamente tranne in due punti: 1) laddove tu scrivi “Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia”; e quando affermi: “Ma la distribuzione di queste differenze non dipende dalle latitudini, dipende dalla storia”.

Non dalla storia, ma dall’educazione, appunto, che deve cominciare già durante la gravidanza.

 

Questione femminile e questione meridionale

La cosiddetta Questione femminile ha attraversato tutto il secolo XIX e poi parte del XX. Ne fanno fede, per me, i romanzi russi ed europei in generale. Ne fa fede lo scritto di Freud già citato e che riporto più in esteso, prendendolo dal mio ‘post “Questione femminile, questione meridionale, rivoluzione culturale e progetto educativo” (al rigo 68 e dove si parla di educazione, ed anche di Prodi, del Card. Sepe, ecc., che Le suggerisco di leggere integralmente) http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html :

 

La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno*

[…]. In generale, la nostra civiltà è costruita sulla repressione delle pulsioni. Ciascun individuo ha ceduto qualche parte delle sue possessioni – qualche parte del senso di onnipotenza o delle inclinazioni aggressive o vendicative della sua personalità. Da questi contributi è sorto il possesso comune della proprietà materiale e ideale della civiltà. Oltre alle esigenze della vita, sono stati, senza dubbio, i sentimenti familiari derivati dall’erotismo ad avere indotto i singoli individui a fare questa rinuncia. Nel corso dell’evoluzione civile la rinuncia è stata di carattere progressivo. I singoli passi furono sanzionati dalla religione; la parte di soddisfazione pulsionale a cui ogni persona aveva rinunciato veniva offerta come sacrificio alla Divinità, e la proprietà comune così acquistata fu dichiarata “sacra”. L’uomo il quale, in conseguenza della sua costituzione ostinata, non può accettare la repressione della pulsione, diventa un “criminale”, un “fuorilegge”, agli occhi della società – a meno che la sua posizione sociale o le sue eccezionali capacità non gli consentano di imporsi ad essa come un grande uomo, un “eroe”. [cfr. concetto analogo in Delitto e castigo, dove costituisce uno dei “moventi” psicologici del delitto e in Guerra e pace: per entrambi la figura di riferimento è Napoleone.]

 

La pulsione sessuale (…) mette straordinarie quantità di forze a disposizione dell’attività civile e lo fa in virtù della caratteristica particolarmente marcata che gli permette di sostituire i suoi scopi senza che vi sia materialmente una diminuzione d’intensità. Questa capacità di cambiare il suo scopo originariamente sessuale con un altro, non più sessuale ma in relazione psichica col primo scopo, è detta capacità di sublimazione.

[…]. L’educazione proibisce alle donne di interessarsi intellettualmente di problemi sessuali, benché provino tuttavia un’estrema curiosità per essi, e le intimorisce condannando tale curiosità come non femminile e come segno di disposizione peccaminosa. In questo modo rifuggono da qualsiasi forma di pensiero e il sapere perde ai loro occhi ogni valore. La proibizione di pensare si estende oltre il campo sessuale in parte per una associazione inevitabile e in parte automaticamente, come avviene tra gli uomini per la proibizione di pensare intorno alla religione, o tra i sudditi fedeli per la proibizione di pensare intorno alla lealtà. Non credo che la “deficienza mentale fisiologica” delle donne si possa spiegare con la contrapposizione biologica tra lavoro intellettuale e attività sessuale, come asserisce Moebius in un’opera su cui si è ampiamente disputato. Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale. […].

                                                                                              S.Freud

*Titolo originale: “Die “kulturelle” Sexual moral und die moderne Nervositat”. Pubblicato la prima volta in Sexual-Probleme, 4, 1908. Traduzione di Cecilia Grassi e Jean Sanders.

 

Partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.

Nella (lunga ed ultima) nota 18-Questione femminile e Mezzogiorno, in un documento di 11 pagine con delle mie proposte (http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html ), tutti i dati economici dimostrano:

a)  la correlazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese;

b) che anche la fredda Germania dell’Est (cfr. “Banca d'Italia - Mezzogiorno e politiche regionali”, destinataria di imponenti risorse dopo l’unificazione (molto superiori a quelle riversate nel nostro Mezzogiorno), dopo aver migliorato notevolmente tutti i propri indicatori in un arco temporale relativamente breve, non riesce a colmare i gap, a parere di molti, per motivi culturali.

