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E’ giusto preoccuparsi soltanto dei giovani?


Descrizione: Nicola Tasco
Nicola Tasco
Avvocato
Un'intera generazione di giovani rischia il naufragio. Ma la politica guarda altrove
Pubblicato: 22/10/2013 06:00
http://www.huffingtonpost.it/nicola-tasco/unintera-generazione-di-giovani-rischia-il-naufragio-ma-la-politica-guarda-altrove_b_4135087.html?utm_hp_ref=italy
 

E’ giusto preoccuparsi soltanto dei giovani? Provo a fissare alcuni punti dello scenario italiano.

1. Secondo la Banca d’Italia, [1] il gap principale italiano rispetto ai Paesi di confronto è il tasso di attività femminile, in particolare al Sud, dove è pari soltanto ad 1/3 delle donne tra 15 e 64 anni; in nessun altro Paese esiste un divario così elevato tra Nord e Sud (27 punti). L'Italia presenta il maggior tasso di disoccupazione femminile dopo Malta in UE27. 
2. Il tasso di disoccupazione dei giovani 15-24 anni raggiunge ormai il 40%, ma esso è calcolato, come avverte l’ISTAT, non sul totale dei giovani, bensì sul numero dei giovani occupati.
3. Gli over 40 rimasti senza lavoro sono stimati in un milione.
4. I lavoratori precari in senso stretto sono tra i 3 e i 4 milioni, ma se si includono le partite IVA più o meno false, essi raggiungono forse i 7 milioni, senza tutele di welfare (RMG, sussidio all’affitto o casa popolare).
5. Anche in Germania, nostro Paese concorrente e punto di riferimento, i cosiddetti lavori minori (mini job) [2] sono arrivati a 7 milioni, con un salario di 400€ mensili, però compatibile col RMG (circa 370€) e il sussidio all’affitto o la concessione di una casa popolare (c’è un patrimonio notevole di case popolari).
6. In Italia, invece, l’RMG non esiste (come in Grecia e Ungheria) e, per il niet degli immobiliaristi e dei costruttori edili, nonché la miopia e l’egoismo dei proprietari che temono la svalutazione delle loro case, in alloggi pubblici investiamo da 25 anni 1/30 della Germania, 1/40 della Francia e persino 1/10 della Spagna, l’unico Paese che ci batte per numero di case di proprietà.
7. Studi seri ravvisano ormai una correlazione tra l’incidenza elevata di lavoro precario e il declino del tessuto industriale, con scarsa innovazione di prodotto e di processo e inevitabile enfasi della competitività basata sulla riduzione dei costi.

CONCLUSIONE. La crisi economica dura da 5 anni e perdurerà a lungo; in una situazione siffatta, il nostro Paese rischia di andare a fondo (stanno chiudendo o delocalizzando migliaia di imprese) e c'è bisogno, non di pannicelli caldi, ma di misure incisive e ‘rivoluzionarie’ per evitarlo dell'ordine di 150-200 mld, che, dopo manovre correttive della scorsa legislatura per un ammontare di ben 330 mld, distribuite in maniera molto iniqua (ceti medio e basso ad alta propensione al consumo, e persino sui poveri col taglio feroce della spesa sociale), con pesanti effetti recessivi, vanno presi ai ricchi (gli unici che ora hanno i soldi), mediante un’imposta patrimoniale ed un prestito forzoso sul decile o sulla metà del decile più ricco delle famiglie, a bassa propensione al consumo e perciò con scarsi effetti recessivi (come anche qualche sparuto borghese illuminato propone). [3] Risorse che vanno utilizzate per ridurre l’enorme debito pubblico e soprattutto i correlati, ingenti interessi passivi (89 mld nel 2012) e per co-finanziare, assieme ad una revisione intelligente della spesa pubblica, la crescita (riducendo le imposte sui redditi bassi per far ripartire la domanda) e indispensabili misure di welfare anticrisi, quali l’RMG e l’edilizia sociale, particolarmente e gravemente disallineati rispetto a UE27.

[1] Banca d'Italia - Mezzogiorno e politiche regionali
“Il dualismo economico italiano, che vede una quota rilevante della popolazione risiedere in un’area molto povera rispetto alla media nazionale, si presenta assai più grave rispetto agli altri paesi con livelli di sviluppo similari e si avvicina invece alle condizioni di disparità che caratterizzano i paesi economicamente meno avanzati” (pag. 430).
“I maggiori divari di reddito che il nostro paese mostra nel confronto internazionale sembrano quindi dipendere per intero dall’anomala dimensione della distanza fra regioni nelle diverse componenti del tasso di occupazione: la quota di forza lavoro occupata e, soprattutto, il tasso di attività della popolazione in età da lavoro. Quest’ultima variabile, in particolare, mostra un divario tra Mezzogiorno e Centro Nord di quasi 27 punti percentuali (Tavola 11), mentre nei paesi di confronto esso è mediamente inferiore a 5 punti” (pag. 435).
http://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/seminari_convegni/mezzogiorno/2_volume_mezzogiorno.pdf
[2] “Il ruolo del diritto del lavoro e della sicurezza sociale nella crisi economica. L’esperienza tedesca” di Maximilian Fuchs
http://www.aidlass.it/convegni/archivio/2013/2013/Fuchs_Aidlass_2013.doc
se il link non è attivo, cliccare qui sotto:
http://www.aidlass.it/documenti-1/Fuchs_Aidlass_2013.doc
[3] Piano taglia-debito per la crescita
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2792930.html


Le proposte del Partito Democratico/2 - Famiglia e Politiche sociali


LE PROPOSTE DEL PARTITO DEMOCRATICO/2 

 

FAMIGLIA E POLITICHE SOCIALI

 

Un Welfare centrato sulla persona.

Al centro del nuovo welfare ci deve essere la persona come soggetto di diritti e di doveri, ossia come cittadino inserito in una rete di relazioni sociali e di responsabilità individuali e collettive. Per questo vogliamo rivendicare il ruolo decisivo dell’intervento pubblico in un rapporto di interazione positiva con le energie della società civile e come organizzatore e regolatore di meccanismi di mercato che includano tutti i cittadini. In sintesi, la nostra è una visione radicalmente diversa da quella teorizzata dal governo di destra: non la ritirata dello Stato, sperando nella supplenza contrattuale delle categorie forti e nella compassionevole carità del dono per gli “ultimi”, ma uno Stato che sia programmatore e regolatore forte di un complesso di prestazioni cui tutti hanno diritto ad accedere. Uno Stato che promuova una imprenditorialità diffusa nei soggetti di offerta pubblici, privati e non profit, in funzione dei bisogni dei cittadini e valorizzando il principio di sussidiarietà.

 

La riforma del Welfare su basi nuove.

Dobbiamo passare da una società centrata sul ruolo del lavoratore, maschio, adulto e “capofamiglia”, ad una società con ruoli lavorativi, familiari e relazionali ben più articolati, ma esposta ad incertezze ed a fattori di sofferenza vecchi e nuovi. Collocare il cittadino al centro del sistema di welfare significa:

·        realizzare un più avanzato equilibrio tra universalismo e assicurazioni sociali basate sulla condizione lavorativa;

·        promuovere l’uguaglianza delle opportunità per tutte le persone;

·        realizzare politiche volte a sostenere la capacità di autodeterminazione dei cittadini;

·        rafforzare il potere di scelta del cittadino per migliorare l’aderenza dei servizi ai bisogni.

 

Puntare sui giovani.

