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Lettera n. 2 a Le Monde su un articolo di Jerome Gautheret con fake news sulla riforma delle pensioni Fornero




Pubblico la seconda lettera che ho inviato otto giorni fa al prestigioso quotidiano francese Le Monde, dopo aver letto un altro suo articolo, a firma del suo corrispondente da Roma, in cui viene prospettato il rischio che l’abolizione della -  supposta severissima - riforma delle pensioni Fornero possa esporre l’Italia ad un attacco dei mercati finanziari, come successe nel 2011, quando, anche secondo il primo articolo del quotidiano francese,[1 o 2] il Governo Monti scongiurò il default dell’Italia. Ma, come sa chi frequenta assiduamente questo blog, si tratta di una duplice fandonia. Ad oggi, non ho ricevuto alcuna risposta.


Lettera n. 2 a Le Monde su un articolo di Jerome Gautheret con fake news sulla riforma delle pensioni Fornero

Da:  v

3/3/2018 13:03


ALLA C.A. DI M. JEROME GAUTHERET

P.C. SIG. DIRETTORE DI LE MONDE


Egr. M. Gautheret,

Traggo dal Suo articolo “En Italie, des élections à plusieurs inconnues”, del 2 marzo scorso (http://www.lemonde.fr/europe/article/2018/03/02/en-italie-des-elections-a-plusieurs-inconnues_5264609_3214.html):

“Mais même dans le cas – improbable – d’une majorité absolue dans les deux Chambres, la situation est-elle si claire ? Lorsque le très extrémiste dirigeant de la Ligue du Nord, Matteo Salvini, a pris la parole, cela a été pour asséner : « J’ai hâte que vous nous envoyiez au pouvoir pour abolir la loi Fornero. »

Ses partenaires, attablés à ses côtés, ont laissé dire, mais leur embarras était palpable : en effet, cette réforme particulièrement douloureuse du système de retraites, adoptée dans l’urgence, sous la contrainte des marchés en décembre 2011, ils l’avaient tous trois adoptée. Et chacun sait qu’un retour en arrière en la matière aurait des conséquences désastreuses sur les comptes publics, provoquant instantanément une nouvelle tempête financière pour l’Italie”.


Premessa

Premetto che cerco di contrastare - una vera fatica di Sisifo! - la potentissima DISINFORMAZIONE berlusconiana e del centrodestra sulle pensioni e sulle manovre finanziarie correttive (si veda la mia precedente email del 27/2 scorso a Le Monde), che ha fatto in Italia quasi 60 milioni di vittime (oltre all’estero), da sette anni. 


Matteo Salvini

L’ossessione di Matteo Salvini contro la riforma delle pensioni Fornero (L. 214/2011, art. 24), come gli ho contestato direttamente,[1] è finta, è solo una cortina fumogena per nascondere la ben più severa riforma SACCONI (L. 122/2010, art. 12, nonché L. 111/2011 e L. 148/2011), che la Lega Nord votò nel 2010 e 2011, e della quale attribuisce furbescamente misure severe alla riforma Fornero, in particolare l’adeguamento automatico all’aspettativa di vita, in realtà introdotto da Sacconi con la L. 102/2009, art. 22ter, comma 2, modificato sostanzialmente dalla Legge 122/2010, art. 12, comma 12bis, che porterà, nel 2019, l’età di pensionamento di vecchiaia a 67 anni e l’età di pensionamento anticipato (ex anzianità) a 43 anni e 3 mesi per gli uomini (di cui solo 1 anno in più rispetto a 40 anni nel 2010 è dovuto a Fornero) e a 42 anni e 3 mesi per le donne (zero a Fornero).

Pertanto, non basta abolire la riforma Fornero per far scendere l’età di pensionamento anticipato (prescindendo dall’età anagrafica) a 41 anni, come chiede – e sa bene – Matteo Salvini (nonché l'On. Giorgia Meloni,[2] che ha votato sia la riforma SACCONI che la riforma Fornero).


Riforme delle pensioni dal 1992

Dal 1992, le riforme delle pensioni, considerando un'unica riforma i provvedimenti varati da Sacconi nel 2010 e 2011 (oltre alla Legge 3.8.2009, n. 102), sono state 7 (Amato, Decreto Legislativo 503 del 1992; Dini, Legge 8.8.1995, n. 335; Prodi, Legge 27.12.1997, n. 449; Berlusconi/Maroni, Legge 23.8.2004, n. 243; Prodi/Damiano, Legge 27.12.1997, n. 247; Berlusconi/Sacconi, Legge 30.07.2010, n.122, Legge 15.7.2011, n. 111, Legge 14.9.2011, n. 148; Monti-Fornero, Legge 22.12.2011, n. 214). 


