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LETTERA A MARCO DEMARCO, DIRETTORE DEL "CORRIERE DEL MEZZOGIORNO" ("TERRONISMO")

           

Egr. Dott. Demarco,

 

Venerdì dell’altra settimana, ho assistito alla lunga, interessante presentazione del Suo libro "Terronismo".

Permetta a me, esperto di nulla, di esprimere alcune considerazioni, della cui lunghezza mi scuso.

 

AscoltandoVi, mi è venuto da pensare: “Certo che questi intellettuali della Magna Grecia non sanno fare 2+2 (neppure loro, come gli intellettuali che popolano i vari blog, che frequento da 2 anni e mezzo)”.
Divertenti (si fa per dire) le risposte alla domanda da Lei posta nel secondo giro della discussione: (se e) perché i meridionali sono diversi dai settentrionali.
Lei ha raccontato che un Suo collega pose questa domanda nel 1900 ai principali intellettuali italiani e che l’80% di loro rispose: per un fatto antropologico (diagnosi che io avevo anticipato alla signora, apparentemente non molto colta, che mi sedeva accanto, un po’imbarazzandola). Lei stesso ha risposto che non era d’accordo, perché secondo Lei era come accettare un determinismo della condizione del Sud. (Io subito ho pensato: se lo sente il colto Valerio_38, che sta spiegando, nel ‘post’ del blog del prof. O. su “Repubblica”, che l’evoluzione dell’uomo, da 10 mila anni a questa parte, è frutto soprattutto della cultura).

Il prof. Massimo Lo Cicero (che, detto per inciso, ha dato lo stesso mio giudizio sulla "bottegaia" Merkel) s'è tenuto sulle generali, preoccupandosi piuttosto di dire che bisogna salvare anche Napoli assieme al resto del Sud.

Il presidente della SVIMEZ, Adriano Giannola, non napoletano, ha detto che sono uguali (al che io ho... protestato, facendomi sentire da quelli seduti vicino e facendo il gesto dal fondo della sala che non ero d’accordo...).

 

Subito dopo, però, il direttore della SVIMEZ, Riccardo Padovani, che pure tendeva ad incolpare principalmente la classe dirigente meridionale (et pour cause), ha invece detto che non sono uguali, per un fatto di organizzazione (ed io ho assentito vistosamente, ma dicendo ai vicini che quella è una conseguenza).

Perché la determinante (come sto scrivendo da quasi 3 anni nei miei ‘post’ e commenti nel web, e prima altrove) è una causa "culturale, in senso antropologico" (allegando la relativa voce di Wikipedia, è buona, eccola 
http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura ). ). [Ho visto ora che Wikipedia ha modificato la voce “Cultura”, per cui riporto la versione precedente:

 Cultura (da Wikipedia, l'enciclopedia libera).

La nozione dicultura appartiene alla storia occidentale. Di origine latina, proviene dal verbo "coltivare". L'utilizzo di tale termine è stato, poi, esteso, a quei comportamenti che imponevano una "cura verso gli dei": così il termine "culto".

Il concetto moderno di cultura può essere inteso come quel bagaglio di conoscenze ritenute fondamentali e che vengono trasmesse di generazione in generazione. Tuttavia il termine cultura nella lingua italiana denota due significati principali sostanzialmente diversi:

•           Una concezione umanistica o classica presenta la cultura come la formazione individuale, un’attività che consente di "coltivare" l’animo umano (deriva infatti dal verbo latino "colere"); in tale accezione essa assume una valenza quantitativa, per la quale una persona può essere più o meno colta.

•           Una concezione antropologica o moderna presenta la cultura come il variegato insieme dei costumi, delle credenze, degli atteggiamenti, dei valori, degli ideali e delle abitudini delle diverse popolazioni o società del mondo. Concerne sia l’individuo sia le collettività di cui egli fa parte. In questo senso il concetto è ovviamente declinabile al plurale, presupponendo l'esistenza di diverse culture, e tipicamente viene supposta l'esistenza di una cultura per ogni gruppo etnico o raggruppamento sociale significativo, e l'appartenenza a tali gruppi sociali è strettamente connessa alla condivisione di un'identità culturale].


E pensare che nel Suo libro c’è, la spiegazione: quando Lei riporta, per stigmatizzare il razzismo all’incontrario del movimento neo-borbonico contro il Nord, la frase orgogliosa del principe di Salina, ne “Il Gattopardo”, quando in inglese dice: “ I Garibaldini sono venuti per imparare le nostre buone maniere, perché noi siamo dei”.
Ma la spiegazione è nel passo del "Gattopardo", in cui il principe, rivolto agli ufficiali inglesi che gli sottolineano la bellezza del suo palazzo, appetto alla bruttezza e sporcizia del quartiere, risponde: “I Siciliani si credono dei e quindi perfetti, non hanno bisogno di migliorare”.
Questo è il vero sostrato cultural-antropologico (alimentato-aggravato dal matriarcato e dall’influenza di mamma-Chiesa) dell’arretratezza del Sud.

E mi sono ripromesso di scriverLe.

 

Perché non dipende (solo) dal clima. Riporto da un mio scritto di qualche anno fa.

“[…]. Nell’Italia del Rinascimento, si è concretizzata quella condizione fortunata che Robert Musil, ne “L’uomo senza qualità”, sintetizza nella felice espressione “La forza di un popolo è conseguenza dello spirito giusto, e non vale l’inverso”.

Perché, dunque, negli Italiani non si crea lo “spirito giusto”, anzi ad esso si è da tempo sostituito uno “spirito negativo”, sia al Sud che al Centro-Nord, che ne sostanzia un atteggiamento pessimistico-irrazionale? Come fare per ricrearlo?

Io ho provato, ottimisticamente, a capovolgere la domanda: in un popolo, lo “spirito giusto” si realizza naturalmente se non vi si frappongono freni ed ostacoli; quali possono essere questi freni ed ostacoli – profondi, antichi e diffusi – se non di tipo culturale (in senso antropologico e non)? Essi, poi, sono il sostrato – e ne amplificano gli effetti – di quelli pur esistenti e reali, quali l’insicurezza, la precarietà, talora l’impoverimento, la criminalità, l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, il conflitto perenne tra i partiti politici.

