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UE, che fare contro e con le regole europee


Nel post precedente[1 oppure 2] di questo blog, ho linkato un articolo del prof. Gustavo Piga, che commentando un saggio sugli USA spiega che l’obiettivo di diventare uno Stato federale richiede moltissimo tempo e il superamento di notevoli ostacoli.

Vi dicevo anche che l’UE è una confederazione (atipica) di Stati con economie molto eterogenee, priva degli strumenti riequilibratori tipici delle federazioni e degli Stati nazionali (i trasferimenti fiscali, soprattutto, dai Paesi o Regioni ricchi a quelli meno ricchi).

Assodato questo, in attesa di diventare federazione tra alcuni decenni, se ci riusciremo, occorre disporre - oggi - di strumenti idonei onde evitare che l’UE imploda.

Le regole attuali, ispirate in buona parte dal neo-liberismo (il mercato che si regola da sé), vanno forse bene nei periodi normali; non vanno bene invece per niente – come si vede da 7 anni in Italia o in Grecia o in Portogallo, ecc. – nei periodi di crisi, poiché non consentono politiche economiche anti-cicliche (il che è un obbrobrio logico prima che tecnico). Quindi andrebbero assolutamente adeguate. Un po’ lo si è fatto con decisioni sui generis (ad esempio, l’applicazione formale del fiscal compact[1] viene rinviata di anno in anno), ma appunto sono un palliativo temporaneo.

La Germania, con i suoi satelliti, non vuole cambiare le regole attuali, chi può costringerla? Lo potrebbe fare l’Italia, ma ha troppi scheletri nell’armadio, alcuni reali (il debito pubblico attuale, anche se, a ben vedere, nel lungo periodo è giudicato tra i più sostenibili), altri fittizi (l’equilibrio di bilancio: come è scritto anche nell’articolo che stiamo commentando, l’Italia è uno dei due Paesi che rispetta – da anni - il limite del 3% del deficit/Pil e quando l’ha sforato l’ha fatto di poco, mentre la Spagna, la Gran Bretagna, la Francia, ecc. hanno raggiunto durante la crisi fino il 10%). 

Anche la Francia ha delle debolezze e cerca di non gridare troppo per rimanere sotto la “fiducia” dell’ombrello finanziario teutonico, ma, come secondo membro della diarchia storica europea, è l’unico Paese che se veramente lo volesse potrebbe contrastare l’egemonia della Germania. Purtroppo, anche il sedicente socialista Hollande ha tradito il suo programma col quale ha vinto le elezioni presidenziali ed, irretito dal potere – come ha rivelato la sua ex moglie - si è affrettato anche lui ad applicare la ricetta mainstream neo-liberista: riduzione – anche se un po’ al rallentatore - del deficit e riforme strutturali: riforma del diritto del lavoro e deflazione dei salari (recalcitra invece sull’inasprimento della riforma delle pensioni). Ed è ora il presidente francese meno popolare nella storia della Francia, pregiudicandosi qualunque possibilità di sua riconferma alla presidenza (quindi non vedo che cosa ci abbia guadagnato).

Questo è il problema negli ultimi 30 anni: anche quando vince la sinistra, la politica economica attuata è di stampo liberista. I sedicenti socialisti e democratici (Blair, Hollande, Renzi) tradiscono gli ideali socialisti e/o i loro programmi elettorali.[2]

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Che fare? Occorre agire su più direttrici. Atteso che è quasi vano sperare in una 'rivoluzione' progressista (siamo quasi tutti dei pantofolai, ma mai dire mai) e l'avversario - il ceto dominante da 30 anni - è ricchissimo, potentissimo (controlla i media e le università), bulimico e spietato, da una parte occorre partecipare assiduamente e, nelle forme a disposizione che includono il mezzo potente del web, bombardare senza sosta lo stato maggiore di sinistra, stimolandolo, criticandolo e punendolo; dall’altra, occorre appoggiarsi alla legge vigente, nel caso di specie i trattati UE (il nefasto fiscal compact non fa parte dei trattati, ma è una regola successiva, e andrebbe denunciato perché – afferma il prof. Guarino – li vìola) e chiederne l’applicazione rispettandone la lettera e lo spirito.

Qui arrivo al dunque: pochissimi – debbo presumere da quel che leggo in giro - hanno letto i trattati UE, se li si leggono e li si approfondiscono un poco, come ho fatto io da profano, ci si accorge che, almeno dacché è scoppiata la grave crisi economica in EUZ (Grecia, 2010), essi vengono patentemente violati sia nella lettera che nello spirito, da parte sia della Commissione europea, sia del Consiglio europeo, sia della BCE. Traggo dal mio post Replica alla risposta della BCE alla petizione sulla BCE[3]

E’ agevole notare che, a dispetto dell'impronta ideologicamente connotata in senso ordoliberista dei Trattati UE e contrariamente alla loro interpretazione maistream neo-liberista ostinatamente propalata stravolgendo spesso la lettera e lo spirito delle norme, la lingua, la matematica, la logica e perfino i fatti, la deduzione è arbitraria, non avvalorata da una semplice lettura dell’intero testo del Trattato, in particolare l’art. 3 del TUE, che, in aderenza ai "valori" contenuti nel preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali, ribadisce i principi fondamentali del governo dell'Unione Europea, finalizzandolo a due obiettivi prioritari: la piena occupazione e il progresso sociale, essendo la stabilità dei prezzi un mero sub-obiettivo [Art. 3. L'Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore. Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri.]; smentita dalle evidenze empiriche dell’ultimo quinquennio; contraddetta dai dati macroeconomici relativi al tasso d’inflazione e al tasso di disoccupazione dell’Eurozona; formalmente corretta per l’Eurosistema ma sostanzialmente fuorviante, poiché è in discussione non la prevalenza e la cogenza dell’obiettivo principale – la stabilità dei prezzi - ma l’obliterazione sistematica da parte della BCE del secondo obiettivo statutario – sostenere le politiche economiche dell’UE - che in deflazione o con inflazione inferiore (sensibilmente) al target, quando i due obiettivi sono assolutamente concordanti e complementari, ha le stesse dignità e cogenza del primo”.

Se ciò risponde, almeno in parte, al vero, occorrerebbe, come dicevo prima, appoggiarsi alla legge e – come Stati o come cittadini o, meglio, come soggetti organizzati (partiti, sindacati, associazioni) – “muovere” i due Organi deputati a dirimere la questione: in primo luogo, la Corte di Giustizia Europea (organo giurisdizionale), ricorrendone i presupposti, e, in secondo luogo, il Parlamento europeo (organo politico). Ho provato anche a fare un tentativo per pungolarne qualcuno, ma finora ho constatato che nessuno, né i docenti e gli intellettuali, i quali preferiscono gli inefficaci appelli, né i politici, né i sindacati, né i cittadini salvo casi sparuti, intende seguire questa strada. Ma è l’unica percorribile in tempi relativamente brevi e senza chiedere il permesso a chi detiene le leve del potere.


PS: Sono l’Ue e la Bce a non rispettare i trattati europei



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Dialogo sull’Euro, la Lira e la sovranità monetaria

 
L’euro, la lira e il falso mito della sovranità
02.05.14
Lorenzo Bini Smaghi
http://www.lavoce.info/euro-lira-falso-mito-della-sovranita/
 
 
Vincesko
Osservo, “collateralmente”, che non è vero che la BCE ha il compito esclusivo del controllo dell’inflazione. Essa ha anche quello di sostenere le politiche economiche generali dell’UE:
L’obiettivo principale del Sistema europeo di banche centrali [...] è il mantenimento della stabilità dei prezzi”.
Inoltre, “fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi, il SEBC sostiene le politiche economiche generali dell’Unione al fine di contribuire allarealizzazione degli obiettivi dell’Unione definiti nell’articolo 3 del Trattatosull’Unione europea.
Il problema è che la Germania, oltre ad avere uno strapotere economico, industriale e commerciale, ha anche uno strapotere nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati.
Faccio rilevare che, nel sito della BCE, c’è stata una modifica recente e del link e del testo relativo alle funzioni: la differenza tra le due versioni è costituita dall’aggiunta, negli obiettivi, del periodo seguente, nel quale – non a caso - viene enfatizzata anche per l’UE l’esigenza della stabilità dei prezzi:
“L’UE si pone diversi obiettivi (articolo 3 del Trattato sull’Unione europea),fra i quali lo sviluppo sostenibile dell’Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un’economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale. Pertanto, la stabilità dei prezzi non è solo l’obiettivo primario della politica monetaria della BCE, ma anche un obiettivo dell’intera Unione europea. Il Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e il Trattato sull’Unione europea stabiliscono una chiara gerarchia di obiettivi per l’Eurosistema, rimarcando come la stabilità dei prezzi sia il contributo più importante che la politica monetaria può dare al conseguimento di un contesto economico favorevole e di un elevato livello di occupazione”.
 
Maurizio Cocucci à Vincesko
E di fatti la Bce assolve questo compito, però all'interno dei limiti previsti dai trattati. Sempre che non intenda il finanziamento dei deficit degli Stati membri attraverso l'acquisto dei titoli del debito pubblico che è espressamente vietato dall'articolo 123 del Trattato sul Funzionamento dell'Unione Europea. La Germania non interpreta nulla di diverso da quello che è chiaramente ed esplicitamente previsto dai trattati.
Venendo ad alcuni passaggi di quanto ha correttamente riportato le sembra che nonostante l'esplicito richiamo ad una economia sociale di mercato fortemente competitiva (attraverso liberalizzazioni) questo si sia fatto da noi? Sono anni che ci chiedono di procedere con le liberalizzazioni, ma poco si è fatto per resistenze ideologiche (vedere mercato del lavoro). Siamo il Paese Ue con il maggior numero di infrazioni commesse, infrazioni che comportano anche sanzioni economiche (vedi pagamenti della P.A.).
 
Vincesko à Maurizio Cocucci
Non sono un grande esperto, mi limito a formulare 3 obiezioni:
1. E’ vero che la BCE non può finanziare i deficit comprando titoli pubblici sul mercato primario (ex art. 123 TFEU), ma può farlo (come peraltro ha già fatto) sul mercato secondario (anche se la Corte Cost. tedesca non è d’accordo e piange perché la Germania ha contribuito al MES in ragione della sua quota, esattamente come l’Italia in ragione della sua, senza prendere un Euro e aumentando il debito pubblico).
2. La Germania (assieme alla Francia) non ha rispettato in passato il limite del deficit del 3% e pretese ed ottenne di non essere sanzionata, come succede oggi alla Francia ed alla Spagna, secondo il principio che la legge, cioè, si interpreta per gli “amici” e si applica per i “nemici”. Ora, l’Italia presenta il migliore avanzo primario in UE28, vedremo se l’UE a giugno accetterà di rinviare di 1 anno il pareggio strutturale di bilancio, limite stupido in recessione, stante per giunta un rischio di deflazione.
3. Io sono, beninteso, per completare i compiti a casa nostra (in particolare, eliminando gli sprechi e varando una corposa imposta patrimoniale sulla metà del decile più ricco delle famiglie, a bassa propensione al consumo), ma ci sono anche vari modi di aiutare i Paesi in difficoltà, difficoltà create anche dalle asimmetrie effetto della moneta unica; ad esempio: a) introducendo gli EuroUnionBond (proposta Prodi-Quadrio Curzio), oppure b) applicando severamente la procedura di surplus commerciale eccessivo (ora del 6%, inapplicata per soprammercato dall’ineffabile duo Barroso-Rehn), modulando intelligentemente il tasso di tolleranza, che, stante il mastodontico surplus attuale della Germania, ora dovrebbe tendere allo zero.
 
