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Pil +0,2 per cento nel secondo trimestre 2015

 
PIL

La performance mediocre del Pil italiano nel II trimestre 2015,[1] che si inscrive in un trend negativo che, tranne il rimbalzo del 2010 e la quasi stazionarietà del 2011, dura da 7 anni (2008=-1,0; 2009=-5,0; 2010 =+1,3; 2011=+0,4 2012=-2,4; 2013=-1,8; 2014=-0,4), non è un fenomeno naturale, ma l’inevitabile conseguenza della politica economica prociclica (anziché anticiclica) imposta dall’ideologia neo-liberista - sub specie ordoliberista tedesca per renderla terminologicamente digeribile agli Europei di fede socialista -, che permea di sé sia i trattati costitutivi dell’UE, sia le altre regole adottate successivamente (ad esempio il fiscal compact). Sopperisce solo in parte l’andamento positivo della domanda estera, essendo preclusa all’Italia per volere dell’UE (lèggi: Germania) qualunque flessibilità sostanziale del parametro deficit/Pil (o, in alternativa, prendendo i soldi al 5% più ricco con un’imposta patrimoniale, come propose la Confindustria nel 2011 e Squinzi nel 2012, ma se ne sono dimenticati[2]) per stimolare la domanda interna.

La Spagna del popolare Rajoy ha una discreta performance perché è uno dei pochissimi Paesi dell’Eurozona (l’altro è la Francia) che faccia, in parte, una politica anticiclica e a cui venga permesso, per il 3° anno consecutivo, di sforare abbondantemente il limite del 3% del rapporto deficit/Pil, come premio per aver implementato la riforma del lavoro che piace alla Germania (e come pretese la Germania stessa per 3 anni tra il 2002 e il 2005).

Come si vede, alla Francia non basta neppure avere un deficit del 4%. Mentre la Germania, a causa del pareggio di bilancio e della crisi dei partner commerciali EUZ, sconta anch’essa l’effetto negativo della sua politica economica prociclica.

 

Occupazione

Com'è noto, perché si abbia un incremento dell’occupazione occorre che il Pil aumenti almeno del 2% su base annua. Quindi, jobs act o non, i disoccupati, per i prossimi 2 anni almeno, difficilmente troveranno un’occupazione.

 

Aggiustamenti degli squilibri infra Eurozona

L’Eurozona è un insieme di Paesi strutturalmente eterogenei; non sono previsti dai trattati (influenzati dall'ordoliberismo germanico) meccanismi di aggiustamento degli squilibri equamente distribuiti tra Paesi forti (sanzione dei surplus commerciali) e Paesi deboli, ma soltanto a carico dei Paesi deboli (deflazione dei salari e dei diritti), e non con trasferimenti fiscali ma attraverso i prestiti del circuito bancario privato (Target2), con le storture che abbiamo visto nel caso della Grecia. La Germania (e l’Olanda) sfora da anni la soglia del 6% (già di per sé sovradimensionata e fatta a sua misura), ma non viene sanzionata, né può esserla.[3]

 

BCE

L’ideologia ordoliberista tedesca ha influenzato anche – forse soprattutto – lo statuto della BCE,[4] che è soltanto un po’ meno rigido di quello della Bundesbank, ma prevede anch’esso che l’obiettivo principale sia la stabilità dei prezzi (“sotto, ma vicino, al 2%”). Fatto salvo questo, essa ha, però, anche l’obiettivo di sostenere le politiche economiche dell’UE fissate dall’art. 3 del TUE, tra cui “una crescita equilibrata” e “la piena occupazione”. Sotto questo aspetto, con la deflazione o l’inflazione molto sotto target e la crisi economica ed occupazionale che perdura da 7 anni (tranne in Germania e satelliti), la BCE ha mancato e sta mancando entrambi gli obiettivi statutari, con gravi conseguenze sui popoli europei e sui Paesi debitori (tra cui l’Italia). Il QE è tardivo e insufficiente sia qualitativamente che quantitativamente, e di per sé, se non è accompagnato da una politica fiscale espansiva anticiclica (taglio di tasse e aumento di spesa) che accresca la domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette), non sarà in grado di debellare da solo la deflazione (come, ovviamente, ammette la stessa BCE).[5]

 

[1] CRESCITA ECONOMICA
Pil II trimestre 2015, Italia a +0,2% Confindustria: «Non c’è ripresa vera» Mef: «Risultato come da attese»
Squinzi: «Si devono creare le condizioni favorevoli all’impresa». Berlino cresce dello 0,4% rispetto al trimestre precedente, mentre Parigi fa registrare un risultato invariato
14 agosto 2015
http://www.corriere.it/economia/15_agosto_14/pil-secondo-trimestre-2015-germania-francia-peggio-previsto-aa37ee12-4258-11e5-ab47-312038e9e7e2.shtml
 
[2] Analisi quali-quantitativa/14/Imposta Patrimoniale
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2670796.html oppure
http://vincesko.blogspot.com/2015/04/analisi-quali-quantitativa14imposta.html
 
[3] Dialogo sul surplus commerciale eccessivo e il taglio dei salari
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2828411.html oppure http://vincesko.blogspot.com/2015/08/dialogo-sul-surplus-commerciale.html
 
[4] Allegato alla Petizione al Parlamento europeo: la Bce non rispetta il suo statuto
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2821720.html oppure http://vincesko.blogspot.it/2015/03/allegato-alla-petizione-al-parlamento.html
 