Vogliamo promuovere l’autonomia dei giovani, superare il ritardo e la precarietà che caratterizzano il loro ingresso nel mondo del lavoro, riaprire la speranza nel futuro. Sostenere le famiglie. Le carenze del sistema di welfare italiano scaricano sulla famiglia una pesante funzione di supplenza. Un impegno oneroso che rischia di mettere in crisi la tenuta stessa delle relazioni familiari, oltre ad avere costi pesanti soprattutto per le donne. Le famiglie vanno sostenute costruendo un contesto di servizi e di prestazioni che ne faciliti la formazione, ne migliori la qualità della vita quotidiana, le aiuti a fronteggiare le situazioni di fragilità, allevi il carico per le donne, riequilibri i ruoli di genere.

 

Ripartire dai più piccoli.

Il tasso di crescita del Paese, le trasformazioni del mercato del lavoro e nelle famiglie, possono essere affrontati positivamente solo attraverso una moderna cultura dell’infanzia e politiche pubbliche conseguenti. Si rende perciò necessaria una legislazione organica riguardante:

·        una Legge quadro e il Garante nazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza;

·        un sistema integrato dei servizi che garantisca il processo educativo e sostenga conciliazione e genitorialità;

·        un sistema di media a misura di bambini e adolescenti.

 

Anziani e società: nuove esigenze e nuovi servizi.

L’allungamento della vita media delle persone richiede una società in cui la vita in età anziana sia una vita ancora ricca di possibilità e di relazioni umane. Per questo è necessario promuovere l’invecchiamento attivo delle persone in modo da garantire, anche a coloro che cadono in condizioni di non autosufficienza, una vita dignitosa in un contesto relazionale adeguato.

 

Per una civile convivenza.

Un welfare universale e delle pari opportunità si occupa di tutte le persone che vivono nel nostro territorio, promuovendone nei tempi e nei modi necessari l’accesso alla cittadinanza. Noi del PD vogliamo evitare la competizione tra i ceti più deboli della popolazione: no alla guerra tra poveri, no alla competizione tra italiani più poveri ed immigrati. Obiettivi conseguibili attraverso il potenziamento, per tutti, della rete integrata dei servizi, la previsione del reddito di solidarietà attiva, un piano nazionale per le politiche dell’integrazione con un relativo fondo e, più in generale, un welfare universale basato su diritti e doveri. Vanno garantiti a tutti, a prescindere dalla condizione giuridica, la tutela dei diritti umani fondamentali, come la salute, la maternità e la tutela dei minori.

 

La casa è un diritto essenziale.

Per consentire ai giovani di emanciparsi nei loro percorsi di studio, professionali e sentimentali, per favorire la mobilità sociale e ridurre i rischi di esclusione sociale, può essere utile l’introduzione di provvedimenti come la cedolare secca, a condizione che sappiano coniugare i vantaggi per i proprietari e per gli inquilini, favoriscano l’emersione delle locazioni “in nero” e incentivino il canone concordato. Occorre inoltre rilanciare un nuovo modello di edilizia residenziale pubblica ed efficientare il patrimonio esistente; reintegrare i fondi per il sostegno dei disagi più gravi, promuovere concretamente l’housing sociale ed incentivare le iniziative degli enti locali volte a sostenere i cittadini colpiti da morosità incolpevole.

 

Ripartire dai soggetti deboli.

Il welfare che vogliamo realizzare garantisce una rete di servizi di sostegno alle persone disabili, rendendo effettive ed esigibili le prestazioni ed i servizi previsti dalla normativa vigente. Vogliamo rispondere ai bisogni con un approccio sociosanitario integrato, attraverso interventi domiciliari, centri diurni e residenziali, servizi di trasporto, attività di integrazione, socializzazione, inclusione sociale e lavorativa, in grado di assicurare ai disabili una vita indipendente, rasserenando le famiglie sul loro futuro attraverso il cosiddetto “dopo di noi”.Il contrasto alla povertà.Per garantire una rete di protezione di base contro la povertà, vogliamo promuovere l’istituzione di un Reddito di Solidarietà Attiva rivolto alle persone che, per qualunque ragione, si trovano in condizioni di povertà.

 

Una rete integrata dei servizi per un Welfare di tutti.

La rete integrata dei servizi sociali, in un contesto sempre più necessario di integrazione socio-sanitaria, così come previsto dalla Legge quadro 328 del 2000, costituisce una condizione fondamentale per realizzare un welfare locale e comunitario. L’obiettivo è garantire un contesto di vita sociale e civile più avanzato che, insieme al lavoro, permetta di conseguire i seguenti risultati:

·        l’inserimento attivo delle persone nel mondo del lavoro;

·        l’eliminazione dell’assistenzialismo e delle disuguaglianze;

·        il sostegno ai compiti di cura svolti dalle persone e dalle famiglie;

·        il superamento di tutte le fragilità;

·        il reinserimento sociale dei cittadini disabili con percorsi personalizzati.

Vogliamo denunciare il sostanziale azzeramento di tutti i fondi sociali da parte del governo e l’arretramento in una logica di welfare residuale. 

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Un welfare centrato sulla persona, per dare sostegno a tutti i soggetti deboli: giovani, donne, famiglie, anziani, poveri, immigrati, disabili.

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http://beta.partitodemocratico.it/speciale/italiadidomani/home.htm#

 

Estrapolo alcuni punti delle proposte e vi aggiungo un commento (l’aggiornamento viene riportato tra parentesi quadre).

(v. http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2698347).

 

La riforma del Welfare su basi nuove.

·        realizzare un più avanzato equilibrio tra universalismo e assicurazioni sociali basate sulla condizione lavorativa;

 Ripartire dai soggetti deboli.

Per garantire una rete di protezione di base contro la povertà, vogliamo promuovere l’istituzione di un Reddito di Solidarietà Attiva rivolto alle persone che, per qualunque ragione,si trovano in condizioni di povertà. 


Preliminarmente, osservo che noi Italiani, pur affermando il valore delle peculiarità di ciascun Paese, dovremmo applicare sistematicamente il principio del benchmarking, cioè guardare ai migliori sistemi/pratiche/leggi degli altri Paesi (best practice). 

Ne consegue che, siccome, per quanto riguarda il welfare, due sono gli aspetti che ci differenziano dalla maggioranza degli altri Paesi: 1) il reddito di cittadinanza universale (soltanto noi, la Grecia e l’Ungheria non lo prevediamo); e 2) le pensioni di anzianità, [sono state eliminate dalla riforma Fornero] che negli altri Paesi non esistono, la politica sociale migliore consiste nell’affrontare insieme questi due aspetti, il che ci consentirebbe sia di allinearci agli altri Paesi UE, sia di reperire nella previdenza le risorse finanziarie necessarie per il Rmg, quindi lasciandole nel capitolo “spesa sociale”, che ora è in linea con la media OCSE [invece neppure un centesimo dei cospicui risparmi vi è rimasto, sono stati destinati tutti ad avanzo primario]; sia di abbandonare la pletora di trattamenti differenziati; sia di far fronte alla vera marginalità sociale, in drammatica crescita con l’attuale crisi; sia, infine, di evitare la diffusa e negativa pratica della distinzione tra figli e figliastri.

Per le ragioni predette, ho criticato nella “Lettera di PDnetwork”  [1] tutte quelle soluzioni (DdL Ichino, proposta CGIL, proposta Draghi, PdL Madia) che si discostavano da questa impostazione universalistica e/o generale e omnicomprensiva. Per converso, trovo quindi molto apprezzabile e del tutto condivisibile l’approccio delineato in queste Proposte del PD.

 

Puntare sui giovani.