Il quadro complessivo dell’età di pensionamento in base alle norme e ai loro autori è il seguente (nel 2019):

QUOTE (somma di età anagrafica e anzianità contributiva): abolite dalla riforma Fornero (senza di essa, in ogni caso, la “quota” nel 2019, per effetto dell’adeguamento automatico SACCONI, sarebbe di 99, cioè un solo anno in meno di quanto chiede M5S).

PENSIONE ANTICIPATA (ex anzianità)

- L'età di pensionamento degli uomini salirà (da 40 anni nel 2010) a 43 anni e 3 mesi e di questi 3 anni e 3 mesi in più quasi 2 anni sono di SACCONI, 4 mesi in media di Damiano (L. 247/2007) e  solo 1 anno di Fornero.

- L'età di pensionamento delle donne salirà (da 40 anni) a 42 anni e 3 mesi, e di questi 2 anni e 3 mesi in più, quasi 2 anni sono di SACCONI e 4 mesi in media di Damiano; quindi  la Fornero non c’entra.

PENSIONE DI VECCHIAIA

- L'età di pensionamento degli uomini salirà (da 65 nel 2010) a 67 anni e questi 2 anni in più sono di SACCONI, tranne 4 mesi in media di Damiano; quindi  la Fornero non c’entra.

- L'età di pensionamento delle donne del settore pubblico salirà (da 60 di botto, senza gradualità, a 65 deciso nel 2010 da SACCONI a seguito della sentenza del 2008 della CGUE, ma che poteva avvenire a qualunque età tra 60 e 65 anni) + “finestra” (differimento dell’erogazione) di 12 mesi a 67 anni e questi 7 anni in più sono tutti dovuti a SACCONI, tranne 4 mesi in media a Damiano; quindi  la Fornero non c’entra.

- L’allineamento dell'età di pensionamento delle donne del settore privato (da 60) a tutti gli altri (già regolati da SACCONI) a 65 anni più “finestra”, previsto da SACCONI gradualmente entro il 2026 (2023, includendo l'adeguamento automatico), è stato accelerato da Fornero gradualmente entro il 2018, ma in ogni caso 2 anni (da 65 a 67) sono di SACCONI, tranne 4 mesi in media di Damiano.

Va aggiunto (i) che la riforma Fornero ha ridotto da 18 (previsto dalla riforma SACCONI) a 12 mesi la “finestra” dei lavoratori autonomi; (ii) che la riforma Fornero ha aumentato l'età base di vecchiaia e di anzianità di 1 anno (rispettivamente da 65 a 66 e da 40 a 41), ma solo formalmente, poiché ha abolito contestualmente la “finestra” di 12 mesi, di Damiano (4 mesi in media) e SACCONI (8 mesi), ma senza evidenziarne il legame, così si è intestata entrambe le misure; (iii) che, dal 2022, in forza della legge Fornero (L. 214/2011, art. 24, comma 13), l'adeguamento automatico diverrà biennale (“13 Gli adeguamenti agli incrementi della speranza di vita successivi a quello [triennale, ndr] effettuato con decorrenza 1° gennaio 2019 sono aggiornati con cadenza biennale”), ma, appunto, è solo un'accelerazione del meccanismo deciso da SACCONI; e (iv) che la riforma Fornero ha soltanto esteso, pro rata dall’1.1.2012, il metodo contributivo – introdotto dalla riforma Dini nel 1995 – a coloro che ne erano esclusi, cioè coloro che, al 31.12.1995, avevano almeno 18 anni di contributi, quindi tutti relativamente anziani.

Come si vede facilmente, la riforma SACCONI è molto più severa e incisiva della riforma Fornero, oggetti, del tutto ingiustificatamente, di damnatio memoriae la prima e di demonizzazione la seconda, alla quale, dai millanta ignoranti o in malafede, tra i quali spicca l’On. Matteo Salvini, vengono attribuite tutte le misure della riforma SACCONI.


