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Polonia, due giorni in un Paese (di quasi 40 milioni) di ‘cazzi loro’


Lo scorso aprile, in viaggio alla volta dell’Ucraina (dell’Ovest), assieme a mia moglie, ucraina, sono passato (per la prima volta) dalla Polonia, dove ho trascorso due giorni nella bella Cracovia, affollata di anglofoni e Polacchi poco gentili e “cazzi loro”, espressione gergale non molto forbita, ma che – icasticamente - mi pare descriva bene il loro carattere prevalente.


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Abbiamo affittato un appartamento tramite Airbnb. Siamo arrivati a Cracovia prima con un volo Wizz Air Napoli-Katovice e poi con un piccolo bus della stessa compagnia aerea da Katovice a Cracovia.

All’indirizzo del palazzo, abbiamo avuto qualche problema all'inizio per reperire M., la proprietaria dell'appartamento, al citofono, poiché all'1a non rispondeva nessuno e non rammentavamo che sulla email ricevuta era indicato di bussare al n. 6, la cui targhetta non riportava alcun nome; problema poi risolto facilmente chiamando telefonicamente M., che è scesa nel giro di un minuto, accogliendoci gentilmente e fornendoci una cartina della città e le informazioni essenziali. Poi non l’abbiamo più rivista, neppure alla nostra partenza; quando, prima di lasciare la casa al termine dei due giorni, l’abbiamo chiamata, ci ha detto di lasciare dentro le chiavi e di tirarci dietro la porta.

L'appartamento era situato in un'ottima posizione: al piano rialzato del palazzo, quindi salendo pochissimi scalini, e con affaccio all'interno del cortile, perciò molto silenzioso; a pochi minuti a piedi - una ventina - dal bello e interessante Stare Miasto (Centro storico) e a 4 fermate di tram (nn. 4 e 14) dalla stazione ferroviaria. L'appartamento, formato da un unico locale più il bagno con doccia, tutto ristrutturato, era fornito di tutte le comodità e adatto a due persone.

A poche decine di metri, ci sono dei ristoranti, tra cui il Bococa Bistro (uscendo dal palazzo andare a destra, poi nella vicina piazza svoltare a sinistra, mantenendosi sul lato sinistro), suggeritoci da M. La quale, però, ci aveva detto, una volta arrivati nella piazza, di svoltare a destra, cosa che ci ha confermato quando, dopo una mezz’ora di vano girovagare, le abbiamo telefonato. Dopo vari giri per un’ora e più e chiedendo ai passanti - in maggioranza anglofoni e alcuni polacchi che si fermavano malvolentieri, forse anche perché tirava un vento freddino, ma nessuno di loro lo conosceva (anche se era poco distante), e chi faceva mostra di conoscerlo ci dava indicazioni errate -, non siamo riusciti a trovarlo.

Ed allora abbiamo cenato in un bar che si trova appunto svoltando nella piazza a destra, dopo il dancing, gustando una buona cena (tranne il costoso vino rosso sudafricano) preparata dalla cuoca Mariya, una sorridente e gentile giovane studentessa ucraina, che frequentava l’università locale. Al Bococa, dove siamo andati sia la mattina - accolti in maniera scortese dalla cameriera di turno al banco-bar -, che la sera, si può bere un ottimo cappuccino, pranzare e cenare (qualità - ad esser buoni - appena discreta, incluso il vino rosso spagnolo; ottima invece la birra migliore che hanno). Bisogna però fare attenzione all'orario, poiché il locale è aperto fino alle 22 e si può rischiare, come è successo a me, di vedersi servito alle 21.30, da un’altra cameriera di turno la sera, il secondo assieme al primo (!!). Che per un italiano è un obbrobrio, ma - poi ho visto - in Ucraina è addirittura un’usanza generale.

Anche i negozianti, in prevalenza, non erano molto gentili. Inclusa l’impiegata dell’Ufficio postale situato nei pressi della stazione, dove ci siamo recati l’indomani mattina per ritirare i biglietti acquistati on-line del vagone letto sul treno - rumoroso - Cracovia-Leopoli.