[5] La BCE a trazione tedesca le spara grosse
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2829649.html oppure
http://vincesko.blogspot.it/2015/03/la-bce-trazione-tedesca-le-spara-grosse.html
 
 
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http://vincesko.blogspot.com/2015/08/pil-02-per-cento-nel-secondo-trimestre.html
 

Dati discordanti sull’occupazione e la disoccupazione

 
INCERTEZZA
Gli scontri sulle cifre di un lavoro che non c’è
A fornire dati sull’occupazione troppe agenzie diverse. Ma la querelle sui numeri
è soprattutto figlia di una ripresa che, nonostante il Jobs act, non è ancora iniziata
di DARIO DI VICO
1 maggio 2015 | 08:32
Il caso di ieri è solo l’ultimo: mentre l’Istat rendeva noto come nel marzo 2015 il tasso di occupazione fosse calato rispetto al mese precedente dello 0,1%, nel bollettino mensile della Bce si sottolineava che «il miglioramento, in Italia e Spagna, del clima di fiducia dei consumatori ha coinciso con un calo del tasso di disoccupazione».
http://www.corriere.it/economia/15_maggio_01/gli-scontri-cifre-un-lavoro-che-non-c-e-08346440-efcb-11e4-ab0f-6f7d8bd494ab.shtml
 
 

1. Ciò che conta è il tasso di occupazione, essendo il tasso di disoccupazione influenzato dal travaso erratico degli “inattivi”. A causa di ciò, ci sono dei mesi in cui aumentano o diminuiscono sia il tasso di occupazione che quello di disoccupazione.[1]

2. Quindi ha ragione l’ISTAT e torto la BCE, che continua ad autoincensarsi per aver varato - tardivamente - il QE, per nascondere le sue gravi violazioni statutarie.[2]

3. Per “una vera ripartenza dell’economia reale”, ci vogliono molti soldi. Visto il diniego dell’UE a causa dell’opposizione della Germania, l’unico modo per trovarli è chiederli agli unici che, dopo il mastodontico, iniquo risanamento del bilancio pubblico sopportato in grandissima parte dai non ricchi, ora li hanno: il 5% delle famiglie più ricco.[3] Sono sicuro che Dario Di Vico sarà… d’accordo.

 

[1] Tasso di disoccupazione e tasso di occupazione
http://vincesko.blogspot.com/2015/04/tasso-di-disoccupazione-e-tasso-di.html
oppurehttp://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2738031.html
 
[2] La BCE a trazione tedesca le spara grosse
http://vincesko.blogspot.it/2015/03/la-bce-trazione-tedesca-le-spara-grosse.html
oppurehttp://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2829649.html
 
[3] AQQ/14-Dossier imposta patrimoniale
http://vincesko.blogspot.com/2015/04/analisi-quali-quantitativa14imposta.html
oppure http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2670796.html
 
 
Comunicato ISTAT collegato: 

Occupati e disoccupati (dati provvisori)

Dopo il calo del mese di febbraio, a marzo 2015 gli occupati diminuiscono dello 0,3% (-59 mila) rispetto al mese precedente, tornando sul livello dello scorso aprile. Il tasso di occupazione, pari al 55,5%, cala nell'ultimo mese di 0,1 punti percentuali. Rispetto a marzo 2014, l'occupazione è in calo dello 0,3% (-70 mila) e il tasso di occupazione di 0,1 punti.

I disoccupati aumentano su base mensile dell'1,6% (+52 mila). Dopo i cali registrati a dicembre e a gennaio e la lieve crescita a febbraio, a marzo il tasso di disoccupazione sale ancora di 0,2 punti percentuali, arrivando al 13%. Nei dodici mesi il numero di disoccupati è cresciuto del 4,4% (+138 mila) e il tasso di disoccupazione di 0,5 punti.

Il numero di individui inattivi tra i 15 e i 64 anni mostra un lieve calo nell'ultimo mese (-0,1%), rimanendo su valori prossimi a quelli dei tre mesi precedenti. Il tasso di inattività si mantiene stabile al 36%. Su base annua gli inattivi diminuiscono dell'1% (-140 mila) e il tasso di inattività di 0,2 punti.

Rispetto ai tre mesi precedenti, nel periodo gennaio-marzo 2015 risultano in calo sia il tasso di occupazione (-0,1 punti percentuali) sia il tasso di disoccupazione (-0,2 punti), a fronte di una crescita del tasso di inattività (+0,2 punti).

http://www.istat.it/it/archivio/158591 

 

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http://vincesko.blogspot.com/2015/05/dati-discordanti-sulloccupazione-e-la.html

 

  

On. Damiano, anche per la CIG ci sono figli e figliastri

 
Crisi: su Cig vicini a picco 2010, serve politica attenta a effetti sul lavoro
Pubblicato il sabato,15 dicembre 2012   da Cesare Damiano
 