Infine, per quanto riguarda il rischio di provocare “instantanément une nouvelle tempête financière pour l’Italie”, rinvio alla mia precedente email del 27/2, nella quale ci sono le prove documentali che la tempesta fu provocata sia da un errore grave sulle pensioni contenuto nella prima lettera di chiarimenti del Governo all’UE, che segnalai a tutti i media (si veda appresso, alla nota 3), sia dal fatto che la speculazione finanziaria mondiale aveva scommesso sulla rottura dell’Euro e agiva quasi indisturbata dalla BCE (tranne l'insufficiente piano di acquisto SMP) fino al famoso e risolutivo “whatever it takes” del luglio 2012, sia da un “complotto” atipico orchestrato quasi alla luce del sole contro Berlusconi, su input principalmente del duo Merkel-Sarkozy, in particolare dopo il loro incontro di Deauville, come ha confermato il governatore di Banca d’Italia, Ignazio Visco, nella sua recente, lunga audizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche, al Parlamento italiano.


Spero di esserLe stato utile.

Cordiali saluti

V.


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Note:


[1] Lettera n. 2 all’On. Matteo Salvini sulle sue notizie false-fake news-bufale sulla riforma delle pensioni Fornero

[2] Lettera all'On. Giorgia Meloni sulle pensioni: propaganda o truffa politico-elettorale?

[3] Quello delle pensioni non è il solo caso di scuola di DISINFORMAZIONE generale, va aggiunto, come già segnalato a Le Monde lo scorso 27/2 alle ore 23:42, quello delle mastodontiche manovre correttive decise nella scorsa legislatura e delle responsabilità della recessione.

In questo documento di 18 pagine ho ricostruito le vicende politico-economiche della scorsa legislatura, con notizie e nessi forse sorprendenti (anche sulle pensioni, in merito alle quali l’errore dei 67 anni entro il 2026 anziché 2021, riportato dall’ANSA e da tutti i media, ebbe un’influenza importante sulla sorte del governo Berlusconi), contro le bufale sul governo Berlusconi e il governo Monti propalate da sette anni, che hanno fatto quasi 60 milioni di vittime.

L'assassinio della verità, chi ha davvero messo le mani nelle tasche degli Italiani e causato la grande recessione



Destinatari:





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permalink | inviato da magnagrecia il 11/3/2018 alle 21:21 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

Lettera al quotidiano francese Le Monde sulla sua fake news: non Monti ma Berlusconi ha causato la grande recessione





Pubblico la lettera che ho inviato dieci giorni fa al prestigioso quotidiano francese LeMonde, dopo aver letto un suo articolo in cui viene ripetuta la solita vulgata che a provocare la recessione in Italia sarebbe stato il Governo Monti. Ad oggi, non ho ricevuto nessuna risposta.


Non Monti, ma Berlusconi ha causato la grande recessione.

Da: v

27/2/2018  23:42


Egr. Direttore,

Citazione: “Comment l’Italie en est-elle arrivée là? Il faut sans doute remonter à 2011 et à la démission, sous la pression conjointe des marchés et des partenaires européens, d’un Silvio Berlusconi discrédité. S’il est tout sauf étranger aux maux qui ont entraîné sa chute, «Il Cavaliere», revenu sur le devant de la scène à 81 ans à la faveur de cette singulière campagne, ne manque jamais de rappeler qu’à ses yeux ce qui s’est passé en 2011 était un coup d’Etat. Mario Monti, qui lui a succédé, a certes évité que le pays se trouve placé sous tutelle comme la Grèce et le Portugal, mais au prix de la mise en œuvre de recettes bruxelloises dont le coût social a été très mal vécu par les Italiens”.
http://www.lemonde.fr/idees/article/2018/02/27/europe-la-menace-italienne_5263137_3232.html


Mi spiace, ma non mi sorprende, constatare che anche il prestigioso Le Monde Le Monde è vittima della potentissima DISINFORMAZIONE berlusconiana, come quasi 60 milioni di Italiani.


Riepilogo delle manovre finanziarie correttive (importi cumulati da inizio legislatura):

- governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld (80,8%);

- governo Monti 63,2 mld (19,2%);

Totale 329,5 mld (100,0%).

