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In Italia, Paese femmina, la lamentela non è peccato

 

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vincesko 7 luglio 2011 alle 13:55

Italia: Paese-femmina del melodramma e dell’isteria.

Lo sport nazionale più diffuso non è, come si crede comunemente, il calcio, ma la lamentela.
Per fare un semplice ma significativo esempio: la telecronaca collegiale (ma quanti sono a commentare una partita? non si potrebbero risparmiare dei soldi e destinarli al welfare dei precari?) in occasione – invero particolare – della partita Italia-Serbia: fu la rappresentazione plastica di quel che è (diventata?) la caratteristica distintiva dell’italiano medio (il 90%?): un oscillare dalla normale, consueta, lamentosa recriminazione, appunto, all’acme – in caso di avvenimenti stressanti – di una prolungata, contagiosa lamentazione isterica collettiva.
Ho da tempo fatto mio e adottato per motto – e lo suggerisco a tutti e andrebbe insegnato nelle scuole e soprattutto in famiglia e nel mondo del calcio – il monito di un prete del Nord: la lamentela è peccato!

Ovviamente, questo è un portato della nostra cultura, sedimentatasi nei secoli
L’Italia è un Paese femmina. Lo affermava indirettamente Montanelli, [1] che diceva che gli Italiani sono poco maschi, gli Spagnoli troppo maschi. Lo sosteneva anche Gianni Brera, [2] a proposito della tattica di gioco calcistica più adatta alla Nazionale, che secondo lui era e doveva rimanere quella –“femminile” – del gioco difensivo e del contropiede [in polemica con Sacchi [3]].

La “femminilizzazione” dell’intera società italiana è un dato ormai acquisito per i sociologi e gli psicologi. Così pure è evidente la femminilizzazione del corpo docente della scuola, in particolare nei primi gradi.

Nel ‘post’ Sono Invalsi i giudizi , scrissi:

L’educazione (di cui la scuola è una componente importante, ma che viene dopo la famiglia) mi appassiona, perché è il problema cruciale in Italia, da cui dipendono tanti altri.

Il nostro è un popolo antico, cinico, mammone e a-meritocratico.
I soggetti principali, checché se ne dica, che hanno agito e continuano ad agire in profondità e ne costituiscono il sostrato culturale più autentico – e conservatore – sono, da una parte, mamma-Chiesa – oscurantismo, nepotismo, controriforma, anti-giansenismo (non è l’uomo che si deve elevare per meritare la grazia, operando bene, ma il contrario) e, dall’altra, la donna-mamma, soggetto dominante nella sfera privata. In Italia, soprattutto al Sud, vige il matriarcato. Ora la donna ha preso in mano anche le redini della scuola.

La soluzione è nell’educazione, prima in famiglia (in senso lato) e poi a scuola, che devono svolgerla tenendo insieme la dimensione affettiva (amore) con la dimensione etico-normativa (regole): la sola educazione positiva, completa e che costituisce un fattore protettivo enorme; la sola capace di formare individui forti ed equilibrati, e non soggetti deboli e con l’idiosincrasia alle valutazioni ed ai controlli…. E, aggiungo ora, alle TAV, a prescindere. 

[1] http://it.wikipedia.org/wiki/Indro_Montanelli
[2] http://it.wikipedia.org/wiki/Gianni_Brera
[3] http://it.wikipedia.org/wiki/Arrigo_Sacchi


Articoli collegati:
 
Renzi ottiene la fiducia in Senato: 169 sì. “Basta alibi, èil tempo del coraggio”
“Usciamo dal coro della lamentazione”.
http://www.repubblica.it/politica/2014/02/24/news/governo_renzi_chiede_fiducia_in_senato-79515089/
 
Oscar Farinetti: "Matteo Renzi ha tre mesi di tempo. Gli italiani? Sono tacchini non sanno venderle le proprie idee"
Ilaria Betti, L'Huffington Post  |  Pubblicato: 06/03/2014
Come facciamo a tornare galline?
"Attraverso il buon esempio, attraverso persone grandi che ricoprano ruoli chiave, che invece di lamentarsi cerchino soluzioni, che diano il buon esempio. Siamo il Paese più lamentoso del mondo ma è da dilettanti lamentarsi, è da grandi cercare soluzioni. Basta dire ‘Piove, governo ladro!'"
http://www.huffingtonpost.it/2014/03/05/oscar-farinetti-matteo-renzi-tre-mesi-di-tempo_n_4907494.html
 