Maurizio Cocucci à Vincesko
Nella prima parte è vero ciò che dice ma sono due diversi interventi che generano diverse conseguenze. L'intervento possibile, ovvero l'acquisto sul secondario, si rende necessario soprattutto per calmierare i mercati in caso di 'febbre' sui titoli del debito, che in questo momento non è presente. Il rendimento dei nostri Btp decennali ad esempio è ai minimi storici, così come per quelli di scadenza diversa. Sul secondario è di poco sopra il 3%, il differenziale con quelli tedeschi è di poco meno del 1,6% ma meno di mezzo punto percentuale (oggi circa 0,35%) su quelli inglesi (sarebbe lo stesso se avessimo la lira?). Non vedo quindi la necessità di eventuali acquisti da parte della Bce sotto il profilo della riduzione dei rendimenti. Lo potrebbe avere in un'ottica di dare liquidità al sistema bancario, liquidità che essendo a rendimento 'zero' invoglierebbe questo ad aumentare i prestiti ad aziende e famiglie. Il problema però è che le banche limitano i prestiti non perché abbiano problemi di liquidità, ma piuttosto di fiducia oltre al fatto che sono davvero poche le attività che oggi si rivolgono per un prestito per ragioni di investimento e non invece perché in difficoltà finanziaria. Consideri che dai dati dell'Abi dello scorso dicembre, nel 2013 i prestiti complessivi del settore bancario all'economia è ammontato a 1.851 miliardi di euro a fronte di una raccolta di 1.736 miliardi e con ben 147 miliardi di sofferenze (erano 47 nel 2007). Da qui si comprende come i prestiti vengano concessi con particolare attenzione nonostante il loro costo (per gli istituti di credito) sia oggi molto basso sia per i tassi previsti dalla Bce che quello interbancario. Per gli altri punti rispondo telegraficamente dicendo che tutti i Paesi hanno, chi prima chi poi, disatteso i parametri di Maastricht. Per gli eurobond ci sarebbe da fare un discorso apposito anche se in qualche modo ci sono già (vedi Erp) e mi meraviglia vedere che siano proprio coloro che invocano gli eurobond a scandalizzarsi di questo strumento. Aggiungo che affinché la Germania dia il benestare agli eurobond occorre che cambi la propria Costituzione (Grundgesetz) che al momento vieta la mutualizzazione del debito. Per la bilancia commerciale tedesca la soluzione va trovata nello stimolare le economie più deboli, non frenando quella più competitiva.
 
Vincesko à Maurizio Cocucci
Il Suo ragionamento non farebbe una grinza se ci trovassimo di fronte a un sistema a compartimenti stagni e non, invece, strettamente intrecciato come l’Eurozona, con nessi causali plurimi e complessi.
1) Se la BCE (semplifico) fosse intervenuta sul mercato secondario fin dallo scoppio della crisi greca del 2010, forse ci saremmo quasi risparmiati a) l’attuale, terribile crisi economica-finanziaria, regalataci gentilmente dagli USA, che per giunta si sono messi bellamente a speculare sull’Euro, colpendo i PIIGS, e facendo salire esponenzialmente lo spread, per stornare i problemi dal dollaro e dai cittadini statunitensi; b) in Italia, un mastodontico risanamento dei conti pubblici, pari, nella scorsa legislatura, a ben 330 mld cumulati, destinati in gran parte a finanziare gli interessi passivi; e c) un calo della domanda interna più che proporzionale, che ha provocato crisi economica, chiusure e delocalizzazioni di migliaia di aziende e aumento della disoccupazione, nonché crescita delle disuguaglianze.
2) Come si vede, Lei è severo con l'Italia e troppo gentile con la Germania: noi abbiamo cambiato la Costituzione, per inserire una misura stupida come il pareggio di bilancio (anche se nell’art. 81 si parla di equilibrio) strutturale; perché non lo potrebbe fare la Germania per mutualizzare una parte del debito pubblico (con adeguate garanzie, v. appresso) e finanziare gli investimenti in grandi infrastrutture, assumendosi così anche gli oneri di Paese leader, non solo i vantaggi? Inoltre, io ho apposta parlato di EuroUnionBond (proposta Prodi-Quadrio Curzio http://www.ilsole24ore.com/art...), che, proprio per tranquillizzare i “bottegai” tedeschi, contempla il conferimento a garanzia – garanzia! - dell’oro della Banca d’Italia e di azioni di aziende pubbliche.
3) Infine, desta meraviglia che Lei non veda o faccia finta di non vedere che proprio la politica economico-finanziaria troppo restrittiva imposta dalla Germania scarica il peso del riequilibrio tutto sui Paesi deboli, costretti a deflazionare, in particolare i salari, deprimendo i consumi, ed impedisce di attivare quel circolo virtuoso di crescita di cui possano beneficiare sia la Germania sia tutti gli altri Paesi.
 
Maurizio Cocucci à  Vincesko
È vero che sono severo (e molto) nei confronti delle responsabilità italiane, questo perché sono italiano e quindi mi interessa come le cose vanno qui più che altrove. Contrariamente a quello che potrebbe pensare sono stato severo nel condannare a suo tempo la decisione delle nostre autorità nel non condannare la Germania e la Francia quando non rispettarono i parametri macroeconomici fissati dal trattato di Maastricht e questo perché noi abbiamo radicata quella cultura che a volte è preferibile non applicare le regole se riteniamo che da questa scelta ne possa derivare un vantaggio anche futuro. Sono severo perché da quando andavo a scuola sono stato abituato a guardare agli studenti più bravi per cercare di capire se avessero qualcosa da insegnarmi circa il loro metodo di studio visto che molti non trascorrevano più tempo di me sui libri. Ergo non sono mai stato educato all'invidia ed alla ricerca dei possibili difetti in coloro che conseguono rendimenti migliori dei miei e questo è l'atteggiamento che mi spinge a studiare le ragioni del successo tedesco in campo economico ed in particolare al passaggio da 'malata d'Europa' a migliore del continente. Non condivido tutto ma gran parte di quanto loro hanno fatto lo ritengo di esempio. Sono severo perché non riesco davvero ad imputare ad una moneta o ai parametri restrittivi di Maastricht e/o del recente Fiscal Compact la situazione in cui versano grandi imprese come Telecom Italia, Alitalia, la fine dell'ex Enimont nel campo della chimica così come la fine che hanno fatto la maggior parte delle imprese nel settore alimentare, passato di mano a multinazionali e perlopiù non tedesche. Ma anche i servizi resi dalle nostre Ferrovie dello Stato, sebbene il bilancio sia stato di recente risanato. Sono severo in chi invoca più deficit senza rendersi conto che ciò significa più interessi da pagare e oggi l'ammontare medio annuo di quanto versiamo per tale voce corrisponde ad un 5,5% del Pil, direi che è anche troppo. Sono severo perché di imposte paghiamo qualcosa in più di quasi tutti gli altri paesi Ue ma siamo i soli, forse assieme alla Grecia, che con quanto versiamo non disponiamo di un sostentamento al reddito per chi si trovi in una situazione di disoccupazione. La Ue e la Bce hanno sì delle responsabilità in merito al tardivo e mal gestito intervento nella crisi finanziaria ma non ne sono responsabili. La Grecia ha ricevuto complessivamente aiuti per un importo superiore al suo Pil (!), ma non è ancora sufficiente, il motivo è che aveva un sistema completamente insostenibile perché se si fosse trattato del solo salvataggio del sistema bancario, come in Spagna ad esempio, sarebbe bastato un quarto di ciò che hanno ricevuto.
 
Vincesko à Maurizio Cocucci.
Anziché rispondere nel merito, Lei indugia in una filippica contro i ben noti difetti italiani, tralasciando del tutto quelli tedeschi. Questo è un doppio standard rivelatore. Io condivido la severità nei riguardi degli Italiani (ed essendo meridionale e vivendo al Sud ho a che fare col peggio del peggio), e ne ho scritto spesso nel mio blog e in centinaia di commenti qui e altrove. Ma ciò non m'impedisce di dedicarmi anche ai difetti degli altri, quando sono gravi. E quelli dei Tedeschi nella gestione dell'attuale, terribile crisi e nella non assunzione degli oneri di Paese leader, lo sono.
PS: Ho svolto altre considerazioni su questo tema in calce all'ultimo articolo di Massimo Bordignon.
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Maurizio Cocucci à Vincesko
Se do l'impressione di non prendere in considerazione a sufficienza quelle che Lei definisce responsabilità tedesche è perché o mi sono spiegato male o differentemente perché non esistono. La Germania ha sottoscritto gli stessi trattati che abbiamo sottoscritto noi (e altri) quindi se li dovesse disattendere è giusto che sia messa di fronte alle proprie responsabilità e ne subisca le conseguenze. Se invece le accuse fanno capo ad una presunta posizione di privilegio allora rientrano in quelle che io sostengo essere accuse inesistenti. La Germania ha (ad oggi) 99 eurodeputati su 765 (12,9%), l'Italia 73, la Francia 74 e la Spagna 54. Nell'Eurozona sono questi i Paesi che sono in grado di esercitare una influenza concreta nelle scelte derivanti da Bruxelles, qualora non derivi da trattati internazionali di competenza del Consiglio dell'Unione Europea (capi di Stato o di Governo). Nel caso di Ue nel suo complesso va aggiunta la rappresentanza della Gran Bretagna pari a 73 eurodeputati e anche della Polonia con 51 eurodeputati. Queste cifre per dirle che in sede parlamentare Ue la Germania è molto distante dal fare 'il bello e cattivo tempo' a suo piacimento. 
Più verosimile pensare che abbia una posizione di influenza, di prestigio, in grado di condizionare quelle degli altri partner, ma solo fino ad un certo punto. Il Fiscal Compact, tanto per fare un esempio, non lo hanno sottoscritto a suo tempo 23 Paesi (Italia compresa) oltre a Francia e Germania che lo presentarono perché sia stato imposto da quest'ultima. Nè la Germania può essere accusata, altro esempio, per il fatto che la Ue ha preso la scellerata decisione (nel 2012 se ricordo bene) di ridurre i dazi per i prodotti ittici e ortofrutticoli di importazione dal Marocco, soprattutto se stando alle fonti di informazione la maggior parte degli eurodeputati italiani votò a favore. La Germania cura i propri interessi, sono i nostri rappresentanti istituzionali a dover difendere i nostri. Per il surplus della partite correnti tedesche che Lei menziona ho già scritto che ritengo utile promuovere politiche che migliorino la competitività degli altri Paesi invece che frenare quella tedesca. E infine per gli eurobond ritengo che questi siano uno strumento sopravalutato che e sarebbero solo in minima parte utili. Le aziende italiane delocalizzano per ben altri motivi, basta ascoltare le motivazioni che ripetono continuamente e che non vedono ai primi posti la moneta unica.
 
Vincesko  à  Maurizio Cocucci
Il Suo benaltrismo, quando si parla della Germania e dell'Italia, è commovente.
 
 
Piero à Alex Dall'Asta
La Germania non ha una visione europea, ha una visione imperialistica dell'Europa, dove al centro ci sono loro che dettano le leggi.
 