 

Limitandomi al Sud, due, a mio avviso, sono i principali freni ed ostacoli “culturali” al cambiamento: il primo è quello riassumibile nell’espressione “ogni meridionale si crede un padreterno, quindi perfetto, non ha bisogno di migliorare” (Tomasi di Lampedusa lo scrive ne Il Gattopardo, riferendosi ai Siciliani); ma è da leggere, ovviamente, in senso opposto: in Ricordi della casa dei morti, il grande scrittore russo Dostoevskij scrive: “Di certo si doveva credere un uomo molto intelligente, come accade per solito a tutti gli uomini ottusi e limitati”. L’altro freno è rappresentato dalla donna meridionale: tesi solo apparentemente semplicistica e datata, sicuramente provocatoria e piuttosto “pericolosa”. Senza alcun intento anti-femminista, anzi come frutto di una lunga e profonda riflessione partita da un pregiudizio inizialmente positivo, io reputo la donna meridionale (prepotenza privata, assenza pubblica: binomio forse non casuale) uno dei principali fattori di conservazione e di freno nel Sud (caratteri comunque molto sottovalutati o sottaciuti), soprattutto nel suo ruolo di mamma e/o d’insegnante. (Scriveva Sigmund Freud, nel 1908, in uno scritto intitolato “La morale sessuale ‘civile’ e il nervosismo moderno”: “[…] L’educazione proibisce alle donne d’interessarsi intellettualmente di problemi sessuali, benché provino tuttavia un’estrema  curiosità per essi, e le intimorisce condannando tale curiosità come non femminile e come segno di disposizione peccaminosa. In questo modo rifuggono da qualsiasi forma di pensiero e il sapere perde ai loro occhi ogni valore. […] Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale.” – A me pare una spiegazione illuminante, plausibile, forse ancora attuale.).

Con qualche attenzione anche al ruolo di mamma Chiesa (con la quale il cittadino laico riesce a instaurare facilmente un dialogo ed un rapporto proficuo sul versante della “solidarietà” – uno dei due pilastri della laicità – ma non altrettanto su quello della “tolleranza” – l’altro pilastro della laicità – e dell’agire civico): mamma + insegnante-donna (oggigiorno, la stragrande maggioranza del corpo docente) + Chiesa sono state e sono oggi – forse ancora di più – una miscela formidabile e preponderante nell’educazione delle generazioni meridionali. Io credo fermissimamente che il Sud (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri (e di amministratori pubblici) congruamente severi – quasi assenti - e meno di mamme, onnipresenti. Scrive Anna Maria Ortese ne Il mare non bagna Napoli: “Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni”.

 

Quali proposte si possono allora avanzare per la Campania (e il Sud)?

Fra di esse vi devono essere certamente l’adeguamento infrastrutturale, l’incremento della spesa in ricerca e innovazione, una maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione ed un feroce contrasto alla criminalità organizzata. Ma la più importante, la premessa perché quelle prima indicate possano essere davvero efficaci, è la riforma culturale. Essa – poiché gli investimenti in infrastrutture, in ricerca, ecc., pur necessari, non possono bastare – è la condizione principale per far vivere alla Campania (e al nostro Mezzogiorno) una potente e dinamica stagione di sviluppo, capace di colmare gradualmente e definitivamente il divario con il resto del Paese e con il resto d’Europa. Lo scarso apporto delle donne all’economia del Sud rende questa radicale trasformazione culturale assolutamente non più rinviabile. Se il reddito pro capite della Campania facesse registrare – rispetto a quello della Lombardia, attualmente quasi doppio – un differenziale positivo pari mediamente al +2% annuo, impiegherebbe circa 34 anni a colmare il divario, circa 68 anni se il differenziale favorevole fosse del +1%.

Per la Campania (e il Sud), occorre, quindi, delineare una strategia e definire dei programmi e dei progetti – scolastici, culturali, economici – che attuino un piano integrato le cui direttrici di attacco seguano questa successione logica: creazione dello spirito giusto à rimozione degli ostacoli al suo naturale dispiegarsi à riforma culturale à soggetto e oggetto protagonista: soprattutto la donna, da trasformare da problema e fattore di conservazione a risorsa e motore del cambiamento, attraverso un’azione di sostegno corposo e a lungo termine,indirizzata:

a) alle famiglie, a partire dalle donne in gravidanza e nei primi 3 anni di vita dei figli (dopo forse è già tardi), seguendo – in una sana logica di benchmarking – i dettami del migliore, più innovativo, più efficace e meno costoso metodo, quello finlandese (cfr., tra l’altro, l’illuminante articolo del prof. Massimo Ammaniti su la Repubblica del 26.7.2007 “Bambini, prendiamo esempio dalla Finlandia” http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2007/07/26/bambini-prendiamo-esempio-dalla-finlandia.html), un metodo capace più e meglio degli altri di affrontare, in un’ottica di prevenzione, oltre al rischio – quantificabile nel 20% circa dei casi – di fenomeni di depressione della madre e di problemi altrettanto seri, di vario genere, riguardanti i piccoli figli, anche l’inconsapevole e meccanico “trasferimento” – a causa della coazione a ripetere che perpetua una “catena”, che va quindi spezzata in tempo – dalla madre al figlio – ed ancor più alla figlia – di comportamenti inconsapevolmente dannosi e pregiudizievoli allo sviluppo affettivo normale del figlio, origine di futuri problemi;

b) alla scuola: riequilibrio del rapporto numerico docenti uomini-donne; miglioramento delle performance didattiche, segnatamente in matematica; incremento delle iscrizioni alle Facoltà scientifiche e del numero dei laureati – assoluto e relativo – nelle stesse (Adam Smith, ne La Ricchezza delle Nazioni, critica l’eccessivo numero di avvocati in Gran Bretagna, poiché – scrive – solo 1 avvocato su 20 può campare bene dei proventi della sua professione); immissione nel circuito educativo di tonnellate, vagoni, bastimenti di logica (siamo o no la Magna Grecia?) e di sano pragmatismo (vogliamo o no avvicinarci ai paesi più evoluti): logica greca e pragmatismo anglosassone, per dare nuova linfa all’albero bimillenario della nostra civiltà meridionale, per farci dire, con il grande imperatore romano Adriano: […] tutto quel che c’è in noi di armonico, cristallino e umano ci viene dalla Grecia. Ma mi veniva fatto, a volte, di dire a me stesso ch’era stato necessario il rigore un po' austero di Roma, il suo senso della continuità, il suo gusto del concreto, per trasformare ciò che in Grecia restava solo mirabile intuizione dello spirito, nobile slancio dell’animo, in realtà.” (Margherite Yourcenar, Memorie di Adriano;