Il soggiorno a Cracovia, favorito da uno splendido clima sia il sabato 2 che la domenica 3 aprile, è stato molto gradevole, tranne per la davvero scarsa "disponibilità" - diciamo così - palesata dai Polacchi; o l'errore - voluto? - di servire un piatto diverso da quello ordinato: ci è successo ben 2 volte su 4, la prima al Bococa e la seconda all'Oroscope - qualità scarsa -, nei pressi del castello, dove a mia moglie hanno servito una cotoletta alla milanese e non la carne ordinata, per giunta fritta in un olio strausato.

Aprile 2016

PS: Da una quindicina d’anni, conosco un’amica polacca: non fa eccezione…


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Ora valgono le regole del Trattato di Dublino; l'Italia ha chiesto di cambiarle; la Commissione europea ha - di fatto - in parte accolto la richiesta dell'Italia decidendo la distribuzione pro quota degli immigrati, in proporzione alla popolazione; la Polonia, assieme all'Ungheria, alla Repubblica ceca e alla Slovacchia (con i quali forma il cosiddetto Gruppo di Visegradrifiuta di prendersi una quota degli immigrati che arrivano in Italia (e in Grecia), però i soldi, pagati in parte anche dall'Italia, la Polonia se li prende (sono oltre 5 mld l'anno); in una Unione (o confederazione o famiglia o associazione), non è lecito prendere i benefici e rifiutare i costi, se rifiuti gli oneri devi rinunciare anche ai proventi.


Come risulta dalla tabella seguente relativa ai Fondi UE, la Polonia è il primo percettore netto nel dare-avere con l'UE. Più che dell'Ungheria (10 milioni di abitanti, che comunque va richiamata all'ordine democratico europeo), io mi preoccuperei un po' di più dell'egoismo della Polonia, quasi 40 mln di abitanti.

Bisogna dire, però, che i soldi dell'Ue i Polacchi li sanno spendere bene.


Tabella - Il dare-avere con l'Unione Europea (anni 2000-2014)

Valori in milioni di euro

Paese ...............VERSAM. ACCREDITI 2000-2014 MEDIA ANNUA

Contribuenti netti

Germania …....... 336.022 .....172.703 .....+163.319 .....+10.888

Regno Unito ….. 186.523 .... 102.611 ....... +83.912 ...... +5.594

Francia ...............265.824 .... 192.784 ........+73.040 .......+4.869

Paesi Bassi ….......91.791 ...... 29.425 ........+62.366 .......+4.158

Italia ..................210.577 …. 151.624 ........+58.954 ......+3.930

Belgio ..................64.257 ........30.274 ........+33.983 ......+2.266

Svezia ..................45.743 ........22.054 ........+23.689 ......+1.579

Danimarca ...........32.793 ........21.601 ........+11.191 .........+746

Austria .................35.301 ........25.025 ........+10.275 .........+685

Finlandia ..............24.146 ........19.048 .........+5.099 ..........+340

Lussemburgo .........3.719 ..........2.678 ..........+1.041 ...........+69

Percettori netti

Cipro ......................1.833 ..........2.009 ..............-176 ............-12

Croazia ......................666 .............856 ..............-190 ............-13

Malta .........................669 ..........1.376 ..............-707 ............-47

Slovenia .................3.885 ..........7.129 ...........-3.244 ..........-216

Estonia ...................1.657 ..........6.229 ...........-4.572 ..........-305

Lettonia ..................2.089 ..........8.256 ...........-6.167 ..........-411

Slovacchia ..............6.348 ........15.125 ...........-8.778 ..........-585

Bulgaria ..................3.116 ........12.231 ...........-9.115 ..........-608

Irlanda ..................20.739 ........32.130 .........-11.390 ..........-759

Lituania ..................3.158 ........15.190 .........-12.032 ..........-802

Rep. Ceca .............14.303 ........31.079 .........-16.775 .......-1.118

Romania ...............10.302 ........29.829 .........-19.527 .......-1.302

Ungheria ................9.622 ........38.070 .........-28.448 .......-1.897

Portogallo .............22.543 ........65.078 ........-42.535 .......-2.836

Spagna ................139.050 ......201.358 ........-62.309 .......-4.154

Grecia ...................28.376 .........93.905 ........-65.529 ......-4.369

Polonia .................34.544 .......113.816 ........-79.273 .......-5.285

link non più attivo, per le tabelle allegate cliccare qui sotto:



Link e articoli collegati:


EU expenditure and revenue 2014-2020


Come la Polonia è diventata ricca

21/01/2014

Vent’anni fa il reddito pro capite polacco era un quarto di quello tedesco, oggi è la metà. I segreti del successo: privatizzazioni, cambio flessibile e apertura al mondo. I problemi: bassa occupazione, inefficienza amministrativa e scarsi fondi alla ricerca.