Vogliamo promuovere l’autonomia dei giovani, superare il ritardo e la precarietà che caratterizzano il loro ingresso nel mondo del lavoro

Le famiglie vanno sostenute costruendo un contesto di servizi e di prestazioni che ne faciliti la formazione, ne migliori la qualità della vita quotidiana, le aiuti a fronteggiare le situazioni di fragilità, allevi il carico per le donne, riequilibri i ruoli di genere. 


Io sono convinto – l’ho già scritto più volte - che alla base ci debba essere prima di tutto una radicale trasformazione culturale, che sciolga i lacci e lacciuoli che frenano il processo di autonomia dei giovani, che non può che riguardare in generale la società, ma in particolare i paradigmi educativi in seno alla famiglia.

Poi, ci vogliono le leggi, e con esse le risorse, per approntare servizi dedicati.

 

Ripartire dai più piccoli.

Il tasso di crescita del Paese, le trasformazioni del mercato del lavoro e nelle famiglie, possono essere affrontati positivamente solo attraverso una moderna cultura dell’infanzia e politiche pubbliche conseguenti. Si rende perciò necessaria una legislazione organica riguardante:

·        una Legge quadro e il Garante nazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza;

·        un sistema integrato dei servizi che garantisca il processo educativo e sostenga conciliazione e genitorialità;

·        un sistema di media a misura di bambini e adolescenti.


Considerazioni analoghe a quelle formulate per i giovani valgono ancor più per la primissima infanzia. Ne ho già scritto ampiamente. L’anno scorso, lessi il documento del PD elaborato dal gruppo di lavoro al Senato coordinato dalla senatrice Serafini “Un nuovo piano straordinario per un’educazione di qualita’ 0-6” (Atto Senato n.812 http://www.senato.it/loc/link.asp?tipodoc=sddliter&leg=16&id=31770  ), relativo alla scuola, e mi permisi di scriverle, per rilevare che bisognava partire prima e lavorando nell’ambito familiare attraverso l’assistenza alla figura centrale: la madre (v. il mio ‘post’ [2]).

 

La casa è un diritto essenziale.

Per consentire ai giovani di emanciparsi nei loro percorsi di studio, professionali e sentimentali, per favorire la mobilità sociale e ridurre i rischi di esclusione sociale, può essere utile l’introduzione di provvedimenti come la cedolare secca, a condizione che sappiano coniugare i vantaggi per i proprietari e per gli inquilini, favoriscano l’emersione delle locazioni “in nero” e incentivino il canone concordato. Occorre inoltre rilanciare un nuovo modello di edilizia residenziale pubblica ed efficientare il patrimonio esistente; reintegrare i fondi per il sostegno dei disagi più gravi, promuovere concretamente l’housing sociale ed incentivare le iniziative degli enti locali volte a sostenere i cittadini colpiti da morosità incolpevole. 


Anche per quanto riguarda la casa, come ho scritto più volte (anche nella Lettera di PDnetwork), essa deve costituire una delle 3 misure principali per consentire a milioni di persone di far fronte al meglio alla crisi economica che sarà dura e lunga (almeno 15 anni), poiché è frutto del riequilibrio in ambito planetario della produzione, della ricchezza e del benessere:

- Reddito di cittadinanza universale;

- Riforma della legislazione sul lavoro precario, a favore dei precari;

- Piano corposo di edilizia residenziale pubblica e popolare di qualità. [3] 

Per quanto riguarda quest’ultimo punto, come diceva un famoso architetto del passato di cui non ricordo il nome, riecheggiando, pare, Che Guevara, le case popolari, proprio perché destinate al popolo, bisogna costruirle di qualità. Anche perché, aggiungo io, così durano molto a lungo. Se poi sono anche belle, funzionali ed a basso consumo energetico, è il massimo, anche per il benessere  psicologico degli abitanti (relazione molto sottovalutata tra l'urbanistica e l'architettura e la psicologia delle persone). 

Infine, aggiungo due considerazioni.

1) Il segretario Bersani, intervistato nel febbraio 2011 da Rainews, affermò che le 2 principali priorità erano il lavoro e la casa.

2) Come ho già scritto più volte (cfr. ad esempio la "Lettera diPDnetwork", nota 16), va ripristinata l’ICI sulla prima casa dei più abbienti e col ricavato (2,5 mld) va finanziato un corposo piano pluriennale di edilizia pubblica e popolare di qualità. [Il governo Monti ha ripristinato l’ICI (ora IMU) sulla prima casa, ma ne ha destinato l’introito ad avanzo primario].


[1] Lettera di PDnetwork  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html  

[2] Questione femminile, questione meridionale, rivoluzione culturale e progetto educativo http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html 

[3] Piano corposo di alloggi pubblici di qualità

[Lettera di PDnetwork, nota 10] Piano di edilizia residenziale pubblica e popolare.
GESTIONE DEL TERRITORIO
Negli ultimi decenni, tra la destra e la sinistra, non è emersa, in particolare a livello locale, una marcata differenza nel modo di governare il territorio italiano, elemento fondamentale non soltanto per le sue intrinseche finalità, ma anche per lo sviluppo del turismo (*) e la qualità della vita delle persone, influenzata sia dal controllo del proprio tempo (spostamenti da e per i luoghi di lavoro), sia dalla relazione - sottovalutata – tra il territorio (urbanistica e architettura) e la psicologia delle persone.
(*) Esprimiamo un interesse ed un auspicio particolari, ai fini della lotta al degrado e per lo sviluppo integrato e globale del territorio, rispetto a:
1) la rimappatura (in parte già esistente) del degrado storico, artistico, ambientale nazionale, attraverso un piano particolareggiato globale; 2) interventi finanziari finalizzati a recuperare tali beni ed a valorizzare le competenze specialistiche di tutto il settore (bene inestimabile del nostro Paese); 3) il rilancio del settore turistico attraverso incentivi, anche economici, alla valorizzazione ed allo sviluppo di tutto il settore.
Milioni di attuali e potenziali turisti (dell'Est europeo, di cinesi, indiani, etc.) già oggi, ma soprattutto nel futuro, vorranno conoscere quello che oggi purtroppo stiamo distruggendo piegandoci ad un ottuso pensiero economicistico, con il quale si pensa (Tremonti, Bondi) che col territorio, la sua storia, le sue bellezze, la cultura, non si mangia. Noi siamo del parere opposto. Il settore potrà fare da traino al resto dell'economia se sviluppato con criteri che interagiscono più strettamente con lo sviluppo e l’interesse nazionale.
Se vogliamo cambiare, dobbiamo mettere una pietra sopra a quanto si è fatto finora e cominciare dalle basi solide che già esistono; se continueremo a distruggere queste basi, non molta speranza resterà per la rinascita del nostro Paese
Occorre, come PD, agire su tre direttrici:
1. la prima, emanando una rigorosa legge sul regime dei suoli, basata su tre pilastri: la prevalenza dell'interesse pubblico; la titolarità esclusiva pubblica delle scelte attinenti al governo del territorio; la pianificazione, in coerenza con i benchmark europei;
2. la seconda, realizzando un piano corposo di edilizia residenziale pubblica (sovvenzionata, convenzionata e autocostruita  
http://www.alisei.org/italia/italia.html );
3. la terza, attuando un piano di rottamazione edilizia (v.
http://www.radicali.it/download/pdf/casa.pdf  ).