Riporto alcuni stralci.

Sembra proprio ci sia relazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.

Secondo il IV Rapporto Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi “il tasso di occupazione femminile (cioè la percentuale di donne dai 15 anni in su che forniscono lavoro o sarebbero disponibili a farlo) si ferma al 33%, rimanendo così il più basso del mondo”.

E “gli autori del Rapporto non esitano a sostenere che proprio dalla conquista della piena autonomia da parte delle donne potrebbe partire la rinascita commerciale, economica e culturale dei paesi arabi”.

Dal Rapporto ONU sullo Sviluppo Umano 2010, si ricava che:

“I paesi arabi includono cinque dei 10 “Top Movers” ovvero le nazioni (sulle 135 oggetto della ricerca) che hanno mostrato la migliore performance nell’ISU [Indice di Sviluppo Umano] a partire dal 1970: Oman (n.1), Arabia Saudita (n. 5), Tunisia (n. 7), Algeria (n. 9) e Marocco (n. 10). Nell’Indice di disuguaglianza di genere (IDG), tuttavia, gli Stati arabi registrano un ISU regionale medio del 70 percento, ben al di sopra della perdita mondiale media del 56 percento. All’ultimo posto nella classifica mondiale relativa all’IDG è lo Yemen, con una perdita ISU dell’85 percento”.

Dal Rapporto ISTAT relativo al II trim. 2010 (tabb. 13 e 14) , si ricava che il dato aggregato italiano di inattività delle donne, pari al 48,6% (39,4% al Nord e 42,4% al Centro) è determinato dal peso negativo del Sud: “Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività della componente femminile rimane particolarmente elevato ed è pari al 63,5 per cento”, (contro il 33,7 dei maschi).

Occorrerebbe – come per i Paesi arabi – rimuovere questo macigno operando congiuntamente su due direttrici: quella economica e quella culturale.

 

P.S.:

Bassolino.

Nella lettera che inviai nel 2007 al cardinale Sepe (citata nel ‘post’ sull’educazione), scrissi:

            In secondo luogo,vorrei, da semplice elettore (di sinistra), che giudica quindi soprattutto per sensazioni la qualità e l’efficacia delle amministrazioni pubbliche, suggerire di utilizzare la chiave interpretativa psico-politica per valutare i politici, le amministrazioni pubbliche ed in particolare l’amministrazione napoletana, rinnovatasi l’anno scorso. A tal riguardo, si potrebbe, ad esempio, definire“paterna” (cioè severa in misura adeguata: la severità congrua si propaga positivamente per li rami, con effetti benefici sia sulla burocrazia sia sulla cittadinanza), l’amministrazione Bassolino del primo mandato da sindaco; “materna”, quella del Bassolino successivo e quella della Iervolino (per quest’ultima, vedasi, ad esempio, il caso macroscopico del cambio del comandante della polizia municipale). Io credo fermissimamente che Napoli (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri – quasi assenti - e non di mamme - onnipresenti. (“Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni.”- Anna Maria Ortese, “Il mare non bagna Napoli”).

 

(Per una migliore comprensione, riporto uno stralcio della parte della postilla riguardante Bassolino, che ho omesso nella versione qui pubblicata.

[...]. Per quanto riguarda il “materno”, egli stesso ha confidato di aver vissuto la sua infanzia– tra mamma, zie ed altre parenti - in mezzo a donne. [...].).

 

Nell’intervista che Bassolino rilasciò a Il Mattino, in occasione del suo 60°compleanno, egli rivelò di aver fatto allontanare il suo severo padre, di orientamento destrorso, dai CC, al suo primo comizio ad Afragola, e che poi, tornato a casa, aveva trovato la porta sbarrata ed era stato costretto a trasferirsi. Poi, ad una domanda specifica dell’intervistatore (che curava la rubrica delle lettere, ed al quale avevo scritto di Bassolino): quale fosse stato il suo errore più grande, Bassolino rispose: aver detto troppi sì.