Vincesko à Piero.
Più che da imperialisti, da bottegai, che hanno imparato bene il detto napoletano del “chiagne e fotte”. Infatti si sono scelti da una decina d'anni una cancelliera "bottegaia" che sa difendere bene i loro interessi di bottega. Come dice l’Impresentabile: “Aridateci (lo statista) Kohl!”.
Come accenno più sopra, tra l’Euro sì e l’Euro no, c’è una terza opzione: ridurre fortemente lo strapotere della Germania nell’interpretazione e nell’applicazione dei trattati. Ad esempio, 1) applicare in toto lo statuto attuale della BCE: non solo controllo dell’inflazione, ma anche crescita economica e dell’occupazione; e 2) modificare e rendere cogente la procedura di infrazione per surplus commerciale eccessivo, portandolo dal 6% (limite per giunta inapplicato dal duo Barroso-Rehn) al 3% o meno.
 
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Piero
Prima dell'euro i paesi avevano la disponibilità della politica monetaria, basta vedere la rottura dello Sme, anche nel breve periodo dello Sme, i singoli paesi aderenti avevano il controllo della politica monetaria, dovevano solo garantire il cambio della loro valuta nella banda stretta o in quella più larga.
In ogni caso l'esempio dello Sme deve fare riflettere, abbiamo avuto con lo Sme un'area valutaria con il cambio quasi fisso, è durata poco tempo; abbiamo oggi una area valutaria con il cambio fisso, stiamo vedendo cosa sta accadendo, si cerca di resistere con politiche di bilancio di rigore, si precipita sempre di più per salvare una politica di cambio fisso, che in questo momento fa felici solo le istituzioni finanziarie e le imprese multinazionali, ma non le imprese dell'economia reale. Il fatto di avere inserito un membro nella Bce non è una conquista, oggi la politica della Bce viene dettata dalla Merkel e ciò lo sa benissimo Smaghi.
Ricordo che prima dell'euro la Germania era infastidita delle nostre continue svalutazioni, impediva loro di penetrare il nostro mercato e permetteva a noi di continuare ad esportare nel loro paese, con l'euro, basta vedere i conti la Germania è passata da un bilancio di deficit della bilancia dei pagamenti tra i paesi euro ad un surplus che ad oggi ha raggiunto la soglia di 1400 miliardi di euro, questa somma non è altro che esportazioni mancate dei paesi meridionali verso la Germania.
Una politica monetaria espansiva sicuramente avrà effetti sul cambio della valuta, basta vedere il dollaro, la politica monetaria espansiva della Fed mantiene il dollaro ad un rapporto con l'euro sopra la parità, ricordo che all'inizio dell'adozione dell'euro si aveva la parità con il dollaro, la sua svalutazione sull'euro non è dovuta dagli scambi commerciali tra i paesi ma solo alla politica espansiva della Fed, mentre la Bce ha sempre sterilizzato tutte le politiche monetarie espansive ( sul punto basta vedere i passivi del bilancio delle due banche centrali, la Fed negli ultimi tre anni ha incrementato la base monetaria di oltre 3000 miliardi, mentre la Bce ha fatto solo gli Ltro sterilizzati che ha fatto crescere solo il passivo, ma non la liquidità).
I sostenitori dell'uscita dall'euro, in primis sono quelli che vogliono cambiare la politica monetaria della Bce, la minaccia dell'uscita serve a fare cambiare la politica monetaria alla Merkel, basta vedere ciò che è successo in America o Inghilterra dove un vero allentamento della politica monetaria ha portato alla crescita del Pil e alla diminuzione della disoccupazione, ciò è quello che si vuole, tutti tengono all'Europa, ma nessuno vuole l'impero tedesco, naturale che la Merkel non vuole una politica monetaria espansiva, loro hanno il dogma della valuta forte, considerano l'euro come il marco ( a mio avviso dovrebbero essere loro che devono uscire dall'euro e tornano al loro marco forte).
Con l'euro tutti i paesi dell'area euro hanno visto aumentare i loro debiti, ciò significa che è impossibile pagare il debito accumulato con la politica di bilancio, necessità del colpo di spugna della politica monetaria, alla fine ridurre di 5000 miliardi di debito pubblico in un decennio, acquistando sul secondario proquota i debiti statali dei paesi euro, sicuramente allenta la morsa del debito su tutti gli stati porta il costo del debito uguale per tutti gli stati, fa salire l'inflazione al 2% ( anche se vi è uno sforamento,l'importanza e' che il tasso tendenziale rimanga al 2%, per rispettare il mandato della Bce). Tale manovra riporta ala parità anche il cambio dell'euro sul dollaro con tutti i miglioramenti dell'export sull'America.
Draghi, cosa fa annuncia, nel 2012 ha detto faro tutto per salvare l'euro, ieri ha detto faremo un QE di 1000 miliardi, ma sono solo parole, si ha fatto una cosa ha cessato la sterilizzazione sugli acquisti fatti da Trichet nel 2011, ben poca cosa per la liquidità, oggi la liquidità e il freno dell'economia reale.
 
nextville à Piero
Abbiamo avuto il cambio fisso per tutto il tempo del miracolo economico: 1944-1971 (accordi di Bretton Woods)! E non c'è nulla che dimostri la superiorità dei cambi flessibili, ti riporto la letteratura citata in un altro articolo di questo sito: "Guardando al periodo post-Bretton Woods per 178 economie, Rose (2011) 
conclude che non c’è evidenza che i paesi con cambi variabili crescano a tassi diversi da quelli dei paesi a tassi fissi (Rose, A.K., 2011)". “Exchange Rate Regimes in the Modern Era: Fixed,Floating, and Flaky”, Journal of Economic Literature, Vol. 49, No. 3, pp.652-672. Conclusioni simili sono ottenute da altri lavori, quali Eichengreen B., Andrew K. Rose (2011). “Flexing Your Muscles: Abandoning a Fixed Exchange Rate for Greater Flexibility” NBER International Seminar on Macroeconomics Vol. 8, No. 1, pp. 353-391. Atish R. Ghosh, Anne-Marie Gulde, Jonathan D. Ostry, Holger C. Wolf, “Does the Nominal Exchange Rate Regime Matter?” Nber Working Paper No. 5874, January 1997. L’unicaeccezione è un lavoro che trova che nei paesiin via di sviluppo tassi fissi tendono ad associarsi con crescita più bassa, mentre nei paesi industrializzati non emerge nessuna differenza: Levy-Yeyati,Eduardo, Federico Sturzenegger (2003). “To 
Float or to Fix: Evidence on the Impact of Exchange Rate Regimes on Growth.” The American Economic Review, Vol. 93, No. 4. pp. 1173-1193.
 
Piero à nextville
Bretton Woods fu utilizzato in un momento di sviluppo industriale post bellico, dove il dollaro aveva la convertibilità aurea, in ogni modo l'America ha stampato la moneta al di fuori della possibilità di convertire il dollaro in oro: tale politica monetaria espansiva ha permesso di mantenere Bretton Woods per un lungo periodo, mentre gli altri sistemi di cambi fissi furono il serpente monetario che durò due anni e lo Sme che ne durò 13. Se analizziamo criticamente, le svalutazioni dalla fine di Bretton Woods ad oggi hanno permesso la crescita dell'Italia fino ad arrivare ad essere la quinta potenza mondiale.
 
Maurizio Cocucci à Piero
Ma è sicuro di ciò che ha scritto? Che la politica della Bce sia dettata dal governo tedesco è ridicolo, intanto perché la Germania è nota per avere da sempre un modello quasi unico dove la politica monetaria e quella fiscale sono nettamente separate. La Bundesbank ad esempio non era nemmeno prestatore di ultima istanza, ovvero non era tenuta ad intervenire nel caso un istituto finanziario fosse in difficoltà. Ha mai sentito parlare di modello Bundesbank? E' quello che poi è stato trasferito alla Bce, ovvero una banca centrale che è completamente indipendente nelle scelte di politica monetaria. Questa era la condizione posta dai tedeschi all'ingresso nella moneta unica voluta in particolare dalla Francia preoccupata dalla possibile egemonia tedesca dopo la riunificazione. Infatti la condizione al benestare alleato (ma voluto più di tutti da Mitterand) alla riunificazione tedesca fu quello di introdurre anticipatamente rispetto ai tempi previsti la moneta unica e che la Germania vi aderisse. C'è voluto tutto il prestigio del cancelliere Kohl per far accettare ai tedeschi questa scelta, visto che gran parte di loro oltre ad essere fedeli del Deutsche Mark temevano che la nuova moneta potesse assomigliare alla lira. Dato che non ci furono obiezioni la Germania ottenne quanto richiesto e a garanzia, diciamo formale, ottenne che la sede fosse sul suo territorio. Tenga però conto che dal suo inizio attività non c'è stato un solo presidente tedesco, anzi ne abbiamo oggi uno italiano. E un altro italiano è ai vertici dell'Eba (l'Autorità Bancaria Europea), quindi è più verosimile se sono i tedeschi a dire che il settore monetario e finanziario europeo dipendono dagli italiani che non viceversa.
Per ciò che concerne i dati sul commercio li riguardi bene, la maggior parte del surplus commerciale la Germania oggi lo effettua fuori dell'area euro e buona parte verso i Paesi extra europei. In Cina la Volkswagen ha venduto nel 2013 2,4 milioni di autoveicoli, Audi 470 mila, Bmw 374.000, Fiat 43 mila. Sarebbe dovuto all'euro questo divario?
 
Piero à MaurizioCocucci
Veda i dati sul surplus tedesco tra i paesi euro dall'adozione moneta unica e faccia la somma.
A dire che non vi sia l'influenza della Germania sulle decisioni della Bce è rimasto solo il Sig.Cocucc; l'unico Presidente che si ribellò alla politica tedesca fu Trichet quando fece la politica di acquisto titoli Smp, subito bloccata da Draghi. 
 
Piero à Maurizio Cocucci
Le idee sono personali, ognuno ha le due. Oggi pochissime persone credono che la politica monetaria non sia influenzata dalla Merkel, ma i dati dei surplus purtroppo non sono idee, sono dati da tutti criticati e condivisi: la Germania con l'euro nei rapporti tra paesi euro è passata dal deficit della bilancia dei pagamenti al surplus, i surplus in 13 anni di euro ammontano ad oltre 1400 miliardi. Se oggi la Germania ha un surplus verso i paesi extra euro, ben per lei: grazie a tutti i soldi che ha rubato ai paesi meridionali può permettersi tutte le politiche che vuole, anche quelle necessarie per aggredire i paesi orientali.
 
Maurizio CocucciàPiero
Per l'esattezza parliamo di fatti, fatti facilmente verificabili. Non entro in merito delle opinioni personali, opinioni che nel suo caso dimostrano come lei abbia un forte disprezzo verso i tedeschi. A me onestamente non interessa questo, probabilmente avrà le sue ragioni e io non farò certo il loro difensore, sono qui per commentare interventi in ambito economico. Detto questo se i tedeschi hanno un forte surplus commerciale è perchè vendono molto importando meno, per quanto il livello di queste ultime sia comunque molto elevato. Non penso che il motivo del successo dei prodotti made in Germany derivi dal prezzo, visto che notoriamente sono spesso tra i più costosi, ma piuttosto dall'elevato valore tecnologico, qualitativo e di affidabilità. Come vorrebbe intervenire sulla loro bilancia commerciale, ponendo un tetto alle loro esportazioni? Obbligando i tedeschi a importare di più? Dicendo ad un certo punto ad un cittadino italiano che intende comperarsi una autovettura tedesca che non può e che deve scegliere tra case alternative? Siamo seri. Soprattutto nell'affermare che chi fa concorrenza 'rubi qualcosa' ad altri per il fatto che ha più successo. Tra l'altro lei scrive spesso affermazioni prive di fondamento, per esempio in merito alla bilancia commerciale italo-tedesca: negli anni della lira con cambio variabile è sempre stata a loro favore e per importi maggiori di quelli odierni (in proporzione), il contrario quindi di quanto ha scritto. Tra l'altro anche noi abbiamo verso alcuni Paesi una bilancia commerciale nettamente a nostro favore, saremmo quindi anche noi dei presunti 'ladri' verso costoro?
 