2 - PIANO CORPOSO DI EDILIZIA PUBBLICA
Quello della casa è uno dei problemi più grossi, che dovrebbe costituire un obiettivo prioritario del Partito Democratico.
Nel famoso programma di quasi 300 pagine, che fu elaborato dal Cantiere dell'Unione, il problema casa vi fu inserito per forte sollecitazione della base (La casa: un diritto di tutti, pagg. 178-180).
Il governo Berlusconi, non appena insediato, ha varato il “Piano casa”, che si è rivelato un bluff, perché è tale solo nel nome, essendo un piano di aumento delle... volumetrie; in più ha tagliato, per il 2009, 550 milioni già stanziati allo scopo dal governo Prodi nel 2007.
Occorre riprendere quelle proposte. In particolare: a) investire molto di più in edilizia pubblica; b) utilizzare la leva fiscale per scoraggiare il nero; c) ridurre il carico fiscale sugli affitti e; d) disincentivare il numero di case tenute sfitte.
In Italia, ci sono circa 955.000 alloggi popolari, ma dalla fine degli anni'80, anche se i lavoratori pagavano per l'edilizia pubblica i contributi GESCAL (fino al 1994), se ne costruiscono pochissimi: in media 2.000 all'anno, contro 10 o 15 o 20 volte tanto in altri Paesi europei, come la Francia, la Germania o i Paesi scandinavi.
Negli altri Paesi europei, infatti, vengono costruiti molti più alloggi popolari, per calmierare i prezzi degli affitti e tutelare i ceti più poveri.
La proprietà della casa, a ben vedere, o un affitto agevolato (affitto sociale) sono spesso per milioni di persone percettrici di redditi bassi (salari o pensioni) ciò che fa o potrebbe fare la differenza tra un'esistenza difficile ma economicamente sostenibile e la povertà.

Principi ispiratori raccomandati: noi non crediamo al contributo determinante o prevalente dei privati alla soluzione del problema casa; occorre un piano pubblico, basato sia su nuove costruzioni, sia sulla rottamazione di quelle vecchie, per salvaguardare il più possibile prezioso suolo agricolo, ma secondo un criterio di qualità, affidandone la progettazione – di complessi-tipo replicabili, con caratteristiche di risparmio energetico ed eventualmente l’utilizzo di pannelli solari e fotovoltaici - a un architetto del livello di Renzo Piano o un altro grande architetto specialista del ramo.
Se capita di partecipare ad una visita guidata organizzata da qualche Facoltà di Architettura, anche al Sud, di diversi e variegati complessi di case popolari, si ricava facilmente che il risultato, anche in termini di durata, ma non solo, è determinato dai criteri urbanistici ed architettonici ispiratori e da progetti esecutivi basati sulla qualità.
“Lettera di PDnetwork alla Segreteria Nazionale ed ai Gruppi parlamentari PD”
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html  

P.S.:
L’idea e parte dei commenti di questa interessantissima trasmissione (vi si parla di edilizia residenziale pubblica, passata e futura) sembrano copiati dalla Lettera di PDnetwork (vedi sopra): ne suggerisco la visione integrale.

TELECAMERE 15/01/12
Durata: 00:50:25
Anna La Rosa e i suoi ospiti, parlano dei problemi legati alla casa
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-60f3882a-1710-4fb1-9f91-ce79a1416528.html  


PROMEMORIA
Questa, purtroppo, era una balla di un anno fa:
 

Fornero:"Sì al reddito minimo garantito"
Commento:
Una buona notizia! Da un anno, un obiettivo di questo network! Sarebbe anche il segno che finalmente in un Paese stortignaccolo come il nostro, in cui le riforme approntano dei tavoli dove si colpiscono i più deboli e si dimentica quasi sempre la gamba che riguarda i ricchi, si approntano tavoli normali con le canoniche 4 gambe. D’altra parte, è una misura che è compresa nelle richieste della BCE, e costituisce l’imprescindibile premessa sia per introdurre la “flexsecurity”, sia per attuare con minori patemi d’animo per i destinatari le ulteriori misure severe sulle pensioni.
 
PENSIONI
I sindacati chiedono incontro con Monti
Fornero: "Sì al reddito minimo garantito"
Il giorno dopo il secco no delle parti sociali all'ipotesi del superamento dei 40 anni di contributi, Bonanni insiste: "Grave mancanza di confronto". Angeletti d'accordo con Camusso: "Non toccare il limite di contributi". Il ministro del Lavoro: "Tra prime misure metodo contributivo pro rata"
01 dicembre 2011
http://www.repubblica.it/economia/2011/12/01/news/pensioni_sindacati_a_monti_ci_convochi-25905784/ 


Post precedenti:

Le proposte del Partito Democratico/1 - Lavoro  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760256.html 

 

Le proposte del Partito Democratico/1 - Lavoro

Inizio con questo post (come già fatto in PDnetwork nel corso del 2011), in attesa di quelle che verranno redatte per le elezioni politiche 2013 e per un’utile comparazione con quelle che sono presentate dai tre candidati del PD per le elezioni primarie del centrosinistra 2012, la pubblicazione delle Proposte del Partito Democratico, così come esse sono state elaborate ed approvate finora dagli organismi dirigenti del partito, corredandole di miei commenti sui punti salienti.

 

LE PROPOSTE DEL PARTITO DEMOCRATICO/1

  

LAVORO

 Le proposte del PD per il lavoro si pongono un duplice obiettivo. In primis dare una risposta all’emergenza disoccupazione che l’Italia sta vivendo specie per quanto riguarda i giovani, le donne, il Mezzogiorno.Allo stesso tempo serve restituire al lavoro il senso, il valore e la dignità che ad esso competono come elemento essenziale per l’identità delle persone,per la loro realizzazione umana e sociale, e in quanto fondamento della democrazia, secondo i principi e le norme della Costituzione.

 

Più crescita economica per più occupazione.

Creare maggiori opportunità di lavoro comporta innanzitutto ridare slancio all’economia italiana al fine di realizzare ritmi di crescita più elevati, qualificati e sostenibili. Sono quindi necessarie politiche macroeconomiche capaci di promuovere lo sviluppo - sostenute da iniziative europee dello stesso segno - accompagnate da riforme strutturali (il fisco, la scuola, la pubblica amministrazione, le liberalizzazioni, le politiche industriali per l’innovazione e la “green economy”) che permettano di aumentare la produttività del sistema economico e di renderlo più competitivo nel mercato globale. È in questo contesto che vanno inserite le misure volte a rendere il mercato del lavoro più inclusivo e dinamico ma anche meno frammentato e diseguale di quanto non sia oggi. Si tratta di sconfiggere l’incertezza di prospettive che, dentro la crisi, investe l’insieme del mondo del lavoro, come dimostrano i sondaggi che segnalano come la mancanza di lavoro o il rischio di perderlo siano le principali preoccupazioni di quasi una persona su due.

 

Un progetto per l’occupazione giovanile e femminile.

Oggi gli esclusi dal mercato del lavoro sono in primo luogo i giovani e le donne, occorre quindi dare priorità alla realizzazione di un “progetto nazionale” mirato a favorirne l’occupazione attraverso l’impegno coordinato, con obiettivi definiti e verificabili, del governo, delle regioni, delle altre autonomie locali e delle parti sociali. Un progetto alimentato, visti i vincoli di finanza pubblica, dall’utilizzo sinergico e finalizzato delle risorse dei fondi europei, nazionali, regionali e degli stessi fondi interprofessionali per la formazione. Strumenti principali di questo intervento dovrebbero essere, per i giovani:

·        il contratto di apprendistato da incentivare in relazione alla formazione impartita e fiscalmente agevolato per la sua trasformazione in lavoro stabile;

·        una nuova regolazione dei tirocini e degli stages, che impedisca gli abusi;

·        la defiscalizzazione per un primo congruo periodo di tempo delle imprese e delle attività professionali avviate da giovani.