c) agli organismi socio-culturali (ivi incluse le Parrocchie: abbiamo ora a Napoli un arcivescovo – il cardinale Crescenzio Sepe – che è di tutta evidenza persona capace, concreta, intelligente, teniamone conto noi laici): divulgazione di modelli femminili positivi – esempi di passione civile e civiche virtù – come Eleonora Pimentel Fonseca, la quale – nel ritratto che ne fa Benedetto Croce nel bel libro La Rivoluzione napoletana del 1799 – ascrive in parte l’arretratezza del suo paese d’origine, il Portogallo, alla “negligenza delle scienze matematiche […] giacché nelle nazioni illuminate i gradi di felicità son da calcolarsi in quelli degli avvanzamenti in queste scienze”; attenzione particolare ai concreti processi educativi riguardanti le donne (“Chi educa un bambino educa un uomo, chi educa una bambina educa una famiglia”), per misurarne le ricadute pratiche, anche quelle di ordine sociale (come ad esempio nel caso della gestione della spazzatura a P., dove la maggioranza, costituita all’80% da donne, vecchie e giovani, non rispetta, nonostante reiterate sollecitazioni, né gli orari né le modalità di deposito: il grave problema della spazzatura a P. e in Campania è un problema che andrebbe “declinato” essenzialmente… al femminile); diffusione e promozione assidua di concetti-guida quali “Io, meridionale, non sono un padreterno, quindi perfetto: posso migliorare”, o anche “La lamentela è peccato”, e di insegnamenti culturali favorenti il senso civico, l’etica della responsabilità, la propensione al rischio, la partecipazione (“Tutti erano indifferenti qui quelli che desideravano salvarsi. Commuoversi, era come addormentarsi sulla neve” – ancora dal Il mare non bagna Napoli, libro “terribile”, ma per alcuni aspetti forse più illuminante di tanti testi di sociologia, scritto – mi piace rimarcarlo – da una donna). […]”.

 

La mancanza di organizzazione, concretezza, pragmatismo deriva dal clima? Non so, può darsi. Io però penso che è un prodotto essenzialmente della cultura (nel duplice senso: classico e soprattutto moderno, v. sopra), nelle forme e nello stadio in cui è in un dato periodo storico (pensiamo ai Romani, appunto, o agli Arabi).

 

Ovviamente, qui non si parla della capacità del singolo (io, meridionale, ad esempio, sono un buon organizzatore; è successo nel breve periodo in cui svolsi un’attività politica e sociale che, quando si voleva esser sicuri della riuscita di un progetto, venivano a chiamare me, ed allora io vincevo la mia pigrizia e diventavo un “tedesco”), ma del popolo, del sistema-Paese, come si dice ora. Ma naturalmente è estremamente difficile, anzi impossibile, creare un sistema-Paese efficiente se ognuno si crede un dio, quindi perfetto. E' quasi superfluo aggiungere che, come scriveva Dostoevskij, tutti gli ottusi si credono perfetti. Il Sud è strapieno di individui, a tutti – proprio tutti – i livelli, che si credono perfetti.

 

Che fare?

 

Diffondere, attraverso l’educazione, tonnellate, vagoni, bastimenti di logica e pragmatismo!

Ripeto: non soltanto la logica (greca), ma anche il pragmatismo (anglosassone) o, se preferisce, la concretezza romana.

 

Educazione.

Fascia d’età critica.

Il periodo fondamentale è dalla gravidanza a 3 anni! E’ in questo lasso di tempo che si formano le sinapsi, che legano i neuroni, ma esse si fissano a condizione che vengano utilizzate/stimolate dall’educazione. Riporto il passo scritto da Valerio_38, che lo spiega bene:

Le moderne neuroscienze hanno dimostrato che la nostra specie è affetta da una eccezionale neotenia, cosicché il cervello di un bambino appena nato è ancora immaturo. Possiede già l’intero patrimonio di neuroni (circa cento miliardi), ma tutti quei neuroni sono pressoché privi di collegamenti fra di loro. Lo sviluppo dei collegamenti (assoni e sinapsi) avviene gradualmente nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, in parallelo alla vita fuori dall’utero. I collegamenti (in media circa diecimila per ciascun neurone) sembra si sviluppino per caso ma si stabilizzino (si fissino) soltanto se vengono “utilizzati” (gli altri si atrofizzano).

Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia. L’istruzione determina quali sinapsi si fisseranno e quali no.

 ed una mia integrazione:

Ho letto con interesse il tuo commento del 9.5 23:05 (poi gli altri) e l’ho condiviso interamente tranne in due punti: 1) laddove tu scrivi “Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia”; e quando affermi: “Ma la distribuzione di queste differenze non dipende dalle latitudini, dipende dalla storia”.

Non dalla storia, ma dall’educazione, appunto, che deve cominciare già durante la gravidanza.