Le cifre. Le manovre correttive, dopo la crisi greca, sono state: • 2010, DL 78/2010 di 24,9 mld; • 2011 (a parte la legge di stabilità 2011), due del governo Berlusconi-Tremonti (DL 98/2011 e DL 138/2011, 80+60 mld), (con la scopertura di 15 mld, che Tremonti si riprometteva di coprire, la cosiddetta clausola di salvaguardia, con la delega fiscale, – cosa che ha poi dovuto fare Monti – aumentando l’IVA), e una del governo Monti (DL 201/2011, c.d. decreto salva-Italia), che cifra 32 mld “lordi” (10 sono stati “restituiti” in sussidi e incentivi); • 2012, DL 95/2012 di circa 20 mld.

Quindi in totale esse assommano, rispettivamente: - Governo Berlusconi: 25+80+60 = tot. 165 mld; - Governo Monti: 22+20 = tot. 42 mld.

Se si considerano gli effetti cumulati da inizio legislatura (fonte: Il Sole 24 ore), sono: - Governo Berlusconi-Tremonti 266,3 mld; - Governo Monti 63,2 mld. Totale 329,5 mld.[1]

Vale a dire, per i sacrifici imposti agli Italiani e gli effetti recessivi Berlusconi batte Monti 4 a 1. Per l'iniquità e le variabili extra-tecnico-contabili (immagine, scandali e cattivo rapporto con i partner europei, che incisero sul rating dell’Italia, al di là dei fondamentali macroeconomici), è anche peggio.[...]


L'assassinio della verità, chi ha davvero messo le mani nelle tasche degli Italiani e causato la grande recessione

Cordiali saluti

V.



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Critiche severe all’economia italiana da importanti giornali di Spagna, Francia, Gran Bretagna e USA


Nei giorni scorsi, alcuni importanti giornali europei ed americani (in ordine cronologico, El PaysLe MondeFinancial Times e Wall Street Journal) hanno analizzato criticamente l’economia italiana, arrivando a parlare di Italia come malata d’Europa. Vediamo allora di capire se questo severo giudizio è giustificato e, nel caso, perché.

Avanzo primario e deficit. Se c’è avanzo primario,[1] la politica economica non è espansiva, poiché sottrae risorse all’economia reale. Anche considerando il deficit[2] e quindi includendo gli interessi passivi, questi per 1/3 vanno all’estero e per il resto restano nel circuito finanziario[3] e non vanno a finanziare investimenti. Basta fare allora un’analisi comparativa del dato del deficit/Pil[4] per capire che nei 7 anni di crisi i Paesi di appartenenza dei giornali che criticano l’Italia, in particolare la Spagna e la Gran Bretagna (per gli USA il discorso è analogo, il deficit raggiunse il 10% per poi calare gradualmente), a differenza dell’Italia hanno beneficiato di una forte politica di deficit spending.

Ne discende, allora, che il giudizio degli importanti giornali è viziato almeno un po’ da ignoranza o, più probabilmente, da malafede.


Debito pubblico. Si obietta che l'Italia ha, però, un altissimo debito pubblico (che, intanto, durante la crisi è cresciuto meno che negli altri Paesi e nel lungo termine è il più sostenibile); questo è vero, ma con alle spalle una banca centrale degna di questo nome, come dimostrano gli USA, il Giappone o la Gran Bretagna, e perfino l’Eurozona a partire dal marzo 2015 (varo del QE), il debito pubblico non è un grosso problema.

Il debito pubblico, inoltre, non va ridotto in recessione o stagnazione, sarebbe una misura pro ciclica ed aggraverebbe la crisi, a meno che non lo si faccia prendendo i soldi al 5% più ricco, a bassissima propensione al consumo.


Crescita. Per le cose da fare e dove destinare i soldi, l’ho già scritto, sono d’accordo col governatore Ignazio Visco che, nella sua Relazione 2016 (sul 2015), ha chiesto “un rilancio degli investimenti in costruzioni, indirizzato soprattutto alla ristrutturazione del patrimonio esistente, alla valorizzazione delle strutture pubbliche e alla prevenzione dei rischi idro-geologici, [che] avrebbe effetti importanti sull’occupazione e sull’attività economica”. (pag. 9). Ai quali, però, aggiungerei la green economy e un Piano pluriennale di alloggi pubblici di qualità (scandalosamente carenti in Italia), da locare ad affitto sociale. Il governatore ha aggiunto: “Per sostenere una ripresa più rapida e duratura è necessario il rilancio di investimenti pubblici mirati, anche in infrastrutture immateriali, a lungo differiti; sono importanti un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale gravante sul lavoro, il rafforzamento di incentivi per l’innovazione, il sostegno ai redditi dei meno abbienti, particolarmente colpiti dalla crisi. Se i margini oggi disponibili nel bilancio sono limitati, è comunque possibile programmare l’attuazione di questi interventi su un orizzonte temporale più ampio”. (pagg. 12-13). A parte la riduzione del cuneo fiscale, che in una crisi da domanda è una palese incongruenza, gli altri punti sono condivisibili, ma rinviati sostanzialmente alle calende greche. Ovviamente è un’eresia per Visco suggerire di prendere i soldi ai ricchi.