Per promuovere l’occupazione femminile occorre invece:

·        il potenziamento dei servizi e dei sostegni economici per conciliare lavoro e famiglia;

·        universalizzare l’indennità di maternità e ripristinare le norme di contrasto alla “dimissioni in bianco”;

·        estendere il part-time agevolato e volontario;

·        utilizzare la leva fiscale per favorire le assunzioni femminili specie nelle aree più svantaggiate e per alleggerire l’imposizione sul reddito delle mamme che lavorano.

 

Contrastare la precarietà e riunificare il mercato del lavoro.

La ragione di fondo della diffusione di rapporti dilavoro precari è la loro convenienza economica. Per mettere fine a questa situazione occorre quindi agire affinché il lavoro flessibile cessi di costare meno del lavoro stabile attraverso una graduale convergenza degli oneri sociali complessivi per le due forme di lavoro, accompagnata dalla fissazione di un salario o compenso minimo e da un’integrazione fiscale per le pensioni dei lavoratori più giovani. Più in generale, per eliminare le diversità di trattamenti e di tutele che caratterizzano i rapporti di lavoro, occorre puntare su una loro progressiva equiparazione sia per quanto riguarda le misure di sostegno al reddito, attraverso la riforma degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, indennità di disoccupazione), sia in relazione alle protezioni sociali relative alla malattia, maternità, infortuni, dando vita così ad una base comune di diritti sociali per tutte le forme di lavoro. Non solo quindi per il lavoro dipendente ma anche per quello autonomo e professionale, secondo modalità definite da un apposito Statuto dei lavori autonomi. A queste iniziative di riunificazione del mercato del lavoro se ne devono aggiungere altre per garantirvi trasparenza e legalità, quali la lotta al lavoro nero ed irregolare,con il riconoscimento del caporalato come reato, e un costante impegno di vigilanza e di prevenzione per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

Rafforzare le politiche attive del mercato del lavoro.

Il mondo del lavoro è soggetto a grandi cambiamenti e a crescente mobilità. È quindi necessario, nell’ottica della “flexicurity” europea, coniugare le misure di sostegno al reddito con politiche attive indirizzate a favorire le transizioni professionali e la ricollocazione al lavoro delle persone a maggior rischio di esclusione come gli ultra 45enni coinvolti nelle ristrutturazioni industriali. A questi fini appare indispensabile il potenziamento dei servizi pubblici per l’impiego e la collaborazione con quelli privati. Un ruolo centrale in queste politiche è ricoperto dalla formazione che va quindi riorganizzata, qualificata e resa permanente così da facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, specie in una fase come l’attuale caratterizzata dalla riorganizzazione dell’apparato produttivo e dalla trasformazione del lavoro stesso. In un’economia e in una società fondate sulla conoscenza, il costante aggiornamento culturale e delle competenze acquista un rilievo tale, da legittimare la proposta di fare della formazione un diritto di ogni singolo lavoratore lungo tutto l’arco della vita.

 

Il ruolo delle parti sociali.

La contrattazione collettiva concorre anch’essa alla creazione di maggiore e migliore occupazione. Da qui l’importanza per il Paese di un sistema di relazioni industriali moderno ed efficiente che riconosca nel contratto nazionale lo strumento irrinunciabile per la tutela generale delle condizioni di lavoro ma che estenda e valorizzi la contrattazione di secondo livello così da tener conto delle specifiche esigenze produttive ed organizzative delle singole imprese e allo stesso tempo di permettere miglioramenti salariali legati alla produttività. Per un efficace funzionamento delle relazioni industriali sono necessarie regole condivise tra le parti che garantiscano certezza ed esigibilità agli accordi sottoscritti e nel contempo riconoscano pienamente i diritti sindacali in azienda a tutte le organizzazioni rappresentative dei lavoratori. C’è però una lacuna che andrebbe colmata al più presto. Nel caso italiano, contrariamente a quanto accade nella generalità dei paesi europei, non esistono norme che prevedano la partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese: che si tratti del riconoscimento dei diritti d’informazione e di consultazione sulle scelte strategiche dell’azienda oppure, in un sistema duale di conduzione aziendale, della costituzione di comitati di sorveglianza con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori.

 

_______________________________________________________________________________________-

Meno precarietà, più sostegno alle famiglie, incentivi al lavoro femminile, tutela dei lavoratori autonomi e dei professionisti, formazione qualificata. Sviluppo, lavoro e welfare, per il “diritto unico” del lavoro. ________________________________________________________

 

http://beta.partitodemocratico.it/speciale/italiadidomani/home.htm#

 

Estrapolo alcuni punti delle proposte e vi aggiungo dei commenti (l’aggiornamento viene riportato tra parentesi quadre).

(v. http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2701358 ).

 

Un progetto per l’occupazione giovanile e femminile.

Oggi gli esclusi dal mercato del lavoro sono in primo luogo i giovani e le donne, occorre quindi dare priorità alla realizzazione di un “progetto nazionale” mirato a favorirne l’occupazione attraverso l’impegno coordinato, con obiettivi definiti e verificabili, del governo, delle regioni,delle altre autonomie locali e delle parti sociali. 

La rinascita del Sud e dell’Italia in generale passa attraverso una rivoluzione insieme economica e culturale, che deve avere come soggetto principale la donna (accrescendo sensibilmente il suo tasso di attività), ed in particolare la donna-madre.

Nella Lettera di PDnetwork (cfr. nota 18) [1], è scritto:

“Sembra proprio ci sia relazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.
Secondo il IV Rapporto Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi http://www.resetdoc.org/story/00000000366
“il tasso di occupazione femminile (cioè la percentuale di donne dai 15 anni in su che forniscono lavoro o sarebbero disponibili a farlo) si ferma al 33%, rimanendo così il più basso del mondo”.
E “gli autori del Rapporto non esitano a sostenere che proprio dalla conquista della piena autonomia da parte delle donne potrebbe partire la rinascita commerciale, economica e culturale dei paesi arabi”.
Dal Rapporto ONU sullo Sviluppo Umano 2010, si ricava che:
“I paesi arabi includono cinque dei 10 “Top Movers” ovvero le nazioni (sulle 135 oggetto della ricerca) che hanno mostrato la migliore performance nell’ISU [Indice di Sviluppo Umano] a partire dal 1970: Oman (n.1), Arabia Saudita (n. 5), Tunisia (n. 7), Algeria (n. 9) e Marocco (n.10). Nell’Indice di disuguaglianza di genere (IDG), tuttavia, gli Stati arabi registrano un ISU regionale medio del 70 percento, ben al di sopra della perdita mondiale media del 56 percento. All’ultimo posto nella classifica mondiale relativa all’IDG è lo Yemen, con una perdita ISU dell’85 percento”. http://www.perlapace.it/index.php?id_article=5479
Dal Rapporto ISTAT relativo al II trim. 2010 (tabb. 13 e 14) http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/forzelav/20100923_00/testointegrale20100923.pdf, si ricava che il dato aggregato italiano di inattività delle donne, pari al 48,6% (39,4% al Nord e 42,4% al Centro) è determinato dal peso negativo del Sud: “Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività della componente femminile rimane particolarmente elevato ed è pari al 63,5 per cento”, (contro il 33,7 dei maschi).
Occorrerebbe – come per i Paesi arabi – rimuovere questo macigno operando congiuntamente su due direttrici: quella economica e quella culturale”. 