 

 

L’istruzione è alleanza famiglia-scuola


L'istruzione nei Paesi avanzati, e non solo, è una priorità, lo dovrebbe essere a maggior ragione per l'Italia che - non avendo risorse materiali - dovrebbe investire in capitale umano. Ostano oggi (ragionando per il futuro) due fattori: 1) la penuria di risorse pubbliche, aggravata ora dal vincolo del pareggio di bilancio; 2) l'inefficienza (misurabile dall'output, dai risultati: il parametro da considerare è il livello medio), consolidata nei decenni, del settore istruzione, che è diventato, in assenza di alternative più appetibili, uno sbocco occupazionale per un “esercito” male retribuito, che attrae quindi non sempre i più idonei, competenti e motivati. Il tutto aggravato dall'insufficiente (eufemismo) cooperazione tra la scuola e la famiglia, poiché, come spiegava tempo fa Marco Rossi Doria a "Tutta la città ne parla", almeno per le Elementari, “l'insegnamento è 50% didattica e 50% alleanza insegnante-genitori”. Invece, spesso, al posto della cooperazione, c’è una guerra: tra donne, visto il grado di femminilizzazione del corpo insegnanti e l’evoluzione demografica (famiglie monoparentali con figli affidati alla madre) e culturale (una sorta di familismo amorale mammone, iper-permissivo, a-meritocratico) della famiglia italiana, dove la figura materna la fa da padrona (ma il matriarcato, almeno al Sud, esiste da secoli e non è mai scomparso; il Centro-Nord si sta omologando).

Ed invece la cooperazione, per eliminare o almeno ridurre fortemente le disuguaglianze, dovrebbe diventare strutturale, con una divisione formale di compiti tra la famiglia, nel periodo fondamentale dalla gravidanza a 3 anni (v. il mio ‘post’ http://vincesko.ilcannocchiale.it/2010/12/21/questione_femminile_questione.html http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2753847.html ) e la scuola (materna, elementare, ecc.) dopo i 3 anni.

Delle materie di studio deve far parte necessariamente anche l’educazione sessuale (ma è meglio parlare più semplicemente di istruzione o informazione sessuale, cominciando, come dico al 3° punto del mio progetto educativo linkato sotto, dalla NON repressione delle curiosità sessuali), poiché Freud – che si sa era un po’ fissato per il sesso – ravvisava una relazione tra questo e lo sviluppo intellettivo, segnatamente delle femminucce (cfr. Curiosità sessuali represse e sviluppo intellettuale/1 http://vincesko.ilcannocchiale.it/2010/11/02/curiosita_sessuali_represse_e.html   http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2558195.html ), e vincendo “la ferma e costante opposizione dei genitori, addirittura anche quando essa è destinata ai genitori stessi (?!)”.

Per chi fosse più… curioso, allego l’ultimo ‘post’ della serie, con in calce i link a tutti quelli precedenti, preavvertendo che quelli più importanti sono i primi 8 (da leggere nell’ordine):
Curiosità sessuali represse e sviluppo intellettuale/38
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2012/05/07/curiosita_sessuali_represse_e.html
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2738022.html  


***

Tutte le volte che mi è capitato di discutere con o ascoltare insegnanti, ho sempre avuto la netta impressione di trovarmi di fronte (ma beninteso non è una loro esclusiva, anche se in essi questa caratteristica è più marcata e generalizzata perché è evidentemente il riflesso di una deformazione professionale) a persone presuntuose perché ed in quanto possessori del sapere; l’apice – cela va sans dire – con i docenti universitari, segnatamente le donne (per la possibile spiegazione prevalente, che beninteso ha valenza generale, v. appresso, ma sub specie di compensazione/reazione a insicurezza caratteriale e bassa autostima).

Se ne ha conferma leggendo i commenti e le reazioni degli insegnanti nei blog e nei forum, alcuni stizziti, maleducati, permalosi, che negano persino l'evidenza (per nessuno, uomo o donna, neanche per un genio, né per le organizzazioni, esistono tutti e solo punti di forza, ma la coesistenza di punti di forza e di punti di debolezza), e parafrasando Tomasi di Lampedusa ("Il Gattopardo") si potrebbe dire: "Ogni insegnante si crede un padreterno quindi perfetto, non ha bisogno di migliorare". Ma, come spiega il grande Dostoevskij ("Ricordi dalla casa dei morti"), è da leggere, ovviamente, in senso opposto: "Di certo si doveva credere un uomo molto intelligente, come accade per solito a tutti gli uomini ottusi e limitati". 