VinceskoàMaurizio Cocucci
No, per ridurre il surplus commerciale eccessivo (che è già un obbligo quando supera il 6%, che va ridotto e reso cogente con sanzioni severe, anche se è la Germania!) basta fare ciò che stanno già facendo (vedi l'accordo politico Merkel-SPD): aumentare i salari -> aumento costi di produzione --> aumento prezzi relativi tedeschi --> aumento delle importazioni.
PS: criticare l'arroganza della Germania, sulla base di un'analisi dei fatti, non equivale affatto a odiare i Tedeschi.
 
 
Post e articoli collegati:
 
Eliminare l’Euro o ridurre lo strapotere della Germania?
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2810032.html

L'Ue bacchetta la Francia sul deficit/Pil. Ma chi rispetta questo parametro? Dal 2009 quasi nessuno mentre l'Italia è stata tra i virtuosi
di Vito Lops  06 aprile 2014
http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2014-04-06/l-ue-bacchetta-francia-deficitpil-ma-chi-rispetta-questo-parametro-2009-quasi-nessuno-mentre-italia-e-stata-i-virtuosi-152447.shtml
 
Uscire o no dall’euro: gli effetti sui salari
Emiliano Brancaccio e Nadia Garbellini - 19 Maggio 2014
http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/uscire-o-non-uscire-dalleuro-gli-effetti-sui-salari-e-sulla-distribuzione-dei-redditi/

Joseph Stiglitz: "L'euro un errore, ma non si può tornare indietro"
Roberta Carlini
06 maggio 2014
http://espresso.repubblica.it/affari/2014/05/06/news/joseph-stiglitz-l-euro-un-errore-ma-non-si-puo-tornare-indietro-1.163912

RNews, l'allarme del Nobel Stiglitz: "L'austerità non ci farà uscire dalla crisi"
Eugenio Occorsio
06 maggio 2014
http://video.repubblica.it/rubriche/rnews/rnews-lallarme-del-nobel-stiglitz-lausterita-non-ci-fara-uscire-dalla-crisi/164950/163441

Sopravviverà l'euro? Analisi del suo futuro
Joseph Stiglitz
20/05/2014
http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1739

Lo spettro della deflazione e la BCE
Enrico Sergio Levrero* - 16 Maggio 2014
http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/lo-spettro-della-deflazione-e-la-bce/

Lo spread e i trucchi della Bundesbank
Carlo Clericetti
21 maggio 2014
http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2014/05/21/lo-spread-e-i-trucchi-della-bundesbank/ 

Disoccupazione e squilibri commerciali nella zona euro
Pubblicato da keynesblog il 4 luglio 2012 in EconomiaeurobancorEuropa
Nel progetto di Keynes una camera di compensazione avrebbe reso costosi i surplus e avrebbe costretto i paesi esportatori a compensarli con maggiori importazioni. Questo tipo di meccanismo sarebbe oggi vitale per l’area dell’euro. Tuttavia a differenza di come lo espone l’articolo di Richard, il progetto keynesiano per Bretton Woods non era basato su dazi, ma su una moneta unica internazionale per il commercio, il bancor, e su meccanismi di punizione, fino alla possibilità di requisire tutti i bancor di un paese in sistematico surplus commerciale. Un meccanismo che non sarebbe quindi difficile applicare alla zona euro, dove una moneta unica c’è già, e di cui abbiamo già parlato. In ogni caso lo scopo è il medesimo: regolare i commerci per evitare squilibri.
http://keynesblog.com/2012/07/04/disoccupazione-e-squilibri-commerciali-nella-zona-euro/ 

Il vero "bail-out"? Quello della Germania
Scritto da Thomas Fazi on 21 Giugno 2014
“Che conclusioni possiamo trarre da questi dati? Prima di tutto che sarebbe il caso di smetterla di dire che la Germania ha “sborsato molti soldi” per salvare le povere economie della periferia, quando in realtà è accaduto esattamente l’inverso”.
http://www.scenariglobali.it/europa/675-il-vero-bail-out-quello-della-germania.html 

La Germania rallenta, perché non ha fatto i propri compiti a casa. L'Italia può lavorare perché lo faccia, con beneficio per tutta l'Europa.
Secondo la Bundesbank, nel secondo trimestre la crescita tedesca si è fermata. Ma poi riprenderà a correre. E il surplus commerciale continua a restare sopra i limiti degli accordi europei. Secondo il Fondo monetario internazionale dovrebbe spendere più soldi pubblici per fare investimenti e crescere ancora di più, favorendo così le esportazioni degli altri paesi, come Grecia, Spagna o Italia.
23 luglio 2014
http://ilcampodelleidee.it/doc/173/la-germania-rallenta-perch-non-ha-fatto-i-propri-compiti-a-casa-litalia-pu-lavorare-perch-lo-faccia-con-beneficio-per-tutta-leur.htm  



 

Le asimmetrie dell’Unione Europea

 
Denunciamo il Governo tedesco e chiediamo l’annullamento del Fiscal Compact
Ecco come fare per salvare il paese
Francesco Amodeo
03 aprile 2014
http://www.sinistrainrete.info/index.php?option=com_content&view=article&id=3558:francesco-amodeo-denunciamo-il-governo-tedesco-e-chiediamo-lannullamento-del-fiscal-compact&catid=44:europa&Itemid=82
 
A parte "l'uscita dalla moneta unica", un ottimo articolo, basato su fatti incontrovertibili, che sorregge delle proposte condivisibili.
 
Io mi considero un europeo nato in Italia. Ed è indubbio che l’appartenenza all’UE ci ha dato dei vantaggi, sia in termini di cooperazione competitiva che ci costringe a migliorarci, sia in termini di tassi di interesse, sia in termini di dimensione nella competizione mondiale.

Ma è altrettanto indubbio che ci sono difetti sia strutturali per la coesistenza di economie e strutture sociali disomogenee, sia per la posizione asimmetrica assunta dalla Germania, sia per la debolezza del Parlamento europeo a favore della Commissione europea, troppo influenzata, nei 10 anni della gestione Barroso, dalla Germania.

E’qui che occorre intervenire: eliminare o almeno ridurre fortemente le asimmetrie.

 

 
Post collegati:
 
L’egoismo e l’arroganza dei Tedeschi ed i compiti a casa nostra
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2781980.html
Barroso, il peggiore presidente della Commissione Europea
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2797427.html
UE, dicotomie
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2804624.html
Dialogo sulla furbizia degli Italiani e dei Tedeschi
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2804796.html
Fiscal compact, piove, anzi diluvia, sul bagnato. Alcune contromisure
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2805158.html
L’arrogante Commissione Europea
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2806453.html
 
 


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permalink | inviato da magnagrecia il 9/4/2014 alle 11:32 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Fiscal compact, piove, anzi diluvia, sul bagnato. Alcune contromisure

 
L’Italia sta vivendo la peggiore crisi economica della sua storia, che richiederebbe misure anti-crisi espansive ‘rivoluzionarie’, [1] rese molto problematiche sia dalle resistenze endogene, sia dal rispetto dei parametri di Maastricht (rapporto deficit/PIL massimo del 3% e rapporto debito/PIL massimo del 60%).
[1] Promemoria delle misure anti-crisi http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2761788.html
Piano taglia-debito per la crescita http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2792930.html
 
Ma, ad aggravare la già difficilissima situazione, nel 2015 andrà in vigore il "fiscal compact" [2] (che è stato inserito nella nostra Costituzione), che comporterà: 

1)   il pareggio strutturale di bilancio e

2)   la riduzione annua di 1/20 (o del 5%) della differenza tra il valore 60 (parametro di Maastricht) e quello attuale del debito pubblico (130% del PIL); il che comporterà, come è previsto nel Def, un avanzo primario pari al costo del debito (interessi passivi) che oggi ammonta al 5,5% del Pil ossia a circa 85 miliardi.

[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Patto_di_bilancio_europeo
 
Mi sembra utile, allora, riportare 3 documenti, riguardanti, il primo, di Maurizio Benetti, gli effetti negativi del fiscal compact e le possibili contromisure; il secondo, del prof. Giuseppe Guarino, che è stato il primo a denunciarne l’inapplicabilità, i motivi di nullità del fiscal compact; il terzo, del prof. Marco D'Onofrio, la possibilità di aggirare legalmente i trattati (lo debbo riportare per esteso poiché non dispongo del relativo link).
 
 
Primo documento
 
Le alternative a vent’anni di depressione
Dall’anno prossimo le regole del Fiscal compact ci imporranno di ridurre il debito del 5% all’anno. Se lo faremo con un elevato saldo primario la ripresa non arriverà mai. Basterebbe anche una crescita del 3,5% nominale, che però è difficilissimo ottenere. Tra le soluzioni ipotizzabili una sola è davvero praticabile
Maurizio Benetti
(10/02/2014)
http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1709
 
 
Secondo documento (tratto dal sito http://www.syloslabini.info/online/guarino-perche-e-possibile-rivedere-il-fiscal-compact/)
 
Il Fiscal Compact ? Non è valido. Anzi andrebbe cestinato
Posted by RedazioneIn Commenti / dicembre 9, 2012
Può sembrare incredibile, però il professor Guarino è certo di un fatto: il trattato sulla stabilità europeo, il cosiddetto Fiscal Compact, quello che sancisce l’obbligo di parità di bilancio e che ha portato alla frettolosa approvazione di una modifica della Costituzione in Italia come in altri paesi europei, secondo Guarino, è un atto che non si dovrebbe applicare. Che non dovrebbe avere validità: in base a quello che esso stesso dice  (leggi tutto…).
Un articolo di Giuseppe Guarino  su Milano e Finanza
Un commento di Claudio Gnesutta su Sbilanciamoci
 
Guarino, perché è possibile rivedere il fiscal compact
Posted by Redazione / In Novità / marzo 12,2013
Milano Finanza pubblica il documento originale che l’ex ministro Giuseppe Guarino ha inoltrato alla Presidenza della Commissione europea in forma di interpellanza (leggi tutto… ).
 
