.
Annunci online

L'AMMUINA DEI POVERI E L'EGOISMO DEI RICCHI

           

Utili idioti.
Nel breve carteggio tra Einstein e Freud (v. “Perché la guerra?” Lettera di Albert Einstein a Sigmund Freud e risposta di quest’ultimo http://partitodemocratico.gruppi.ilcannocchiale.it/?t=post&pid=2595199), [se il link non è più attivo, v. nota in calce *] Einstein chiede a Freud perché tantissime persone (la maggioranza) arrivano a sostenere politiche di guerra, propugnate da pochi, che vanno a loro danno.
Anch’io me lo chiedo a proposito della politica economica e combatto contro sia la DISINFORMAZIONE di pochi UTILI IDIOTI ben retribuiti (spesso direttori o editorialisti di giornale), sia la scelta autolesionistica di tantissimi UTILI IDIOTI che gratuitamente appoggiano le politiche portate avanti dai governi di destra.

Ammuina.
Se la stragrande maggioranza della popolazione, in piccolissima parte composta da utili idioti ben retribuiti, la più parte gratis, non avesse l’abitudine di dividersi e di fare ammuina, come potrebbe un’esigua (in Italia) o infima (nel mondo) minoranza decidere per tutti e riuscire a “schiavizzare” il resto dell’umanità per continuare ad arricchirsi?
Io sono piuttosto individualista, ma poiché credo fermamente nella necessità di unire le forze, se si vuole perseguire il nobile obiettivo della giustizia sociale, che non è una parola vuota, ma la quintessenza del sentire democratico di sinistra riformista, a cui idealmente appartengo, ma anche un obiettivo che può essere condiviso da chi non ha una visione grettamente egoistica ed è consapevole che una distribuzione equa della ricchezza e del benessere è un vantaggio per tutti, occorre smettere l’abitudine autolesionistica di dividersi e fare ammuina, quell’ammuina che favorisce soltanto i ricchi potenti, egoisti, avidi e spietati.

Leggi di stabilità e Manovre correttive.
Faccio sommessamente notare a tutti che un’analoga consapevolezza è necessaria per contrastare adeguatamente la prassi scandalosa dell’attuale governo di destra di scaricare quasi tutto il peso del risanamento dei conti sul ceto medio-basso e sui poveri.

Brain imaging.
Quello delle aree deputate del cervello va preso cum grano salis, visto che il cervello è un organo molto complesso in buona parte ancora inesplorato. Detto questo, adesso con la tecnica dell’imaging cerebrale (brain imaging) è possibile individuare delle aree funzionali deputate. A questo proposito: il maggior cruccio di Sigmund Freud – che era laureato in medicina – fu forse proprio quello di non essere riuscito ad ottenere – dato il livello tecnologico di allora - le evidenze oggettive, neurofisiologiche della sua teoria psicanalitica.

Amore e odio.
Cito apposta la coppia amore-odio e le strutture neuronali, perché egli inferì/ipotizzò dal fatto che l'amore potesse trasformarsi molto rapidamente in odio (e viceversa) che probabilmente fossero situati in aree contigue del cervello. Tre anni fa, una ricerca inglese, proprio utilizzando la tecnica dell'imaging cerebrale, ha avuto l'evidenza scientifica che non solo sono contigui, ma che addirittura hanno una struttura neuronale parzialmente in comune. La fonte della notizia per me fu Enrico Franceschini su “Repubblica”, ma non riesco a trovare l'articolo del 2008, allora linko quest'altro che ne riprende la notizia:
http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum/neuroestetica.-cosi-la-scienza-spiega-l-arte-e-l-amore 

Egoismo e altruismo.
L’egoismo e l’altruismo pare abbiano invece una collocazione in aree diverse. E, lo so perché succede a me, sono naturalmente in competizione tra loro e, quando per un individuo, educato all’altruismo, prevale la pulsione egoistica, attivata ad esempio dal desiderio di denaro, ne risente la performance generale. Ma, a ben vedere, non succede lo stesso, anzi peggio, per l'amore e l'odio?

Qual è la causa e quale l’effetto?
E’ l’egoismo una conseguenza della ricchezza o la propensione e la determinazione ad arricchirsi un effetto della pulsione egoistica?

PSICOLOGIA
La ricerca che boccia i ricchi: "Più egoisti e insensibili"
Per realizzare lo studio uno scienziato Usa ha condotto 12 esperimenti, misurando le reazioni cerebrali e il comportamento sociale dei volontari. "Le persone di ceto più basso - spiega - sono più empatiche, portate alla compassione e all'altruismo"

 di Sara Ficocelli
16 agosto 2011
http://www.repubblica.it/scienze/2011/08/16/news/cervello_ricchi-20407007/



[*] Perchè la guerra.

Caro signor Freud,

La proposta, fattami dalla Società delle Nazioni e dal suo “Istituto internazionale di cooperazione intellettuale” di Parigi, di invitare una persona di mio gradimento a un franco scambio d’opinioni su un problema qualsiasi da me scelto, mi offre la gradita occasione di dialogare con Lei circa una domanda che appare, nella presente condizione del mondo, la più urgente fra tutte quelle che si pongono alla civiltà. La domanda è: C’è un modo per liberare gli uomini dalla fatalità della guerra? E’: ormai risaputo che, col progredire della scienza moderna, rispondere a questa domanda è divenuto una questione di vita o di morte per la civiltà da noi conosciuta, eppure, nonostante tutta la buona volontà, nessun tentativo di soluzione è purtroppo approdato a qualcosa.

Penso anche che coloro cui spetta affrontare il problema professionalmente e praticamente divengano di giorno in giorno più consapevoli della loro impotenza in proposito, e abbiano oggi un vivo desiderio di conoscere le opinioni di persone assorbite dalla ricerca scientifica, le quali per ciò stesso siano in grado di osservare i problemi del mondo con sufficiente distacco. Quanto a me, l’obiettivo cui si rivolge abitualmente il mio pensiero non m’aiuta a discernere gli oscuri recessi della volontà e del sentimento umano. Pertanto, riguardo a tale inchiesta, dovrò limitarmi a cercare di porre il problema nei giusti termini, consentendoLe così, su un terreno sbarazzato dalle soluzioni più ovvie, di avvalersi della Sua vasta conoscenza della vita istintiva umana per far qualche luce sul problema. Vi sono determinati ostacoli psicologici di cui chi non conosce le scienze mentali ha un vago sentore, e di cui tuttavia non riesce a esplorare le correlazioni e i confini; sono convinto che Lei potrà suggerire metodi educativi, più o meno estranei all’ambito politico, che elimineranno questi ostacoli.

Essendo immune da sentimenti nazionalistici, vedo personalmente una maniera semplice di affrontare l’aspetto esteriore, cioè organizzativo, del problema: gli Stati creino un’autorità legislativa e giudiziaria col mandato di comporre tutti i conflitti che sorgano tra loro. Ogni Stato si assuma l’obbligo di rispettare i decreti di questa autorità, di invocarne la decisione in ogni disputa, di accettarne senza riserve il giudizio e di attuare tutti i provvedimenti che essa ritenesse necessari per far applicare le proprie ingiunzioni. Qui s’incontra la prima difficoltà: un tribunale è un’istituzione umana che, quanto meno è in grado di far rispettare le proprie decisioni, tanto più soccombe alle pressioni stragiudiziali. Vi è qui una realtà da cui non possiamo prescindere: diritto e forza sono inscindibili, e le decisioni del diritto s’avvicinano alla giustizia, cui aspira quella comunità nel cui nome e interesse vengono pronunciate le sentenze, solo nella misura in cui tale comunità ha il potere effettivo di impone il rispetto del proprio ideale legalitario. Oggi siamo però lontanissimi dal possedere una organizzazione sovrannazionale che possa emettere verdetti di autorità incontestata e imporre con la forza di sottomettersi all’esecuzione delle sue sentenze. Giungo così al mio primo assioma: la ricerca della sicurezza internazionale implica che ogni Stato rinunci incondizionatamente a una parte della sua libertà d’azione, vale a dire alla sua sovranità, ed è assolutamente chiaro che non v’è altra strada per arrivare a siffatta sicurezza.

L’insuccesso, nonostante tutto, dei tentativi intesi nell’ultimo decennio a realizzare questa meta ci fa concludere senz’ombra di dubbio che qui operano forti fattori psicologici che paralizzano gli sforzi. Alcuni di questi fattori sono evidenti. La sete di potere della classe dominante è in ogni Stato contraria a qualsiasi limitazione della sovranità nazionale. Questo smodato desiderio di potere politico si accorda con le mire di chi cerca solo vantaggi mercenari, economici. Penso soprattutto al piccolo ma deciso gruppo di coloro che, attivi in ogni Stato e incuranti di ogni considerazione e restrizione sociale, vedono nella guerra, cioè nella fabbricazione e vendita di armi, soltanto una occasione per promuovere i loro interessi personali e ampliare la loro personale autorità.

Tuttavia l’aver riconosciuto questo dato inoppugnabile ci ha soltanto fatto fare il primo passo per capire come stiano oggi le cose. Ci troviamo subito di fronte a un’altra domanda: com’è possibile che la minoranza ora menzionata riesca ad asservire alle proprie cupidigie la massa del popolo, che da una guerra ha solo da soffrire e da perdere? (Parlando della maggioranza non escludo i soldati, di ogni grado, che hanno scelto la guerra come loro professione convinti di giovare alla difesa dei più alti interessi della loro stirpe e che l’attacco è spesso il miglior metodo di difesa.) Una risposta ovvia a questa domanda sarebbe che la minoranza di quelli che di volta in volta sono al potere ha in mano prima di tutto la scuola e la stampa, e per lo più anche le organizzazioni religiose. Ciò le consente di organizzare e sviare i sentimenti delle masse rendendoli strumenti della propria politica.