On. Damiano,
Come Lei sa meglio di me, negli altri Paesi UE non esiste la CIG, ma gli ammortizzatori sociali universali (tranne in Grecia e in Ungheria), per cui i lavoratori di aziende decotte non vengono assistiti e classificati per anni come “occupati” (fittizi) ma come “disoccupati”.
Ne discendono alcune osservazioni.
1) il tasso di occupazione di questi Paesi non è sovrastimato ed il tasso di disoccupazione sottostimato per effetto dei lavoratori in CIG, come invece succede in Italia;
2) idem – ma al contrario -  per la quota di “inattivi” che, se ne hanno voglia, si iscrivono ai Centri per l’impiego, vengono classificati “disoccupati” (in Italia gli inattivi, cioè quelli che non hanno un lavoro e non lo cercano, non sono classificati né occupati né disoccupati) e riscuotono l’indennità di disoccupazione adeguatamente disciplinata;
3) assieme agli ammortizzatori sociali, esistono servizi attivi per l'impiego ed il reimpiego (non baracconi inefficienti come i nostri che servono soltanto a quelli che vi lavorano: soltanto il 5% trova lavoro tramite loro), che coinvolgono economicamente e operativamente le aziende che licenziano;
4) non si sussidiano posti di lavoro decotti, ma i lavoratori, sia con ammortizzatori sociali, sia con provvidenze per la casa, sia con formazione, sia con servizi attivi per il ricollocamento;
5) infine, si evita la terribile ed iniqua prassi italica dei figli (lavoratori dipendenti con certe caratteristiche) e dei figliastri (tutti gli altri), ai quali si dice: arrangiatevi!
 
PS: Se il PD vincerà, come è probabile, le prossime elezioni politiche, smetta la mentalità di ex funzionario CGIL e si conformi per la materia sopra illustrata, nell’arco della legislatura, - come è già avvenuto per le pensioni - alle regole del benchmark UE.
 
 
Glossario:
http://www.fim.cisl.it/glossario/cassaintegrazioneguadagni.asp
http://www.cisl.it/Sito-lavoro.nsf/documenti/HOMECIG%5EApertura/$file/glossarioessenzialemdl.pdf
 
 
Post collegati:

AQQ11/Lavoro precario e reddito di cittadinanza

http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580529.html 
Lettera di PDnetwork
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html 
Tasso di disoccupazione e tasso di occupazione
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2738031.html
I figli ‘pubblici’ ed i figliastri ‘privati’
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2740663.html
Promemoria delle misure anti-crisi
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2761788.html
 
 

Le proposte del Partito Democratico/1 - Lavoro

Inizio con questo post (come già fatto in PDnetwork nel corso del 2011), in attesa di quelle che verranno redatte per le elezioni politiche 2013 e per un’utile comparazione con quelle che sono presentate dai tre candidati del PD per le elezioni primarie del centrosinistra 2012, la pubblicazione delle Proposte del Partito Democratico, così come esse sono state elaborate ed approvate finora dagli organismi dirigenti del partito, corredandole di miei commenti sui punti salienti.

 

LE PROPOSTE DEL PARTITO DEMOCRATICO/1

  

LAVORO

 Le proposte del PD per il lavoro si pongono un duplice obiettivo. In primis dare una risposta all’emergenza disoccupazione che l’Italia sta vivendo specie per quanto riguarda i giovani, le donne, il Mezzogiorno.Allo stesso tempo serve restituire al lavoro il senso, il valore e la dignità che ad esso competono come elemento essenziale per l’identità delle persone,per la loro realizzazione umana e sociale, e in quanto fondamento della democrazia, secondo i principi e le norme della Costituzione.

 

Più crescita economica per più occupazione.

Creare maggiori opportunità di lavoro comporta innanzitutto ridare slancio all’economia italiana al fine di realizzare ritmi di crescita più elevati, qualificati e sostenibili. Sono quindi necessarie politiche macroeconomiche capaci di promuovere lo sviluppo - sostenute da iniziative europee dello stesso segno - accompagnate da riforme strutturali (il fisco, la scuola, la pubblica amministrazione, le liberalizzazioni, le politiche industriali per l’innovazione e la “green economy”) che permettano di aumentare la produttività del sistema economico e di renderlo più competitivo nel mercato globale. È in questo contesto che vanno inserite le misure volte a rendere il mercato del lavoro più inclusivo e dinamico ma anche meno frammentato e diseguale di quanto non sia oggi. Si tratta di sconfiggere l’incertezza di prospettive che, dentro la crisi, investe l’insieme del mondo del lavoro, come dimostrano i sondaggi che segnalano come la mancanza di lavoro o il rischio di perderlo siano le principali preoccupazioni di quasi una persona su due.

 

Un progetto per l’occupazione giovanile e femminile.

Oggi gli esclusi dal mercato del lavoro sono in primo luogo i giovani e le donne, occorre quindi dare priorità alla realizzazione di un “progetto nazionale” mirato a favorirne l’occupazione attraverso l’impegno coordinato, con obiettivi definiti e verificabili, del governo, delle regioni, delle altre autonomie locali e delle parti sociali. Un progetto alimentato, visti i vincoli di finanza pubblica, dall’utilizzo sinergico e finalizzato delle risorse dei fondi europei, nazionali, regionali e degli stessi fondi interprofessionali per la formazione. Strumenti principali di questo intervento dovrebbero essere, per i giovani:

·        il contratto di apprendistato da incentivare in relazione alla formazione impartita e fiscalmente agevolato per la sua trasformazione in lavoro stabile;

·        una nuova regolazione dei tirocini e degli stages, che impedisca gli abusi;

·        la defiscalizzazione per un primo congruo periodo di tempo delle imprese e delle attività professionali avviate da giovani.

Per promuovere l’occupazione femminile occorre invece:

·        il potenziamento dei servizi e dei sostegni economici per conciliare lavoro e famiglia;

·        universalizzare l’indennità di maternità e ripristinare le norme di contrasto alla “dimissioni in bianco”;

·        estendere il part-time agevolato e volontario;

·        utilizzare la leva fiscale per favorire le assunzioni femminili specie nelle aree più svantaggiate e per alleggerire l’imposizione sul reddito delle mamme che lavorano.