 
Terzo documento
 
La revisione dei trattati e la “clausola rebus sic stantibus”
Un'analisi di due importanti meccanismi di diritto internazionale
Marco D'Onofrio | Università degli Studi di Napoli “Federico II"
|marc.donofrio@studenti.unina.it
01| 2014
Abstract_
La revisione dei trattati e la cd. Clausola rebus sic stantibus rappresentano due meccanismi tipici del diritto internazionale che, alla luce delle modifiche apportate all'art. 48 TUE dal trattato di Lisbona e dei due recenti trattati finanziari (MES e Fiscal Compact), assumono rilevanza nella prassi e in dottrina, nella misura in cui possono costituire uno strumento tecnico per aggirare gli accordi “fiscali” troppo stringenti.
Revisione dei trattati | Clausola rebus sic stantibus | Trattato di Lisbona |  MES  |Fiscal compact
 01_ Introduzione. Il rapporto tra la revisione dei trattati e la cd. clausola rebus sic stantibus
La scelta operata dagli stati membri della UE di adottare le misure note come “Fiscal Compact” e “Meccanismo di stabilità” attraverso un trattato ad hoc, suggerisce le riflessioni che seguono, a causa del fatto che lo strumento prescelto richiede o permette di analizzarlo alla luce dei principi generali di funzionamento della Comunità internazionale.
Come noto, il meccanismo della revisione dei trattati internazionali rappresenta lo strumento attraverso il quale apportare modifiche alle disposizioni contenute in un accordo tra due (o più) soggetti di diritto internazionale. È opportuno preliminarmente considerare che, nell'ambito dell'ordinamento giuridico internazionale, i soggetti (e, più in particolare, gli stati) godono di “autonomia contrattuale”, e
dunque di una assoluta libertà di stipulare (o meno) un trattato. In considerazione di ciò, si pone in evidenza la relativa semplicità, sotto taluni aspetti, dello strumento della revisione dei trattati: infatti, quando si decida, per ragioni politiche o meno, di modificare un trattato, lo strumento più “naturale” è quello della stipulazione di un nuovo trattato, alla quale tuttavia i soggetti non potrebbero essere obbligati a ricorrere. D'altro canto, in un trattato multilaterale, qualora soltanto alcuni stati intendano modificarlo, si pongono due alternative: a) stipulare un secondo accordo, che riguardi soltanto tali stati; b) non stipulare alcun accordo.
Ciò non toglie che anche ragioni strettamente giuridiche possano indurre ad una riconsiderazione del contenuto del trattato qualora, ad esempio, si verifichi un “mutamento delle situazioni, sia che rendano particolarmente oneroso l'adempimento degli obblighi, sia che manifestino un mutamento nei rapporti di forza” (Quadri R., 1968). Ciò ha indotto la dottrina e la prassi, in taluni casi, ad aggiungere allo strumento della semplice revisione, la cd. clausola rebus sic stantibus: codificata all'art. 62 della convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 ed ascritta tra le ipotesi di estinzione o sospensione dei trattati, essa opera allorquando si verifichi un mutamento fondamentale ed imprevisto delle circostanze che avevano condotto originariamente alla stipulazione del trattato. Non manca, peraltro, chi, specie nella dottrina francese, ha sostenuto che, al verificarsi di dette circostanze sorga in capo alle parti un obbligo di revisione e non una facoltà di annullamento, come nella dottrina prevalente. Beninteso, in ogni caso sarebbe compito e facoltà delle parti decidere se e quando trarre le conclusioni da quelle circostanze, rivedendo ab imis o annullando del tutto il trattato.Ma, ciò posto, tra i due istituti esistono almeno due fondamentali differenze:
1) il meccanismo della revisione ha una portata ben più ampia rispetto alla clausola, dal momento che, a giustificazione del ricorso ad esso, può essere addotta una motivazione di qualunque natura (politica o meno); al contrario, invece, il ricorso alla clausola può essere giustificato esclusivamente col verificarsi di un mutamento delle circostanze che sia fondamentale e radicale;
2) una seconda (ed ancor più rilevante) differenza risiede nel fatto che la clausola rebus sic stantibus – ponendosi quale causa di estinzione o sospensione di un trattato – rappresenta di fatto un limite all'operatività del principio pacta sunt servanda di cui all'art. 26 della convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969, il quale impone agli stati il rispetto e l'attuazione in buona fede degli accordi; al contrario, la revisione dei trattati, consentendo ad ogni modo al trattato di sopravvivere,di fatto conferisce piena attuazione al suddetto brocardo, addirittura – si potrebbe aggiungere – rafforzandolo.
02_ I procedimenti di revisione
Una prima classificazione dei procedimenti di revisione dei trattati può essere realizzata sulla base dell'ampiezza del loro contenuto. Si distingue, infatti, tra: a) l'emendamento, di cui è un esempio la norma contenuta nell'art. 108 della Carta delle Nazioni Unite, il quale prevede la regola della maggioranza dei due terzi affinché gli emendamenti stessi entrino in vigore (fatta salva, comunque, l'unanimità da parte dei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza); b) la revisione in senso stretto, che è più comunemente fondata, nell'ambito dei trattati multilaterali, sulla unanimità delle ratifiche e dei voti degli stati parte dell'accordo medesimo.
Una ulteriore rilevante differenziazione nell'ambito dei vari procedimenti di revisione, ai fini della nostra trattazione, attiene più strettamente al quorum di voti richiesti per l'adozione dei provvedimenti di revisione dell'accordo, ed è, dunque, quella che è possibile operare tra:
i) procedimenti basati sul meccanismo della unanimità dei voti, i quali rappresentano l'ipotesi più ricorrente nella prassi, indipendentemente dalla circostanza che si tratti di procedimenti “esterni” (caratterizzati dall'assenza di un intervento diretto di organi istituzionali) ovvero di procedimenti cd. complessi (i quali prevedono, da un lato, un meccanismo di voto a maggioranza da parte dell'organo adibito alle modifiche da apportare all'accordo, ma che, d'altro canto, richiedono ad ogni modo l'unanimità delle ratifiche affinché poi le modifiche adottate possano entrare in vigore);
ii) procedimenti basati sul meccanismo della maggioranza dei voti (che può essere, a sua volta, assoluta o qualificata), ai quali si fa invece ricorso meno frequentemente.
03_ Alcuni peculiari meccanismi organici di revisione dei trattati con riferimento al trattato UE
Accanto ai “tradizionali” meccanismi di revisione che fanno leva sull'esistenza di apposite clausole inserite a tal fine nel trattato, possono essere individuati almeno due ulteriori peculiari meccanismi di revisione “di fatto”.
Un primo di questi è dato, ad esempio, dalla cd. clausola di flessibilità, come quella ex art. 352 TFUE, strumento tipico delle organizzazioni internazionali, noto come meccanismo dei poteri impliciti, il quale integra il principio di base che regola i poteri delle organizzazioni internazionali: il principio, cioè, “in virtù del quale ciascuna organizzazione esercita,attraverso i propri organi soltanto i poteri ad essa attribuiti dai suoi membri mediante il trattato istitutivo o atti a questo equiparabili” (Gioia A., 2010).
Nell'ambito del diritto dell'Unione europea, tale principio è espresso nell'art. 5, par. 2, TUE. Il principio stesso è innanzitutto temperato, almeno in parte, proprio dalla menzionata clausola di flessibilità di cui all'art. 352 TFUE, la quale secondo alcuni autori rappresenterebbe una particolare procedura di revisione di fatto dei trattati, capace di legittimare l'Unione all'esercizio di poteri aggiuntivi rispetto a quelli espressamente previsti dal trattato, al fine di realizzare uno degli obiettivi di cui al trattato medesimo.
Altro meccanismo di intervento di fatto dei trattati europei è offerto dal cd. principio di sussidiarietà, che trova collocazione nell'art. 5, par. 3, TUE, ed il cui raggio d'azione riguarda tutti gli ambiti di competenza non esclusiva dell'Unione, rispetto ai quali l'UE è dotata di una sorta di potere di accentramento di funzioni a danno degli stati membri. Ciononostante, viene valorizzato un certo ruolo dei Parlamenti nazionali, attraverso due fondamentali disposizioni contenute nel protocollo sull'applicazione dei principi di sussidiarietà e di proporzionalità, allegato al trattato di Lisbona:
i)l'art. 6, il quale riconosce la possibilità per ciascuno dei Parlamenti nazionali (o per ciascuna Camera di uno di essi) di trasmettere ai presidenti del Parlamento europeo, del Consiglio e della Commissione, «un parere motivato che espone le ragioni per le quali ritiene che il progetto [di atto legislativo] non sia conforme al principio di sussidiarietà»; ed in particolare, ai sensi dell'art. 7 del protocollo, qualora i suddetti pareri motivati «rappresentino almeno un terzo dell'insieme dei voti attribuiti ai Parlamenti nazionali», occorrerà riesaminare il progetto;
ii) l'art. 8, il quale riconosce ai Parlamenti nazionali e al Comitato delle regioni, la possibilità di ricorrere, ai sensi dell'art. 230 TFUE, alla Corte di giustizia dell'Unione europea, nell'ipotesi di presunta violazione del principio di sussidiarietà, da parte di un atto legislativo dell'UE.
Restaferma la possibilità, tuttavia, di mantenere egualmente il progetto, laddove lo si ritenga opportuno, al termine del riesame di cui all'art. 7 del protocollo,con la sola condizione di fornirne una motivazione. In tal modo, dunque, è largamente“aggirato” il ruolo dei Parlamenti nazionali in sede di applicazione del principio di sussidiarietà.
È principalmente nell'ambito dei diritti dell'uomo, che l'applicazione di tale principio ha trovato una più compiuta espressione. A titolo esemplificativo può farsi cenno, proprio in tal senso, alla direttiva 2000/43/CE del Consiglio, del 29 giugno 2000, che attua il principio della parità di trattamento fra le persone indipendentemente dalla razza e dall'origine etnica, e che è stata attuata nel nostro ordinamento giuridico con decreto legislativo 9-7-2003, n.215.
04_ Il nuovo art. 48 TUE dopo Lisbona
Nella logica dei procedimenti di revisione “classici”, va collocato il nuovo art. 48 TUE, che innova decisamente rispetto ai precedenti, quando, salvo casi eccezionali, ogni
modifica era frutto di una riformulazione dell'intero accordo ad opera degli stati membri, senza intervento alcuno anche dello stesso Parlamento europeo,determinando tra l'altro la critica in merito al cd. deficit democratico della UE.
L'istituzione di una nuova procedura di revisione cd. Ordinaria – ex art. 48, par. 3, TUE – non si è, peraltro, rivelata sufficiente ad escludere la predetta critica: viene infatti istituito, per la prima volta in ambito europeo, un cd. meccanismo della convenzione, peraltro molto complesso, in cui l'impulso per l'attuazione del meccanismo proviene da un organo (il Consiglio europeo), espressione massima degli stati e della loro sovranità; ad esso viene attribuita la fondamentale funzione di adottare, sia pure a maggioranza semplice, una decisione favorevole all'esame delle proposte di modifica, relegando il Parlamento europeo e la Commissione ad un ruolo di mera preventiva consultazione. Non solo, ma l'avvenuta formalizzazione del cd. metodo della convenzione, così come è stato opportunamente sottolineato da una parte della dottrina, non ha comunque posto rimedio all'obbligo della unanimità delle ratifiche dei trattati di revisione da parte degli stati membri UE.
D'altro canto, analoga problematica emerge anche con riguardo alle procedure di revisione cd. semplificata, istituite dall'art. 48, par. 6-7, TUE. Anzi, la procedura di cui al paragrafo 7 rappresenterebbe, secondo alcuni autori, una mera “clausola passerella” destinata a intervenire sulle procedure legislative di adozione degli atti del Consiglio dell'Unione, nonché sui meccanismi di adozione delle relative delibere.
Ai fini della nostra trattazione, rileva principalmente la procedura di cui al paragrafo 6, la quale consente di apportare delle modifiche nell'ambito delle politiche ed azioni interne dell'Unione, su decisione all'unanimità da parte del Consiglio europeo, previa consultazione del Parlamento europeo, della Commissione e della Bce (qualora le modifiche intervengano nel settore monetario); in ultima analisi, saranno poi gli stati membri, già presenti e unanimi nel Consiglio europeo, a ratificare (o ad approvare 1) all'unanimità le modifiche così apportare al trattato.
La procedura appena descritta ha trovato applicazione per la prima volta, in ambito europeo, in occasione della istituzione, da parte dei 17 paesi membri dell'eurozona, del MES (Meccanismo Europeo di Stabilità): un meccanismo permanente di gestione delle crisi per salvaguardare la stabilità finanziaria della zona euro nel suo insieme. Proprio a tal fine, fondamentale è stata la decisione 2011/199 del 25 marzo 2011, con cui il Consiglio europeo è ricorso per la prima volta alla suddetta procedura di revisione cd. semplificata, modificando l'art. 136 TFUE con l'aggiunta di un terzo comma, ai sensi del quale, si riconosce la possibilità fino ad allora negata, per gli stati membri che adottano l'euro, di istituire un meccanismo volto a salvaguardare la stabilità della zona euro nel suo complesso e, nell'ambito del quale, peraltro, qualunque concessione di assistenza finanziaria dovrà essere assoggettata ad una rigorosa condizionalità. Alla base della scelta di procedere ad una modifica dell'art. 136 TFUE attraverso la via della cd. revisione semplificata, potrebbe individuarsi una motivazione di carattere politico espressa dalla cd. Sentenza Lissabon del 30 giugno 2009, con cui il Bundesverfassungsgericht si è pronunciato sulla compatibilità con la Legge Fondamentale tedesca, dell'atto di approvazione del trattato di Lisbona, dell'atto che modifica la Legge Fondamentale e dell'atto che amplia e rafforza i diritti del Bundestage del Bundesrat nelle questioni dell'Unione europea.
Di fatto, la via della citata “clausola di flessibilità” di cui all'art. 352 TFUE, nel caso di specie, avrebbe comportato inevitabilmente una “indebita interferenza dell'UE in una materia, quella della politica economica, di competenza esclusiva degli stati membri” (Messina M., 2013): ragione fondamentale per la quale, dunque, si è intrapresa la strada della revisione cd. semplificata dei trattati.
______________________
1 Entrambe le espressioni indicano una manifestazione del consenso, da parte degli stati che abbiano negoziato l'accordo, a vincolarsi al medesimo; tale distinzione terminologica, di fatto, assume invece rilevanza soprattutto alla luce dell'art. 11 legge n. 234/2012.
Tale questione è stata discussa anche dalla “sentenza Pringle2 del 2012,della Corte di giustizia, dove si sottolinea appunto come il ruolo dell'Unione, nell'ambito della politica economica, sia limitato esclusivamente ad una funzione di coordinamento, ai sensi dell'art. 2, par. 3, e dell'art. 5, par. 1, TFUE.
05_ Il Fiscal Compact: alcune peculiari ipotesi di ricorso alla “clausola rebus sic stantibus”
Il Fiscal Compact, come noto, è, a sua volta, un accordo internazionale parallelo alla UE, stipulato da 25 stati membri UE (con l'eccezione di Regno Unito e Repubblica Ceca) e sottoscritto il 2 marzo 2012 in un ben noto contesto di crisi del debito sovrano. Entrato in vigore il 1° gennaio 2013, con gli obiettivi – così come esplicitato dall'art. 1 – di rafforzare il pilastro economico dell'Unione economica e monetaria, di potenziare il coordinamento delle politiche economiche, e di migliorare la governance della zona euro, esso ha imposto agli artt. 3-4 alcuni vincoli particolarmente stringenti: fra essi si annoverano soprattutto la cd. golden rule (ovvero, l'obbligo di perseguire il pareggio di bilancio della pubblica amministrazione di ciascuna parte contraente), nonché l'obbligo di inserire la citata golden rule negli ordinamenti giuridici nazionali (preferibilmente attraverso norme di natura costituzionale).
La rilevante particolarità che si realizza, dunque, in ambito europeo con la redazione di tale accordo economico, è la assunzione di nuove attività e funzioni da parte dell'Unione europea, attraverso un trattato “parallelo” (e, dunque, non “modificativo”) rispetto ai trattati tradizionali (TUE e TFUE), senza neanche ricorrere al meccanismo della cd. cooperazione rafforzata,pur disciplinato dall'art. 20 TUE e dagli artt. 326- 327-328 TFUE. In altre parole, tale scelta – così come si intende sottolineare proprio in queste righe – consente agli stati membri UE che hanno ratificato il trattato, di “sfuggire”, almeno in qualche misura tutta da verificare nella prassi futura, ai meccanismi di controllo vigenti in ambito europeo.
Con riferimento al caso specifico dell'Italia, in primo luogo la “costituzionalizzazione” della golden rule si è realizzata tramite la modifica dell'art. 81 Cost.(novellato dalla legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1), il quale ha tuttavia utilizzato l'espressione «equilibrio tra le entrate e le spese», in luogo della tradizionale «pareggio tra entrate e uscite», assoggettando inoltre l'approvazione della legge di bilancio all'inusuale (quanto stringente) meccanismo di una legge da adottare a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera.
È appena il caso di rilevare, appunto in termini di tecnica in materia di trattati internazionali, che, qualora non si riuscisse ad adottare tale legge, ne conseguirebbe, oltre ad una aperta violazione dello stesso Fiscal Compact, anche una violazione dell'art. 27 della convenzione di Vienna sul diritto dei trattati del 1969 3.
______________________
2 Sentenza nella causa C-370/12, Thomas Pringle / Governmentof Ireland, Ireland, The Attorney General.
3 Tale norma impedisce agli stati di invocare la propria legislazioneinterna, al fine di giustificare la mancata attuazione di un trattato.
Ciò posto, e già non è poco, si potrebbe proporre la ulteriore seguente questione: dato che il Fiscal Compact, come accennato, è un “normale” trattato internazionale ed è quindi governato dalle “normali” regole fisiologiche e patologiche di un trattato – fra le quali la citata “clausola rebus sic stantibus” – diventa anche possibile in astratto e in concreto che l'Italia denunci legittimamente il Fiscal Compact, alla luce delle norme “comuni” in materia di accordi internazionali?
Due parole in materia meritano di essere spese. L'Italia, nel momento in cui ha ratificato il Fiscal Compact, era alle prese con un determinato ammontare di deficit di bilancio, evidentemente tenuto in considerazione dai negoziatori dell'accordo: un aggravamento di tale condizione di deficit, dunque, potrebbe rendere impossibile per l'Italia l'osservanza degli stringenti vincoli posti dal Fiscal Compact, e così legittimarla a denunciare il trattato per eccessiva onerosità dello stesso, magari invocando quel mutamento fondamentale delle circostanze di cui alla clausola rebus sic stantibus.
Un'altra motivazione potrebbe derivare dal fatto che, come è noto, il trattato di Lisbona ha fornito la base giuridica per l'adesione dell'Unione europea alla CEDU, attraverso il nuovo art. 6, par. 2, TUE, secondo cui «l'Unione aderisce alla convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali». In quest'ottica, in particolare, mal si concilierebbe ad esempio un eccesso di “rigore” da parte dell'Unione europea (sia pure indirettamente) con una disposizione CEDU fortemente “garantista” – come l'art.2, titolo I – che fa espresso riferimento alla tutela del «diritto alla vita di ogni persona».
Per non parlare, infine, delle conseguenze della procedura di cui all'art. 5 del Fiscal Compact, che obbliga uno stato contraente che sia soggetto a procedura per disavanzi eccessivi, a predisporre un programma di partenariato economico e di bilancio con una descrizione dettagliata delle riforme strutturali da attuare per poter correggere l'eccesso di deficit. In particolare, nella misura in cui questo elemento possa comportare una forte riduzione di benessere (quantomeno “percepito”) da parte degli individui, lo stato in questione potrebbe essere accusato di una violazione dei diritti dell'uomo, per non incorrere nella quale potrebbe risultare legittimo o necessario il ricorso alla “clausola rebus sic stantibus”.
06_ Conclusioni
Dalla sintetica trattazione emergono, dunque, due importanti considerazioni:
i) il meccanismo di revisione dei trattati nell'ambito del diritto UE tracciato dall'art. 48 TUE, anche in seguito alle modifiche apportate in materia dal trattato di Lisbona, è rimasto sostanzialmente un meccanismo internazionalistico tradizionale, in quanto ancora imperniato su un ruolo primario svolto nell'ambito della relativa procedura da parte del Consiglio europeo;
ii) in tema di Fiscal Compact, partendo dall'assunto che la stipulazione di un trattato parallelo rispetto ai trattati tradizionali (TUE e TFUE) è stata dettata dalla volontà di 25 stati membri UE di non assoggettarsi ai meccanismi di controllo tipici dell'Unione, si constata in realtà il fatto che gli obblighi di “rigore” economico-finanziario imposti dal Fiscal Compact ben potrebbero comunque essere, in qualche modo, “aggirati”: come detto, infatti, al ricorrere di determinate condizioni, potrebbero prospettarsi ipotesi di “denuncia” del trattato in questione da parte di uno stato contraente, con il conseguente venir meno anche di quegli obblighi di “rigore” da esso imposti.
 