Pure, questa risposta non dà neanch’essa una soluzione completa e fa sorgere una ulteriore domanda: com’è possibile che la massa si lasci infiammare con i mezzi suddetti fino al furore e all’olocausto di sé?

Una sola risposta si impone: perché l’uomo ha dentro di sé il piacere di odiare e di distruggere. In tempi normali la sua passione rimane latente, emerge solo in circostanze eccezionali; ma è abbastanza facile attizzarla e portarla alle altezze di una psicosi collettiva. Qui, forse, è il nocciolo del complesso di fattori che cerchiamo di districare, un enigma che può essere risolto solo da chi è esperto nella conoscenza degli istinti umani.

Arriviamo così all’ultima domanda. Vi è una possibilità di dirigere l’evoluzione psichica degli uomini in modo che diventino capaci di resistere alle psicosi dell’odio e della distruzione? Non penso qui affatto solo alle cosiddette masse incolte. L’esperienza prova che piuttosto la cosiddetta “intellighenzia” cede per prima a queste rovinose suggestioni collettive, poiché l’intellettuale non ha contatto diretto con la rozza realtà, ma la vive attraverso la sua forma riassuntiva più facile, quella della pagina stampata.

Concludendo: ho parlato sinora soltanto di guerre tra Stati, ossia di conflitti internazionali. Ma sono perfettamente consapevole del fatto che l’istinto aggressivo opera anche in altre forme e in altre circostanze (penso alle guerre civili, per esempio, dovute un tempo al fanatismo religioso, oggi a fattori sociali; o, ancora, alla persecuzione di minoranze razziali). Ma la mia insistenza sulla forma più tipica, crudele e pazza di conflitto tra uomo e uomo era voluta, perché abbiamo qui l’occasione migliore per scoprire i mezzi e le maniere mediante i quali rendere impossibili tutti i conflitti armati.

So che nei Suoi scritti possiamo trovare risposte esplicite o implicite a tutti gli interrogativi posti da questo problema che è insieme urgente e imprescindibile. Sarebbe tuttavia della massima utilità a noi tutti se Lei esponesse il problema della pace mondiale alla luce delle Sue recenti scoperte, perché tale esposizione potrebbe indicare la strada a nuovi e validissimi modi d’azione.

Molto cordialmente Suo

Albert Einstein

 

 

La risposta di Freud:

Caro signor Einstein,

Quando ho saputo che Lei aveva intenzione di invitarmi a uno scambio di idee su di un tema che Le interessa e che Le sembra anche degno dell’interesse di altri, ho acconsentito prontamente. Mi aspettavo che Lei avrebbe scelto un problema al limite del conoscibile al giorno d’oggi, cui ciascuno di noi, il fisico come lo psicologo, potesse aprirsi la sua particolare via d’accesso, in modo che da diversi lati s’incontrassero sul medesimo terreno. Lei mi ha pertanto sorpreso con la domanda su che cosa si possa fare per tenere lontana dagli uomini la fatalità della guerra. Sono stato spaventato per prima cosa dall’impressione della mia - starei quasi per dire: della nostra - incompetenza, poiché questo mi sembrava un compito pratico che spetta risolvere agli uomini di Stato. Ma ho compreso poi che Lei ha sollevato la domanda non come ricercatore naturale e come fisico, bensì come amico dell’umanità, che aveva seguito gli incitamenti della Società delle Nazioni così come fece l’esploratore polare Fridtjof Nansen allorché si assunse l’incarico di portare aiuto agli affamati e alle vittime senza patria della guerra mondiale. Ho anche riflettuto che non si pretende da me che io faccia proposte pratiche, ma che devo soltanto indicare come il problema della prevenzione della guerra si presenta alla considerazione di uno psicologo. Ma anche a questo riguardo quel che c’era da dire è gia stato detto in gran parte nel Suo scritto. In certo qual modo Lei mi ha tolto un vantaggio, ma io viaggio volentieri nella sua scia e mi preparo perciò a confermare tutto ciò che Lei mette innanzi, nella misura in cui lo svolgo più ampiamente seguendo le mie migliori conoscenze (o congetture).

Lei comincia con il rapporto tra diritto e forza. È certamente il punto di partenza giusto per la nostra indagine. Posso sostituire la parola “forza” con la parola più incisiva e più dura “violenza”? Diritto e violenza sono per noi oggi termini opposti. È facile mostrare che l’uno si è sviluppato dall’altro e, se risaliamo ai primordi della vita umana per verificare come ciò sia da principio accaduto, la soluzione del problema ci appare senza difficoltà. Mi scusi se nel seguito parlo di ciò che è universalmente noto come se fosse nuovo; la concatenazione dell’insieme mi obbliga a farlo.

I conflitti d’interesse tra gli uomini sono dunque in linea di principio decisi mediante l’uso della violenza. Ciò avviene in tutto il regno animale, di cui l’uomo fa inequivocabilmente parte; per gli uomini si aggiungono, a dire il vero, anche i conflitti di opinione, che arrivano fino alle più alte cime dell’astrazione e sembrano esigere, per essere decisi, un’altra tecnica. Ma questa è una complicazione che interviene più tardi. Inizialmente, in una piccola orda umana, la maggiore forza muscolare decise a chi dovesse appartenere qualcosa o la volontà di chi dovesse essere portata ad attuazione. Presto la forza muscolare viene accresciuta o sostituita mediante l’uso di strumenti; vince chi ha le armi migliori o le adopera più abilmente. Con l’introduzione delle armi la superiorità intellettuale comincia già a prendere il posto della forza muscolare bruta, benché lo scopo finale della lotta rimanga il medesimo: una delle due parti, a cagione del danno che subisce e dell’infiacchimento delle sue forze, deve essere costretta a desistere dalle proprie rivendicazioni od opposizioni. Ciò è ottenuto nel modo più radicale quando la violenza toglie di mezzo l’avversario definitivamente, vale a dire lo uccide. Il sistema ha due vantaggi, che l’avversario non può riprendere le ostilità in altra occasione e che il suo destino distoglie gli altri dal seguire il suo esempio. Inoltre l’uccisione del nemico soddisfa un’inclinazione pulsionale di cui parlerò più avanti. All’intenzione di uccidere subentra talora la riflessione che il nemico può essere impiegato in mansioni servili utili se lo s’intimidisce e lo si lascia in vita. Allora la violenza si accontenta di soggiogarlo, invece che ucciderlo. Si comincia così a risparmiare il nemico, ma il vincitore da ora in poi ha da fare i conti con la smania di vendetta del vinto, sempre in agguato, e rinuncia in parte alla propria sicurezza.

Questo è dunque lo stato originario, il predominio del più forte, della violenza bruta o sostenuta dall’intelligenza. Sappiamo che questo regime è stato mutato nel corso dell’evoluzione, che una strada condusse dalla violenza al diritto, ma quale? Una sola a mio parere: quella che passava per l’accertamento che lo strapotere di uno solo poteva essere bilanciato dall’unione di più deboli. L’union fait la force. La violenza viene spezzata dall’unione di molti, la potenza di coloro che si sono uniti rappresenta ora il diritto in opposizione alla violenza del singolo. Vediamo così che il diritto è la potenza di una comunità. È ancora sempre violenza, pronta a volgersi contro chiunque le si opponga, opera con gli stessi mezzi, persegue gli stessi scopi; la differenza risiede in realtà solo nel fatto che non è più la violenza di un singolo a trionfare, ma quella della comunità. Ma perché si compia questo passaggio dalla violenza al nuovo diritto deve adempiersi una condizione psicologica. L’unione dei più deve essere stabile, durevole. Se essa si costituisse solo allo scopo di combattere il prepotente e si dissolvesse dopo averlo sopraffatto, non si otterrebbe niente. Il prossimo personaggio che si ritenesse più forte ambirebbe di nuovo a dominare con la violenza, e il giuoco si ripeterebbe senza fine. La comunità deve essere mantenuta permanentemente, organizzarsi, prescrivere gli statuti che prevengano le temute ribellioni, istituire organi che veglino sull’osservanza delle prescrizioni - le leggi - e che provvedano all’esecuzione degli atti di violenza conformi alle leggi. Nel riconoscimento di una tale comunione di interessi s’instaurano tra i membri di un gruppo umano coeso quei legami emotivi, quei sentimenti comunitari sui quali si fonda la vera forza del gruppo.

Con ciò, penso, tutto l’essenziale è gia stato detto: il trionfo sulla violenza mediante la trasmissione del potere a una comunità più vasta che viene tenuta insieme dai legami emotivi tra i suoi membri. Tutto il resto sono precisazioni e ripetizioni.