Per incidere sugli aspetti culturali, in un’ottica di benchmarking,  è necessario attuare un Progetto di assistenza a domicilio alle mamme in gravidanza e nei primi 3 anni dei figli, per aggredire e rimuovere i freni culturali e innovare i paradigmi educativi (v. Educazione dei figli, in famiglia, dalla gravidanza a tre anni http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2753847.html.

Considerazioni analoghe valgono per i giovani, il cui tasso di occupazione nominale (in realtà, aggiungendo i cosiddetti “scoraggiati”, è molto più elevato) è pari al 30% [ora è al 35%, ma per una corretta interpretazione dei dati v. Tasso di disoccupazione e tasso di occupazione http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2738031.html  ].

 

Contrastare la precarietà e riunificare il mercato del lavoro.

La ragione di fondo della diffusione di rapporti di lavoro precari è la loro convenienza economica. Per mettere fine a questa situazione occorre quindi agire affinché il lavoro flessibile cessi di costare meno del lavoro stabile attraverso una graduale convergenza degli oneri sociali complessivi per le due forme di lavoro, accompagnata dalla fissazione di un salario o compenso minimo e da un’integrazione fiscale per le pensioni dei lavoratori più giovani. 

[Ante riforma Monti-Fornero] La Lettera di PDnetwork [1] pone come prioritario il superamento del mercato del lavoro “duale”, attraverso: a) la riforma del diritto del lavoro, armonizzando le proposte di legge del PD in materia (cfr. note 5, 6, 7 e 8 della Lettera); b) la decisione che il lavoro precario costi più (non come) di quello stabile; c) la riforma degli ammortizzatori sociali, introducendo il reddito di cittadinanza universale e; d) l’adeguamento del cosiddetto “tasso di sostituzione” pensionistico dei lavoratori precari.

Il dibattito nel PD è intenso, poiché non c’è una proposta univoca di riforma della normativa sul lavoro, contrapponendosi essenzialmente due visioni; quella, maggioritaria, del mantenimento dell’art. 18 (cfr. DdL Ghedini-Passoni-Treu, v. [1], nota 6) e quella di un suo superamento, ma limitatamente ai nuovi assunti (cfr. DdL Ichino, v. [1], nota 5).

Infine, per quanto riguarda il finanziamento dell’adeguamento delle pensioni dei precari, si potrebbero reperire le risorse dalla riforma delle pensioni di anzianità [ora eliminate dalla riforma Fornero, destinando tutti i cospicui risparmi ad avanzo primario], attuata secondo la proposta di legge Damiano-Baretta basata sulla flessibilità e incentivi/disincentivi, previsti dalla riforma Dini del 1995 (v., tra gli altri, un articolo su l’Unità http://cesaredamiano.files.wordpress.com/2011/11/pensioni-recuperare-il-principio-della-flessibilitc3a0.pdf ).

 

Rafforzare le politiche attive del mercato del lavoro.

Il mondo del lavoro è soggetto a grandi cambiamenti e a crescente mobilità. È quindi necessario, nell’ottica della “flexicurity” europea, coniugare le misure di sostegno al reddito con politiche attive indirizzate a favorire le transizioni professionali e la ricollocazione al lavoro delle persone a maggior rischio di esclusione come gli ultra 45enni coinvolti nelle ristrutturazioni industriali. 

E’ fondamentale che l’attuazione della riforma del lavoro eviti la solita e negativa prassi italica del tavolo monco, com’è stato anche nella normativa varata dal centrosinistra: flessibilità e non anche sicurezza.

In più, mi fa piacere rimarcare l’accenno agli over 45, che sembra preso pari pari dalla nota 9 della Lettera di PDnetwork [1]:

 [9] Studio Commissione d'indagine sull'esclusione sociale, in cui si parla anche del Reddito minimo garantito (pagg. 171-191)  http://www.commissionepoverta-cies.eu/Archivio/rapporto2010.pdf (se il  link  non è  attivo, v.  http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/797F78C3-548D-45AE-AD46-CBA23BCE0B08/0/Rapporto_2010_def.pdf).
Sia l'ipotesi Ichino, sia l'ipotesi recente della CGIL http://www.cgil.it/Archivio/politiche-lavoro/AmmortizzatoriSociali/Riforma%20Ammortizzatori_PROPOSTA.pdf  non hanno il carattere della universalità ed esprimono un'ottica centrata sulla figura del lavoratore occupato, con un'accumulazione nel tempo di contributi a carico delle imprese, soprattutto, e dei lavoratori; per erogare, in sostanza, sussidi di disoccupazione, la prima per un arco temporale di 4 anni, la seconda di 3 anni; anche il suggerimento del governatore Draghi e la proposta di legge della deputata Marianna Madia hanno entrambi un'ottica parziale e volano basso. Disinteressandosi tutti e quattro di milioni di persone che sono forse in situazioni ancora peggiori dei precari, come ad esempio le centinaia di migliaia di OVER 45 (stimati in un milione), la più parte con famiglia a carico, rimasti disoccupati e “troppo vecchi per il lavoro, troppo giovani per la pensione”, che quasi nessuno considera.

 

Più crescita economica per più occupazione.

Creare maggiori opportunità di lavoro comporta innanzitutto ridare slancio all’economia italiana al fine di realizzare ritmi di crescita più elevati, qualificati e sostenibili. Sono quindi necessarie politiche macroeconomiche capaci di promuovere lo sviluppo - sostenute da iniziative europee dello stesso segno -accompagnate da riforme strutturali (il fisco, la scuola, la pubblica amministrazione, le liberalizzazioni, le politiche industriali per l’innovazione e la “green economy”) che permettano di aumentare la produttività del sistema economico e di renderlo più competitivo nel mercato globale.

Produttività.

La produttività è il nostro tallone d’Achille; negli ultimi 10 anni in Italia è calata dello 0,2%, mentre in altri Paesi analoghi, come la Germania e la Francia, è cresciuta di quasi il 2%, il che ha ridotto la competitività del nostro sistema-Paese e dei nostri prodotti. In questo mio commento nel blog “Percentualmente” (http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/05/27/istat-il-2010-in-30-grafici/ ), ho provato a dare qualche spiegazione sulla variabile “Produttività”; ne riporto uno stralcio:

3) Io, ai grafici sopra evidenziati, aggiungerei, per la sua alta rappresentatività della peculiarità della situazione italiana, quello sulla produttività http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/grafici/1_3.html .
Provo a fare qualche notazione.
a) La produttività è il rapporto tra la quantità o il valore del prodotto ottenuto e la quantità di uno o più fattori,richiesti per la sua produzione” Quello più oggettivo – diciamo così - è il rapporto tra quantità, perché prescinde dal prezzo-ricavo: ad esempio, il rapporto tra quantità di autovetture o frigoriferi o libri o computer prodotti ed il numero di ore lavorate impiegate nella produzione (prescindendo dalla cause, non tutte addebitabili ai lavoratori dipendenti, segnalo ad esempio che lo stabilimento polacco della FIAT produce da solo un numero di autovetture pari a quelle globalmente prodotte da tutti gli stabilimenti italiani della stessa FIAT).
b) E’ importante notare che, almeno teoricamente, dal livello di produttività e dal suo incremento nel tempo dipendono sia il livello dei salari che il loro aumento.
c) E’ quasi superfluo altresì rilevare che il livello del prezzo-ricavo (cioè di vendita) o del valore aggiunto, che è la “differenza tra il valore della produzione di beni e servizi conseguita dalle singole branche produttive e di quelli consumati (materie prime e ausiliarie impiegate e servizi forniti da altre unità produttive” http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/grafici/1_1.html ) di norma, in un mercato concorrenziale, rispecchia anche sia il livello qualitativo che il contenuto tecnologico dei prodotti, frutto,da un lato, della politica industriale di un Paese; dall’altro, della Ricerca&Sviluppo (R&S) sia privata che pubblica (v. al riguardo differenze tra Italia e Germania, entrambi Paesi a forte vocazione manifatturiera). 