 

Questione femminile e questione meridionale

La cosiddetta Questione femminile ha attraversato tutto il secolo XIX e poi parte del XX. Ne fanno fede, per me, i romanzi russi ed europei in generale. Ne fa fede lo scritto di Freud già citato e che riporto più in esteso, prendendolo dal mio ‘post “Questione femminile, questione meridionale, rivoluzione culturale e progetto educativo” (al rigo 68 e dove si parla di educazione, ed anche di Prodi, del Card. Sepe, ecc., che Le suggerisco di leggere integralmente) http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html :

 

La morale sessuale “civile” e il nervosismo moderno*

[…]. In generale, la nostra civiltà è costruita sulla repressione delle pulsioni. Ciascun individuo ha ceduto qualche parte delle sue possessioni – qualche parte del senso di onnipotenza o delle inclinazioni aggressive o vendicative della sua personalità. Da questi contributi è sorto il possesso comune della proprietà materiale e ideale della civiltà. Oltre alle esigenze della vita, sono stati, senza dubbio, i sentimenti familiari derivati dall’erotismo ad avere indotto i singoli individui a fare questa rinuncia. Nel corso dell’evoluzione civile la rinuncia è stata di carattere progressivo. I singoli passi furono sanzionati dalla religione; la parte di soddisfazione pulsionale a cui ogni persona aveva rinunciato veniva offerta come sacrificio alla Divinità, e la proprietà comune così acquistata fu dichiarata “sacra”. L’uomo il quale, in conseguenza della sua costituzione ostinata, non può accettare la repressione della pulsione, diventa un “criminale”, un “fuorilegge”, agli occhi della società – a meno che la sua posizione sociale o le sue eccezionali capacità non gli consentano di imporsi ad essa come un grande uomo, un “eroe”. [cfr. concetto analogo in Delitto e castigo, dove costituisce uno dei “moventi” psicologici del delitto e in Guerra e pace: per entrambi la figura di riferimento è Napoleone.]

 

La pulsione sessuale (…) mette straordinarie quantità di forze a disposizione dell’attività civile e lo fa in virtù della caratteristica particolarmente marcata che gli permette di sostituire i suoi scopi senza che vi sia materialmente una diminuzione d’intensità. Questa capacità di cambiare il suo scopo originariamente sessuale con un altro, non più sessuale ma in relazione psichica col primo scopo, è detta capacità di sublimazione.

[…]. L’educazione proibisce alle donne di interessarsi intellettualmente di problemi sessuali, benché provino tuttavia un’estrema curiosità per essi, e le intimorisce condannando tale curiosità come non femminile e come segno di disposizione peccaminosa. In questo modo rifuggono da qualsiasi forma di pensiero e il sapere perde ai loro occhi ogni valore. La proibizione di pensare si estende oltre il campo sessuale in parte per una associazione inevitabile e in parte automaticamente, come avviene tra gli uomini per la proibizione di pensare intorno alla religione, o tra i sudditi fedeli per la proibizione di pensare intorno alla lealtà. Non credo che la “deficienza mentale fisiologica” delle donne si possa spiegare con la contrapposizione biologica tra lavoro intellettuale e attività sessuale, come asserisce Moebius in un’opera su cui si è ampiamente disputato. Penso che l’indubbia inferiorità intellettuale di tante donne possa piuttosto farsi risalire all’inibizione di pensare resa necessaria dalla repressione sessuale. […].

                                                                                              S.Freud

*Titolo originale: “Die “kulturelle” Sexual moral und die moderne Nervositat”. Pubblicato la prima volta in Sexual-Probleme, 4, 1908. Traduzione di Cecilia Grassi e Jean Sanders.

 

Partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.

Nella (lunga ed ultima) nota 18-Questione femminile e Mezzogiorno, in un documento di 11 pagine con delle mie proposte (http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html ), tutti i dati economici dimostrano:

a)  la correlazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese;

b) che anche la fredda Germania dell’Est (cfr. “Banca d'Italia - Mezzogiorno e politiche regionali”, destinataria di imponenti risorse dopo l’unificazione (molto superiori a quelle riversate nel nostro Mezzogiorno), dopo aver migliorato notevolmente tutti i propri indicatori in un arco temporale relativamente breve, non riesce a colmare i gap, a parere di molti, per motivi culturali.

Riporto alcuni stralci.

Sembra proprio ci sia relazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna e indice di sviluppo di un Paese.

Secondo il IV Rapporto Onu sullo sviluppo umano nei paesi arabi “il tasso di occupazione femminile (cioè la percentuale di donne dai 15 anni in su che forniscono lavoro o sarebbero disponibili a farlo) si ferma al 33%, rimanendo così il più basso del mondo”.

E “gli autori del Rapporto non esitano a sostenere che proprio dalla conquista della piena autonomia da parte delle donne potrebbe partire la rinascita commerciale, economica e culturale dei paesi arabi”.

Dal Rapporto ONU sullo Sviluppo Umano 2010, si ricava che:

“I paesi arabi includono cinque dei 10 “Top Movers” ovvero le nazioni (sulle 135 oggetto della ricerca) che hanno mostrato la migliore performance nell’ISU [Indice di Sviluppo Umano] a partire dal 1970: Oman (n.1), Arabia Saudita (n. 5), Tunisia (n. 7), Algeria (n. 9) e Marocco (n. 10). Nell’Indice di disuguaglianza di genere (IDG), tuttavia, gli Stati arabi registrano un ISU regionale medio del 70 percento, ben al di sopra della perdita mondiale media del 56 percento. All’ultimo posto nella classifica mondiale relativa all’IDG è lo Yemen, con una perdita ISU dell’85 percento”.

Dal Rapporto ISTAT relativo al II trim. 2010 (tabb. 13 e 14) , si ricava che il dato aggregato italiano di inattività delle donne, pari al 48,6% (39,4% al Nord e 42,4% al Centro) è determinato dal peso negativo del Sud: “Nel Mezzogiorno, il tasso di inattività della componente femminile rimane particolarmente elevato ed è pari al 63,5 per cento”, (contro il 33,7 dei maschi).

Occorrerebbe – come per i Paesi arabi – rimuovere questo macigno operando congiuntamente su due direttrici: quella economica e quella culturale.

 

P.S.:

Bassolino.