La cosa è semplice finché la comunità consiste solo di un certo numero di individui ugualmente forti. Le leggi di questo sodalizio determinano allora fino a che punto debba essere limitata la libertà di ogni individuo di usare la sua forza in modo violento, al fine di rendere possibile una vita collettiva sicura. Ma un tale stato di pace è pensabile solo teoricamente, nella realtà le circostanze si complicano perché la comunità fin dall’inizio comprende elementi di forza ineguale, uomini e donne, genitori e figli, e ben presto, in conseguenza della guerra e dell’assoggettamento, vincitori e vinti, che si trasformano in padroni e schiavi. Il diritto della comunità diviene allora espressione dei rapporti di forza ineguali all’interno di essa, le leggi vengono fatte da e per quelli che comandano e concedono scarsi diritti a quelli che sono stati assoggettati. Da allora in poi vi sono nella comunità due fonti d’inquietudine - ma anche di perfezionamento - del diritto. In primo luogo il tentativo di questo o quel signore di ergersi al di sopra delle restrizioni valide per tutti, per tornare dunque dal regno del diritto a quello della violenza; in secondo luogo gli sforzi costanti dei sudditi per procurarsi più potere e per vedere riconosciuti dalla legge questi mutamenti, dunque, al contrario, per inoltrarsi dal diritto ineguale verso il diritto uguale per tutti. Questo movimento in avanti diviene particolarmente notevole quando si danno effettivi spostamenti dei rapporti di potere all’interno della collettività, come può accadere per l’azione di molteplici fattori storici. Il diritto si può allora conformare gradualmente ai nuovi rapporti di potere, oppure, cosa che accade più spesso, la classe dominante non è pronta a tener conto di questo cambiamento, si giunge all’insurrezione, alla guerra civile, dunque a una temporanea soppressione del diritto e a nuove testimonianze di violenza, in seguito alle quali viene instaurato un nuovo ordinamento giuridico. C’è anche un’altra fonte di mutamento del diritto, che si manifesta solo in modi pacifici, cioè la trasformazione dei membri di una collettività, ma essa appartiene a un contesto che può essere preso in considerazione solo più avanti.

Vediamo dunque che anche all’interno di una collettività non può venire evitata la risoluzione violenta dei conflitti. Ma le necessità e le coincidenze di interessi che derivano dalla vita in comune sulla medesima terra favoriscono una rapida conclusione di tali lotte, e le probabilità che in queste condizioni si giunga a soluzioni pacifiche sono in continuo aumento. Uno sguardo alla storia dell’umanità ci mostra tuttavia una serie ininterrotta di conflitti tra una collettività e una o più altre, tra unità più o meno vaste, città, paesi, tribù, popoli, Stati, conflitti che vengono decisi quasi sempre mediante la prova di forza della guerra. Tali guerre si risolvono o in saccheggio o in completa sottomissione, conquista dell’una parte ad opera dell’altra. Non si possono giudicare univocamente le guerre di conquista. Alcune, come quelle dei Mongoli e dei Turchi, hanno arrecato solo calamità, altre al contrario hanno contribuito alla trasformazione della violenza in diritto avendo prodotto unità più grandi, al cui interno la possibilità di ricorrere alla violenza venne annullata e un nuovo ordinamento giuridico riuscì a comporre i conflitti. Così le conquiste dei Romani diedero ai paesi mediterranei la preziosa pax romana. La cupidigia dei re francesi di ingrandire i loro possedimenti creò una Francia pacificamente unita, fiorente. Per quanto ciò possa sembrare paradossale, si deve tuttavia ammettere che la guerra non sarebbe un mezzo inadatto alla costruzione dell’agognata pace “eterna”, poiché potrebbe riuscire a creare quelle più vaste unità al cui interno un forte potere centrale rende impossibili ulteriori guerre. Tuttavia la guerra non ottiene questo risultato perché i successi della conquista di regola non sono durevoli; le unità appena create si disintegrano, perlopiù a causa della insufficiente coesione delle parti unite forzatamente. E inoltre la conquista ha potuto fino ad oggi creare soltanto unificazioni parziali, anche se di grande estensione, e sono proprio i conflitti sorti all’interno di queste unificazioni che hanno reso inevitabile il ricorso alla violenza. Così l’unica conseguenza di tutti questi sforzi bellici è che l’umanità ha sostituito alle continue guerricciole le grandi guerre, tanto più devastatrici quanto meno frequenti.

Per quanto riguarda la nostra epoca, si impone la medesima conclusione a cui Lei è giunto per una via più breve. Una prevenzione sicura della guerra è possibile solo se gli uomini si accordano per costituire un’autorità centrale, al cui verdetto vengano deferiti tutti i conflitti di interessi. Sono qui chiaramente racchiuse due esigenze diverse: quella di creare una simile Corte suprema, e quella di assicurarle il potere che le abbisogna. La prima senza la seconda non gioverebbe a nulla. Ora la Società delle Nazioni è stata concepita come suprema potestà del genere, ma la seconda condizione non è stata adempiuta; la Società delle Nazioni non dispone di forza propria e può averne una solo se i membri della nuova associazione - i singoli Stati - gliela concedono. Tuttavia per il momento ci sono scarse probabilità che ciò avvenga. Ci sfuggirebbe il significato di un’istituzione come quella della Società delle Nazioni, se ignorassimo il fatto che qui ci troviamo di fronte a un tentativo coraggioso, raramente intrapreso nella storia dell’umanità e forse mai in questa misura. Essa è il tentativo di acquisire mediante il richiamo a determinati princìpi ideali l’autorità (cioè l’influenza coercitiva) che di solito si basa sul possesso della forza. Abbiamo visto che gli elementi che tengono insieme una comunità sono due: la coercizione violenta e i legami emotivi tra i suoi membri (ossia, in termini tecnici, quelle che si chiamano identificazioni). Nel caso in cui venga a mancare uno dei due fattori non è escluso che l’altro possa tener unita la comunità. Le idee cui ci si appella hanno naturalmente un significato solo se esprimono importanti elementi comuni ai membri di una determinata comunità. Sorge poi il problema: Che forza si può attribuire a queste idee? La storia insegna che una certa funzione l’hanno pur svolta. L’idea panellenica, per esempio, la coscienza di essere qualche cosa di meglio che i barbari confinanti, idea che trovò così potente espressione nelle anfizionie, negli oracoli e nei Giuochi, fu abbastanza forte per mitigare i costumi nella conduzione della guerra fra i Greci, ma ovviamente non fu in grado di impedire il ricorso alle armi fra le diverse componenti del popolo ellenico, e neppure fu mai in grado di trattenere una città o una federazione di città dallo stringere alleanza con il nemico persiano per abbattere un rivale. Parimenti il sentimento che accomunava i Cristiani, che pure fu abbastanza potente, non impedì durante il Rinascimento a Stati cristiani grandi e piccoli di sollecitare l’aiuto del Sultano nelle loro guerre intestine. Anche nella nostra epoca non vi è alcuna idea cui si possa attribuire un’autorità unificante del genere. È fin troppo chiaro che gli ideali nazionali da cui oggi i popoli sono dominati spingono in tutt’altra direzione. C’è chi predice che soltanto la penetrazione universale del modo di pensare bolscevico potrà mettere fine alle guerre, ma in ogni caso siamo oggi ben lontani da tale meta, che forse sarà raggiungibile solo a prezzo di spaventose guerre civili. Sembra dunque che il tentativo di sostituire la forza reale con la forza delle idee sia per il momento votato all’insuccesso. È un errore di calcolo non considerare il fatto che il diritto originariamente era violenza bruta e che esso ancor oggi non può fare a meno di ricorrere alla violenza.

Posso ora procedere a commentare un’altra delle Sue proposizioni. Lei si meraviglia che sia tanto facile infiammare gli uomini alla guerra, e presume che in loro ci sia effettivamente qualcosa, una pulsione all’odio e alla distruzione, che è pronta ad accogliere un’istigazione siffatta. Di nuovo non posso far altro che convenire senza riserve con Lei. Noi crediamo all’esistenza di tale istinto e negli ultimi anni abbiamo appunto tentato di studiare le sue manifestazioni. Mi consente, in proposito, di esporLe parte della teoria delle pulsioni cui siamo giunti nella psicoanalisi dopo molti passi falsi e molte esitazioni?

Noi presumiamo che le pulsioni dell’uomo siano soltanto di due specie, quelle che tendono a conservare e a unire - da noi chiamate sia erotiche (esattamente nel senso di Eros nel Convivio di Platone) sia sessuali, estendendo intenzionalmente il concetto popolare di sessualità, - e quelle che tendono a distruggere e a uccidere; queste ultime le comprendiamo tutte nella denominazione di pulsione aggressiva o distruttiva.

Lei vede che propriamente si tratta soltanto della dilucidazione teorica della contrapposizione tra amore e odio, universalmente nota, e che forse è originariamente connessa con la polarità di attrazione e repulsione che interviene anche nel Suo campo di studi. Non ci chieda ora di passare troppo rapidamente ai valori di bene e di male. Tutte e due le pulsioni sono parimenti indispensabili, perché i fenomeni della vita dipendono dal loro concorso e dal loro contrasto. Ora, sembra che quasi mai una pulsione di un tipo possa agire isolatamente, essa è sempre legata - vincolata, come noi diciamo - con un certo ammontare della controparte, che ne modifica la meta o, talvolta, solo così ne permette il raggiungimento. Per esempio, la pulsione di autoconservazione è certamente esotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta a oggetti, necessita un quid della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di riconoscerle.

Se Lei è disposto a proseguire con me ancora un poco, vedrà che le azioni umane rivelano anche una complicazione di altro genere. E’ assai raro che l’azione sia opera di un singolo moto pulsionale, il quale d’altronde deve essere già una combinazione di Eros e distruzione. Di regola devono concorrere parecchi motivi similmente strutturati per rendere possibile l’azione. Uno dei Suoi colleghi l’aveva già avvertito, un certo professor G. C. Lichtenberg, che insegnava fisica a Gottinga al tempo dei nostri classici; ma forse egli era anche più notevole come psicologo di quel che fosse come fisico. Egli scoprì la rosa dei moventi, nell’atto in cui dichiarò: “I motivi per i quali si agisce si potrebbero ripartire come i trentadue venti e indicarli con nomi analoghi, per esempio ‘Pane-Pane-Fama’ o ‘Fama-Fama-Pane’.” Pertanto, quando gli uomini vengono incitati alla guerra, è possibile che si destino in loro un’intera serie di motivi consenzienti, nobili e volgari, quelli di cui si parla apertamente e altri che vengono taciuti. Non è il caso di enumerarli tutti. Il piacere di aggredire e distruggere ne fa certamente parte; innumerevoli crudeltà della storia e della vita quotidiana confermano la loro esistenza e la loro forza. Il fatto che questi impulsi distruttivi siano mescolati con altri impulsi, erotici e ideali, facilita naturalmente il loro soddisfacimento. Talvolta, quando sentiamo parlare delle atrocità della storia, abbiamo l’impressione che i motivi ideali siano serviti da paravento alle brame di distruzione; altre volte, trattandosi per esempio crudeltà della Santa Inquisizione, che i motivi ideali fossero preminenti nella coscienza, mentre i motivi distruttivi recassero loro un rafforzamento inconscio. Entrambi i casi sono possibili.