 
Bibliografia
 
Barucco M. (1999), Il ruolo del principio di sussidiarietà nel sistema dell'Unione europea, da <http://www.jus.unitn.it>;
GiannitiL. (2011), Il meccanismo di stabilità e la revisione semplificata del Trattato di Lisbona: un'ipoteca tedesca sul processo di integrazione?,in Documenti IAI;
Gioia A. (2010), Manuale breve – Diritto internazionale, Milano: Giuffrè Editore;
Guarino G. (1971), La revisione dei trattati. Spunti critico-ricostruttivi, Napoli: Jovene Editore;
McNair A.D. (1961), The law of treaties, Oxford: OUP;
Messina M. (2013), La nuova governance economica e finanziaria dell'Unione: aspetti giuridici e possibili scenari per la sua integrazione nell'ordinamento giuridico UE, p.13, da <http://www.federalismi.it>;
Perassi T. (1962), L'ordinamento delle Nazioni Unite, Padova: CEDAM;
Quadri R. (1968), Diritto internazionale pubblico, Napoli: Liguori Editore;
Sperduti G. (1966), La CECA-Ente sopranazionale, Padova: CEDAM;
Villani U. (2008), Istituzioni di Diritto dell'Unione Europea, Bari: Cacucci Editore
 
 

Articoli collegati:
 
Il Comma 22 del Fiscal compact
Carlo Clericetti
31/03/2014
http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1724

Una previsione europea difficile da accettare
31.03.14
Stefano FantaconePetya Garalova e Carlo Milani
http://www.lavoce.info/disoccupazione-di-equilibrio-fiscal-compact/  
 
Denunciamo il Governo tedesco e chiediamo l’annullamento del Fiscal Compact
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03 aprile 2014
http://www.sinistrainrete.info/index.php?option=com_content&view=article&id=3558:francesco-amodeo-denunciamo-il-governo-tedesco-e-chiediamo-lannullamento-del-fiscal-compact&catid=44:europa&Itemid=82 

Leonardo Mazzei: Fiscal compact: come stanno veramente le cose?
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http://www.sinistrainrete.info/index.php?option=com_content&view=article&id=3614:leonardo-mazzei-fiscal-compact-come-stanno-veramente-le-cose&catid=44:europa&Itemid=82

L’uomo di marmo che ci dà la pagella
di Carlo Clericetti
1 GIU 2014
http://clericetti.blogautore.repubblica.it/2014/06/01/luomo-di-marmo-che-ci-da-la-pagella/

democraziaEuropafiscal compact di Federico M. Mucciarelli
Fiscal compact: un problema di democrazia
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Dietro la facciata di previsioni economiche “oggettive”, si celano spazi di discrezionalità amplissimi e zone grigie, dove il controllo democratico è assente
http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Fiscal-compact-un-problema-di-democrazia-25262
link sostituito da:
http://old.sbilanciamoci.info/Sezioni/capitali/Fiscal-compact-un-problema-di-democrazia-25262.html