Conclusione. La questione, a mio avviso, va al di là delle ideologie economiche ed è di una semplicità solare: è necessario implementare una politica economica anticiclica, espansiva in periodi di vacche magre (come oggi, anzi da 8 anni!), restrittiva in fasi di vacche grasse (quindi occorre evitare gli eccessi anche del keynesismo). Come dimostrano i governi di tutti i colori: ad esempio, appunto, gli USA keynesiani, la Gran Bretagna neo-liberista, la Spagna neo-liberista, la Francia prima neo-liberista e poi sedicente keynesiana, il Giappone (destra e sinistra), tutti Paesi in cui si sono registrati durante la crisi deficit fino al 10% del Pil e aumenti del debito pubblico maggiori di quello italiano. I consumi languono sia perché chi ha i soldi è restio a spenderli, sia perché i soldi negli ultimi 20-30 anni si sono concentrati nelle fasce alte, a bassa propensione al consumo, e ridotti nelle fasce basse, ad alta propensione al consumo. Occorre perciò redistribuirli ed invece si continua a fare il contrario. Il debito pubblico non è un grosso problema se lo Stato ha alle spalle una banca centrale degna di questo nome; in recessione o stagnazione ridurlo tagliando la spesa (quella italiana è globalmente in linea o sotto la media UE) o aumentando le tasse non è una priorità, anzi è esiziale, a meno che non lo si riduca mediante un prelievo straordinario sulla ricchezza del 5% più ricco delle famiglie, a bassissima propensione al consumo.


PS: Dai dati EUROSTAT relativi al deficit/Pil, si evince facilmente che la Germania, Paese leader UE e avvantaggiato dalla moneta unica, non solo si rifiuta di fare da locomotiva d'Europa come i suoi conti pubblici le permetterebbero, beneficiando i Tedeschi stessi, e la sua posizione di leadership le imporrebbe, ma vieta, attraverso la Commissione europea, a Paesi come l'Italia di fare una politica fiscale espansiva e all'Europa di fare altrettanto. Questa rigidità egoistica ed ottusa - deleteria per l'Italia - rischia di avere prima o poi, come ha avvertito il premio Nobel Joseph Stiglitz sul Financial Times dello scorso 17/8, effetti devastanti sulla tenuta dell'Unione europea.


PPS: Allego l’articolo di Joseph Stiglitz:

August 17, 2016 4:32 am

A split euro is the solution for Europe’s single currency

Joseph Stiglitz

The problems with the structure of the eurozone may be insurmountable, writes Joseph Stiglitz

Traggo dall’articolo originale di Joseph Stiglitz il passo relativo alle soluzioni (con l’avvertenza importante che egli ignora che il mandato della BCE è duale – non solo stabilità dei prezzi ma anche sostenere le politiche economiche dell’UE fissate nell’art. 3 del Trattato UE, tra cui “la piena occupazione” e “una crescita economica equilibrata” -, in particolare in deflazione o con un tasso d’inflazione EUZ sensibilmente inferiore al target, che è poco sotto il 2%):

“Le modifiche alle regole necessarie per far funzionare l'euro sono in senso economico di piccole dimensioni. Un'unione bancaria comune, cosa più importante l'assicurazione comune dei depositi; norme intese a restringere i surplus commerciali; e eurobond o qualche altro meccanismo simile per la mutualizzazione del debito. La politica monetaria deve concentrarsi maggiormente sull'occupazione, la crescita e la stabilità, non solo l'inflazione. Nel frattempo, le politiche industriali e le altre politiche devono essere orientate ad aiutare i paesi ritardatari a raggiungere i leader. Ancora più importante: un allontanamento dalla austerità verso politiche fiscali orientate alla crescita. Ma queste sembrano ben oltre le politiche di oggi dell'Europa, con la Germania che ancora va sostenendo che "L'Europa non è un'unione di trasferimenti".”.