Ho qualche scrupolo ad abusare del Suo interesse, che si rivolge alla prevenzione della guerra e non alle nostre teorie. Tuttavia vorrei intrattenermi ancora un attimo sulla nostra pulsione distruttiva, meno nota di quanto richiederebbe la sua importanza. Con un po’ di speculazione ci siamo convinti che essa opera in ogni essere vivente e che la sua aspirazione è di portarlo alla rovina, di ricondurre la vita allo stato della materia inanimata. Con tutta serietà le si addice il nome di pulsione di morte, mentre le pulsioni erotiche stanno a rappresentare gli sforzi verso la vita. La pulsione di morte diventa pulsione distruttiva allorquando, con l’aiuto di certi organi, si rivolge all’esterno, verso gli oggetti. L’essere vivente protegge, per così dire, la propria vita distruggendone una estranea. Una parte della pulsione di morte, tuttavia, rimane attiva all’interno dell’essere vivente e noi abbiamo tentato di derivare tutta una serie di fenomeni normali e patologici da questa interiorizzazione della pulsione distruttiva. Siamo perfino giunti all’eresia di spiegare l’origine della nostra coscienza morale con questo rivolgersi dell’aggressività verso l’interno. Noti che non è affatto indifferente se questo processo è spinto troppo oltre in modo diretto; in questo caso è certamente mal sano. Invece il volgersi di queste forze pulsionali alla distruzione nel mondo esterno scarica l’essere vivente e non può non avere un effetto benefico. Ciò serve come scusa biologica a tutti gli impulsi esecrabili e pericolosi contro i quali noi combattiamo. Si deve ammettere che essi sono più vicini alla natura di quanto lo sia la resistenza con cui li contrastiamo e di cui ancora dobbiamo trovare una spiegazione. Forse Lei ha l’impressione che le nostre teorie siano una specie di mitologia, in questo caso neppure festosa. Ma non approda forse ogni scienza naturale in una sorta di mitologia? Non è così oggi anche per Lei, nel campo della fisica?

Per gli scopi immediati che ci siamo proposti da quanto precede ricaviamo la conclusione che non c’è speranza di poter sopprimere le tendenze aggressive degli uomini. Si dice che in contrade felici, dove la natura offre a profusione tutto ciò di cui l’uomo ha bisogno, ci sono popoli la cui vita scorre nella mitezza. presso cui la coercizione e l’aggressione sono sconosciute. Posso a malapena crederci; mi piacerebbe saperne di più, su questi popoli felici. Anche i bolscevichi sperano di riuscire a far scomparire l’aggressività umana, garantendo il soddisfacimento dei bisogni materiali e stabilendo l’uguaglianza sotto tutti gli altri aspetti tra i membri della comunità. Io la ritengo un’illusione. Intanto, essi sono diligentemente armati, e fra i modi con cui tengono uniti i loro seguaci non ultimo è il ricorso all’odio contro tutti gli stranieri. D’altronde non si tratta, come Lei stesso osserva, di abolire completamente l’aggressività umana; si può cercare di deviarla al punto che non debba trovare espressione nella guerra.

Partendo dalla nostra dottrina mitologica delle pulsioni, giungiamo facilmente a una formula per definire le vie indirette di lotta alla guerra. Se la propensione alla guerra è un prodotto della pulsione distruttiva, contro di essa è ovvio ricorrere all’antagonista di questa pulsione: l’Eros. Tutto ciò che fa sorgere legami emotivi tra gli uomini deve agire contro la guerra. Questi legami possono essere di due tipi. In primo luogo relazioni che pur essendo prive di meta sessuale assomiglino a quelle che si hanno con un oggetto d’amore. La psicoanalisi non ha bisogno di vergognarsi se qui parla di amore, perché la religione dice la stessa cosa: “ama il prossimo tuo come te stesso”.

Ora, questo è un precetto facile da esigere, ma difficile da attuare. L’altro tipo di legame emotivo è quello per identificazione. Tutto ciò che provoca solidarietà significative tra gli uomini risveglia sentimenti comuni di questo genere, le identificazioni. Su di esse riposa in buona parte l’assetto della società umana.

L’abuso di autorità da Lei lamentato mi suggerisce un secondo metodo per combattere indirettamente la tendenza alla guerra. Fa parte dell’innata e ineliminabile diseguaglianza tra gli uomini la loro distinzione in capi e seguaci. Questi ultimi sono la stragrande maggioranza, hanno bisogno di un’autorità che prenda decisioni per loro, alla quale perlopiù si sottomettono incondizionatamente. Richiamandosi a questa realtà, si dovrebbero dedicare maggiori cure, più di quanto si sia fatto finora all’educazione di una categoria superiore di persone dotate di indipendenza di pensiero, inaccessibili alle intimidazioni e cultrici della verità, alle quali dovrebbe spettare la guida delle masse prive di autonomia. Che le intrusioni del potere statale e la proibizione di pensare sancita dalla Chiesa non siano favorevoli ad allevare cittadini simili non ha bisogno di dimostrazione. La condizione ideale sarebbe naturalmente una comunità umana che avesse assoggettato la sua vita pulsionale alla dittatura della ragione. Nient’altro potrebbe produrre un’unione tra gli uomini così perfetta e così tenace, perfino in assenza di reciproci legami emotivi. Ma secondo ogni probabilità questa è una speranza utopistica. Le altre vie per impedire indirettamente la guerra sono certo più praticabili, ma non promettono alcun rapido successo. E’ triste pensare a mulini che macinano talmente adagio che la gente muore di fame prima di ricevere la farina.

Vede che, quando si consulta il teorico estraneo al mondo per compiti pratici urgenti, non ne vien fuori molto. E’ meglio se in ciascun caso particolare si cerca di affrontare il pericolo con i mezzi che sono a portata di mano. Vorrei tuttavia trattare ancora un problema, che nel Suo scritto Lei non solleva e che m’interessa particolarmente. Perché ci indigniamo tanto contro la guerra, Lei e io e tanti altri, perché non la prendiamo come una delle molte e penose calamità della vita? La guerra sembra conforme alla natura, pienamente giustificata biologicamente, in pratica assai poco evitabile. Non inorridisca perché pongo la domanda. Al fine di compiere un’indagine come questa è forse lecito fingere un distacco di cui in realtà non si dispone. La risposta è: perché ogni uomo ha diritto alla propria vita, perché la guerra annienta vite umane piene di promesse, pone i singoli individui in condizioni che li disonorano, li costringe, contro la propria volontà, a uccidere altri individui, distrugge preziosi valori materiali, prodotto del lavoro umano, e altre cose ancora. Inoltre la guerra nella sua forma attuale non dà più alcuna opportunità di attuare l’antico ideale eroico, e la guerra di domani, a causa del perfezionamento dei mezzi di distruzione, significherebbe lo sterminio di uno o forse di entrambi i contendenti. Tutto ciò è vero e sembra così incontestabile che ci meravigliamo soltanto che il ricorso alla guerra non sia stato ancora ripudiato mediante un accordo generale dell’umanità. Qualcuno dei punti qui enumerati può evidentemente essere discusso: ci si può chiedere se la comunità non debba anch’essa avere un diritto sulla vita del singolo; non si possono condannare nella stessa misura tutti i tipi di guerra; finché esistono stati e nazioni pronti ad annientare senza pietà altri stati e altre nazioni, questi sono necessitati a prepararsi alla guerra. Ma noi vogliamo sorvolare rapidamente su tutto ciò, giacché non è questa la discussione a cui Lei mi ha impegnato. Ho in mente qualcos’altro, credo che la ragione principale per cui ci indigniamo contro la guerra è che non possiamo fare a meno di farlo. Siamo pacifisti perché dobbiamo esserlo per ragioni organiche: ci è poi facile giustificare il nostro atteggiamento con argomentazioni.

So di dovermi spiegare, altrimenti non sarò capito. Ecco quello che voglio dire: Da tempi immemorabili l’umanità è soggetta al processo dell’incivilimento (altri, lo so, chiamano più volentieri questo processo: civilizzazione). Dobbiamo ad esso il meglio di ciò che siamo divenuti e buona parte di ciò di cui soffriamo.