Italia-Francia e un editoriale indigesto

 
10 gennaio 2013   Fortuna che c’è Hollande   Stefano Menichini
http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/139431/fortuna_che_ce_hollande
link sostituito da:
http://europa.dol.it/dettaglio/139431/fortuna_che_ce_hollande
 


Di questo editoriale, francamente indigesto, la cosa più indigesta è la difesa indiretta dei ricchi egoisti tramite la questione Depardieu.
La Francia e l'Italia non sono comparabili, perché: a) la Francia non ha fatto in 4 anni e mezzo manovre correttive per 330 mld [1] per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013, a causa dell'enorme debito pubblico e dello spread e degli obblighi imposti dall’UE e dalla BCE, [2] il cui peso è stato addossato in gran parte sulle spalle dei più deboli e non dei ricchi; b) né ha realizzato una serie di riforme delle pensioni [3] che hanno reso il sistema pensionistico italiano benchmark in UE, capaci di procurare - le ultime tre - risparmi per centinaia di miliardi nei prossimi decenni (22 - pare - solo nel 2012), anche a costo di ridurre senza reddito centinaia di migliaia di persone over 55; c) né deve apprestare ancora (come richiesto anche dalla BCE) un sistema di ammortizzatori sociali adeguati e possibilmente universali, poiché ce li ha già; d) né deve introdurre un'imposta patrimoniale ordinaria a bassa aliquota sui patrimoni oltre una certa soglia, poiché ce l'ha già. [4]
E’, per converso, vero che non dovrà in futuro, per il fiscal compact [5] (se non verrà modificato) ridurre, in ragione di un ventesimo all’anno, il debito pubblico dal 126% al 60%, ma “soltanto” partendo dal 91% circa; avendo però un target di deficit al 3% nel 2013.
Ci sono quindi molte cose da fare in Italia, ma esse – al di là delle gonfiate ad arte richieste esagerate della sinistra – saranno tutte nel segno dell’equità, della giustizia sociale e della redistribuzione del reddito. I più deboli (di cui palesemente non fa parte il direttore Menichini) hanno già dato. Ora tocca ai ricchi, gli unici peraltro ad averli ora, i soldi!

[1] Il lavoro ‘sporco’ del governo Berlusconi-Tremonti
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2747515.html 

[2] Appunto dopo le lettere della BCE al Governo e del Governo all’UE
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2695770.html

[3] Riforme delle Pensioni: Amato, 1992; Dini, 1995; Prodi, 1997; Berlusconi/Maroni, 2004; Prodi/Damiano, 2007; Berlusconi/Sacconi, 2010; Berlusconi/Sacconi, 2011; Monti/Fornero, 2011.

[4] Dossier Imposta patrimoniale
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2670796.html

[5] Cos'è il Fiscal Compact? Ecco le sue regole base
http://www.soldionline.it/infografiche/cos-e-il-fiscal-compact-ecco-le-sue-regole-base 


Post e Articoli collegati:

L’ammuina dei poveri e l’egoismo dei ricchi
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2671843.html 
 
Queste cose oggi affermate dal presidente dell’Eurogruppo Juncker, io le vado scrivendo da ormai quasi 3 anni, sulla base dei numeri e dei fatti, a partire dal DL 78 del 31.5.2010, la manovra correttiva più scandalosamente iniqua varata dal governo Berlusconi-Tremonti, con l’avallo sostanziale di Bonanni (CISL) e Angeletti (UIL).
 
Crisi: Juncker, non ricada solo sui piu' deboli. Anche ricchi paghino
10 Gennaio 2013 - 12:37
(ASCA) - Bruxelles, 10 gen - ''Non bisogna credere che sarebbe giusto avere politiche di austerita' che chiedono i piu' grandi sforzi ai piu' deboli. Vorrei che le conseguenze della crisi ricadessero sui piu' forti: questa e' solidarieta' sociale''. Lo afferma il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, in audizione in commissione Problemi economici del Parlamento europeo. ''Non dico che i miliardari debbano per forza pagare, dico che non mi va che i miliardari non paghino''.
http://www.asca.it/news-Crisi__Juncker__non_ricada_solo_sui_piu__deboli__Anche_ricchi_paghino-1236863-ECO.html
 
Crisi: Juncker, serve salario minimo in tutta Eurozona
10 Gennaio 2013 - 12:06
(ASCA) - Bruxelles, 10 gen - Vanno definiti salari minimi in tutti i paesi della zona euro, e provvedere a colmare ''l'elemento carente'' dell'unione economica e monetaria, ''vale a dire la dimensione sociale''. Lo afferma il presidente dell'Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, in audizione in commissione Problemi economici del Parlamento europeo.
''Serve un impianto chiaro e ineludibile di diritti sociali per i lavoratori, una sorta di 'zoccolo duro' dei diritti dei lavoratori'', sostiene Juncker. Occorre, piu' precisamente, rispondere ''alle rivendicazioni essenziali di salario minimo legale in tutta l'area dell'eurozona''. Altrimenti, avverte Juncker, ''rischiamo di perdere la nostra credibilita' e, per dirla alla Marx, il sostegno della classe operaia''.
http://www.asca.it/news-Crisi__Juncker__serve_salario_minimo_in_tutta_l_Eurozona-1236944-ECO.html
 
Crisi: Vendola, anche Juncker e' un pericoloso estremista?
10 Gennaio 2013 - 15:16
(ASCA) - Roma, 10 gen - ''Non dire ai ''moderati nostrani'' che Juncker (Ppe) cita Marx e propone addirittura il salario minimo garantito in tutta Europa. Evidentemente e' un pericoloso estremista''. Cosi Nichi Vendola, presidente di Sinistra Ecologia Liberta', commenta su twitter le parole del presidente dell'Eurogruppo ed esponente del Ppe al parlamento europeo. ''Chiediamo da tempo un reddito minimo garantito contro la solitudine di una generazione prigioniera dell'ergastolo della precarieta' e disoccupazione'', ribadisce Vendola.
http://www.asca.it/news-Crisi__Vendola__anche_Juncker_e__un_pericoloso_estremista_-1236957-POL.html
 
 

Anche un professore può sbagliare i calcoli

 

Il precipizio economico dell’Agenda Monti
di Luciano Gallino 
Posted by keynesblog on 9 gennaio 2013 in Economia, Italia
http://keynesblog.com/2013/01/09/il-precipizio-economico-dellagenda-monti/
  
Eccepisco, limitandomi all'interno: 1) dal punto di vista algebrico, il pareggio di bilancio nel 2013 vuol dire che vi è incluso un avanzo primario pari all'ammontare degli interessi passivi sul debito, per cui in costanza di avanzo primario (invarianza di spese ed entrate) non ci sarebbe nessun aumento del debito; 2) paradossalmente (ed ovviamente), poiché l'obbligo del pareggio di bilancio è al netto delle misure anti-cicliche, l'aumento del debito, coeteris paribus, si avrebbe soltanto se si adottassero misure anti-cicliche; 3) Bersani ha già dichiarato che chiederà, assieme al presidente Hollande, un'attenuazione del fiscal compact; 4) politicamente, finanziariamente e per equità (finora i ben 330 mld di manovre correttive sono stati addossati in gran parte sul ceto medio-basso e persino sui poveri (col taglio della spesa sociale, per cui i soldi ora li hanno solo i ricchi), si dovranno adottare misure fiscali straordinarie di riduzione celere del debito (come proposto anche da liberisti e conservatori), quali un'imposta patrimoniale ordinaria a bassa aliquota, prevedendo una franchigia di almeno 800 mila € (ipotesi CGIL) ed un prestito forzoso di almeno 150 mld su una platea selezionata; 5) infine, va da sé che una parte dei soldi necessari va presa dalla spending revuew (che vuol dire una riduzione/qualificazione della spesa pubblica): solo la voce "beni e servizi" vale quasi 140 mld e presenta - data l'incidenza del menefreghismo e della corruzione della PA - una potenziale, significativa latitudine di risparmio.
 

Promemoria delle misure anti-crisi


La crisi economica - come sto ripetendo da 2 anni - sarà dura e lunga (almeno 15 anni), poiché è il prodotto del mutamento planetario in atto (per inciso, la cancelliera Merkel ora parla di 5 anni; l’Ufficio Studi di Confindustria, quasi 2 anni fa, prevedeva 10 anni, cfr. http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/01/17/ripresa-solo-tra-10-anni/; l’imprenditore Diego Della Valle, 2 anni fa a “Ballarò”, ha vaticinato una quindicina d’anni). Finora, il risanamento è costato agli Italiani la bellezza di 330 mld, iniquamente distribuiti e addossati in gran parte sulle spalle del ceto medio-basso e persino sui poveri (col taglio della spesa sociale). Gli obblighi derivanti e dal fiscal compact (se non saranno opportunamente addolciti, almeno per quanto riguarda la riduzione del debito pubblico, visto che ora l’obbligo del pareggio di bilancio è stato inserito in Costituzione) e dal contributo italiano al salvataggio degli altri Paesi UE esigeranno ulteriori, ingenti sacrifici.

La soluzione della crisi (problema in discussione qui e che ne abbraccia poi molti altri), che sarà i-ne-vi-ta-bil-men-te lunga, NON è in Italia (che non ha più la sovranità monetaria), ma è soprattutto in UE e, nell’ambito dell’UE, in particolare in Germania. Con le interrelazioni - visti i nessi dell’economia e della finanza ormai globalizzate - internazionali (USA, Cina, mercati finanziari, ecc.). Se si vuole risolverla, non sono sufficienti misure parziali e di basso profilo (prolungano soltanto l’agonia), ma occorre un mix di misure strutturali che attacchino le sue cause determinanti. Esattamente come fu fatto – a cominciare dagli USA - dopo la terribile crisi del 1929. Sapendo che i potentissimi ricchi (ben rappresentati e guidati dalla “cupola” delle 9 più grandi banche) faranno resistenza. Questa è una guerra (come scrissi a giugno, tramite “Repubblica”, al premier Monti; v. “Trasformazione epocale da governare al meglio”, allegato in fondo), occorre perciò una mentalità adeguata ad una guerra, in questo caso economica e finanziaria, ma che sta facendo e farà molte vittime.
 