Naturalmente, per risolvere i problemi, bisogna interrogarsi sulle cause, su chi o che cosa fa sì che quella italiana sia una società bloccata o disequilibrata.
Quando un fenomeno è antico, profondo e diffuso, c‘è sempre, ovviamente, una dimensione prevalentemente storico-culturale.
Il nostro è un popolo antico, cinico, a-meritocratico e mammone.
I soggetti principali, checché se ne dica, che hanno agito e continuano ad agire in profondità e ne costituiscono il sostrato culturale più autentico - e conservatore - sono, da una parte, mamma-Chiesa - oscurantismo, nepotismo, controriforma, anti-giansenismo (non è l’uomo che si deve elevare per meritare la grazia, operando bene, ma il contrario) - e, dall’altra, la donna-mamma, soggetto dominante nella sfera privata. In Italia, soprattutto al Sud, vige il matriarcato. Senza studi particolari: a me consta personalmente, inferendolo dalla cerchia familiare allargata e da quella amicale.
Il disequilibrio tra i generi, nella dimensione pubblica, e quindi anche nei rapporti economici, è paradossalmente conseguenza del matriarcato, il cui corollario è una sorta di divisione tacita del potere: la donna comanda in casa, l’uomo fuori.

In una situazione siffatta, in Italia si è aggiunta l’occupazione crescente della scuola da parte delle donne nel ruolo di insegnanti, per giunta senza una selezione qualitativa dati i bassi salari, che presumibilmente ha abbassato ulteriormente il livello qualitativo medio.

A scanso di equivoci, chiarisco che, avendo avuto nella mia prima infanzia più amiche che amici, ho vissuto per decenni, fino al 1999, con un pregiudizio positivo verso le donne. Se potevo, sceglievo il medico, l’avvocato, l’insegnante, ecc. donna perché mi fidavo di più. Poi ho cambiato idea, nel senso che, in base all’esperienza, essendosi esaurito l’effetto distorcente del pregiudizio positivo, mi sono reso conto che la donna (ed essendo meridionale e vivendo al Sud mi riferisco alla donna meridionale) per tanti aspetti non è la soluzione ma il problema. Ho cercato di indagarne le cause e sono arrivato alla conclusione che è l’effetto dell’educazione in famiglia (in senso lato), che per le femmine è più severa, più repressiva, e la repressione si dispiega per prima e/o principalmente nella sfera sessuale.

Detto questo, ne derivano, almeno per me, come logico corollario:

1) l’ovvia considerazione che c‘è differenza (per fortuna), ma in un contesto - positivo - di complementarità tra i generi;

2) per nessuno, uomo o donna, neanche per un genio, esistono tutti e solo punti di forza, ma la coesistenza di punti di forza e punti di debolezza;

3) un’adeguata educazione (basata su molto amore e poche regole buone) può modificare sostanzialmente l’output, sia per i singoli individui (maschi o femmine), accrescendone le qualità intellettuali (QI), psicologiche (autostima) e morali (sistema etico-normativo), sia per i popoli.

Per cui, non per pregiudizio, ma per motivazioni razionali, mi permetto di dire con franchezza che finché si ragionerà e si scriverà come fanno molti insegnanti difendendo anche l’indifendibile e negando persino l’evidenza, oltre a confermarmi nell’idea che mi sono dovuto purtroppo fare sulla responsabilità delle donne circa l’andazzo delle cose italiane, non avremo molte speranze e possibilità che le cose cambino in meglio.

 

Io ho lavorato per 25 anni nell’ambito del controllo economico di una grossa impresa, con capitale a maggioranza pubblico. Poiché era ricca e guadagnava molto e vi comandavano quelli della produzione, che dovevano essere i controllati, il controllo era molto lasco, edulcorato. Poiché allora ero ingenuo, io invece lo esercitavo con imparzialità, rigore e severità. Quando, con l’arrivo dall’esterno del nuovo AD (che poi fu coinvolto in tangentopoli), si ruppero gli equilibri tra le varie cordate interne, mal me ne incolse.