Note


[1] Avanzo Primario Italia (%) 1999=4,9; 2000=5,5; 2001=3,2; 2002=2,7; 2003=1,6; 2004=1,2; 2005=0,3; 2006=1,3; 2007=3,5; 2008=2,5; 2009=-0,7; 2010=-0,10; 2011=1,0; 2012=2,5; 2013=2,2; 2014=1,6; 2015=1,6.


[2] Deficit/Pil Italia (%) 1999=-2,00; 2000=-0,91; 2001=-3,19; 2002=-3,16; 2003=-3,65; 2004=-3,57; 2005=-4,49; 2006=-3,41; 2007=-1,59; 2008=-2,67; 2009=-5,45; 2010=-4,34; 2011=-3,72; 2012=-2,88; 2013=-2,78; 2014=-3,0; 2015=-2,6.


[3] Fubini del Corriere della Sera disinforma sul debito pubblico per parare il culo ai ricchi


[4] EUROSTAT – Deficit/Pil

.................2007 2008 2009 2010 2011 2012 2013 2014 2015

Italia........ -1,5....-2,7...-5,3..-4,2..-3,5..-2,9..-2,9.. -3,0..-2,6

Francia.....-2,5...-3,2....-7,2..-6,8..-5,1..-4,8..-4,0..-4,0...-3,5

Spagna.....+2,0..-4,4..-11,0..-9.4..-9,6.-10,4..-6,9..-5,9..-5,1

Gran Br.... -3,0..-5,0..-10,7..-9,6..-7,7..-8,3..-5,6..-5,6.. -4,4

Germania +0,2..-0,2....-3,2..-4,2..-1,0..-0,1..-0,1..+0,3. +0,7



Appendice



August 17, 2016 4:32 am

A split euro is the solution for Europe’s single currency

Joseph Stiglitz

The problems with the structure of the eurozone may be insurmountable, writes Joseph Stiglitz


That Europe, and especially the 
eurozone, has not been doing well since the 2008 crisis is beyond dispute. The single currency was supposed to bring prosperity and enhance European solidarity. It has done just the opposite, with depressions in some countries greater than the Great Depression.

To answer the question about what is to be done, one has to answer another: what went wrong. Some claim that policymakers made a set of mistakes — excessive austerity and poorly designed structural reforms. In other words, there is nothing wrong with the euro that could not be fixed by putting someone else in charge.

I disagree. There are more fundamental problems with the structure of the eurozone, the rules and institutions that guide and constitute it. These may well be insurmountable, raising the prospect that the time has come for a more comprehensive rethinking of the single currency, even to the point of unwinding it.

Put simply, the euro was flawed at birth. It was almost inevitable that taking away two key adjustment mechanisms, the interest and exchange rates, without putting anything else in their place, would make macro adjustment difficult. Add to that a central bank mandated to focus on inflation and with countries still further constrained by limits on their fiscal deficits, the result would be excessively high unemployment and gross domestic product consistently below potential output. With countries borrowing in a currency not under their remit, and with no easy mechanism for controlling trade deficits, crises too were predictable.  

The alternative to adjusting nominal exchange rates is adjusting real ones — having Greek prices fall relative to German prices. But there are no rules in place that could force a rise in German prices and the social and economic costs of forcing Greek prices to fall enough are enormous. One might dream of Greek productivity growing faster than that of Germany as an alternative way of “adjusting,” but no one has figured out how to do it. So too for Spain and Portugal. In the absence of a grand strategy, the troika of international institutions has flailed around, putting in place new rules for defining fresh milk or the size of loaves of bread. Whether these are desirable can be debated; that they are not going to achieve the desired adjustment in real exchange rates cannot.

The rule changes needed to make the euro work are in an economic sense small. A common banking union, most importantly common deposit insurance; rules to curtail trade surpluses; and eurobonds or some other similar mechanism for mutualisation of debt. Monetary policy to focus more on employment, growth and stability, not just inflation. Meanwhile, industrial and other policies should be orientated to helping the laggard countries catch up to the leaders. Most importantly: a move away from austerity towards growth-oriented fiscal policies. But these seem well beyond the politics of Europe today, with Germany still arguing that “Europe is not a transfer union”.