 

Spero, Dott. Demarco, se è arrivato fino in fondo, di non averLa annoiata troppo, e, soprattutto, che Lei non giudichi queste mie considerazioni (soltanto) frutto della mia… presunzione da dio (meridionale) perfetto ed ottuso, ma soltanto un piccolo, spero utile, contributo di conoscenza, per la soluzione dell’annoso problema della Questione meridionale.

 

Cordialmente,

 

17 settembre 2011

 

 

IL SIG. SILVIO B., IL MAMMONE DAL COLLO TAURINO ED IL SUO TALLONE D'ACHILLE/15/MADRE SILVIO

 

Berlusconi, ovvero la mamma degli italiani...
Qual è la vera natura della relazione fra il Cavaliere e i suoi elettori? Nel libro “Madre Silvio” lo psicologo Alessandro Amadori scopre che dietro il machismo quasi compulsivo del premier si nasconde una verità inaspettata. Leggine un estratto

27 marzo, 2011

di Alessandro Amadori

Nel ciclo dell’eroe attuato dal Cavaliere, ossia nel suo percorso narrativo come figura eroica che ha rivoluzionato la politica italiana, tutti gli elementi esteriori convergono verso l’identificazione di un archetipo, e di un collegato codice emozionale (un coinema, come si dice in psicologia dinamica), di tipo maschile (il coinema del Padre). Rigorosamente, quasi patologicamente maschile. Il politico Berlusconi sarebbe semplicemente la trasposizione, in ambito appunto politico, di una specie di ideal-tipo caricaturale di maschio latino ricco, potente, vincente e bisognoso di continue conferme della propria capacità di sedurre (quest’ultimo elemento, tuttavia, farebbe già sospettare che, al di sotto e al di là dell’apparenza, vi sia una realtà differente). 
Ovvero, quanto di più direttamente maschile, e per molti versi anche maschilista, si possa immaginare. Questa è come detto l’apparenza, o meglio questa è una parte della verità. Molto infatti, nel comportamento del Cavaliere, può essere letto come manifestazione di coinemi (codici affettivi) maschili. 
Lui stesso, sinceramente, lo confessa. 

Tuttavia, la vera domanda da porsi non è su come si comporta esteriormente Berlusconi; la domanda cruciale è un’altra, è questa: che tipo di relazione ha instaurato il Cavaliere con il suo elettorato? Qual è l’esatta natura dello scambio affettivo, del contratto emozionale, sottostante? Che cosa chiede, Berlusconi, a chi lo vota, e che cosa dà, sempre Berlusconi, a chi lo vota? 
Bene, se passiamo dal livello del comportamento esteriore a quello della relazione affettiva con l’elettorato, l’immagine che abbiamo del Cavaliere, e dei suoi codici affettivi, cambia completamente. Addirittura, si rovescia nel suo opposto (dal coinema del Padre a quello della Madre). La relazione che Berlusconi ha costantemente attuato con il suo elettorato è infatti una relazione materna di accudimento. È la stessa relazione che una madre benevola instaura nei confronti del proprio figlio piccolo, molto piccolo, che si lamenta. È una relazione di ascolto e di presa in carico. È una relazione basata sul fornire una cura lenitiva al malessere, al disagio che il proprio figlio prova ed esprime. 
Con un piccolo sforzo aggiuntivo, si può addirittura azzardare questa interpretazione psicoanalitica: ossia, che il comportamento archetipicamente maschile che Silvio Berlusconi manifesta nella sua vita personale sia una formazione reattiva (cioè, la trasformazione nell’opposto) rispetto a un bisogno profondo, quasi certamente inconscio, di accudire maternamente e, quindi, in realtà di essere accudito. Accudito dalla propria madre, o da suoi surrogati (e allora non è un caso che, stando a quanto emerge dalle intercettazioni telefoniche e dalle testimonianze del caso Ruby, negli spettacoli serali che andavano in scena ad Arcore alcune delle sexy-ballerine invitate si esibissero travestite da infermiera, tipico simbolo di figura femminile che accudisce). 
Il maschile, così marcato, che c’è nell’esteriorità del Cavaliere sarebbe allora la copertura appunto esteriore, complementare e compensatoria, di un atteggiamento affettivo dominato dai codici del femminile. Il coinema apparente del Padre costituirebbe perciò la schermatura del vero coinema sottostante, quello della Madre. E attraverso la conferma della propria capacità di sedurre, Berlusconi esorcizzerebbe il timore di non essere amato dalla propria figura materna e, parallelamente, di non essere abbastanza maschile da attrarre la figura femminile in generale. Per mezzo del coinema del Padre, egli cercherebbe rassicurazione rispetto alla paura di perdere l’amore della Madre. 
Dietro il tentativo di sedurre Ruby, ammesso che sia andata così, vi sarebbe la paura di non essere accettato dall’Eterno Femminino. (Giusto per evitare qualsiasi fraintendimento, è bene precisare che stiamo parlando non di orientamento sessuale, che in Berlusconi è fin troppo chiaramente eterosessuale, bensì di dinamiche profonde affettive e relazionali).