Dinamica dei salari.

Per la legge dei vasi comunicanti, la globalizzazione [2] ha comportato e comporterà: a) la tendenza al livellamento dei salari (verso l’alto dei Paesi in via di sviluppo; verso il basso di quelli sviluppati); b) anche dei prezzi, ma solo in parte: un’aliquota delle merci prodotte ed esclusi tutti i servizi): c) la delocalizzazione di una parte delle industrie con conseguente perdita di posti di lavoro e; d) un peggioramento dei diritti e della normativa sul lavoro, con conseguente depauperamento di aliquote significative di lavoratori dipendenti a beneficio dei datori di lavoro, anche nei settori sottratti alla concorrenza internazionale, e l’aumento delle differenze sociali. [cfr. [1], note 2 e 4).

E’vero che “L’ascesa delle economie emergenti, e in particolare della Cina - come sostiene Hans Timmer, direttore delle Prospettive di Sviluppo - non va vista come una minaccia, ma come un’opportunità”, ma occorrono alcune cose:
1) la crescita dimensionale delle imprese italiane o la loro messa in rete per gli aspetti commerciali (incluso il marketing), e finanziari, per poter operare e competere in un mercato globale;
2) il sostegno dello Stato per gli aspetti prima citati, sia in termini di strutture in loco dedicate, sia in termini di visite periodiche dei massimi esponenti istituzionali (tranne l’allora presidente Ciampi e una presenza costante dell’ex presidente Prodi, ora in qualità di semplice docente, quasi nessuno [del governo Berlusconi] è andato in Cina!), ai quali va aggiunto il fondamentale fattore di “ricerca e innovazione”; e un potenziamento dei controlli e delle misure per limitare il dumping sociale;
3) infine, a fini di giustizia sociale, ma anche per innovare le relazioni tra i soggetti economico-sociali ed accrescere l’efficienza del Paese, una incisiva riforma della legislazione sul lavoro, sulla funzione dei sindacati, sulla partecipazione dei lavoratori all’azionariato ed al controllo delle imprese (v. appresso "Il ruolo delle parti sociali"). 

Ricerca e Sviluppo (e Innovazione) (R&S)

In merito al fattore “ricerca e sviluppo”, sarebbe utile un’analisi comparativa tra l’Italia e la Germania. In Germania, operano 80 sedi dell’Istituto Max Planck (Società Max Planck per l'Avanzamento delle Scienze), adeguatamente finanziate dallo Stato, che mettono gratuitamente a disposizione delle imprese i risultati delle loro ricerche.
Altrettanto fa l’equivalente italiano, il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche). Perché i risultati sono diversi? E’ un problema di risorse, di organizzazione, di interazione inefficiente tra l’Ente e le imprese, di insufficiente orientamento all’innovazione delle imprese? In base alla mia limitatissima esperienza, un po’ tutti questi fattori.

Provo a fare alcune considerazioni da non esperto. Il livello di propensione all’innovazione è parente stretto del livello di propensione al rischio, che, secondo me, ha due determinanti, variamente calibrate per ciascun individuo: il carattere innato, frutto dei geni, e, soprattutto, l’educazione ricevuta in famiglia (in senso lato). Che poi determinano o almeno concorrono a determinare fortemente le propensioni e le scelte future, anche, ad esempio, sul corso di studi o sul tipo di lavoro o sulla decisione di rendersi autonomi o sull’accogliere il nuovo e il diverso.
1. In 'Tecnica bancaria', il tema della propensione al rischio assume una notevole importanza, poiché da esso dipende grandemente il tipo d'investimenti: la scelta tra le forme d'investimento (tra un deposito bancario, un fondo azionario piuttosto che obbligazionario o addirittura in venture capital) è strettamente correlato sì al livello del tasso di rendimento, ma – a ben vedere – soprattutto al grado di propensione al rischio, perché i tassi di rendimento più elevati incorporano un livello di rischiosità maggiore.
2. Gli istituti finanziari e gli enti di ricerca si limitano, attraverso appositi studi statistici (sondaggi, distribuzione di questionari, interviste mirate), a fotografare il fenomeno.
3. Ma, in linea teorica, sarebbe possibile influenzare la variabile “propensione al rischio”? La domanda che ne consegue è quindi: da che cosa dipende il livello di propensione al rischio? Ecco 4 link, che danno una risposta parziale a questo quesito, da angolature diverse e complementari. “Avversione (e propensione) al rischio” http://it.wikipedia.org/wiki/Avversione_al_rischio
“Stress e propensione al rischio: le differenze fra i sessi” http://brainfactor.it/index.php?option=com_content&view=article&id=196:stress-e-propensione-al-rischio-le-differenze-fra-i-sessi&catid=23:psicologia-sociale&Itemid=3
“Il testosterone e la propensione al rischio del trader”
http://www.investireinformati.com/approfondimenti/il-testosterone-e-la-propensione-al-rischio-del-trader/
“Su 'Mente & Cervello' di Gennaio, un articolo di Valentina Murelli sulle “caratteristiche imprenditoriali” riporta che, secondo uno studio pubblicato su “Nature”, alcuni ricercatori della Cambridge University, guidati da Barbara Sahakian, hanno sottoposto 16 imprenditori e 17 manager a test neurocognitivi per valutare le loro abilità decisionali ed hanno scoperto la sostanziale differenza che c’è tra un imprenditore, che guida la propria azienda, e un manager, che gestisce quella di altri: la propensione a correre rischi.
Nei vari test, gli imprenditori si sono rivelati più propensi ad assumere rischi, inoltre, hanno dimostrato anche maggiore impulsività e flessibilità cognitiva superiore. 
Insomma, le caratteristiche del bravo imprenditore sono la “propensione al rischio e l’impulsività”.
http://marketing-vendite.blogspot.com/2009/02/propensione-al-rischio-e-impulsivita-le.html
4. Pare potersene ricavare la conferma, anche in questo caso, che il livello di propensione al rischio abbia due determinanti, variamente calibrate per ciascun individuo: il carattere innato, frutto dei geni, e l'educazione ricevuta. Che poi determinano o almeno concorrono a determinare le scelte future, anche, ad esempio, sulla scelta del corso di studi o sul tipo di lavoro.
5. L'Italia è caratterizzata e nota in Europa e forse nel mondo per l'altissimo numero di partite IVA (mi pare in totale 8 milioni), il che – al netto però del peso rilevante del lavoro autonomo, compreso quello che è tale solo formalmente -attesterebbe una notevole diffusione dello spirito imprenditoriale. Anche al Sud c'è un numero elevato di partite IVA. Ciononostante, il Politecnico di Torino – che fa anche da incubatore di nuove imprese, mettendo a disposizione il frutto delle sue ricerche – pare riesca ad attivare molte più spin-off e start-up della facoltà d'Ingegneria dell'Università “Federico II” di Napoli, anche per mancanza – diciamo così - di materia prima imprenditoriale.
6. Io sono stato, nella mia vita lavorativa, sia lavoratore dipendente, sia imprenditore, sia lavoratore autonomo. Beh, posso assicurare che, avendo una propensione al rischio bassa, credo determinata soprattutto dall'educazione, quando sono stato costretto a mutarmi in imprenditore, ho penato moltissimo ed ho impiegato diversi anni per adattarmi, ma mai del tutto.
7. Ho capito, quindi, per esperienza empirica diretta, che, al netto del carattere, vale a dire del fattore innato, l'educazione (che è l'insegnamento sostenuto, rafforzato dall'esempio) svolge un ruolo fondamentale nel determinare la propensione al rischio: che è materia prima indispensabile sia per creare un'impresa, sia per scalare una montagna, sia per passeggiare di sera in un quartiere malfamato di Napoli, sia per diventare un condottiero, sia per creare e dirigere (e contendere la leadership di) - persino in Italia - un partito nuovo, sia per decidere il proprio portafoglio titoli. 
La soluzione, quindi, è investire nell'educazione in famiglia (e nella scuola, ma dopo), innovando il paradigma educativo-culturale materno-femminile-protettivo-conservativo, influenzato storicamente e profondamente dalla Chiesa cattolica italiana.  