Good currency arrangements cannot ensure prosperity; flawed ones lead to recessions and depressions. And among the kinds of currency arrangements long associated with recessions and depressions are pegs, where the value of one country’s currency is fixed relative to another. A single currency is neither necessary nor sufficient for close economic and political co-operation. Europe needs to focus on what is important to achieve that goal. An end to the single currency would not be the end of the European project. The other institutions of the EU would remain: there would still be free trade and migration.

It is important that there can be a smooth transition out of the euro, with an amicable divorce, possibly moving to a “flexible-euro” system, with say a strong Northern Euro and softer southern euro. Of course, none of this will be easy. The hardest problem will be dealing with the legacy of debt. The easiest way of doing that is to redenominate all euro debts as “southern euro” debts.

As we move to a digital economy, modern technology enables a set of market-based reforms that can simultaneously achieve the triple goals of full employment, trade balance, and fiscal balance, through credit auctions and electronic trade tokens. In the current global system, we rely on central banks to set interest rates, hoping somehow that the resulting trade balance, investment, and consumption will be “right.” They typically aren’t. The alternative approach focuses on the quantities of, say, investment and trade balance, that we need, and lets the market set the price to achieve this.

Over time exchange rate variations could become more limited as institutions develop. The flexible euro is a strategy for incorporating the advances in economic integration already made while providing the space for reforms.

The single currency was supposed to be a means to an end. It has become an end in itself — one that undermines more fundamental aspects of the European project, as it spreads divisiveness rather than solidarity. An amicable divorce — a relatively smooth end to the euro, perhaps instituting the proposed system of the flexible euro — could restore Europe to prosperity and enable the continent to once again focus, with renewed solidarity, on the many real challenges that it faces. Europe may have to abandon the euro to save Europe and the European project.

The writer, a Nobel laureate in economics, is author of ‘The Euro: How a Common Currency Threatens the Future of Europe’


Che l'Europa, e in particolare la zona euro, non ha fatto bene dalla crisi del 2008 è fuori discussione. La moneta unica avrebbe dovuto portare prosperità e rafforzare la solidarietà europea. Ha fatto proprio l'opposto, con depressioni in alcuni paesi superiori alla Grande Depressione.

Per rispondere alla domanda su cosa si deve fare, si deve rispondere a un'altra: cosa è andato storto. Alcuni sostengono che i politici hanno fatto una serie di errori - l'austerità eccessiva e riforme strutturali mal progettate. In altre parole, non c'è niente di sbagliato con l'euro che non poteva essere risolto mettendo qualcun altro in carica.

Non sono d'accordo. Ci sono problemi più fondamentali con la struttura della zona euro, le regole e le istituzioni che lo guidano e lo costituiscono. Questi possono anche essere insormontabili, sollevando la prospettiva che è giunto il momento per un ripensamento più completo della moneta unica, fino al punto di disfarla.

In parole povere, l'euro è stato viziato alla nascita. Era quasi inevitabile che togliendo due meccanismi di regolazione chiave, i tassi di interesse e di cambio, senza mettere niente altro al loro posto, avrebbe reso la regolazione macro difficile. A questo aggiungete una banca centrale con il mandato di concentrarsi sull'inflazione e con i paesi ancora di più vincolati da limiti sui loro deficit fiscali, il risultato sarebbe stato un'eccessivamente elevata disoccupazione e il prodotto interno lordo costantemente al di sotto del prodotto potenziale. Con i paesi indebitati in una valuta non sotto la loro competenza, e senza un facile meccanismo per controllare i deficit commerciali, le crisi erano troppo prevedibili.

L'alternativa ad aggiustare tassi di cambio nominali è aggiustare quelli reali - avere prezzi greci che scendono rispetto ai prezzi tedeschi. Ma non ci sono norme in vigore che potrebbero costringere un aumento dei prezzi tedeschi e i costi sociali ed economici per costringere i prezzi greci a calare abbastanza sono enormi. Si potrebbe sognare che la produttività greca cresca più velocemente di quella della Germania come un modo alternativo di "regolare", ma nessuno ha capito come farlo. Così anche per la Spagna e il Portogallo. In assenza di una grande strategia, la troika delle istituzioni internazionali ha agito in giro, mettendo in atto nuove regole per la definizione di latte fresco o la dimensione di pagnotte di pane. Se questi sono desiderabili può essere discusso; che non si è in via di ottenere l'aggiustamento desiderato dei tassi di cambio reali non si può.