PROMEMORIA DELLE MISURE ANTI-CRISI
(Le misure anti-crisi, tranne recentemente la TTF, sono ancora tutte da varare):
A) Risorse per finanziare: a) la crescita e l’occupazione, in particolare femminile e giovanile; b) una riduzione delle imposte sul lavoro, sulle pensioni basse e sulle imprese; c) gli ammortizzatori sociali universali (Rmg di 1° e 2° livello); e d) un corposo piano pluriennale di alloggi pubblici di qualità, abbinato alla riforma della normativa urbanistica per la tutela del territorio e lo sviluppo del turismo. [1]
Dopo i 330 mld di manovre correttive da inizio legislatura, addossati in gran parte sul ceto medio-basso e sui poveri, [2] le risorse indispensabili vanno prese:
– all’interno, a) dall'introduzione di un'imposta patrimoniale ordinaria prevedendo una franchigia di almeno 800 mila € (e un prestito forzoso per ridurre celermente il debito pubblico), [3] proposta persino, nel settembre scorso, dalle associazioni degli imprenditori (cfr. [3], pos. 22), come contropartita della riforma del lavoro e delle pensioni di anzianità; ma "passata la festa, gabbato lo santo", riproposta recentemente dal presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, sui grandi patrimoni; [4] b) dalla ritassazione una tantum dei capitali ‘scudati’ e dalla tassazione di quelli esportati in Svizzera [5]; c) da una maggiore contribuzione dei redditi alti ai servizi pubblici; d) da un aumento dell’IVA sui beni di lusso; e) dalla lotta all’evasione fiscale e contributiva; f) dalla lotta alle false indennità d’invalidità (la cui spesa, incluse le indennità di accompagnamento, è pari complessivamente a 16 mld); e g) dalla spending revuew;
all’esterno (UE), a) dal varo dei Project bond e degli EuroUnionBond (v. proposta Prodi-Quadrio Curzio [6], nota 12); e b) dall’introduzione della TTF, approvata nel lontano marzo 2011 dal Parlamento europeo [7].
B) Regole per i mercati finanziari:
(a) separazione tra banche commerciali e banche d’investimento; [8]
(b) controllo dei capitali-ombra; [9]
(c) disciplina dei derivati, (d) vietandoli – assieme alle vendite allo scoperto – per i prodotti alimentari; 
(e) regolazione severa delle vendite allo scoperto sui titoli pubblici; [10] ed infine 
(f) introduzione della TTF. [7] 
C) Applicazione da parte UE di norme severe e controlli stringenti e costanti sulle merci importate, incentivi alla non delocalizzazione e tracciabilità per la tutela dei prodotti (Made in). [11]
  
[1] Lettera di PDnetwork alla Segreteria Nazionale ed ai Gruppi parlamentari del PD
Le proposte riguardano:
- Piano di sviluppo economico ed occupazionale;
- Reddito di cittadinanza;
- Riforma della legislazione sul lavoro precario, a favore dei precari;
- Sgravio fiscale sul lavoro e sulle imprese;
- Piano di edilizia residenziale pubblica e popolare; riforma della normativa urbanistica per la tutela del territorio e del paesaggio e lo sviluppo del turismo;
- Questione femminile, Rivoluzione culturale e Mezzogiorno (obiettivi strettamente intrecciati).
Prendendo i soldi da:
taglio selezionato della spesa pubblica relativa all'apparato burocratico [Nota 13], per gli armamenti [14] e la politica [15].
- revisione delle condizioni concrete di invalidità (le cui indennità talvolta surrogano il reddito di cittadinanza);
- una seria lotta all’evasione fiscale (inasprendo ulteriormente le sanzioni);
- un maggior onere delle classi agiate nell’utilizzo dei servizi sociali, sia con un aumento della tassazione indiretta sui beni di lusso, sia con un incremento del prelievo fiscale sui redditi elevati ed i patrimoni:
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2011/02/02/lettera_di_pdnetwork_alla_segr.html
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html 
[2] Il lavoro sporco del governo Berlusconi-Tremonti
Riepilogo [delle manovre correttive, valori cumulati da inizio legislatura]:
- governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld;
- governo Monti 63,2 mld;
Totale   329,5 mld.
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2012/07/17/il_lavoro_sporco_del_governo_b.html
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2747515.html   
[3] Dossier Imposta patrimoniale
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2011/08/10/analisi_qualiquantitative_14_i.html
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2670796.html      
[4] Analisi quali-quantitative/5/Distribuzione della ricchezza
Secondo la Banca d’Italia, nel 2008 e nel 2009, il 10% della popolazione italiana possiede il 45% della ricchezza nazionale e “Alla fine del 2009 la ricchezza netta delle famiglie italiane cioè la somma di attività reali (abitazioni, terreni, ecc.) e di attività finanziarie (depositi, titoli, azioni, ecc.), al netto delle passività finanziarie (mutui, prestiti personali, ecc.), è stimabile in circa 8.600 miliardi di euro (Tavv. 1A e 3A)” (pag. 7); e “le attività reali (5.883 miliardi di euro; Tav. 1A) rappresentavano il 62,3 per cento della ricchezza lorda, le attività finanziarie (3.565 miliardi di euro) il 37,7 per cento e le passività finanziarie (860 miliardi di euro) circa il 9,1 per cento”. (pag. 10).
Per completezza, rilevo (v. [3], nota 1) che la Banca d’Italia valuta il patrimonio immobiliare (facente parte delle “Attività reali”) in 4.800 mld, l’Agenzia del Territorio in 6.335 mld (una differenza di ben 1.535 mld, il motivo è spiegato nella predetta nota 1).
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2010/11/18/analisi_qualiquantitative_5_di.html
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2563890.html
Banca d’Italia, “La ricchezza delle famiglie italiane”, 2012
http://www.bancaditalia.it/statistiche/stat_mon_cred_fin/banc_fin/ricfamit/2012/suppl_65_12.pdf
[5] La Grecia batte l'Italia: lunedì l'accordo con la Svizzera per tassare i capitali
http://24o.it/Hywx4
[6] Lettera al Vice Presidente UE Olli Rehn 
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2011/11/10/lettera_al_vice_presidente_ue.html
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2697319.html       
[7] Appunto sulla Tassa sulle transazioni finanziarie
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2012/10/24/appunto_sulla_tassa_sulle_tran.html
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2758893.html      
[8] http://it.wikipedia.org/wiki/Glass-Steagall_Act
Anche in Italia, con la legge bancaria del 1936, fu introdotta la separazione tra banche commerciali e banche d’investimento.
[9] Il sistema bancario ombra irrompe al G20. "Va contenuto, dice Draghi" –21/02/2011
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplrubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_blog=305&ID_articolo=65
[10] http://www.pmi.it/economia/mercati/articolo/54307/regolamento-ue-2012-per-le-vendite-allo-scoperto.html
[11] Recentemente, la newsletter n. 40 dell’europarlamentare Niccolò Rinaldi  ha evidenziato i pasticci italiani ed europei sulla difesa dei prodotti italiani attraverso il Made in: “Con la complicità del governo italiano, la Commissione ha ritirato il Regolamento sul Made in (comunicato), un provvedimento di sostegno agli imprenditori che non hanno delocalizzato. Al Parlamento avevamo lavorato sodo ottenendo due anni fa una larga maggioranza, ma poi tutto si è bloccato per le resistenze dei paesi del nord e l'inerzia del governo italiano (tanto Berlusconi che poi Monti)”. http://www.niccolorinaldi.it/archivio/europee/1467-europea-40.html

Post collegati (se il link non è più attivo, digitare il titolo in Google, aggiungendo eventualmente "diario - Vincesko"):
L’ammuina dei poveri e l’egoismo dei ricchi
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2671843.html
I facitori dello spread
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2748019.html
Trasformazione epocale da governare al meglio
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2753469.html
Il pendolo del potere economico mondiale e lo ‘stigma’ di Marchionne e Landini
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2759924.html
La globalizzazione non è un gioco equo
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760049.html
La casa è un diritto essenziale
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2761640.html 

Articoli collegati:
La “Lettera degli economisti” contro l’austerità del giugno 2010
http://www.economiaepolitica.it/index.php/europa-e-mondo/la-lettera-degli-economisti-contro-lausterita-del-giugno-2010/
La sinistra e la crisi
http://www.economiaepolitica.it/index.php/politiche-fiscali-e-di-bilancio/la-sinistra-e-la-crisi/
Il capitalismo entra nella sua fase senile
http://www.sinistrainrete.info/index.php?option=com_content&view=article&id=2392:samir-amin-il-capitalismo-entra-nella-sua-fase-senile&catid=67:crisi-mondiale&Itemid=79

Aggiornamento
 
L’Ue dice sì al Made in (Italy)
16/04/2014 
http://www.businesspeople.it/Lifestyle/Fashion/L-Ue-dice-si-al-Made-in-Italy-_61816

“Il problema di Bruxelles non è il debito pubblico ma quello delle banche”
Gaël Giraud, economista gesuita, si batte in Francia per separare il credito dalla finanza: in Europa ci sono molte bombe a orologeria
Non esiste un’«economia cattolica», ci dice padre Giraud, esiste un «forum pubblico mondiale nel quale si discutono le opzioni politiche. In questo forum gli economisti hanno un ruolo importante nell’aiutare la ripartizione delle risorse». La voce del quarantenne gesuita Gaël Giraud, che prima di diventare gesuita ha studiato da economista nelle alte scuole parigine (Normale e Polytechnique), ha un suo peso in questo «forum» e – ovviamente – una sua originalità. Non solo per la denuncia del «cin...
CESARE MARTINETTI
08/10/2014

http://www.lastampa.it/2014/10/08/cultura/il-problema-di-bruxelles-non-il-debito-pubblico-ma-quello-delle-banche-kyR0JBN09yh0ube3pKuhxH/premium.html   
  
 
 
 

Facile profeta

Sono stato facile profeta. Il 19 ottobre, in calce ad una intervista del senatore Nicola Rossi a “Europa”, ho scritto:

Qual è il problema se Bersani, con l’aiuto del suo amico presidente francese Hollande, chiede ed ottiene (ovviamente per tutti i Paesi) un allentamento anti-ciclico degli obblighi derivanti dal ‘fiscal compact’?”.

http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/137880/pd_socialista_non_serve

 

Ricavo ora dal comunicato del PD sulla visita di oggi di Pierluigi Bersani al presidente francese Hollande (la sottolineatura è mia):

L'incontro di oggi tra il presidente francese, Francois Hollande, "è stato molto amichevole. Non è la prima volta che ci vediamo, ma questa volta l'ho chiamato signor presidente ed è stata una grandissima soddisfazione". Lo ha detto il segretario del Pd, Pier Luigi Bersani, al termine di un incontro all'Eliseo con il Capo dello Stato della Francia. 

"Un'altra Europa è possibile", ha aggiunto Bersani sottolineando che nel Vecchio continente c'è "la possibilità di una piattaforma che vede una convergenza larga e precisa dei partiti progressisti e dei governi che si ispirano alleforze progressiste". Tutto ciò, ha proseguito il leader del Pd "per avere un'Unione europea che insieme al rigore metta un po' di lavoro. Il meccanismo austerità-recessione-austerità - ha avvertito - sta mettendo in difficoltà tutta l'Europa". 

Per Bersani questo"è ormai recepito grandissimamente. Semmai il problema è che le risposte non sono così veloci come è veloce la crisi". Nel corso dell'incontro con Hollande all'Eliseo 'la cosa che abbiamo sottolineato entrambi è che non abbiamo molto tempo", ha aggiunto ancora il segretario del Pd, aggiungendo: "Le proposte ci sono, la piattaforma pure, e quindi le decisioni devono essere più rapide. Non si può essere trattenuti dalle diverse situazioni nazionali, opinioni pubbliche, elezioni... Bisogna arrivare a qualche decisione. Questa e' nettamente la mia opinione, considerando in particolare il caso dell'Italia che e' molto problematico". 

Bersani ha quindi aggiunto che con Hollande "abbiamo una visione comune: lanciare un grande progetto europeo sul piano politico e culturale. C'è l'esigenza di un orizzonte europeo che non può essere ritenuto utopia, perché l'alternativa è un disastro". 

"Questo - ha concluso - deve essere fatto a partire dai Paesi dell'Eurozona, che devono rilanciare un orizzonte europeo di maggior integrazione, disciplina, ma anche di politiche economiche e fiscali".

http://www.partitodemocratico.it/doc/245459/unaltra-europa-possibile.htm

 

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Infine, allego:

Pier Luigi Bersani at the Renaissance Conference in Paris, 17.03.2012

http://www.youtube.com/watch?v=HTc1S9eaVPQ 

 

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