Questo articolo de Lavoce.info viene a bomba sul tema dell’educazione e della propensione al nuovo AIUTARE I GIOVANI A GUARDARE LONTANO  di Alessandro Rosina 12.07.2011 http://t.contactlab.it/c/1000009/2995/31126749/21279  

 

Il ruolo delle parti sociali.

[…]. C’è però una lacuna che andrebbe colmata al più presto. Nel caso italiano, contrariamente a quanto accade nella generalità dei paesi europei, non esistono norme che prevedano la partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese: che si tratti del riconoscimento dei diritti d’informazione e di consultazione sulle scelte strategiche dell’azienda oppure, in un sistema duale di conduzione aziendale, della costituzione di comitati di sorveglianza con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori. 

Sultema, allego questo mio ‘post’: Partecipazione dei lavoratori alla proprietà edal controllo delle aziende http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2586257.html,dal quale stralcio: 

Premessa: come ho riportato nella Lettera di PDnetwork alla Segreteria Nazionale: a) i salari italiani sono – e non da ora - tra i più bassi d’Europa (cfr. nota 11); b) tra i 30 paesi Ocse, oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri (cfr. nota 2).
La globalizzazione, [2] col corollario di delocalizzazioni di imprese, impone, ancor più di prima, di abbandonare le contrapposizioni pregiudiziali e di ricercare e trovare pragmaticamente soluzioni innovative, nell’interesse del Paese ed in particolare dei ceti medi e bassi.
Si sta parlando, come parte della soluzione, di partecipazione dei lavoratori alla proprietà ed al controllo (nel Consiglio di sorveglianza) delle aziende (vedansi all'interno del post linkato più sopra le proposte di legge http://www.pietroichino.it/?p=2981  ). [3]


[1] Lettera di PDnetwork  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html

[2] La globalizzazione non è un gioco equo  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760049.html

[3] FIAT, Marchionne, cogestione e produttività http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2754319.html 

  

Articoli collegati:

I diritti alzano la voce”, per un nuovo welfare  http://video.repubblica.it/dossier/crisi-italia-2011/i-diritti-alzano-la-voce-per-un-nuovo-welfare/81239/79629

 Una tesi eterodossa della professoressa Chiara Saraceno (in calce all’articolo un mio commento). MENO TASSE PER LE DONNE: INEFFICACE E INGIUSTO di Chiara Saraceno  21.11.2011  Per favorire l'occupazione femminile il governo Monti starebbe valutando una differenziazione nella imposizione fiscale sul reddito da lavoro di donne e uomini. L'idea è inefficace e ingiusta. Inefficace perché non c'è abbassamento di aliquota che compensi una domanda di lavoro debole o nulla rivolta a donne a bassa qualifica. Ingiusta perché rischia di rivelarsi una redistribuzione da famiglie a reddito basso verso quelle a reddito alto. Più utile investire nella formazione e destinare tutte le risorse possibili all'allargamento dell'offerta di servizi di cura.  http://t.contactlab.it/c/1000009/3083/33490847/23305 

Un articolo interessante, soprattutto perché indica una opportuna de-ideologizzazione del tema (in calce un mio commento):

22 novembre 2011  Articolo 18 e Pd, mediazione possibile? Il governo Monti e le nuove norme sul lavoro: i dem si spaccheranno?  Mariantonietta Colimberti  http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/130950/articolo_18_e_pd_mediazione_possibile

 

 

 

Il tappo gerontocratico al naturale, fisiologico, salutare ricambio generazionale

Bersani: non chiederò a D'Alema di candidarsi
16 ottobre 2012 13:15
http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=170417

 

Io sono un po' più vecchio di D'Alema (e non sono renziano), ma ritengo che il problema del conflitto intergenerazionale sia un problema cruciale, che va – deve andare - oltre D'Alema, il quale ha – detto per inciso - i suoi meriti e i suoi demeriti.
Romano Prodi, 2 anni fa, disse una cosa ovvia ("devono essere i giovani a cacciare a calci gli attuali leader"), che nell'attuale situazione sembrò (sembra) rivoluzionaria, ed infatti suscitò scandalo.
L’Italia è un Paese bloccato, a-meritocratico, gerontocratico, governato da sessantenni, settantenni, ottantenni, non solo in politica. Per colpa dei giovani.
In effetti, quella che non a caso è stata definita la “quiet generation” sembra mettere in discussione tutto quello che la mitologia, e poi la tragedia (greca,inglese, ecc.), la letteratura, la psicanalisi e la stessa osservazione del mondo animale ci hanno raccontato per millenni: il conflitto intergenerazionale, rappresentato dal rapporto conflittuale archetipico padre-figlio.
Sembra quasi che con la scomparsa della famiglia patriarcale e poi lo scemare dell'autorità paterna, ben rappresentata dall'espressione “femminilizzazione della società”, sia anche venuto meno il motivo stesso del conflitto. Purtroppo.
Ritengo, perciò, fisiologico e salutare – ripetendo il motto di Mao – che i giovani, facendo il loro mestiere di giovani, non solo “bombardino il quartier generale”, come pungolo e sprone perché non si culli sugli allori, ma si pongano anche l'obiettivo di scalzare il re-padre-leader dal trono.
E' inutile, sterile recriminare per questo e piangersi addosso, bisogna impegnarsi individualmente e collettivamente per cambiare le cose. Nulla è gratis.
E sono i giovani soprattutto a doverlo fare; lo so che è difficile perché da piccoli, in famiglia, – è lì il luogo del “delitto" - hanno fatto loro il lavaggio del cervello o li hanno cresciuti nella bambagia, tarpando loro le ali e... qualcos'altro; ma sono loro che devono cacciare a calci nel sedere i sessantenni ed i settantenni e gli ottantenni che detengono ancora tutto il potere, non se ne andranno mai spontaneamente e fanno da tappo al naturale, fisiologico, salutare, necessario ricambio generazionale!


Articoli collegati:

D'Alema: «Mi candido solo se me lo chiede il partito»                                                                    http://www.unita.it/italia/d-alema-non-mi-ricandido-br-dal-sud-700-firme-per-lui-1.455580

Veltroni: «No a rottamazione. Non mi ricandiderò»                                                                        http://www.unita.it/italia/veltroni-non-mi-ricandido-br-dal-sud-700-firme-per-d-alema-1.455391

 

 

 










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3/23/2018 10:30:25 PM
Pietro in Dialogo con Paolo Zani di Tuttoprevidenza sulle sue fake news sulle pensioni
"buonasera sig. V.scopro solo ora i suoi articoli sulle Pensioni e la sua battaglia per la verità ..."


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