Le modifiche alle regole necessarie per far funzionare l'euro sono in senso economico di piccole dimensioni. Un'unione bancaria comune, cosa più importante l'assicurazione comune dei depositi; norme intese a restringere i surplus commerciali; e eurobond o qualche altro meccanismo simile per la mutualizzazione del debito. La politica monetaria deve concentrarsi maggiormente sull'occupazione, la crescita e la stabilità, non solo l'inflazione. Nel frattempo, le politiche industriali e le altre politiche devono essere orientate ad aiutare i paesi ritardatari a raggiungere i leader. Ancora più importante: un allontanamento dalla austerità verso politiche fiscali orientate alla crescita. Ma queste sembrano ben oltre le politiche di oggi dell'Europa, con la Germania che ancora va sostenendo che "L'Europa non è un'unione di trasferimenti".

Buoni accordi valutari non possono garantire la prosperità; quelli difettosi portano a recessioni e depressioni. E tra il tipo di accordi di valuta a lungo associato con recessioni e depressioni sono i ‘ganci’, dove il valore della valuta di un paese è fisso rispetto ad un altro. Una moneta unica non è né necessaria né sufficiente per una stretta cooperazione economica e politica. L'Europa ha bisogno di concentrarsi su ciò che è importante per raggiungere tale obiettivo. La fine della moneta unica non sarebbe la fine del progetto europeo. Le altre istituzioni dell'UE resterebbero: ci sarebbe ancora il libero scambio e la libera circolazione delle persone.

E' importante che ci possa essere una transizione morbida fuori dall'euro, con un divorzio amichevole, forse di passare a un sistema di "euro flessibile", con dire un Euro forte del Nord e un euro più debole del Sud. Naturalmente, niente di tutto questo sarà facile. Il problema più difficile sarà che cosa fare con l'eredità del debito. Il modo più semplice di farlo è quello di ridenominare tutti i debiti in euro come debiti "in euro del sud".

Mentre ci muoviamo verso un'economia digitale, la tecnologia moderna consente una serie di riforme di mercato che possono contemporaneamente raggiungere il triplice obiettivo di piena occupazione, bilancia commerciale, e l'equilibrio fiscale, attraverso le aste di credito e buoni di commercio elettronico. Nel sistema globale attuale, ci affidiamo a banche centrali per impostare i tassi di interesse, sperando in qualche modo che la risultante bilancia commerciale, gli investimenti e il consumo saranno "giusti". In genere non lo sono. L'approccio alternativo si concentra sulle quantità di, per esempio, gli investimenti e la bilancia commerciale, di cui abbiamo bisogno, e lascia che il mercato fissi il prezzo per raggiungere questo obiettivo.

Nel corso del tempo le variazioni dei tassi di cambio potrebbero diventare più limitati come le istituzioni si sviluppano. L'euro flessibile è una strategia per integrare i progressi in materia di integrazione economica già effettuate, fornendo lo spazio per le riforme.

La moneta unica doveva essere un mezzo per un fine. E' diventata fine a se stessa - quella che mina gli aspetti più fondamentali del progetto europeo, così come diffonde divisione piuttosto che solidarietà. Un divorzio amichevole - una fine relativamente morbida per l'euro, forse istituendo il sistema proposto dell'euro flessibile - potrebbe riportare l'Europa alla prosperità e mettere in grado il continente di concentrarsi ancora una volta, con rinnovata solidarietà, sulle molte sfide reali che essa deve affrontare. L'Europa potrebbe dover abbandonare l'euro per salvare l'Europa e il progetto europeo.


Lo scrittore, premio Nobel per l'economia, è autore di 'L'euro: come una valuta comune minaccia il futuro dell'Europa'



Articolo collegato:


Gustavo Piga, commentando un saggio di Hugh Rockoff della Rutgers University intitolato “How Long Did it Take the United States to Become an Optimal Currency Area?”, ovvero “Quanto ci hanno messo gli Stati Uniti a divenire una Area Valutaria Ottimale?”, spiega perché, nonostante i difetti, per l’Unione Europea è preferibile continuare ad adottare una moneta ed una politica monetaria comune.


Moneta e bandiera: il se e quando degli Stati Uniti d’Europa

Gustavo Piga  -  18 agosto 2016



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