Nella lettera che inviai nel 2007 al cardinale Sepe (citata nel ‘post’ sull’educazione), scrissi:

            In secondo luogo,vorrei, da semplice elettore (di sinistra), che giudica quindi soprattutto per sensazioni la qualità e l’efficacia delle amministrazioni pubbliche, suggerire di utilizzare la chiave interpretativa psico-politica per valutare i politici, le amministrazioni pubbliche ed in particolare l’amministrazione napoletana, rinnovatasi l’anno scorso. A tal riguardo, si potrebbe, ad esempio, definire“paterna” (cioè severa in misura adeguata: la severità congrua si propaga positivamente per li rami, con effetti benefici sia sulla burocrazia sia sulla cittadinanza), l’amministrazione Bassolino del primo mandato da sindaco; “materna”, quella del Bassolino successivo e quella della Iervolino (per quest’ultima, vedasi, ad esempio, il caso macroscopico del cambio del comandante della polizia municipale). Io credo fermissimamente che Napoli (e l’Italia) abbia molto bisogno di padri – quasi assenti - e non di mamme - onnipresenti. (“Esiste, nelle estreme e più lucenti terre del Sud, un ministero nascosto per la difesa della natura dalla ragione, un genio materno, d’illimitata potenza, alla cui cura gelosa e perpetua è affidato il sonno in cui dormono quelle popolazioni.”- Anna Maria Ortese, “Il mare non bagna Napoli”).

 

(Per una migliore comprensione, riporto uno stralcio della parte della postilla riguardante Bassolino, che ho omesso nella versione qui pubblicata.

[...]. Per quanto riguarda il “materno”, egli stesso ha confidato di aver vissuto la sua infanzia– tra mamma, zie ed altre parenti - in mezzo a donne. [...].).

 

Nell’intervista che Bassolino rilasciò a Il Mattino, in occasione del suo 60°compleanno, egli rivelò di aver fatto allontanare il suo severo padre, di orientamento destrorso, dai CC, al suo primo comizio ad Afragola, e che poi, tornato a casa, aveva trovato la porta sbarrata ed era stato costretto a trasferirsi. Poi, ad una domanda specifica dell’intervistatore (che curava la rubrica delle lettere, ed al quale avevo scritto di Bassolino): quale fosse stato il suo errore più grande, Bassolino rispose: aver detto troppi sì.

 

Spero, Dott. Demarco, se è arrivato fino in fondo, di non averLa annoiata troppo, e, soprattutto, che Lei non giudichi queste mie considerazioni (soltanto) frutto della mia… presunzione da dio (meridionale) perfetto ed ottuso, ma soltanto un piccolo, spero utile, contributo di conoscenza, per la soluzione dell’annoso problema della Questione meridionale.

 

Cordialmente,

 

17 settembre 2011

 

 

ANALISI QUALI-QUANTITATIVE - 15 - RAPPORTO SVIMEZ 2011

           

“RAPPORTO SVIMEZ 2011

SULL’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO”

 

SINTESI

Roma, 27 settembre 2011

 

LE POLITICHE ECONOMICHE GENERALI E SETTORIALI

LE POLITICHE INDUSTRIALI

LE POLITICHE DI COESIONE E L’EUROPA

FEDERALISMO E LE POLITICHE DI FINANZA PUBBLICA

LE POLITICHE INFRASTRUTTURALI E AREE URBANE

LE POLITICHE PER IL SUD, COMPETITIVITA’ E INTERNAZIONALIZZAZIONE

POPOLAZIONE, SCUOLA E MERCATO DEL LAVORO, MIGRAZIONI

LE POLITICHE PER L’ENERGIA E LE FONTI RINNOVABILI

MEDITERRANEO E TURISMO

 

 

LE POLITICHE ECONOMICHE GENERALI E SETTORIALI

 

2010: inizia la ripresa, ma non basta – Dopo la profonda recessione del 2008-2009, nel 2010 l’economia mondiale ha iniziato ad avviarsi verso la ripresa, trainata soprattutto da Stati Uniti, Giappone e dalle economie emergenti (Cina, India, Brasile e Russia).

Pur in presenza di una domanda interna ancora debole, tranne Grecia, Irlanda e Spagna, tutti i Paesi europei hanno recuperato in parte le flessioni degli anni precedenti, grazie soprattutto alle esportazioni. Rispetto al -4,1% del 2009, i Paesi dell’Ue a 27 nel 2010 sono cresciuti del +1,8%.

L’Italia si lascia alle spalle la fase più profonda della peggiore recessione del periodo post bellico, ma tra le principali economie industrializzate è fra le più lente a recuperare: nel 2010 il Pil nazionale è aumentato dell’1,3%, meno della Francia (+1,5%) e molto meno della Germania (+3,5%). Negli ultimi quindici anni, dal 1995 al 2010, il Pil nazionale è cresciuto dello 0,8% medio annuo, meno della metà della media Ue (+1,8%). E il Mezzogiorno?

 

Pil e Mezzogiorno - In base a valutazioni SVIMEZ nel 2010 il Pil è aumentato nel Mezzogiorno dello 0,2%, in decisa controtendenza rispetto al -4,5% del 2009, ma distante di un punto e mezzo percentuale dalla performance del Centro-Nord (+1,7%).

Non va meglio nel medio periodo: negli ultimi dieci anni, dal 2001 al 2010 il Mezzogiorno ha segnato una media annua negativa, -0,3%, decisamente distante dal + 3,5% del Centro-Nord, a testimonianza del perdurante divario di sviluppo tra le due aree.

A livello regionale, l’area che nel 2010 ha trainato il Paese è stata il Nord-Est (+2,1%), seguita da Centro (+1,5%) e Nord-Ovest (+1,4%). Più in particolare, la forbice oscilla tra il boom del Veneto (+2,8%) e la flessione della Basilicata (-1,3%). All’interno del Mezzogiorno, la crescita più alta spetta all’Abruzzo (+2,3%), che recupera in parte il calo del 2009 (-5,8%) grazie alla ripresa dell’industria e alla buona performance dei servizi. Grazie alla crescita del terziario registrano segni positivi anche Sardegna (+1,3%) e la Calabria (+1%). Se la Sicilia è praticamente stazionaria (+0,1%), registrano segni negativi Puglia (-0,2%), Molise e Campania (-0,6%). Discorso a parte per la Basilicata, che riporta il calo maggiore dell’attività produttiva a livello nazionale (- 1,3%), soprattutto per effetto del calo delle costruzioni (-8,4%) e dei servizi (-0,6%).