È proprio questa inconscia valenza femminile, questo stretto rapporto di Berlusconi con la sua parte femminile, che c’è nella relazione affettiva fra il Cavaliere e il suo elettorato, ad averlo reso per così tanto tempo immune dalle conseguenze negative dei suoi stessi comportamenti esteriori. A lungo infatti noi ricercatori (e tanti giornalisti, fra cui lo stesso Severgnini) ci siamo scervellati su un vero e proprio paradosso demoscopico: nonostante il dibattito politico-mediatico fosse da tempo dominato dal problema della discutibilità dei comportamenti personali del premier, gli indicatori appunto demoscopici sono rimasti a lungo relativamente stabili (Severgnini ne parla a proposito del fattore harem). 
La tesi più utilizzata per spiegare questo fenomeno era quella della dissociazione fra la valutazione del Cavaliere come leader politico e quella di Silvio Berlusconi come individuo, con una sua propria vita personale. Discutibile quanto si vuole, però comunque privata e personale. Era insomma la tesi classica della separazione fra vizi privati e pubbliche virtù. Ma era una tesi debole, che personalmente non mi convinceva pienamente. Però, all’epoca, non avevo un’idea migliore in testa.
È invece molto più efficace, come interpretazione, l’ipotesi secondo cui, semplificando, a Berlusconi si perdona tutto perché dell’interazione con la figura materna, con la Madre, nonostante i difetti che essa può mostrare (e la soggezione o la frustrazione che può evocare o provocare), non si può fare a meno. Volenti o nolenti, siamo costretti a perdonare la nostra Madre, perché ne siamo troppo dipendenti. Il Padre lo vogliamo abbattere, come ci ha insegnato Freud con la sua teoria del complesso di Edipo; la Madre no, la vogliamo salvare (persino quando si comporta contro la morale comune, persino quando si comporta da prostituta). La Madre intesa, in termini di codici affettivi (cioè di coinemi), come colei o colui che si prende cura di noi, che ci accudisce, che ci ascolta, che ci protegge dalle nostre paure più profonde.
© 2011 Mind Edizioni 

Tratto da Madre Silvio, di Alessandro Amadori, Mind Edizioni, pp.188, euro 15

Alessandro Amadori, genovese di nascita, milanese di adozione, è laureato in Psicologia sperimentale, dottore di ricerca in Psicologia dei processi cognitivi superiori e ricercatore di mercato da oltre venti anni. Fondatore e direttore dell'istituto Coesis Research, con il libro 
Mi Consenta (2002), dedicato all'analisi semiotica dei modelli di comunicazione di Silvio Berlusconi, ha contribuito a fondare la psicopolitica, la disciplina che studia i processi psicologici profondi che stanno alla base del comportamento elettorale.
http://tg24.sky.it/tg24/politica/2011/03/22/anticipazione_libro_madre_silvio_alessandro_amadori_berlusconi_mind_edizioni.html
 
 
Commento:
 
1. Da più di 10 anni, uso chiamare Silvio B. “il mammone dal collo taurino” ed ho individuato nella madre, mamma Rosa (v. post/1, 2 e 3) la figura chiave nella formazione della sua personalità.
 