 

Contrastare la precarietà e riunificare il mercato del lavoro.

La ragione di fondo della diffusione di rapporti dilavoro precari è la loro convenienza economica. Per mettere fine a questa situazione occorre quindi agire affinché il lavoro flessibile cessi di costare meno del lavoro stabile attraverso una graduale convergenza degli oneri sociali complessivi per le due forme di lavoro, accompagnata dalla fissazione di un salario o compenso minimo e da un’integrazione fiscale per le pensioni dei lavoratori più giovani. Più in generale, per eliminare le diversità di trattamenti e di tutele che caratterizzano i rapporti di lavoro, occorre puntare su una loro progressiva equiparazione sia per quanto riguarda le misure di sostegno al reddito, attraverso la riforma degli ammortizzatori sociali (cassa integrazione, indennità di disoccupazione), sia in relazione alle protezioni sociali relative alla malattia, maternità, infortuni, dando vita così ad una base comune di diritti sociali per tutte le forme di lavoro. Non solo quindi per il lavoro dipendente ma anche per quello autonomo e professionale, secondo modalità definite da un apposito Statuto dei lavori autonomi. A queste iniziative di riunificazione del mercato del lavoro se ne devono aggiungere altre per garantirvi trasparenza e legalità, quali la lotta al lavoro nero ed irregolare,con il riconoscimento del caporalato come reato, e un costante impegno di vigilanza e di prevenzione per la salute e la sicurezza nei luoghi di lavoro.

 

Rafforzare le politiche attive del mercato del lavoro.

Il mondo del lavoro è soggetto a grandi cambiamenti e a crescente mobilità. È quindi necessario, nell’ottica della “flexicurity” europea, coniugare le misure di sostegno al reddito con politiche attive indirizzate a favorire le transizioni professionali e la ricollocazione al lavoro delle persone a maggior rischio di esclusione come gli ultra 45enni coinvolti nelle ristrutturazioni industriali. A questi fini appare indispensabile il potenziamento dei servizi pubblici per l’impiego e la collaborazione con quelli privati. Un ruolo centrale in queste politiche è ricoperto dalla formazione che va quindi riorganizzata, qualificata e resa permanente così da facilitare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro, specie in una fase come l’attuale caratterizzata dalla riorganizzazione dell’apparato produttivo e dalla trasformazione del lavoro stesso. In un’economia e in una società fondate sulla conoscenza, il costante aggiornamento culturale e delle competenze acquista un rilievo tale, da legittimare la proposta di fare della formazione un diritto di ogni singolo lavoratore lungo tutto l’arco della vita.

 

Il ruolo delle parti sociali.

La contrattazione collettiva concorre anch’essa alla creazione di maggiore e migliore occupazione. Da qui l’importanza per il Paese di un sistema di relazioni industriali moderno ed efficiente che riconosca nel contratto nazionale lo strumento irrinunciabile per la tutela generale delle condizioni di lavoro ma che estenda e valorizzi la contrattazione di secondo livello così da tener conto delle specifiche esigenze produttive ed organizzative delle singole imprese e allo stesso tempo di permettere miglioramenti salariali legati alla produttività. Per un efficace funzionamento delle relazioni industriali sono necessarie regole condivise tra le parti che garantiscano certezza ed esigibilità agli accordi sottoscritti e nel contempo riconoscano pienamente i diritti sindacali in azienda a tutte le organizzazioni rappresentative dei lavoratori. C’è però una lacuna che andrebbe colmata al più presto. Nel caso italiano, contrariamente a quanto accade nella generalità dei paesi europei, non esistono norme che prevedano la partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese: che si tratti del riconoscimento dei diritti d’informazione e di consultazione sulle scelte strategiche dell’azienda oppure, in un sistema duale di conduzione aziendale, della costituzione di comitati di sorveglianza con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori.

 

_______________________________________________________________________________________-

Meno precarietà, più sostegno alle famiglie, incentivi al lavoro femminile, tutela dei lavoratori autonomi e dei professionisti, formazione qualificata. Sviluppo, lavoro e welfare, per il “diritto unico” del lavoro. ________________________________________________________

 

http://beta.partitodemocratico.it/speciale/italiadidomani/home.htm#

 

Estrapolo alcuni punti delle proposte e vi aggiungo dei commenti (l’aggiornamento viene riportato tra parentesi quadre).

(v. http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2701358 ).

 

Un progetto per l’occupazione giovanile e femminile.

Oggi gli esclusi dal mercato del lavoro sono in primo luogo i giovani e le donne, occorre quindi dare priorità alla realizzazione di un “progetto nazionale” mirato a favorirne l’occupazione attraverso l’impegno coordinato, con obiettivi definiti e verificabili, del governo, delle regioni,delle altre autonomie locali e delle parti sociali. 

La rinascita del Sud e dell’Italia in generale passa attraverso una rivoluzione insieme economica e culturale, che deve avere come soggetto principale la donna (accrescendo sensibilmente il suo tasso di attività), ed in particolare la donna-madre.