Le sue cause e origini sono oscure, il suo esito incerto, alcuni dei suoi caratteri facilmente visibili. Forse porta all’estinzione del genere umano, giacché in più di una guisa pregiudica la funzione sessuale, e già oggi si moltiplicano in proporzioni più forti le razze incolte e gli strati arretrati della popolazione che non quelli altamente coltivati. Forse questo processo si può paragonare all’addomesticamento di certe specie animali; senza dubbio comporta modificazioni fisiche; tuttavia non ci si è ancora familiarizzati con l’idea che l’incivilimento sia un processo organico di tale natura. Le modificazioni psichiche che intervengono con l’incivilimento sono invece vistose e per nulla e quivoche. Esse consistono in uno spostamento progressivo delle mete pulsiona!i. Sensazioni che per i nostri progenitori erano cariche di piacere, sono diventate per noi indifferenti o addirittura intollerabili; esistono fondamenti organici del fatto che le nostre esigenze ideali, sia etiche che estetiche, sono mutate. Dei caratteri psicologici della civiltà, due sembrano i più importanti: il rafforzamento dell’intelletto, che comincia a dominare la vita pulsionale, e l’interiorizzazione dell’aggressività, con tutti i vantaggi e i pericoli che ne conseguono. Orbene, poiché la guerra contraddice nel modo più stridente a tutto l’atteggiamento psichico che ci è imposto dal processo civile, dobbiamo necessariamente ribellarci contro di essa: semplicemente non la sopportiamo più; non si tratta soltanto di un rifiuto intellettuale e affettivo, per noi pacifisti si tratta di un’intolleranza costituzionale, per così dire della massima idiosincrasia. E mi sembra che le degradazioni estetiche della guerra non abbiano nel nostro rifiuto una parte molto minore delle sue crudeltà.

Quanto dovremo aspettare perché anche gli altri diventino pacifisti? Non si può dirlo, ma forse non è una speranza utopistica che l’influsso di due fattori - un atteggiamento più civile e il giustificato timore degli effetti di una guerra futura - ponga fine alle guerre in un prossimo avvenire. Per quali vie dirette o traverse non possiamo indovinarlo. Nel frattempo possiamo dirci: tutto ciò che promuove l’evoluzione civile lavora anche contro la guerra.

La saluto cordialmente e Le chiedo scusa se le mie osservazioni L’hanno delusa.

Suo Sigm. Freud

 

 

 

 


ANALISI QUALI-QUANTITATIVE - 14 - IMPOSTA PATRIMONIALE


Dossier

 

Imposta Patrimoniale


Ovunque c'è grande proprietà, c'è grande diseguaglianza. Per ogni uomo molto ricco ce ne devono essere per lo meno cinquecento poveri, e l'opulenza di pochi presuppone l'indigenza di molti” (Adam Smith).

 

I nemici dell’imposta patrimoniale, misura indispensabile, sono sia il 10% di popolazione che detiene il 45% della ricchezza nazionale - il che è normale -, sia quel certo numero di “utili idioti” ben retribuiti al loro servizio – il che è comprensibile -, sia, purtroppo, la massa di milioni di “utili idioti” che gratuitamente appoggiano la politica economica di destra, dettata dal e nell’interesse del 10% predetto, e che, chissà perché, come scriveva Einstein a Freud, chiedendogli lumi, a proposito della guerra, appoggiano decisioni (o ‘non decisioni’, com’è il caso della patrimoniale) che vanno contro il loro interesse.

 

Invece, per far fronte alla terribile crisi economica ed occupazionale, che sarà lunga, è fondamentale apprestare un mix di misure che, da un lato, aumentino le tutele di welfare, riformino il mercato del lavoro, varino un corposo piano di alloggi pubblici di qualità; dall’altro, trovino le risorse finanziarie, chiamando a contribuire secondo capacità di reddito e, appunto, consistenza patrimoniale.

 

I numeri elettorali, se opportunamente spiegate e propagandate, sono dalla parte di queste misure; i partiti di centrosinistra non potranno non attuarle. Ma bisogna evitare di fare ammuina, la solita ammuina che favorisce i ricchi.

 

L’introduzione di un’imposta patrimoniale è stata suggerita, nell’ordine, da: Carlo De Benedetti, [*] Giuliano Amato, Pellegrino Capaldo, Walter Veltroni (al Lingotto2), la CGIL, Eugenio Scalfari ed altri.

 

Per chi fosse interessato, riporto un’amplissima documentazione relativa all’imposta patrimoniale, tratta da mie discussioni sul tema, proposte e svolte in PDnetwork.

 

Riporto le quattro proposte, alcuni commenti e la replica di Amato, ed infine una nota con i link alle analisi sulla ricchezza delle famiglie, elaborate dalla Banca d’Italia.

 

 

PROPOSTE:

 

Proposta di Giuliano Amato
«Se è vero che il debito pubblico è la strozza più soffocante sul collo dei nostri giovani, sarebbe responsabilità delle nostre generazioni che quel debito l'hanno creato non lasciarlo in eredità ai giovani, almeno non in questa devastante misura. Il debito è di 30 mila euro a italiano: liberarci di un terzo di esso già lo ricondurrebbe a dimensioni governabili, sotto l'80%; significherebbe pagare 10 mila euro a italiano. Ma siccome gli italiani non sono tutti uguali, potremmo mettere la riduzione a carico di un terzo degli italiani. A quel punto sarebbero 30 mila € per un terzo degli italiani, magari in due anni».
http://www.rassegnastampa.comune.roma.it/View.aspx?ID=2010122217478048-1
link sostituito da:
http://archiviostorico.corriere.it/2010/dicembre/22/Amato_finito_ciclo_patto_terzo_co_9_101222034.shtml
 
Proposta di Pellegrino Capaldo
Imposta straordinaria sulle plusvalenze immobiliari, tra il 5% e il 20% del valore corrente, per dimezzare il debito pubblico, per un ammontare complessivo di 900 miliardi, che porterebbe il debito pubblico al 59% del PIL.
http://archiviostorico.corriere.it/2011/gennaio/26/Capaldo_rebus_debito_pubblico_Ricetta_co_9_110126026.shtml  

 

Proposta di Walter Veltroni

“Portiamo il debito a quota 80 per cento, attraverso: a) revisione di tutta la spesa pubblica, settore per settore; carriere e stipendi di tutti, in alto come in basso, vanno legati alla valutazione dei risultati (cfr. nota 13 Lettera PDnetwork);  abolizione delle province nelle città metropolitane (cfr nota 15, più severa); un solo Ufficio territoriale del Governo; un solo istituto di previdenza; un nuovo modello di difesa, integrato in Europa, con meno uomini, e mezzi più sicuri ed efficaci (cfr. nota 14, in particolare Analisi quali-quantitativa delle Spese militari). b) valorizzazione del patrimonio pubblico: una quota significativa del patrimonio pubblico va conferita ad un'apposita Società, partecipata dal sistema delle Autonomie, che la paga finanziandosi sul mercato e recando a garanzia il patrimonio ricevuto. Tutte le risorse acquisite, dal primo all’ultimo centesimo, sono usate dallo Stato per ridurre il debito, mentre la Società sarà libera di valorizzare il patrimonio come meglio crederà, fermi restando i vincoli culturali, ambientali e storico-paesaggistici (cfr. nota 10); c) al 10% degli Italiani che detengono il 45% della ricchezza (cfr. nota 2): «per abbattere il debito più rapidamente, ho bisogno del vostro aiuto:vi chiedo un contributo straordinario per tre anni per far scendere il debito in modo rapido verso dimensioni più rassicuranti»”.

http://www.scuoladipolitica.it/web/magazine.aspx?did=412
link sostituito da:
http://www.partitodemocratico.it/doc/202350/veltroni-al-lingotto-fuori-dal-900.htm
link non più attivo, sostituire con:
http://www.unita.it/polopoly_fs/1.267624.1295711208!/menu/standard/file/LINGOTTO2.doc  oppure 
http://www.ilpost.it/2011/01/23/veltroni-lingotto-2011/

 

Proposta della CGIL

Sintesi  http://www.cgil.it/dettagliodocumento.aspx?ID=16043 

Documento completo  http://host.ufficiostampa.cgil.it//Documenti//private/CGIL_ImpostaGrandiRicchezze_26mar11.pdf

 


COMMENTI:

1) Conti pubblici, Fassina: "Proposta Capaldo sbagliata e iniqua"
di Stefano Fassina, pubblicato il 26 gennaio 2011
http://beta.partitodemocratico.it/doc/202518/conti-pubblici-fassina-proposta-capaldo-sbagliata-e-iniqua.htm

2) Debito pubblico Le ipotesi L'intervista «La proposta Amato? Non sarebbe sufficiente». Intervenire su immobili e patrimoni consentirebbe di affrontare la mole dell' esposizione dello Stato
Capaldo: rebus debito pubblico Ricetta possibile la privatizzazione
«Imposta sulle plusvalenze immobiliari tra il 5 e il 20% per liberare risorse»
Macaluso Antonio (26 gennaio 2011)
http://archiviostorico.corriere.it/2011/gennaio/26/Capaldo_rebus_debito_pubblico_Ricetta_co_9_110126026.shtml

3) Foglio di venerdì 28 gennaio 2011
"Le patrimoniali di Amato e Capaldo non scaldano né Pd né Terzo polo"
di Arnese Michele
http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2011012817745935-1

link sostituito da:

http://www.cnel.it/Cnel/view_groups/download?file_path=/shadow_rassegna_stampa/attachments/000/350/858/035-X1UM3.pdf


4) "Patrimoniale? Commenti concordi: Berlusconi fa propaganda, ma la crisi finanziaria incombe"
01 febbraio 2011
http://www.blitzquotidiano.it/economia/patrimoniale-berlusconi-capaldo-ichino-amato-crisi-733440/

5) "Patrimoniale? Ricolfi sconsiglia"
di Andrea Testa
01 febbraio 2011
http://www.ilriformista.it/stories/Prima%20pagina/337236/

6) "Imposta patrimoniale, una buona intenzione che fa danni"
di Gilberto Muraro 01.02.2011
Il ripristino dell'Invim appare tecnicamente impraticabile nell'immediato. Perché è impensabile un aggiornamento generalizzato del catasto. E il solo parlarne spaventa i risparmiatori, spingendoli a investire meno o all'estero. Occorre invece attuare la lotta all'evasione, la privatizzazione del patrimonio pubblico, l'inasprimento della tassazione sulle rendite finanziarie. Se poi il governo avesse il coraggio di rimediare ai propri errori, potrebbe varare il ripristino dell'Ici sulla prima casa.
http://www.lavoce.info/articoli/pagina1002130.html 