 

Pil per abitante e divari storici – In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno è passato dal 58,8% del valore del Centro Nord nel 2009 al 58,5% del 2010. In valori assoluti, a livello nazionale, il Pil è stato di 25.583 euro, risultante dalla media tra i 29.869 euro del Centro-Nord e i 17.466 del Mezzogiorno. Nel 2010 la regione più ricca è stata la Lombardia, con 32.222 euro, seguita da Trentino Alto Adige (32.165 euro), Valle d’Aosta (31.993 euro), Emilia Romagna (30.798 euro) e Lazio (30.436 euro).

Nel Mezzogiorno la regione con il Pil pro capite più elevato è stata l’Abruzzo (21.574 euro), che comunque registra un valore di circa 2.200 euro al di sotto dell’Umbria, la regione più debole del Centro-Nord. Seguono il Molise (19.804), la Sardegna (19.552), la Basilicata (18.021 euro), la Sicilia (17.488), la Calabria (16.657) e la Puglia (16.932). La regione più povera è la Campania, con 16.372 euro.

 

Le previsioni SVIMEZ 2011: il Pil a +0,6% - In base a stime SVIMEZ realizzate con il modello previsionale SVIMEZ-IRPET, nel 2011 il PIL italiano dovrebbe far registrare un incremento dello 0,6%, inferiore ai valori di recente previsti dal Fondo Monetario per gli altri Paesi europei: +2,7% Germania, +1,7% Francia, +0,8% Spagna.

Nord e Sud continuano a prendere strade diverse: il PIL del Centro-Nord è previsto a +0,8%, quello del Mezzogiorno a +0,1%. Per il Sud, il 2011 è dunque il secondo anno consecutivo di stagnazione, dopo il forte calo del PIL nel biennio di crisi 2008-2009. Tutte le regioni meridionali presentano valori inferiori al dato medio nazionale e oscillano tra un valore minimo del -0,1% della Calabria e un valore massimo del +0,5% di Basilicata e Abruzzo. In mezzo, Molise e Campania segnano +0,1%, la Puglia + 0,3%, Sicilia e Sardegna ferme a 0%.

 

L’economia per settori

 

Agricoltura – Dopo la caduta del 2009, nel 2010 il valore aggiunto dell’insieme di agricoltura, silvicoltura e pesca ha ripreso a crescere, nel Mezzogiorno a ritmi doppi rispetto al Centro- Nord (+1,4% contro +0,7%).

A livello strutturale il Sud mantiene la sua specificità agricola, che vede qui un’incidenza del settore primario circa doppia rispetto al Centro-Nord (3,3% sul valore aggiunto totale rispetto all’1,5% del Centro-Nord).I cambiamenti in atto nelle politiche di sostegno al settore previste dalla nuova PAC, che punteranno sul rafforzamento della politica di sviluppo rurale, richiederanno alle aziende agricole sempre più capacità di adattarsi al cambiamento, con ristrutturazioni e riorganizzazioni.

Anche in termini di produzione, il Sud supera il Centro-Nord, con un aumento nel 2010 dello 0,3% a fronte della stagnazione (0%) dell’altra ripartizione, per merito soprattutto delle colture legnose e dei prodotti vitivinicoli e olivicoli. In flessione colture erbacee, patate e ortaggi, mentre cresce il peso dei servizi al settore (14%, +2,5% rispetot al 2009). Negativi i consumi intermedi, al Centro-Nord più che al Sud (-0,7% contro -0,5%).

A livello regionale tirano Basilicata, Puglia e Molise, con un valore aggiunto rispettivamente di +5,4%, +4% e +3,5%; più critica la situazione in Campania e Sicilia.

Permane tra le due aree un divario di produttività: in dieci anni, dal 2001 al 2010 al Sud è cresciuta del 10%, contro + 13% del Centro-Nord.

Quanto all’occupazione, rispetto al 2009, è cresciuta di 8mila unità al Sud e di 12mila al Centro- Nord.

 

Industria - Riguardo all’industria in senso stretto, a livello nazionale il valore aggiunto nel 2010 è stato +4,8% (+2,3% al Sud, +5,3% al Centro-Nord), in decisa controtendenza rispetto al tonfo del 2009, -15,6%. Ma molto resta da recuperare: il calo registrato nel 2008-2009 è stato infatti compensato solo per un terzo del totale.

Positivo nel 2010 anche il comparto manifatturiero, + 4,5% (+2,4% nel Mezzogiorno, +4,8% nel Centro-Nord). Ma al Sud l’industria continua a soffrire.

Le tre principali branche del made in Italy (alimentari, carta e legno) hanno registrato nel Mezzogiorno nel 2010 rispettivamente -1,2%, -1,4% e -0,7%, rispetto a +2,4%, +0,8% e +1,3% dell’altra ripartizione. Positive in entrambe le aree gli andamenti dei metalli e del chimicofarmaceutico.

A tirare la ripresa, a livello nazionale, in piccola parte la domanda interna (+0,8%), in massima parte la domanda estera, + 9,8%, soprattutto le industrie chimiche-farmaceutiche, i prodotti in metallo, i macchinari e i mezzi di trasporto.

Se la produttività al Sud nel 2010 è aumentata nel manifatturiero dell’8,8%, è anche vero che il divario con il Centro-Nord resta del 25%, fermo, anno dopo anno, ai livelli del 2005.

Quanto all’occupazione, nel 2010 i posti di lavoro sono calati al Sud del 5,6% (-5,8% nel manifatturiero) contro il -3,1% del Centro-Nord. come già nel 2009, è proseguito il ricorso alla cassa integrazione, soprattutto straordinaria: nel manifatturiero le ore erogate in presenza di crisi strutturali sono state nel 2010 al Sud + 146% (113 milioni di ore) e nel resto del Paese + 163% (544 milioni di ore). Da segnalare che tra il 2008 e il 2010 il manifatturiero meridionale ha perso quasi 130mila posti di lavoro, il 15% del totale, che si aggiungono ai 490mila del Centro-Nord. Lo scenario è quindi quello di una profonda de-industrializzazione. Giù infatti al Sud anche gli investimenti fissi lordi, -1,1% nel 2010, rispetto al +3,9% del resto del Paese.