Alla Polonia bastano i migranti ucraini
20.01.2016

Nonostante le affermazioni di Beata Szydlo, secondo i dati dell'Ufficio stranieri polacco, su 930 mila visti polacchi consegnati a cittadini ucraini nel 2015 (100 mila in più rispetto al 2014), solo due hanno ricevuto lo status di rifugiati.


“Profughi ucraini”: così la Polonia ha fatto arrabbiare l’Ucraina

Posted in Polonia by matteocazzulani on January 22, 2016

Durante il dibattito sulla questione polacca, la Premier Beata Szydlo parla di “un milione di ucraini” riparati a Varsavia. Pronta la reazione dell’Ambasciatore ucraino, Andriy Deshchytsya, che ha sottolineato come gli ucraini in Polonia siano migranti che non percepiscono alcun sussidio sociale.


Ho fatto fare una ricerca in ucraino da mia moglie: in Polonia, solo 2 profughi su un milione (fonte: ZN-UA).

Da quest'altra fonte, in totale, i rifugiati ucraini richiedenti asilo in Europa sono quasi 20.000, in Italia il doppio che in Polonia.

Da migranti a rifugiati, lo strano caso degli ucraini in Italia

6 aprile 2016 - S. KALANTARYAN, S. MARCHETTI E F. A. VIANELLO

Il nostro, dopo la Germania, è il secondo paese per richiedenti asilo ucraini. Le cause? La guerra ma non solo. Il 50% sono donne. Che possibilità ci sono che ottengano la protezione? E quali sono le differenze di genere nel riconoscimento della protezione internazionale?

http://openmigration.org/analisi/le-ucraine-in-italia-da-migranti-a-rifugiate/  

 
 
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http://vincesko.blogspot.com/2016/09/polonia-due-giorni-in-un-paese-di-quasi.html 
 
 





Manifesto di Ventotene, scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, pubblicato a cura di Eugenio Colorni, un ex comunista, un liberale e un socialista


Il Manifesto di Ventotene[1] viene citato sempre più spesso negli ultimi anni, di fronte alla crisi dell’Unione Europea. E’ stato oggetto di articoli e di discussioni in occasione del recente vertice trilaterale Renzi-Merkel-Hollande.[2]

C’è chi ha parlato di tradimento dei suoi idealiEd in effetti, come ho scritto in passato, “l’ispirazione che ha informato tutta la costruzione europea è stata determinata, non dal Manifesto di Ventotene del massone progressista Altiero Spinelli e altri, ma dal progetto conservatore e neo-oligarchico dei massoni Kalergi, Monnet, Schumann e altri, con un’impostazione liberistica e deregolamentata del mercato, un Parlamento europeo privo di poteri e la prevalenza della burocrazia. Come poi è effettivamente avvenuto”.[3]

C’è chi invece ne ha preso le distanze, richiamandosi a ideali liberali, perché il Manifesto di Ventotene (frutto del suo tempo) sarebbe impregnato di ideologia (nella sua accezione negativa). Ma per criticarlo commette lo stesso peccato. Fin dall'inizio, autoproclamandosi liberale. E facendosi portatore di una ricetta alternativa “liberale”: contro lo Stato etico,[4] la limitazione del diritto di proprietà, l’elargizione di sussidi alle persone.

Anche io sono liberale (almeno in Italia, il liberalismo vale in politica, il liberismo vale in economia),[5] ma ad esempio non mi scandalizzo se:

1. lo Stato svolge una funzione pedagogica (ce ne sarebbe molto bisogno), ovviamente declinata in senso moderno prendendo esempio dalle metodiche più efficaci (chessò, il metodo finlandese dell'assistenza a domicilio alle mamme in gravidanza e nei primi 2-3 anni di vita dei figli, periodo cruciale per la costruzione della personalità);[6]

2. lo Stato pone dei limiti (costituzionali) alla proprietà privata (vedansi le leggi che permettono la rendita parassitaria urbanistica, che beneficia spropositatamente pochi privilegiati e scarica i costi delle infrastrutture primarie e secondarie sulla collettività, oltre ai costi e disagi sociali);

3. lo Stato vara il reddito minimo garantito (adottato in quasi tutti gli Stati liberali dell'UE, tranne in Italia e Grecia).[7]

Francamente, a me non sembrano proposte ideologiche, ma di semplice buon senso. Anzi, trovo ideologico e privo di senso dichiararvisi contrario.