Nella Lettera di PDnetwork (cfr. nota 18) [1], è scritto:

“Sembra proprio ci sia relazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.
Secondo il IV Rapporto Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi http://www.resetdoc.org/story/00000000366
“il tasso di occupazione femminile (cioè la percentuale di donne dai 15 anni in su che forniscono lavoro o sarebbero disponibili a farlo) si ferma al 33%, rimanendo così il più basso del mondo”.
E “gli autori del Rapporto non esitano a sostenere che proprio dalla conquista della piena autonomia da parte delle donne potrebbe partire la rinascita commerciale, economica e culturale dei paesi arabi”.
Dal Rapporto ONU sullo Sviluppo Umano 2010, si ricava che:
“I paesi arabi includono cinque dei 10 “Top Movers” ovvero le nazioni (sulle 135 oggetto della ricerca) che hanno mostrato la migliore performance nell’ISU [Indice di Sviluppo Umano] a partire dal 1970: Oman (n.1), Arabia Saudita (n. 5), Tunisia (n. 7), Algeria (n. 9) e Marocco (n.10). Nell’Indice di disuguaglianza di genere (IDG), tuttavia, gli Stati arabi registrano un ISU regionale medio del 70 percento, ben al di sopra della perdita mondiale media del 56 percento. All’ultimo posto nella classifica mondiale relativa all’IDG è lo Yemen, con una perdita ISU dell’85 percento”. http://www.perlapace.it/index.php?id_article=5479
Dal Rapporto ISTAT relativo al II trim. 2010 (tabb. 13 e 14) http://www.istat.it/salastampa/comunicati/in_calendario/forzelav/20100923_00/testointegrale20100923.pdf, si ricava che il dato aggregato italiano di inattività delle donne, pari al 48,6% (39,4% al Nord e 42,4% al Centro) è determinato dal peso negativo del Sud: “Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività della componente femminile rimane particolarmente elevato ed è pari al 63,5 per cento”, (contro il 33,7 dei maschi).
Occorrerebbe – come per i Paesi arabi – rimuovere questo macigno operando congiuntamente su due direttrici: quella economica e quella culturale”. 

Per incidere sugli aspetti culturali, in un’ottica di benchmarking,  è necessario attuare un Progetto di assistenza a domicilio alle mamme in gravidanza e nei primi 3 anni dei figli, per aggredire e rimuovere i freni culturali e innovare i paradigmi educativi (v. Educazione dei figli, in famiglia, dalla gravidanza a tre anni http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2753847.html.

Considerazioni analoghe valgono per i giovani, il cui tasso di occupazione nominale (in realtà, aggiungendo i cosiddetti “scoraggiati”, è molto più elevato) è pari al 30% [ora è al 35%, ma per una corretta interpretazione dei dati v. Tasso di disoccupazione e tasso di occupazione http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2738031.html  ].

 

Contrastare la precarietà e riunificare il mercato del lavoro.

La ragione di fondo della diffusione di rapporti di lavoro precari è la loro convenienza economica. Per mettere fine a questa situazione occorre quindi agire affinché il lavoro flessibile cessi di costare meno del lavoro stabile attraverso una graduale convergenza degli oneri sociali complessivi per le due forme di lavoro, accompagnata dalla fissazione di un salario o compenso minimo e da un’integrazione fiscale per le pensioni dei lavoratori più giovani. 

[Ante riforma Monti-Fornero] La Lettera di PDnetwork [1] pone come prioritario il superamento del mercato del lavoro “duale”, attraverso: a) la riforma del diritto del lavoro, armonizzando le proposte di legge del PD in materia (cfr. note 5, 6, 7 e 8 della Lettera); b) la decisione che il lavoro precario costi più (non come) di quello stabile; c) la riforma degli ammortizzatori sociali, introducendo il reddito di cittadinanza universale e; d) l’adeguamento del cosiddetto “tasso di sostituzione” pensionistico dei lavoratori precari.

Il dibattito nel PD è intenso, poiché non c’è una proposta univoca di riforma della normativa sul lavoro, contrapponendosi essenzialmente due visioni; quella, maggioritaria, del mantenimento dell’art. 18 (cfr. DdL Ghedini-Passoni-Treu, v. [1], nota 6) e quella di un suo superamento, ma limitatamente ai nuovi assunti (cfr. DdL Ichino, v. [1], nota 5).

Infine, per quanto riguarda il finanziamento dell’adeguamento delle pensioni dei precari, si potrebbero reperire le risorse dalla riforma delle pensioni di anzianità [ora eliminate dalla riforma Fornero, destinando tutti i cospicui risparmi ad avanzo primario], attuata secondo la proposta di legge Damiano-Baretta basata sulla flessibilità e incentivi/disincentivi, previsti dalla riforma Dini del 1995 (v., tra gli altri, un articolo su l’Unità http://cesaredamiano.files.wordpress.com/2011/11/pensioni-recuperare-il-principio-della-flessibilitc3a0.pdf ).

 

Rafforzare le politiche attive del mercato del lavoro.

Il mondo del lavoro è soggetto a grandi cambiamenti e a crescente mobilità. È quindi necessario, nell’ottica della “flexicurity” europea, coniugare le misure di sostegno al reddito con politiche attive indirizzate a favorire le transizioni professionali e la ricollocazione al lavoro delle persone a maggior rischio di esclusione come gli ultra 45enni coinvolti nelle ristrutturazioni industriali. 

E’ fondamentale che l’attuazione della riforma del lavoro eviti la solita e negativa prassi italica del tavolo monco, com’è stato anche nella normativa varata dal centrosinistra: flessibilità e non anche sicurezza.