7) Europa
2 febbraio 2011
"La patrimoniale è bruttissima. Il Pd prova a non fare autogol"
Letta anticipa la linea Bersani: loro quelli delle tasse. E Veltroni precisa
(…). Sulla patrimoniale Salvati consiglia quindi di tacere e di rinviare la discussione al momento opportuno.
Contrario alla supertassa anche l’ex ministro Vincenzo Visco, uno che non si è mai posto il problema dell’impopolarità delle proposte fiscali, il quale continua a preferire la strada dell’aumento delle aliquote sulle rendite finanziarie. Anche lo stesso Veltroni negli ultimi giorni sembra avere corretto il tiro sulla patrimoniale («mai usato questa parola») e precisato che si tratterebbe di una misura comunque secondaria rispetto a una serie di altre proposte che rappresentano invece il cuore del Lingotto 2.
Prodi ha spiegato al Riformista che «già all’epoca dell’insediamento del mio primo governo nel 1996 ci ponemmo la questione di come affrontare il problema dei conti pubblici. C’erano due strade: la strategia della formichina e quella della botta secca, la patrimoniale appunto. Scegliemmo la prima strada e non ce ne siamo pentiti. Se il paese non ha sbracato lo si deve all’applicazione di quella linea, che però ovviamente non permette di risolvere il problema alla radice».
Già, ma perché il problema alla radice deve risolverlo solo un partito e alla vigilia di una campagna elettorale? Perché il prezzo lo deve sempre pagare solo il centrosinistra? Anzi, per una volta il Pd può provare a ricordare la lezione di George Lakoff, il guru della comunicazione politica, quello di Non pensare all’elefante. Appunto, non pensiamo alla patrimoniale.
Giovanni Cocconi
http://www.europaquotidiano.it/dettaglio/124280/la_patrimoniale_e_bruttissima_il_pd_prova_a_non_fare_autogol

link sostituito da:

http://www.europaquotidiano.it/2011/02/01/la-patrimoniale-e-bruttissima-il-pd-prova-a-non-fare-autogol/

8) “Patrimonio all'italiana”
02/02/2011
Chi si rivede, la patrimoniale. Il come e perché di un'imposta utile, che può portare come gettito un punto di Pil. Purché non sia una mossa disperata e straordinaria – come pare da certe proposte –, e si regga su tre pilastri stabili: il patrimonio finanziario, gli immobili, i gruppi d'impresa
http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/italie/Patrimonio-all-italiana-7587

9) “Siamo a rischio bancarotta? Ci vuole la patrimoniale?”
dei professori di economia (in università Usa) Alberto Bisin, Michele Boldrin e Sandro Brusco
3 febbraio 2011
http://www.borsaplus.com/wdbplus/?p=484

10) Foglio di venerdì 4 febbraio 2011
"Caro prof. Capaldo, le spiego perché la sua è una patrimoniale"
di Forte Francesco
http://rassegnastampa.mef.gov.it/mefnazionale/View.aspx?ID=2011020417806835-1ù

link sostituito da:

http://www.cnel.it/Cnel/view_groups/download?file_path=/shadow_rassegna_stampa/attachments/000/354/778/080-X7WT7.pdf

11) "Non funzionerà, parola di Visco"
di Vincenzo Visco
04 febbraio 2011
http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-02-04/funzionera-parola-visco-082903.shtml

12) “Per Eugenio Scalfari la patrimoniale la vuole Berlusconi”
4 febbraio 2011
La patrimoniale, la stanno rimettendo nei comuni, queste imposte sono un'imposta patrimoniale
Per Eugenio Scalfari la patrimoniale non la vuole la sinistra quanto invece il premier Silvio Berlusconi. In un’intervista andata in onda su Repubblica nel corso della riunione mattutina di ieri della redazione, il fondatore di Repubblica ha contestato che sia stata la sinistra a parlare di patrimoniale, mentre, piuttosto, sarebbe il governo che, nei fatti, la sta già applicando.
Dopo aver ricostruito come e’ nata questa richiesta di patrimoniale (dal cattolico Pellegrino Capaldo) e di come siano stati invece fraintesi sia Giuliano Amato che Walter Veltroni (“ne’ Amato, ne’ Veltroni hanno parlato di patrimoniale, hanno parlato di un’altra cosa… in un’Italia che e’ piena di diseguaglianze crescenti tra poveri e ricchi… tra Nord e Sud, sarebbe opportuno che i ceti più abbienti contribuissero al miglioramento della situazione economica”), Scalfari ha attribuito alla manovra Tremonti un attacco vero e proprio ai redditi piu’ bassi (dipendenti, precari), mentre non una sola ‘lira’ in più hanno pagato “i ceti più abbienti”. Affrontando poi la questione dei comuni, ha ricordato che, tolta l’Ici sulla prima casa (“imposta tipica dei comuni”), sarebbero dovute arrivare risorse sostitutive dal governo, cosa che invece non si e’ verificata.
E poi la stoccata: con le misure di governo, il federalismo fiscale, ecc., “loro, che dicono che la sinistra vuole la patrimoniale, la stanno rimettendo nei comuni, queste imposte sono un’imposta patrimoniale”. Aggiunge l’intervistatore “certo perché colpisce le case”.
L’abilità della destra e in particolare di Berlusconi, e’ in definitiva “attribuire alla sinistra quello che fanno loro”, abilità da “venditori del Colosseo”. Così parlò Scalfari.
Vedi anche “Siamo a rischio bancarotta? Ci vuole la patrimoniale?”, un articolo dei professori di economia (in università Usa) Alberto Bisin, Michele Boldrin e Sandro Brusco
http://www.borsaplus.com/wdbplus/?p=490

link sostituito da:

http://www.borsaplus.com/index.php/archives/2011/02/04/per-eugenio-scalfari-la-patrimoniale-la-vuole-berlusconi/

13) REPLICA di Giuliano Amato:
«Patrimoniale: pena di morte per chi ne vuol discutere?»
di Giuliano Amato 06 febbraio 2011
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2011-02-06/patrimoniale-pena-morte-vuol-081031.shtml?uuid=Aayzh65C

 

14) “L'Imposta patrimoniale”

 Venerdì 04 Febbraio 2011 13:00 |  Author: Renato Costanzo Gatti

Non è un residuo bolscevico

Talora la cultura egemone permea di sé anche chi si ritiene alternativo e non alienato, ma estraneo al conformismo dilagante.

Dico ciò perché, nella più genuina cultura liberale, quella di Luigi Einaudi, l’imposta patrimoniale sulle successioni, era lo strumento principe per poter mettere in pratica quella eguaglianza dei punti di partenza , che è la premessa indispensabile ed irrinunciabile se vogliamo parlare seriamente di meritocrazia. Infatti parlare di merito senza affrontare la premessa dell’eguaglianza dei punti di partenza, è un atteggiamento ideologico che denuncia se non ignoranza, almeno ipocrisia.

In un abbozzo iniziale, successivamente stemperato, L. Einaudi pensava ad un’imposta di successione (tipica imposta patrimoniale) che, in una o più generazioni, realizzasse l’azzeramento delle disuguaglianze sociali di partenza (L. Einaudi “Lezioni di politica sociale” Einaudi editore pagg 231-328).

Questo per ricordare la matrice liberale, e non bolscevica, di questa imposta, su cui si può ragionare senza pregiudizi.

Il reagan-tatcherismo e l’indice Gini

http://www.socialismoesinistra.it/web/economia/44-economia-contributi/788-limposta-patrimoniale.html


15) "Scene da una patrimoniale"
Il prelievo straordinario proposto da Carlo De Benedetti e ripreso di recente da Giuliano Amato e poi da Walter Veltroni potrebbe risolvere il problema di un debito pubblico che ci costa attualmente circa 80 miliardi l’anno, ma sarebbe difficile prevederne gli effetti e ancora più difficile applicarlo in modo equo
Ruggero Paladini
07/02/2011
http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1322

16) "La patrimoniale non è una buona idea? Ne aspettiamo un’altra"
di Roberto Tamborini
11 marzo 2011
Nelle settimane scorse si è accesso l'ennesimo fuoco di paglia intorno a intenzioni vere o presunte d'introdurre una "tassa patrimoniale" alla scopo di aggredire il debito pubblico del nostro paese, e spingerlo su un sentiero di discesa. Tutti hanno guardato il dito (la patrimoniale) e non la luna (il debito pubblico). Così, chi ha bocciato la patrimoniale, non si è sentito in dovere di proporre un'alternativa valida su come abbattere in maniera sollecita la nostra montagna debitoria.
http://www.nelmerito.com/index.php?option=com_content&task=view&id=1326&Itemid=1

17) “Una patrimoniale per tornare a crescere”
Andrebbe usata non per abbattere il debito pubblico, ma per ridurre la pressione sui redditi da lavoro, in modo da alimentare la domanda e spezzare il circolo vizioso che frena lo sviluppo, A suo favore, oltre a ragioni storiche e di equità, il fatto che può essere uno strumento di politica industriale
Alfredo Recanatesi
03/03/2011
http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1336

18) "Quanto può dare una tassa sui ricchi"
Una nuova ipotesi di imposta sulle grandi fortune viene dalla Cgil, che però per il gettito fa riferimento ai valori patrimoniali dell’indagine Bankitalia, calcolati a prezzi di mercato, mentre in Italia si utilizzano oggi i valori catastali pari a circa un terzo. Anche dopo le necessarie modifiche, comunque, con il ricavato si dovrebbe ridurre l’Irpef
Ruggero Paladini
02/04/2011
http://www.eguaglianzaeliberta.it/articolo.asp?id=1348

 

19) “La ricetta: tassiamo i ricchi”

di Paola Pilati

La proposta di Luigi Abete, big del capitalismo nazionale, va dritta al punto: 'la riforma fiscale è necessaria ma l'unica soluzione è quella di spostare il carico da un ceto all'altro'. Non la patrimoniale, ma qualcosa che ci assomigli. E più Iva

21 giugno 2011

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/la-ricetta-tassiamo-i-ricchi/2154302

 

20) IMPOSTE PATRIMONIALI IN ITALIA E IN EUROPA: ALCUNI ELEMENTI PER RAGIONARE

18/02/2011 | ECONOMIA - ITALIA

di Alessandro Santoro (www.nelmerito.com del 18 febbraio 2011)

http://www.controlacrisi.org/joomla/index.php?option=com_content&view=article&id=12025&catid=35&Itemid=68

 

21) Yes we can!