2. Su “Europa”, l’anno scorso scrissi:
da magnagrecia inviato il 7/8/2010 alle 1:22
“Vorrei avvertire la brava Mariantonietta Colimberti che quello di Alfano e sodali non è nervosismo. Lui, Bondi, Frattini, Cicchitto, Capezzone, ecc. fanno solo il loro mestiere: di bravi servi zelanti e vigili mamme vicarie, che hanno tra i loro compiti anche e soprattutto quello di prendere le difese del "mammone dal collo taurino".
In occasione del caso Noemi, su parecchi giornali fu pubblicata la notizia che il premier si era lamentato della scarsa solidarietà ricevuta da parte delle ministre, in particolare la Prestigiacomo e la Meloni (e la prima fu anche poi un pò emarginata).
Fateci caso d'ora in poi: quelli con maggiore attitudine servile, i ministri Bondi, Frattini ed Alfano, non commettono mai questo errore”.
http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/120417/lappello_del_bersani_costruttore  
 
3. Ho già più volte scritto dell’Italia come di un Paese antico, cinico e mammone ed evidenziato inoltre che sono le donne a tenere in piedi elettoralmente Silvio B. Quando ascoltavo i Soloni dell’analisi politologica discettare sulla natura dei rapporti tra Silvio B. ed il suo elettorato (v. anche post/9) e tra Silvio B. ed i suoi collaboratori mi veniva da sorridere, vedendo che non riuscivano a fare 2+2, a ravvisare l’evidente natura maternale di quei rapporti.
Io non credo però, come fa Alessandro Amadori, che Silvio B. sia “soltanto” la “madre” degli Italiani, ma più verosimilmente che egli sappia principalmente suscitare sapientemente l’istinto materno e continui quindi a svolgere magnificamente soprattutto il suo (quasi, per fortuna *) irresistibile ruolo di figlio-mammone, ma dal collo taurino.
Egli è mamma solo come proiezione e ad imitazione della sua (cfr. post/1), che ha svolto la funzione educativa senza tenere insieme la dimensione affettiva (amore debordante e incondizionato) con la dimensione etico-normativa: la sola educazione positiva, completa e che costituisce un fattore protettivo enorme; la sola capace di formare individui forti ed equilibrati, e non soggetti deboli come lui, malato di narcisismo, che coltiva un senso di onnipotenza che lo fa credere legibus solutus, pronto a punire chiunque (vedi la Magistratura) osi arrecare offese al suo amor proprio ipertrofico e malato, lesioni alla sua autorità, sconfitte al suo orgoglio di unico ed insostituibile.
 
(*) 
Il grande imbroglione
di GIUSEPPE D'AVANZO 
(…) è suggestiva l'interpretazione di chi avvista Berlusconi afflitto da "pseudologia phantastica".
«Una forma di isteria caratterizzata dalla particolare capacità di prestar fede alle proprie bugie. Di solito succede - scrive Carl G. Jung - che simili individui abbiano per qualche tempo uno strepitoso successo e che siano perciò socialmente pericolosi».
http://www.repubblica.it/politica/2011/04/10/news/berlusconi_davanzo-14743742/  
 
Post Scriptum:
Ho inviato lo scorso 9.4 all’1 e 42 la seguente e-mail all’autore del libro, Alessandro Amadori (prima di leggere l’articolo riportato, dove è scritto: orientamento sessuale, che in Berlusconi è fin troppo chiaramente eterosessuale). Non ho ricevuto finora alcuna risposta:
 
“Ho appena finito di ascoltare a "Linea Notte" la Sua acuta analisi psicologica
del Sig. Silvio B.