In più, mi fa piacere rimarcare l’accenno agli over 45, che sembra preso pari pari dalla nota 9 della Lettera di PDnetwork [1]:

 [9] Studio Commissione d'indagine sull'esclusione sociale, in cui si parla anche del Reddito minimo garantito (pagg. 171-191)  http://www.commissionepoverta-cies.eu/Archivio/rapporto2010.pdf (se il  link  non è  attivo, v.  http://www.lavoro.gov.it/NR/rdonlyres/797F78C3-548D-45AE-AD46-CBA23BCE0B08/0/Rapporto_2010_def.pdf).
Sia l'ipotesi Ichino, sia l'ipotesi recente della CGIL http://www.cgil.it/Archivio/politiche-lavoro/AmmortizzatoriSociali/Riforma%20Ammortizzatori_PROPOSTA.pdf  non hanno il carattere della universalità ed esprimono un'ottica centrata sulla figura del lavoratore occupato, con un'accumulazione nel tempo di contributi a carico delle imprese, soprattutto, e dei lavoratori; per erogare, in sostanza, sussidi di disoccupazione, la prima per un arco temporale di 4 anni, la seconda di 3 anni; anche il suggerimento del governatore Draghi e la proposta di legge della deputata Marianna Madia hanno entrambi un'ottica parziale e volano basso. Disinteressandosi tutti e quattro di milioni di persone che sono forse in situazioni ancora peggiori dei precari, come ad esempio le centinaia di migliaia di OVER 45 (stimati in un milione), la più parte con famiglia a carico, rimasti disoccupati e “troppo vecchi per il lavoro, troppo giovani per la pensione”, che quasi nessuno considera.

 

Più crescita economica per più occupazione.

Creare maggiori opportunità di lavoro comporta innanzitutto ridare slancio all’economia italiana al fine di realizzare ritmi di crescita più elevati, qualificati e sostenibili. Sono quindi necessarie politiche macroeconomiche capaci di promuovere lo sviluppo - sostenute da iniziative europee dello stesso segno -accompagnate da riforme strutturali (il fisco, la scuola, la pubblica amministrazione, le liberalizzazioni, le politiche industriali per l’innovazione e la “green economy”) che permettano di aumentare la produttività del sistema economico e di renderlo più competitivo nel mercato globale.

Produttività.

La produttività è il nostro tallone d’Achille; negli ultimi 10 anni in Italia è calata dello 0,2%, mentre in altri Paesi analoghi, come la Germania e la Francia, è cresciuta di quasi il 2%, il che ha ridotto la competitività del nostro sistema-Paese e dei nostri prodotti. In questo mio commento nel blog “Percentualmente” (http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/05/27/istat-il-2010-in-30-grafici/ ), ho provato a dare qualche spiegazione sulla variabile “Produttività”; ne riporto uno stralcio:

3) Io, ai grafici sopra evidenziati, aggiungerei, per la sua alta rappresentatività della peculiarità della situazione italiana, quello sulla produttività http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/grafici/1_3.html .
Provo a fare qualche notazione.
a) La produttività è il rapporto tra la quantità o il valore del prodotto ottenuto e la quantità di uno o più fattori,richiesti per la sua produzione” Quello più oggettivo – diciamo così - è il rapporto tra quantità, perché prescinde dal prezzo-ricavo: ad esempio, il rapporto tra quantità di autovetture o frigoriferi o libri o computer prodotti ed il numero di ore lavorate impiegate nella produzione (prescindendo dalla cause, non tutte addebitabili ai lavoratori dipendenti, segnalo ad esempio che lo stabilimento polacco della FIAT produce da solo un numero di autovetture pari a quelle globalmente prodotte da tutti gli stabilimenti italiani della stessa FIAT).
b) E’ importante notare che, almeno teoricamente, dal livello di produttività e dal suo incremento nel tempo dipendono sia il livello dei salari che il loro aumento.
c) E’ quasi superfluo altresì rilevare che il livello del prezzo-ricavo (cioè di vendita) o del valore aggiunto, che è la “differenza tra il valore della produzione di beni e servizi conseguita dalle singole branche produttive e di quelli consumati (materie prime e ausiliarie impiegate e servizi forniti da altre unità produttive” http://www.istat.it/dati/catalogo/20110523_00/grafici/1_1.html ) di norma, in un mercato concorrenziale, rispecchia anche sia il livello qualitativo che il contenuto tecnologico dei prodotti, frutto,da un lato, della politica industriale di un Paese; dall’altro, della Ricerca&Sviluppo (R&S) sia privata che pubblica (v. al riguardo differenze tra Italia e Germania, entrambi Paesi a forte vocazione manifatturiera). 

Dinamica dei salari.

Per la legge dei vasi comunicanti, la globalizzazione [2] ha comportato e comporterà: a) la tendenza al livellamento dei salari (verso l’alto dei Paesi in via di sviluppo; verso il basso di quelli sviluppati); b) anche dei prezzi, ma solo in parte: un’aliquota delle merci prodotte ed esclusi tutti i servizi): c) la delocalizzazione di una parte delle industrie con conseguente perdita di posti di lavoro e; d) un peggioramento dei diritti e della normativa sul lavoro, con conseguente depauperamento di aliquote significative di lavoratori dipendenti a beneficio dei datori di lavoro, anche nei settori sottratti alla concorrenza internazionale, e l’aumento delle differenze sociali. [cfr. [1], note 2 e 4).