Ho fatto questa premessa per dire che conosco bene il problema. Nessuno di noi ama il controllo; in Italia è particolarmente mal sopportato.

Ma la valutazione ed il controllo dei risultati sono consustanziali alla valutazione del merito. In Italia, si fa fatica ad affermare questo principio, per ragioni storiche e culturali. Anche nella scuola.

Traggo da una discussione avuta con un’insegnante questi link:

L’Italia ormai fa parte della UE, ogni Paese è autonomo ed ha le sue regole, ma in quasi tutti (ed in alcuni da parecchi anni) ci sono le prove di valutazione per monitorare gli istituti e/o il sistema educativo a fini di confronto e miglioramento. Gli insegnanti bravi dovrebbero pretenderle. Dovremmo piantarla finalmente con la mentalità tipicamente democristiana, meridionale e mammona, guarda caso omogenea con quella degli intelligentoni di estrema sinistra (COBAS) refrattari all'autorità ed alle regole, che rifiuta la valutazione, il giudizio, il merito!


“Prove nazionali di valutazione degli alunni in Europa: obiettivi, organizzazione e uso dei risultati”
http://eacea.ec.europa.eu/education/eurydice/documents/thematic_reports/109IT.pdf
 
“Chi ha paura di dare un voto ai professori?”
http://www.pietroichino.it/?p=13233
 
“PD, sulla scuola prendi esempio da Obama”
http://www.pietroichino.it/?p=13744
 
“Valutazione e misurazione nella scuola: facciamo come in GB”
http://www.pietroichino.it/?p=290
 
Trovo questa lettera risibile: è come accusare il termometro perché misura la febbre. Bisogna curare la febbre, non rompere il termometro.
La lettera
“Noi genitori contro la scuola che non va”
http://bologna.repubblica.it/cronaca/2011/05/14/news/noi_genitori_contro_la_scuola_che_non_va-16224074/
 
Gli insegnanti rifiutano l’autovalutazione, e i premi, della Gelmini
http://francescorocchi.splinder.com/post/23831288/gli-insegnanti-rifiutano-lautovalutazione-e-i-premi-della-gelmini-teachers-reject-gelminis-selfevaluation-system
 
Beninteso (aggiungo ora), il discorso andrebbe esteso a tutta la PA (cfr. note in calce a “I figli ‘pubblici’ ed i figliastri ‘privati’”):
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2012/05/25/i_figli_pubblici_ed_i_figliast.html
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2740663.html


Scuola e Università
COME SI VALUTERANNO LE SCUOLE
a cura di  Sheila Bombardi  14.09.2012
Varato dal Consiglio dei ministri il regolamento sul sistema nazionale di valutazione per istruzione e formazione. L'obiettivo dichiarato è il miglioramento della qualità dell'offerta formativa e degli apprendimenti. Il processo di valutazione si focalizza sull'istituto, sui risultati finali misurabili, sul Pof e sulla sua organizzazione, facendo leva sui principi di responsabilità dell’autonomia. Nessuna relazione con il profilo professionale dei docenti o con la loro produttività. L'iter di approvazione del Dpr è però ancora lungo.
http://t.contactlab.it/c/1000009/3260/39000030/27887 


Post collegati:
 
Educazione dei figli, in famiglia, dalla gravidanza a tre anni
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2012/09/13/educazione_in_famiglia_dalla_g.html 
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2753847.html
Il ruolo dell’educazione - in famiglia e a scuola - nella formazione di cittadini pensanti e felici: un approccio innovativo
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2012/09/05/il_ruolo_delleducazione_nella.html 
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2752886.html 
Lettera a Marco Demarco, direttore del “Corriere del Mezzogiorno” (“Terronismo”)
http://vincesko.ilcannocchiale.it/2011/09/30/lettera_a_marco_demarco_dirett.html
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2681858.html
 

 




IL RUOLO DELLE DONNE TRA FAMIGLIA E POLITICA

 

Pubblico un mio commento sul ruolo delle donne ‘postato’ in Repubblica/blog-Amato-Percentualmente
http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/03/08/le-donne-secondo-listat/
 
Bisognerebbe interrogarsi su chi o che cosa fa sì che quella italiana sia una società bloccata (vedi il ‘post’ precedente) o disequilibrata (v. questo ‘post’).
 