Aldo Barba e Giancarlo de Vivo* - 16 Ottobre 2011

http://www.economiaepolitica.it/index.php/distribuzione-e-poverta/yes-we-can/

 

22) PROGETTO DELLE IMPRESE PER L’ITALIA

Roma 30 settembre 2011

- Applicare, sul patrimonio netto delle persone fisiche, una imposta patrimoniale annuale, ad aliquote contenute e con le necessarie esenzioni, per dare concretezza all’obbligo dichiarativo e ottenere un gettito annuale certo stabile. Si può stimare che la misura comporti un maggior gettito per l’erario di circa 6 miliardi di euro annui.

http://www.confindustria.it/Conf2004/DbDoc2004.nsf/0/b4cb2e9b9b84e42cc125791e004f26b4/$FILE/ProgettoImprese.pdf

 

23) LA RESPONSABILITÀ DELLA CLASSE DIRIGENTE

Imposta patrimoniale per chi ha di più

Pietro Modiano (presidente Nomisma)

8 luglio 2011

http://archiviostorico.corriere.it/2011/luglio/08/Imposta_patrimoniale_per_chi_piu_co_9_110708050.shtml

 

24) Manovra: CGIL, tassa sulle grandi ricchezze non siamo più soli

Per la CGIL “patrimoniali, contributi di solidarietà e tasse di successione non sono più un tabù”. A pochi giorni dallo sciopero generale del 6 settembre il sindacato torna a sottolineare l’importanza di tassare le grandi ricchezze

Ecco chi ha parlato delle varie forme di patrimoniale.

03/09/2011

http://www.cgil.it/DettaglioDocumento.aspx?ID=17152

 

25) Patrimoniale non significa crescita [nel titolo, c'è palesemente un 'non' di troppo]

di Guido Tabellini   18 settembre 2011

[…]. Vi è anche un secondo modo per concepire un’imposta patrimoniale, tuttavia: come un prelievo regolare e con un’aliquota modesta, nell’ambito di un progetto di riforme incentrato sul rilancio della crescita e sulla legalità. In questa seconda concezione, l’imposta patrimoniale non avrebbe lo scopo principale di fare cassa per abbattere il debito, bensì di creare consenso politico intorno a un progetto complessivo di riforma dello Stato e dell’economia. Per rilanciare lo sviluppo occorre una profonda trasformazione dell’economia e della pubblica amministrazione, e alcune categorie devono rinunciare ai loro privilegi. […].

http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2011-09-18/patrimoniale-significa-crescita-132210.shtml

 
26) “Squinzi apre all'ipotesi patrimoniale”
10/07/2012
http://www.tgcom24.mediaset.it/economia/articoli/1051796/squinzi-apre-allipotesi-patrimoniale-e-avverte-no-alla-macelleria-sociale.shtml


27) Fondo Monetario Internazionale, la proposta: prelievo del 10% sulla ricchezza per ridurre il debito
L'Huffington Post  | Pubblicato: 16/10/2013 

http://www.huffingtonpost.it/2013/10/16/fmi-prelievo-famiglie_n_4107293.html



28) Dimenticate l’FMI: la Germania vuole per l’Italia una Patrimoniale con il fine di abbassare il debito pubblico, ecco una prima analisi
ottobre 16, 2013 postedby Mitt Dolcino
http://scenarieconomici.it/dimenticate-lfmi-la-germania-vuole-per-litalia-una-patrimoniale-con-il-fine-di-abbassare-il-debito-pubblico-ecco-una-prima-analisi/
 
29) La Bundesbank ai Piigs: fate la patrimoniale per uscire dalla crisi
di Riccardo Sorrentino 27 gennaio 2014
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-01-27/la-germania-vuol-tassare-paesi-rischio-default-idea-pericolosa-163909.shtml
 
30) Meglio una imposta patrimoniale delle privatizzazioni
Massimo Florio - 02 novembre 2014
A fronte del nostro grande debito pubblico, il patrimonio netto dei privati in Italia (o almeno la parte che si riesce a stimare) è nell’ordine di almeno il 450% del Pil, fra i più alti del mondo (la Germania è intorno al 300%, gli Usa al 350%: dati Credit Suisse per il 2010; il Global Wealth Report del 2013 conferma che la ricchezza per ciascun adulto è maggiore in Italia (182mila Euro) che ad es. in Germania, Olanda, Austria, intorno ai 130mila Euro); stime della BCE confermano che l’Italia dispone di una ricchezza privata maggiore della Germania. Dato che il reddito pro-capite in Italia è minore che in Germania, il fatto che il patrimonio privato vi sia maggiore (e anche più concentrato) dovrebbe far concludere che se non si riescono a tassare i redditi, e i consumi lo sono già abbastanza, tassare i patrimoni è in effetti l’unica alternativa al default.
http://www.economiaepolitica.it/primo-piano/una-imposta-patrimoniale-come-alternativa-alle-privatizzazioni/


31) Fisco. Furlan: "Un bonus di 1000 euro annui per sostenere lavoratori, pensionati, incapienti e autonomi"
11/02/2015
UNA IMPOSTA SULLA GRANDE RICCHEZZA NETTA. Varare una imposta ordinaria sulla grande ricchezza netta che cresca al crescere della ricchezza mobiliare e immobiliare complessiva, con l'esenzione totale sugli imponibili delle famiglie fino a 500.000 euro di ricchezza, con l'esclusione da tale computo della prima casa di abitazione e dei titoli di Stato. L'imposta andrebbe a colpire l'ammontare complessivo dei valori mobiliari ed immobiliari con aliquote crescenti su diversi scaglioni di valore, dai 500 mila euro in su, con aliquota massima per gli scaglioni di ricchezza superiori al milione di euro. 
http://www.cisl.it/Sito.nsf/anno-sindacale/2015/02/11/fisco-furlan-proposta-riforma-fiscale-in-cinque-punti?opendocument
 
Furlan (Cisl): patrimoniale sulle case sopra i 500mila euro
17 agosto 2015
Rispunta la patrimoniale sulle case e a proporla è la leader della Cisl, Annamaria Furlan. «Si deve conciliare la giusta esigenza di esentare solo la prima casa da tutte le imposte, tassando progressivamente i grandi patrimoni immobiliari, in base alla effettiva rendita catastale al di sopra dei 500 mila euro e anche le rendite finanziarie, escludendo naturalmente i titoli di stato. Questo è il cuore della proposta di legge di iniziativa popolare che la Cisl presenterà il due settembre alla Camera, dopo aver raccolto migliaia di firme in tutta Italia, in modo da estendere il bonus fiscale di mille euro all'anno anche ai pensionati, ai lavoratori autonomi ed ai giovani», ha scritto la leader della Cisl Annamaria Furlan in una lettera alla Stampa.
http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2015-08-17/furlan-cisl-patrimoniale-case-sopra-500mila-euro-124453.shtml
 

____________________________________

 
Note:

 

1) Il 21.7 u.s., da questo ‘post’ del blog “Percentualmente” di Rosaria Amato su Repubblica http://amato.blogautore.repubblica.it/2011/07/19/il-paese-delle-disuguaglianze, ho rilevato una notevole differenza del dato della ricchezza degli immobili residenziali tra l’Agenzia del Territorio (che il giorno 18.7 scorso ha presentato i dati del suo studio) e la Banca d’Italia, la nostra più importante ed affidabile tecnostruttura (cfr. “La ricchezza delle famiglie italiane nel 2009” che ho allegato qui in passato, (v. Lettera di PDnetwork  http://vincesko.ilcannocchiale.it/2011/02/02/lettera_di_pdnetwork_alla_segr.html  
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html, nota2): 6.335 mld contro 4.800 mld, con un divario di ben 1.535 mld.

Ho fatto una breve indagine e telefonato alla Banca d’Italia ed ho scoperto che… (il resto nel primo ‘post’ allegato qui sopra). E’soltanto una curiosità, non c’è relazione tra i due numeri, e tuttavia si ricava facilmente che il solo patrimonio immobiliare residenziale italiano vale tra i 4.800 e i 6.335 miliardi di €, cioè 2,60 volte, nell’ipotesi minima, e 3,43 volte, nell’ipotesi massima, l’enorme debito pubblico italiano, pari a fine 2010 a 1.843 mld.