Mi permetto di inviarLe il profilo psicologico che, da non esperto, ho
tracciato di lui una decina di anni fa e che ho riportato in questa serie di
'post' nel mio blog (profilo nel 'post/1, in calce a questo post/14):
IL SIG. SILVIO B., IL MAMMONE DAL COLLO TAURINO ED IL SUO TALLONE D'ACHILLE
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2598138.html
Cordialmente,

PS:
Gliela riferisco con beneficio d'inventario. Tempo fa, lessi sul “Fatto” che
dopo l’asportazione della prostata, s’è fatto installare presso il “S.
Raffaele” del suo amico Don Verzé un impianto ad hoc, che aziona a comando per
il bunga bunga.
Può permettersi ora, per soddisfare la sua terribile, incoercibile bulimia ed
esorcizzare lo spettro della vecchiaia, invitare 20 o 30 giovani donne alla
volta – preferibilmente, non a caso, di estrazione sociale bassa, cultura
insufficiente e capacità intellettive mediocri – ed esibirsi in stressanti
performance copulatorie “a tergo” di gruppo, preferibilmente anali e, pare,
rigorosamente senza preservativo, potendo azionare ad libitum il suo
attrezzo.
Dall’alto della Sua esperienza, sarà forse d’accordo con me che la sua
predilezione per i rapporti anali è forse spia di omosessualità latente. Il che
vorrebbe dire che abbiamo un premier... incompetente, matto, impotente ed
omosessuale latente.
E’ probabile che se mamma Rosa avesse potuto usufruire di un’assistenza
adeguata durante il periodo critico, ci avrebbe risparmiato tutto o buona parte
del casino che il figlio primogenito ha provocato e sta provocando”.
 

Post collegato:
Berlusconi-Renzi, interpretazione psicologica di un incontro scandaloso
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2684132.html


Puntate precedenti:
post/1-Silvio B. http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2576326.html
post/2-mamma Rosa http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2577094.html
post/3-padre http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2578158.html
post/4-lettera a S.B. http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2587498.html
post/5-figlie http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2588389.html
post/6-léggi http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2588710.html
post/7-amor proprio http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2589028.html
post/8-Marina http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2591169.html
post/9-innamoramento http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2592704.html
post/10-sberla http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593988.html
post/11-Ciampi http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2595766.html
post/12-GallidL. http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2596988.html
post/13- Ciampi2 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2597402.html
post/14- Napolitano http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2598138.html
 

IL RUOLO DELLE DONNE TRA FAMIGLIA E POLITICA

 

Pubblico un mio commento sul ruolo delle donne ‘postato’ in Repubblica/blog-Amato-Percentualmente
http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/03/08/le-donne-secondo-listat/
 
Bisognerebbe interrogarsi su chi o che cosa fa sì che quella italiana sia una società bloccata (vedi il ‘post’ precedente) o disequilibrata (v. questo ‘post’).
 
Quando un fenomeno è antico, profondo e diffuso, c‘è sempre una dimensione prevalentemente storico-culturale.
Il nostro è un popolo antico, cinico e mammone.
I soggetti principali, checché se ne dica, che hanno agito e continuano ad agire in profondità e ne costituiscono il sostrato culturale più autentico - e conservatore - sono, da una parte, mamma-Chiesa - oscurantismo, nepotismo, controriforma, anti-giansenismo (non è l’uomo che si deve elevare operando bene per meritare la grazia, ma il contrario) e, dall’altra, la donna-mamma, soggetto dominante nella sfera privata. In Italia, soprattutto al Sud, vige il matriarcato. Senza studi particolari: a me consta personalmente, inferendolo dalla cerchia familiare allargata e da quella amicale.
Il disequilibrio tra i generi, nella dimensione pubblica, e quindi anche nei rapporti economici, è conseguenza del matriarcato.
 
Una giovane amica sostiene che “E’ una discriminazione che partendo dal disequilibrio fra i ruoli all’interno della famiglia” richiede di “cominciare a condurre un’adeguata campagna d’informazione sulla realtà del mondo femminile italiano, a partire dalla scuola”.
Io ho obiettato: “Scusami, come a partire dalla scuola? Nasce in famiglia e vuoi partire dalla scuola? E’ un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Vuoi curare la “malattia” (non si guarisce quasi mai dalle malattie) anziché prevenirla, che è più facile e meno costoso? La logica – scrive Musil ne “L’uomo senza qualità” – è quella cosa scomoda che fa discendere il significato di una frase da quella precedente. Perché trovi “scomodo” collocare il problema là dove esso ha origine? Comunque mi sono accorto che parecchi, soprattutto donne, trovano “scomodo” partire da lì.
 