E’vero che “L’ascesa delle economie emergenti, e in particolare della Cina - come sostiene Hans Timmer, direttore delle Prospettive di Sviluppo - non va vista come una minaccia, ma come un’opportunità”, ma occorrono alcune cose:
1) la crescita dimensionale delle imprese italiane o la loro messa in rete per gli aspetti commerciali (incluso il marketing), e finanziari, per poter operare e competere in un mercato globale;
2) il sostegno dello Stato per gli aspetti prima citati, sia in termini di strutture in loco dedicate, sia in termini di visite periodiche dei massimi esponenti istituzionali (tranne l’allora presidente Ciampi e una presenza costante dell’ex presidente Prodi, ora in qualità di semplice docente, quasi nessuno [del governo Berlusconi] è andato in Cina!), ai quali va aggiunto il fondamentale fattore di “ricerca e innovazione”; e un potenziamento dei controlli e delle misure per limitare il dumping sociale;
3) infine, a fini di giustizia sociale, ma anche per innovare le relazioni tra i soggetti economico-sociali ed accrescere l’efficienza del Paese, una incisiva riforma della legislazione sul lavoro, sulla funzione dei sindacati, sulla partecipazione dei lavoratori all’azionariato ed al controllo delle imprese (v. appresso "Il ruolo delle parti sociali"). 

Ricerca e Sviluppo (e Innovazione) (R&S)

In merito al fattore “ricerca e sviluppo”, sarebbe utile un’analisi comparativa tra l’Italia e la Germania. In Germania, operano 80 sedi dell’Istituto Max Planck (Società Max Planck per l'Avanzamento delle Scienze), adeguatamente finanziate dallo Stato, che mettono gratuitamente a disposizione delle imprese i risultati delle loro ricerche.
Altrettanto fa l’equivalente italiano, il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche). Perché i risultati sono diversi? E’ un problema di risorse, di organizzazione, di interazione inefficiente tra l’Ente e le imprese, di insufficiente orientamento all’innovazione delle imprese? In base alla mia limitatissima esperienza, un po’ tutti questi fattori.

Provo a fare alcune considerazioni da non esperto. Il livello di propensione all’innovazione è parente stretto del livello di propensione al rischio, che, secondo me, ha due determinanti, variamente calibrate per ciascun individuo: il carattere innato, frutto dei geni, e, soprattutto, l’educazione ricevuta in famiglia (in senso lato). Che poi determinano o almeno concorrono a determinare fortemente le propensioni e le scelte future, anche, ad esempio, sul corso di studi o sul tipo di lavoro o sulla decisione di rendersi autonomi o sull’accogliere il nuovo e il diverso.
1. In 'Tecnica bancaria', il tema della propensione al rischio assume una notevole importanza, poiché da esso dipende grandemente il tipo d'investimenti: la scelta tra le forme d'investimento (tra un deposito bancario, un fondo azionario piuttosto che obbligazionario o addirittura in venture capital) è strettamente correlato sì al livello del tasso di rendimento, ma – a ben vedere – soprattutto al grado di propensione al rischio, perché i tassi di rendimento più elevati incorporano un livello di rischiosità maggiore.
2. Gli istituti finanziari e gli enti di ricerca si limitano, attraverso appositi studi statistici (sondaggi, distribuzione di questionari, interviste mirate), a fotografare il fenomeno.
3. Ma, in linea teorica, sarebbe possibile influenzare la variabile “propensione al rischio”? La domanda che ne consegue è quindi: da che cosa dipende il livello di propensione al rischio? Ecco 4 link, che danno una risposta parziale a questo quesito, da angolature diverse e complementari. “Avversione (e propensione) al rischio” http://it.wikipedia.org/wiki/Avversione_al_rischio
“Stress e propensione al rischio: le differenze fra i sessi” http://brainfactor.it/index.php?option=com_content&view=article&id=196:stress-e-propensione-al-rischio-le-differenze-fra-i-sessi&catid=23:psicologia-sociale&Itemid=3
“Il testosterone e la propensione al rischio del trader”
http://www.investireinformati.com/approfondimenti/il-testosterone-e-la-propensione-al-rischio-del-trader/
“Su 'Mente & Cervello' di Gennaio, un articolo di Valentina Murelli sulle “caratteristiche imprenditoriali” riporta che, secondo uno studio pubblicato su “Nature”, alcuni ricercatori della Cambridge University, guidati da Barbara Sahakian, hanno sottoposto 16 imprenditori e 17 manager a test neurocognitivi per valutare le loro abilità decisionali ed hanno scoperto la sostanziale differenza che c’è tra un imprenditore, che guida la propria azienda, e un manager, che gestisce quella di altri: la propensione a correre rischi.
Nei vari test, gli imprenditori si sono rivelati più propensi ad assumere rischi, inoltre, hanno dimostrato anche maggiore impulsività e flessibilità cognitiva superiore. 
Insomma, le caratteristiche del bravo imprenditore sono la “propensione al rischio e l’impulsività”.
http://marketing-vendite.blogspot.com/2009/02/propensione-al-rischio-e-impulsivita-le.html
4. Pare potersene ricavare la conferma, anche in questo caso, che il livello di propensione al rischio abbia due determinanti, variamente calibrate per ciascun individuo: il carattere innato, frutto dei geni, e l'educazione ricevuta. Che poi determinano o almeno concorrono a determinare le scelte future, anche, ad esempio, sulla scelta del corso di studi o sul tipo di lavoro.
5. L'Italia è caratterizzata e nota in Europa e forse nel mondo per l'altissimo numero di partite IVA (mi pare in totale 8 milioni), il che – al netto però del peso rilevante del lavoro autonomo, compreso quello che è tale solo formalmente -attesterebbe una notevole diffusione dello spirito imprenditoriale. Anche al Sud c'è un numero elevato di partite IVA. Ciononostante, il Politecnico di Torino – che fa anche da incubatore di nuove imprese, mettendo a disposizione il frutto delle sue ricerche – pare riesca ad attivare molte più spin-off e start-up della facoltà d'Ingegneria dell'Università “Federico II” di Napoli, anche per mancanza – diciamo così - di materia prima imprenditoriale.
6. Io sono stato, nella mia vita lavorativa, sia lavoratore dipendente, sia imprenditore, sia lavoratore autonomo. Beh, posso assicurare che, avendo una propensione al rischio bassa, credo determinata soprattutto dall'educazione, quando sono stato costretto a mutarmi in imprenditore, ho penato moltissimo ed ho impiegato diversi anni per adattarmi, ma mai del tutto.
7. Ho capito, quindi, per esperienza empirica diretta, che, al netto del carattere, vale a dire del fattore innato, l'educazione (che è l'insegnamento sostenuto, rafforzato dall'esempio) svolge un ruolo fondamentale nel determinare la propensione al rischio: che è materia prima indispensabile sia per creare un'impresa, sia per scalare una montagna, sia per passeggiare di sera in un quartiere malfamato di Napoli, sia per diventare un condottiero, sia per creare e dirigere (e contendere la leadership di) - persino in Italia - un partito nuovo, sia per decidere il proprio portafoglio titoli. 
La soluzione, quindi, è investire nell'educazione in famiglia (e nella scuola, ma dopo), innovando il paradigma educativo-culturale materno-femminile-protettivo-conservativo, influenzato storicamente e profondamente dalla Chiesa cattolica italiana.  