2) Analisi quali-quantitative/5 – La distribuzione della ricchezza

http://vincesko.ilcannocchiale.it/2010/11/18/analisi_qualiquantitative_5_di.html

http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2563890.html

3) Chiarimenti sulla patrimoniale. Intervista all’economista Maria Cecilia Guerra

Economia | febbraio 22, 2011 at 9:30 AM

di Enrico Galantini

Intervista all’economista Maria Cecilia Guerra: “Un intervento ordinario sui patrimoni, con lo scopo di alleggerire le tasse sul lavoro. Senza evasione sarebbe meno urgente”. La situazione delle nostre finanze pubbliche non consente riduzioni delle tasse.

http://www.gliitaliani.it/2011/02/chiarimenti-sulla-patrimoniale-intervista-alleconomista-maria-cecilia-guerra/ 

link sostituito da:

http://www.rassegna.it/articoli/2011/02/21/71665/si-alla-patrimoniale-ma-senza-improvvisazioni


[*] IDEE - Un'imposta sui patrimoni per detassare le buste paga
Carlo De Benedetti  - 12-09-2009
È inutile illuderci. La ripresa mondiale arriverà, ma sarà lenta e incerta. E l'Italia, senza azioni forti di politica economica, l'aggancerà tardi e male. Il governatore Mario Draghi l'ha detto con chiarezza: l'eredità della crisi per il nostro paese sarà pesante. I consumi a livello mondiale torneranno a crescere molto lentamente e non basteranno a fare da volano per le nostre esportazioni. I consumi interni, peggio, non si rianimeranno certo nei prossimi mesi, quando tante imprese (quelle che non chiuderanno) metteranno in atto processi di ristrutturazione con gravi sacrifici sul fronte dell'occupazione. Il debito pubblico non permetterà infine un programma d'investimenti pubblici tale da trainare la ripresa. 

Questa volta, insomma, l'Italia rischia davvero. Le discussioni sulla ripresa a V, a U o a W m'interessano poco. Il nostro problema è che da questo straordinario processo di ristrutturazione cui il mondo sta sottoponendo la propria economia, l'Italia rischia di uscire con le ossa rotte. Laddove le ossa sono il nostro sistema produttivo. Un sistema che nella seconda metà del 900 ha insegnato a tanti l'arte dell'innovazione, della creatività e dell'adattabilità al mercato. E che ora rischia di essere messo nelle condizioni di non poterlo più fare, condannando l'Italia, se non al declino, a uno stabile ridimensionamento del suo ruolo nell'economia mondiale. 
Siamo davanti a una situazione straordinaria, servono pertanto iniziative straordinarie. Una scossa? Quando qualcuno nelle scorse settimane l'ha proposta, il ministro Giulio Tremonti ha replicato che, più di una scossa, serve corrente continua. Io dico che servono entrambe. O meglio, serve una scossa che segni anche un cambiamento strutturale per la nostra economia. 

E vengo al dunque. Serve un abbattimento massiccio e generalizzato delle imposte sul lavoro, sulle persone fisiche e sulle società. Un intervento radicale, nell'ordine di molti punti percentuali su tutte le aliquote. Secondo i dati Ocse e Kpmg, l'Italia oggi è ai primi posti in tutte le classifiche per pressione fiscale 
. 
Malgrado le ripetute promesse di tagli, il peso del fisco resta intorno ai massimi storici. E pesa in particolare il cosiddetto "cuneo", cioè le imposte che trasformano buste paga pesanti per le imprese in buste paga leggere per i lavoratori. È soprattutto qui che bisogna agire. E bisogna farlo con un taglio tale da offrire un fattore nuovo di competitività alle imprese, ormai schiacciate nella concorrenza mondiale sulle retribuzioni; e in modo da rilanciare la propensione al consumo degli italiani, dando loro la certezza di guadagnare subito di più e di poterlo fare anche in prospettiva (fiducia che è esattamente ciò che oggi manca). 

Come si paga questa radicale cura fiscale? Certamente si può prevedere un effetto di rimbalzo sulle entrate, in considerazione del rilancio dei consumi e in genere dell'economia, a cominciare proprio dall'occupazione. Inoltre è prevedibile un effetto in termini di recupero nell'immensa area d'evasione fiscale, dal momento che diventerebbe meno attraente l'evasione. 

È ovvio che la prima obiezione a questo drastico intervento è quella della tempistica sfalsata tra taglio fiscale e ritorno attendibile sulle entrate, sfasatura che un paese ad alto debito come il nostro proprio non può permettersi. E allora, principalmente in una prima fase, penso che bisognerebbe almeno parzialmente compensare lo squilibrio fiscale introducendo una forte tassazione permanente sui patrimoni. Non si tratta, evidentemente, di tassare la prima casa a chi ha un modesto appartamento in periferia. Così come andrebbero evidentemente esclusi i beni strumentali delle imprese. 

Si tratta piuttosto di spostare il peso del fisco dalla produzione e dal lavoro alla rendita improduttiva. In Italia, secondo i dati di Via Nazionale, il 10% delle famiglie detiene oltre la metà della ricchezza patrimoniale, cioè oltre 4 mila miliardi.È su questa base imponibile che si dovrebbe incidere. Un'operazione profondamente liberale, che potrebbe trasformare la struttura fiscale ed economica del nostro paese, modernizzandola e mettendola al passo delle maggiori economie liberali del mondo. 
Anche in Germania, del resto, un paese che per molti versi ci somiglia, si discute in questi mesi di un intervento di questo tipo per favorire l'uscita dalla crisi. Peter Bofinger, presidente dei Cinque saggi cui si affida il governo federale per la politica economica, ha proposto a luglio l'introduzione di una tassa sui grandi patrimoni. «Le imposte sulle grandi ricchezze e quelle di successione sono sotto la media degli altri paesi - ha spiegato Bofinger - le tasse sul lavoro dipendente sono sopra la media degli altri paesi industrializzati. Dobbiamo lavorare per una fiscalità più giusta». 

Una proposta supportata dalle stime dell'istituto di ricerca economica Diw, per le quali l'introduzione della patrimoniale potrebbe aumentare le entrate fiscali federali di almeno 25 miliardi. Sono passati 25 anni dalla riforma fiscale del mio amico Bruno Visentini (quanto ci manca!). Dalle sue parole ho compreso come la politica fiscale sia il luogo in cui si concretizza in chiave etica il rapporto tra autorità e libertà. Ed è anche con quello stesso spirito che, in questo momento cruciale per la nostra economia, dobbiamo tornare a una grande riforma del sistema fiscale. 

Ripeto: una riforma in senso liberale, non certo vetero-comunista. Perché favorire fiscalmente chi produce e lavora, penalizzando chi accumula, come ci ha insegnato Luigi Einaudi, è l'essenza stessa del liberalismo. In fondo un amico mi segnalava un intervento del '92 di Tremonti, in cui l'attuale ministro dell'Economia proponeva di «ridurre drasticamente il numero delle tasse degli italiani e semplificarne radicalmente la struttura», sostenendo che bisognasse «incrementare la tassazione sulle cose: sulle licenze, sugli indicatori reali di reddito, sui patrimoni in bilancio, sulla raccolta delle reti finanziarie, su "status", possessi e consumi opulenti». 

Non è molto diverso da quello che propongo. Del resto, sono decenni che sento citare Einaudi come testimonial di una radicale riforma fiscale. In Italia le grandi azioni si fanno solo con le spalle al muro. La crisi ci ha messo in quella scomoda posizione. C'è da augurarci che la politica trovi la forza per mettere definitivamente in archivio quelle citazioni.
http://www.banchedati.ilsole24ore.com/doc.get?uid=sole-SS20090912001GAA
  

Post e articoli collegati:
 
Promemoria delle misure anti-crisi
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2761788.html

L’egoismo e l’arroganza dei Tedeschi ed i compiti a casa nostra
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2781980.html 

Un prestito forzoso decennale è migliore della tassa sui patrimoni
Fonte: JEAN-PAUL FITOUSSI e GABRIELE GALATERI DI GENOLA - Corriere della Sera
Mercoledì 07 Settembre 2011 09:43 -
http://rassegna.governo.it/rs_pdf/pdf/13Z3/13Z3QG.pdf
prestito forzoso decennale è migliore della tassa sui patrimoni
http://www.dirittiglobali.it/home/categorie/18-lavoro-economia-a-finanza/20225-un-prestito-forzoso-decennale-e-migliore-della-tassa-sui-patrimoni.html
 

Sfoglia luglio        settembre
temi della settimana

fake news sviluppo intellettuale commissione europea governo monti bersani banca d'italia pd italia economia curiosita' sessuali ue bce sessualità germania riforma delle pensioni fornero renzi berlusconi pensioni debito pubblico imposta patrimoniale



ultimi commenti
4/10/2018 1:30:06 PM
Gior in Lettera al Prof. Alberto Brambilla su un suo articolo con fake news sulla riforma Fornero
"Draghi ha detto che nel 2045 la spesa pensionistica sara' al 20%/PIL e non al 16%/PIL come previsto ..."
4/10/2018 1:00:55 PM
Gior in Lettera al Prof. Alberto Brambilla su un suo articolo con fake news sulla riforma Fornero
"Cosa ne dici di questo articolo? Fanno il confronto al ribasso sfruttando lo squilibrio ..."
3/27/2018 1:23:13 PM
Gior in Dialogo con Paolo Zani di Tuttoprevidenza sulle sue fake news sulle pensioni
"Sei evocato su Iceberg Finanza ..."
3/24/2018 4:20:09 PM
da magnagrecia in Dialogo con Paolo Zani di Tuttoprevidenza sulle sue fake news sulle pensioni
"Salve,A Di Maio ho inviato più volte le mie e-mail p.c. Poi, visto che continuava a straparlare ..."
3/23/2018 10:30:25 PM
Pietro in Dialogo con Paolo Zani di Tuttoprevidenza sulle sue fake news sulle pensioni
"buonasera sig. V.scopro solo ora i suoi articoli sulle Pensioni e la sua battaglia per la verità ..."


links


archivio

Blog letto1 volte

Feed RSS di questo blog Rss 2.0