Ella sostiene ancora (in linea con ciò che è scritto in questo ‘post’): “Secondo le statistiche le donne si impegnano di più negli studi e ottengono risultati migliori rispetto ai maschi”.
Io ho obiettato: “Questa è un po’ una leggenda metropolitana, almeno per i ragazzi di Scuola Media: secondo il Rapporto 2009 dell’INVALSI (par. 4.2, tavv. 6 e 6a), al Centro-Nord le ragazze sono più brave in italiano, i ragazzi in matematica; al Sud non ci sono differenze. Dopo, non so, forse, un 5-7% di donne raggiunge anche l’eccellenza, ma il restante 93-95%?”. (I laureati, in fondo, sono soltanto 160 mila all’anno).
 
Ella sostiene ancora: “Molte ragazze hanno semplicemente perso la volontà di battersi davvero per qualcosa”.
“Ecco, le ho detto, questo è il punto cruciale: solo lottando si ottengono le cose, se le donne rinunciano a farlo, siamo tutti fritti. In Italia, soprattutto al Sud (da secoli), pare sussistere una sorta di “divisione nazionale del potere”: le donne comandano in casa (e forse nella scuola), gli uomini fuori dalla casa; urge un riequilibrio e una redistribuzione del potere politico, ma le donne latitano: perché? Se un fenomeno è così esteso, antico e profondo, vuol dire che ha una valenza e una dimensione “culturale” e quindi esige una soluzione “culturale”, cioè educativa, a partire dalla famiglia e dal suo perno educativo: la madre. Scrive la psicanalista Simona Argentieri - una delle protagoniste del dibattito su l’Unita sul silenzio delle donne - (in “Specchio delle mie brame”, Psycomedia) che il rapporto con la madre è fondamentale nella costruzione della personalità di ciascuno e parla di “primitivo imprinting relazionale”.
 
Occorre una rivoluzione culturale; occorre che la donna rinunci ad una parte del suo potere tra le mura domestiche - dove si formano i paradigmi culturali, che deve contribuire a cambiare -, a favore di un suo più marcato ruolo pubblico, di una presenza più incisiva nei posti dove si fanno le leggi, che sono in rapporto biunivoco con il retaggio culturale: ne sono influenzate e lo influenzano.
 
Occorre essere consapevoli che la questione femminile, a ben vedere, è il nodo cruciale italiano, dalla cui soluzione dipendono tante altre questioni: dallo sviluppo economico alla parità uomo-donna, alle disuguaglianze di reddito e di ricchezza, alla scuola, all’educazione, alla tv, alle aziende, al Mezzogiorno.  
 

LA CRICCA LIBICA

 

1. La cricca libica
Io ho lavorato un anno e mezzo, in Libia. Vi giunsi il 25 ottobre 1980; la prima settimana la passai con i crampi allo stomaco, a causa del clima di forte tensione che si respirava, causato dalla stabile presenza, di giorno, di un'auto dei servizi segreti libici che già da tempo stazionava fuori i nostri uffici in prefabbricato a Suk el Juma, quartiere di Tripoli, come forma di pressione per “convincere” le società del consorzio d'imprese, capitanate dalla Pirelli, a pagare la tangente sull'importo iniziale dei lavori di oltre 600 milioni di dollari di allora (era prassi, lì, mentre in Arabia Saudita tutto si risolveva col cosiddetto sponsor). Ma i nostri capi in Italia resistevano, ed allora i militari (è la cricca dei militari che domina la Libia) prima arrestarono con un pretesto l'ingegnere della Pirelli rappresentante in loco del consorzio e lo tennero in carcere fino a sotto Natale; bloccavano per strada i nostri mezzi e li sequestravano; facevano iniziare la costruzione del campo (nell'attesa noi alloggiavamo nel bel campo di un'impresa bergamasca che stava ampliando l'università) e poi ci cacciavano via, e dovevamo ripartire da zero; poi ci tagliarono la luce (e portammo i gruppi elettrogeni), l'acqua (e portammo il serbatoio a rimorchio Ravasini); quindi mandarono i sedicenti Comitati popolari con un escavatore a buttare giù il muro perimetrale del fabbricato (nell'operazione, fui sfiorato da una grossa pietra); poi vennero a prelevare per alcune ore anche il nostro direttore, proprio mentre ero a colloquio con lui. Insomma, questo fin quasi a Natale, quando i capi a Milano finalmente decisero di pagare, e tutte le pressioni terminarono. Anche l'ingegnere della Pirelli fu scarcerato e, poverino, non appena riebbe il passaporto rientrò in Italia.
 