Questo articolo de Lavoce.info viene a bomba sul tema dell’educazione e della propensione al nuovo AIUTARE I GIOVANI A GUARDARE LONTANO  di Alessandro Rosina 12.07.2011 http://t.contactlab.it/c/1000009/2995/31126749/21279  

 

Il ruolo delle parti sociali.

[…]. C’è però una lacuna che andrebbe colmata al più presto. Nel caso italiano, contrariamente a quanto accade nella generalità dei paesi europei, non esistono norme che prevedano la partecipazione dei lavoratori nella gestione delle imprese: che si tratti del riconoscimento dei diritti d’informazione e di consultazione sulle scelte strategiche dell’azienda oppure, in un sistema duale di conduzione aziendale, della costituzione di comitati di sorveglianza con l’inserimento di rappresentanti eletti dai lavoratori. 

Sultema, allego questo mio ‘post’: Partecipazione dei lavoratori alla proprietà edal controllo delle aziende http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2586257.html,dal quale stralcio: 

Premessa: come ho riportato nella Lettera di PDnetwork alla Segreteria Nazionale: a) i salari italiani sono – e non da ora - tra i più bassi d’Europa (cfr. nota 11); b) tra i 30 paesi Ocse, oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri (cfr. nota 2).
La globalizzazione, [2] col corollario di delocalizzazioni di imprese, impone, ancor più di prima, di abbandonare le contrapposizioni pregiudiziali e di ricercare e trovare pragmaticamente soluzioni innovative, nell’interesse del Paese ed in particolare dei ceti medi e bassi.
Si sta parlando, come parte della soluzione, di partecipazione dei lavoratori alla proprietà ed al controllo (nel Consiglio di sorveglianza) delle aziende (vedansi all'interno del post linkato più sopra le proposte di legge http://www.pietroichino.it/?p=2981  ). [3]


[1] Lettera di PDnetwork  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html

[2] La globalizzazione non è un gioco equo  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2760049.html

[3] FIAT, Marchionne, cogestione e produttività http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2754319.html 

  

Articoli collegati:

I diritti alzano la voce”, per un nuovo welfare  http://video.repubblica.it/dossier/crisi-italia-2011/i-diritti-alzano-la-voce-per-un-nuovo-welfare/81239/79629

 Una tesi eterodossa della professoressa Chiara Saraceno (in calce all’articolo un mio commento). MENO TASSE PER LE DONNE: INEFFICACE E INGIUSTO di Chiara Saraceno  21.11.2011  Per favorire l'occupazione femminile il governo Monti starebbe valutando una differenziazione nella imposizione fiscale sul reddito da lavoro di donne e uomini. L'idea è inefficace e ingiusta. Inefficace perché non c'è abbassamento di aliquota che compensi una domanda di lavoro debole o nulla rivolta a donne a bassa qualifica. Ingiusta perché rischia di rivelarsi una redistribuzione da famiglie a reddito basso verso quelle a reddito alto. Più utile investire nella formazione e destinare tutte le risorse possibili all'allargamento dell'offerta di servizi di cura.  http://t.contactlab.it/c/1000009/3083/33490847/23305 

Un articolo interessante, soprattutto perché indica una opportuna de-ideologizzazione del tema (in calce un mio commento):

22 novembre 2011  Articolo 18 e Pd, mediazione possibile? Il governo Monti e le nuove norme sul lavoro: i dem si spaccheranno?  Mariantonietta Colimberti  http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/130950/articolo_18_e_pd_mediazione_possibile

 

 

 

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"Draghi ha detto che nel 2045 la spesa pensionistica sara' al 20%/PIL e non al 16%/PIL come previsto ..."
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