Quando un fenomeno è antico, profondo e diffuso, c‘è sempre una dimensione prevalentemente storico-culturale.
Il nostro è un popolo antico, cinico e mammone.
I soggetti principali, checché se ne dica, che hanno agito e continuano ad agire in profondità e ne costituiscono il sostrato culturale più autentico - e conservatore - sono, da una parte, mamma-Chiesa - oscurantismo, nepotismo, controriforma, anti-giansenismo (non è l’uomo che si deve elevare operando bene per meritare la grazia, ma il contrario) e, dall’altra, la donna-mamma, soggetto dominante nella sfera privata. In Italia, soprattutto al Sud, vige il matriarcato. Senza studi particolari: a me consta personalmente, inferendolo dalla cerchia familiare allargata e da quella amicale.
Il disequilibrio tra i generi, nella dimensione pubblica, e quindi anche nei rapporti economici, è conseguenza del matriarcato.
 
Una giovane amica sostiene che “E’ una discriminazione che partendo dal disequilibrio fra i ruoli all’interno della famiglia” richiede di “cominciare a condurre un’adeguata campagna d’informazione sulla realtà del mondo femminile italiano, a partire dalla scuola”.
Io ho obiettato: “Scusami, come a partire dalla scuola? Nasce in famiglia e vuoi partire dalla scuola? E’ un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Vuoi curare la “malattia” (non si guarisce quasi mai dalle malattie) anziché prevenirla, che è più facile e meno costoso? La logica – scrive Musil ne “L’uomo senza qualità” – è quella cosa scomoda che fa discendere il significato di una frase da quella precedente. Perché trovi “scomodo” collocare il problema là dove esso ha origine? Comunque mi sono accorto che parecchi, soprattutto donne, trovano “scomodo” partire da lì.
 
Ella sostiene ancora (in linea con ciò che è scritto in questo ‘post’): “Secondo le statistiche le donne si impegnano di più negli studi e ottengono risultati migliori rispetto ai maschi”.
Io ho obiettato: “Questa è un po’ una leggenda metropolitana, almeno per i ragazzi di Scuola Media: secondo il Rapporto 2009 dell’INVALSI (par. 4.2, tavv. 6 e 6a), al Centro-Nord le ragazze sono più brave in italiano, i ragazzi in matematica; al Sud non ci sono differenze. Dopo, non so, forse, un 5-7% di donne raggiunge anche l’eccellenza, ma il restante 93-95%?”. (I laureati, in fondo, sono soltanto 160 mila all’anno).
 
Ella sostiene ancora: “Molte ragazze hanno semplicemente perso la volontà di battersi davvero per qualcosa”.
“Ecco, le ho detto, questo è il punto cruciale: solo lottando si ottengono le cose, se le donne rinunciano a farlo, siamo tutti fritti. In Italia, soprattutto al Sud (da secoli), pare sussistere una sorta di “divisione nazionale del potere”: le donne comandano in casa (e forse nella scuola), gli uomini fuori dalla casa; urge un riequilibrio e una redistribuzione del potere politico, ma le donne latitano: perché? Se un fenomeno è così esteso, antico e profondo, vuol dire che ha una valenza e una dimensione “culturale” e quindi esige una soluzione “culturale”, cioè educativa, a partire dalla famiglia e dal suo perno educativo: la madre. Scrive la psicanalista Simona Argentieri - una delle protagoniste del dibattito su l’Unita sul silenzio delle donne - (in “Specchio delle mie brame”, Psycomedia) che il rapporto con la madre è fondamentale nella costruzione della personalità di ciascuno e parla di “primitivo imprinting relazionale”.
 
Occorre una rivoluzione culturale; occorre che la donna rinunci ad una parte del suo potere tra le mura domestiche - dove si formano i paradigmi culturali, che deve contribuire a cambiare -, a favore di un suo più marcato ruolo pubblico, di una presenza più incisiva nei posti dove si fanno le leggi, che sono in rapporto biunivoco con il retaggio culturale: ne sono influenzate e lo influenzano.
 
Occorre essere consapevoli che la questione femminile, a ben vedere, è il nodo cruciale italiano, dalla cui soluzione dipendono tante altre questioni: dallo sviluppo economico alla parità uomo-donna, alle disuguaglianze di reddito e di ricchezza, alla scuola, all’educazione, alla tv, alle aziende, al Mezzogiorno.  
 
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