Non a caso gli interventi di incentivazione all’industria meridionale hanno segnato un forte calo dal 2007, per poi azzerarsi completamente del 2009.

 

Edilizia – Permane nel 2010, dopo i segni negativi del 2008 e 2009, la depressione del settore, anche se la flessione è più contenuta degli anni precedenti. Lo scorso anno il valore aggiunto è sceso del -3,4%, tirato giù soprattutto dal Sud (-5%; -2,9% al Centro-Nord). In ribasso anche gli investimenti (-4,8% al Sud, -3,2% al Centro-Nord). Dal 2001 al 2010 gli investimenti nelle costruzioni sono saliti al Nord dello 0,9% e scesi al Sud -0,5%. In calo anche l’occupazione, al Sud più del doppio del Nord (-1,8% rispetto a -0,8%). Più colpiti i dipendenti, -2,5% al Sud., - 1,4% al

Centro-Nord, mentre gli indipendenti restano praticamente invariati. In valori assoluti, il settore ha perso 22mila occupati, oltre 10mila al Sud e poco più dei 11mila al Centro-Nord.

Restano alte le quote di lavoratori in nero impiegati in quest’area: secondo la SVIMEZ, sarebbero 200mila in Italia, e oltre 110mila al Sud.

Sul fronte delle opere pubbliche, i bandi di gara nel 2010 scendono per numero (-0,9%) e importi (- 15%) a livello nazionale. Al Sud calano per importi soprattutto in Campania, Puglia e Calabria.

 

Servizi e terziario – Rispetto al 2009, e dopo due anni di variazioni al ribasso, nel 2010 a livello nazionale il valore aggiunto del settore è cresciuto dell’1%, con un andamento particolarmente positivo nei comparti in cui la caduta era stata più forte, come il commercio (+4,2% rispetto al - 10,4% del 2009), turismo e comunicazioni (+1,2%) e l’intermediazione creditizia e immobiliare (+0,6%).

Più tiepida la ripresa al Sud, che nel 2010 segna + 0,4%, compensando molto parzialmente il calo del 2009 (-2,4%), rispetto al +1,2% del resto del Paese. Anche al Sud i dati più positivi riguardano il commercio (+2,8%) e trasporti e comunicazioni (+1,8%). In flessione il settore dell’intermediazione creditizia e immobiliare (-0,4%), che sale invece al Centro-Nord (+0,9%). Da rilevare comunque che nel complesso, negli ultimi dieci anni, dal 2001 al 2010 i servizi al Sud sono cresciuti meno della metà rispetto al Centro-Nord (+0,4% contro +0,9%).

La forbice permane anche a livello occupazionale: -1% al Sud, +0,3% nel resto del Paese, che diventano al Sud -2,1% nel commercio, in flessione ormai da tre anni. Per il quarto anno consecutivi il settore dei servizi al Sud continua a perdere occupati, quantificabili, dal 2006 al 2010, il 193mila unità in meno, sia dipendenti che indipendenti.

In risalita la produttività (+1,1%), che però resta nel 2010 a livelli inferiori rispetto al 2000.

 

Il credito – Nel 2010 il numero di banche al Sud è sceso a 204, in calo di 11 unità, a seguito di fusioni. Circa i tre quarti hanno sede operativa nel Mezzogiorno, e solo 17 appartengono a gruppi del Centro-Nord. Flessione anche al Centro-Nord: 633 le banche presenti, 22 in meno dell’anno precedente. Quanto agli sportelli, si sono ridotti al Sud dell’1,5%, 1 ogni 2.948 abitanti, contro i 1.794 del Centro-Nord.

In generale, al Sud nel 2010 i prestiti sono cresciuti del 3,5%, soprattutto da parte dei primi cinque gruppi bancari, al Centro-Nord del 2,6%. Più 3,5% al Sud anche riguardo ai prestiti alle imprese, rispetto allo 0,7% del 2009. In risalita soprattutto i finanziamenti alle imprese con oltre 20 addetti, +4,2%, mentre al Centro-Nord crescono soprattutto i prestiti alle imprese under 20,

+2,6%. Quanto al tasso di interesse, al Sud si è attestato al 6,2% contro il 4,8% del Centro- Nord: resta quindi invariato il divario di 1,4 punti percentuali, quale riflesso dell’elevata rischiosità delle imprese meridionali.

Imprese che fanno più fatica a restituire i prestiti: a dicembre 2010 le sofferenze interessano il 3,7%, mezzo punto percentuale in più rispetto all’anno precedente.

In crescita anche i prestiti alle famiglie, +4,4% al Sud, +3,8% al Centro-Nord. Invariati i tassi sui prestiti per l’acquisto di abitazioni: 3,2% al Sud, 2,9% al Centro-Nord. Tra le famiglie, le sofferenze sono ferme all’1,5% al Sud e all’1,2% al Centro-Nord.

 

Cosa dice la SVIMEZ - Gli andamenti degli ultimi anni evidenziano i ritardi nell’attivare i processi di riforma che sarebbero stati necessari per adeguare il sistema produttivo alle nuove condizioni competitive determinatesi con la globalizzazione e con l’adesione all’Euro. Questo processo di declino potrà essere interrotto solo in presenza di una adeguata domanda privata e pubblica che attenui gli effetti di breve periodo della crisi indotti dai processi di ristrutturazione e, nel medio periodo, favorisca una ripresa duratura della produzione e nella creazione di posizioni lavorative stabili e efficienti. Il pericolo è che, mancando tale stimolo, la perdita di tessuto produttivo diventi permanente, aggravando i divari territoriali già marcati nel Paese.

 

[…].

 

Rapporto SVIMEZ 2011 (Sintesi)

http://web.mclink.it/MN8456/rapporto/rapporto_materiali/2011/rapporto_2011_sintesi_stampa.pdf

 

Rapporto SVIMEZ 2011

http://web.mclink.it/MN8456/rapporto/rapporto_2011_download_temp.html

 

Considerazione a margine

 

Quali proposte si possono allora avanzare per la Campania (e il Sud)?