2. Rapporti con i libici.
La Libia è stata colonia italiana per circa 50 anni. Ci somigliano, ma in peggio, sono la nostra brutta copia. Sono stronzi quasi come gli Svizzeri, che per me, tra quelli che conosco, sono i peggiori. Copiano (copiavano) le nostre regole amministrative (ad esempio l'INPS e l'INAIL) e c'è (c'era) l'inefficienza burocratica che c'è in Italia: ognuno si comanda da sé: se ha voglia, ti fa la pratica, se no “bukhara insc'Allah” (domani, se Dio vuole). C'è (c'era) molta corruzione. Il mio collega responsabile della Contabilità gen. aveva una valigetta dove custodiva il fondo nero destinato alle bustarelle per la corruzione spicciola. A quella in grande, l'abbiamo visto, ci pensava la sede di Milano.
I libici hanno (avevano) un complesso d'inferiorità verso noi Italiani e gli occidentali in genere ed un complesso di superiorità verso i negri. Sono molto permalosi. Sono (erano) sempre nervosi ed incazzati, perché sotto pressione, senza svaghi o alcol (c'era però un fiorente commercio clandestino di cassette pornografiche e cattivi liquori autoprodotti), esclusi, tranne pochi privilegiati, dal circuito del vero potere, quello militare-economico; sempre alla ricerca di modi per integrare il loro magro reddito, millantando influenze ed entrature, da spendere in beni di consumo che a ondate irregolari (dipendeva dal carico delle navi) si vendevano nei supermercati statali e nei pochi negozi privati; il grosso dei negozi, nel suk, era chiuso fin dalla cacciata dei commercianti ebrei, dopo la presa del potere da parte di Gheddafi.
Coi negri, dicevo, sono razzisti, sprezzanti e perfino brutali. Io, poco dopo arrivato, litigai col capo dei nostri (pochi) impiegati libici - che aveva il compito del rilascio dei nostri visti - discutendo del Ciad. Si offese, perché non ero d'accordo con quello che sosteneva lui, e, sebbene un mio collega, preoccupato, mi facesse cenno di non contrariarlo, mantenni il punto. Egli prima mi diede del fascista (io votavo PCI) e poi a Natale si vendicò, soltanto “dimenticandosi” il mio visto (era opinione comune fosse un tipo influente e pericoloso, ma in effetti per fortuna era solo un povero diavolo). Poi riuscii a partire lo stesso, col volo charter dell'impresa bergamasca che ci ospitava.
Racconto questo episodio per parlare della genuflessione ed il baciamano di Berlusconi a Gheddafi. E' un vizio di parecchi Italiani. Nella nostra branch libica,  prima che si scoprisse che era un povero diavolo, nessuno, dal direttore in giù, si è mai messo contro il capo degli impiegati libici, tranne io e un autista. Spadroneggiavano, nel loro piccolo. Se agli arabi dai corda, ne approfittano.
 
3. Le donne libiche.  
C'era una grandissima differenza tra l'Arabia Saudita, il Paese mussulmano più tradizionalista, dove anche le ragazze di scuola media dovevano uscire con un vestito nero o blu lungo, e la Libia. Nei primi mesi, prima della costruzione del campo, nel tragitto dall'ufficio alla mensa, tutti i giorni ci divertivamo ad attraversare in auto l'area recintata dell'università ed altre zone, ed incrociavamo le studentesse: erano vestite normalmente, parecchie in abiti paramilitari. La più bella era una ragazza di pelle scura, alta, snella, dal portamento elegante, simile a quello di un'indossatrice.
 
P.S.: Non so chi l'avesse coniato, ma Gheddafi veniva chiamato, anche dai libici che lavoravano con noi, Pierino.
 
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