Fra di esse vi devono essere certamente l’adeguamento infrastrutturale, l’incremento della spesa in ricerca e innovazione, una maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione ed un feroce contrasto alla criminalità organizzata, oltre a una classe dirigente all’altezza del compito. Ma la più importante, la premessa perché quelle prima indicate possano essere davvero efficaci, è la riforma culturale. Essa – poiché gli investimenti in infrastrutture, in ricerca, ecc., pur necessari, non possono bastare – è la condizione principale per far vivere alla Campania (e al nostro Mezzogiorno) una potente e dinamica stagione di sviluppo, capace di colmare gradualmente e definitivamente il divario con il resto del Paese e con il resto d’Europa. Lo scarso apporto delle donne all’economia del Sud rende questa radicale trasformazione culturale assolutamente non più rinviabile. Se il reddito procapite della Campania facesse registrare – rispetto a quello della Lombardia, attualmente quasi doppio – un differenziale positivo pari mediamente al +2% annuo, impiegherebbe circa 34 anni a colmare il divario, circa 68 anni se il differenziale favorevole fosse del +1%.

Per la Campania (e il Sud), occorre, quindi, delineare una strategia e definire dei programmi e dei progetti – scolastici, culturali, economici – che attuino un piano integrato le cui direttrici di attacco seguano questa successione logica: creazione dello spirito giusto à rimozione degli ostacoli al suo naturale dispiegarsi à riforma culturale à soggetto e oggetto protagonista: soprattutto la donna, da trasformare da problema e fattore di conservazione a risorsa e motore del cambiamento, attraverso un’azione di sostegno corposo e a lungo termine, indirizzata alle famiglie, alla scuola ed agli organismi socio-culturali (v. http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html e, per un utile confronto coi dati storici della Banca d’Italia, Lettera PDnetwork, nota 18 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html ).

IL FESTIVAL DELLA LOGICA STORTIGNACCOLA DI UN PAESE INIQUO

 

In un Paese stortignaccolo e profondamente iniquo come il nostro, succede che su “Repubblica” si possa scrivere (v. “Napolitano, allarme su spread”)

C'è poi lo spettro, ventilato dall'opposizione, della necessità di una imposta sui grandi patrimoni.

 

Lo spettro?

 

1) Soltanto in Italia, a differenza di tutti - proprio tutti! – gli altri Paesi europei, le varie leggi finanziarie e le manovre correttive, varate dopo la crisi della Grecia, sono state scandalosamente scaricate quasi interamente sul ceto medio-basso e sui poveri, salvaguardando i ricchi ed i ricchissimi.

 

2) Quando è stato proposto di ritassare i capitali “scudati”, il ministro Tremonti e schiere di utili idioti hanno opposto che non si poteva farlo perché si sarebbe violato il rapporto fiduciario tra lo Stato ed i cittadini, dimenticandosi, il primo, di averlo già più volte violato, ed, i secondi, di essere stati zitti, quando, ad esempio, si sono più volte cambiate in corsa le norme sulla previdenza, arrecando danni anche di decine di migliaia di € (come sta succedendo al sottoscritto quest’anno).

 

3) Quando è stato introdotto il sacrosanto contributo di solidarietà sui redditi privati maggiori di 90 mila €, rimasti finora del tutto indenni, c’è stata (forse perché colpiva anche loro?) una vera e propria canea contro, montata ad arte dai direttori ed editorialisti di giornale, soprattutto di destra, ma anche da qualcuno di sinistra.

 

4) Quando è stata avanzata (per primo dall’editore di “Repubblica”, Carlo De Benedetti, e poi via via da Giuliano Amato, Pellegrino Capaldo, Walter Veltroni, la CGIL, Eugenio Scalfari, Innocenzo Cipolletta, L. C. di Montezemolo, cfr. il mio dossier http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2670796.html ) – come in Francia, Svizzera, ecc. - una sacrosanta ed indispensabile imposta patrimoniale sui grandi patrimoni (maggiori, nell’ipotesi minima della CGIL, di 800 mila € netti, ma di solito oltre), si è alimentata (in particolare ad opera di “Libero” ed “Il Giornale”, ma anche di tanti altri utili idioti) una campagna terroristica basata su fandonie sesquipedali, ad esempio (l’ho letto io) che ne sarebbe stata colpita la vecchietta proprietaria di un piccolo appartamento!

 

5) Quando (per citare un obiettivo molto più modesto, ma simbolico) “Report” ha lanciato una campagna per la cancellazione dello scandaloso doppio, lauto stipendio ai magistrati fuori ruolo, né Tremonti (cui toccherebbe provvedere), né il presidente Napolitano (il cui consigliere giuridico è appunto uno di questi), né nessun direttore di giornale o editorialista, forse memori dei loro privilegi e sempre entusiasticamente a favore quando si tratta di chiedere o appoggiare l’ennesima riforma pensionistica, ha speso una sola parola a sostegno!

 

Quale festival è più scandaloso: quello cinematografico di Venezia o questo della politica e dell’informazione?

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4/10/2018 1:30:06 PM
Gior in Lettera al Prof. Alberto Brambilla su un suo articolo con fake news sulla riforma Fornero
"Draghi ha detto che nel 2045 la spesa pensionistica sara' al 20%/PIL e non al 16%/PIL come previsto ..."
4/10/2018 1:00:55 PM
Gior in Lettera al Prof. Alberto Brambilla su un suo articolo con fake news sulla riforma Fornero
"Cosa ne dici di questo articolo? Fanno il confronto al ribasso sfruttando lo squilibrio ..."
3/27/2018 1:23:13 PM
Gior in Dialogo con Paolo Zani di Tuttoprevidenza sulle sue fake news sulle pensioni
"Sei evocato su Iceberg Finanza ..."
3/24/2018 4:20:09 PM
da magnagrecia in Dialogo con Paolo Zani di Tuttoprevidenza sulle sue fake news sulle pensioni
"Salve,A Di Maio ho inviato più volte le mie e-mail p.c. Poi, visto che continuava a straparlare ..."
3/23/2018 10:30:25 PM
Pietro in Dialogo con Paolo Zani di Tuttoprevidenza sulle sue fake news sulle pensioni
"buonasera sig. V.scopro solo ora i suoi articoli sulle Pensioni e la sua battaglia per la verità ..."


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