C'è, poi, chi, sotto l’effetto dell’arrabbiatura per l’invasione degli immigrati, tra i tantissimi commentatori benpensanti e conservatori e reazionari che popolano il web, sulla semplice lettura del testo del Manifesto di Ventotene, prende lucciole per lanterne, fischi per fiaschi, dove è scritto "bianco" legge "nero", ecc.

Estrapola singoli passi e ne dà un’interpretazione distorta, al limite della diffamazione, e certe volte anche oltre.

Ad esempio con questo commento, pieno di errori, frutto di evidente nervosismo:

Altiero Spinelli e i suoi colleghi hanno rovinato la vita di milioni di persne , per fortuna non del tutto rispetto a quello che era il loro pensiero: il loro obiettivo era quella di una "dittatura socialista" (quindi era antafascista...e stop. ,a favorevolissimo alla dittatura della propria parte politica. come tutti gli antifascisti di sinistra), ma tra i suoi punti tanto per cambiare c'era l'bolizione della proprietà privata: nessuno avrebbe avuto diritto ad avere più nulla, nemmeno i propri vestiti, perchè tutto deve essere di tutti. Mamma mia non ci posso pensare!

O quest’altro:

Perchè allora non ci spiega lei?. "le caratteristiche che hanno avuto in passato il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire, durante una crisi rivoluzionaria in senso egualitario, per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gli strumenti di produzione di cui abbisognano, onde migliorare le condizioni economiche e far loro raggiungere una maggiore indipendenza di vita. Pensiamo cioè ad una riforma agraria che, passando la terra a chi coltiva, aumenti enormemente il numero dei proprietari, e ad una riforma industriale che estenda la proprietà dei lavoratori, nei settori non statizzati, con le gestioni cooperative, l'azionariato operaio ecc.;"

Tutto questo volontario? Sarebbe stata un'altra dittatura del proletariato. In realtà hanno espropriato i piccoli per arricchire i grandi a quanto mi risulta.


Se lo si legge, il Manifesto di Ventotene, si vede che l'unica rivoluzione è quella del superamento degli Stati nazionali e la costituzione dell'Europa federale. Vi sono critiche severe ai comunisti. Si rifiuta la statalizzazione dei mezzi di produzione definendola un’utopia e un errore, poiché porta alla nascita di un regime dominato da una classe di burocrati che sfruttano il popolo. La statalizzazione riguarda soltanto le imprese monopolistiche e quelle talmente grandi da condizionare lo Stato.


"Un vero movimento rivoluzionario dovrà sorgere da coloro che han saputo criticare le vecchie impostazioni politiche; dovrà saper collaborare con le forze democratiche, con quelle comuniste, e in genere con quanti cooperino alla disgregazione del totalitarismo; ma senza lasciarsi irretire dalla prassi politica di nessuna di esse. [...]

III. — COMPITI DEL DOPO GUERRA – LA RIFORMA DELLA SOCIETÀ.

La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici e la realizzazione per esse di condizioni più umane di vita. La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno. La statizzazione generale dell’economia è stata la prima forma utopistica in cui le classi operaie si sono rappresentate la loro liberazione dal giogo capitalista; ma, una volta realizzata in pieno, non porta allo scopo sognato, bensì alla costituzione di un regime in cui tutta la popolazione è asservita alla ristretta classe dei burocrati gestori dell’economia.

Il principio veramente fondamentale del socialismo, e di cui quello della collettivizzazione generale non è stato che una affrettata ed erronea deduzione, è quello secondo il quale le forze economiche non debbono dominare gli uomini, ma — come avviene per le forze naturali — essere da loro sottomesse, guidate, controllate nel modo più razionale, affinché le grandi masse non ne sieno vittime. Le gigantesche forze di progresso che scaturiscono dall’interesse individuale, non vanno spente nella morta gora della pratica routinière per trovarsi poi di fronte all’insolubile problema di resuscitare lo spirito d’iniziativa con le differenziazioni nei salari, e con gli altri provvedimenti del genere; quelle forze vanno invece esaltate ed estese offrendo loro una maggiore opportunità di sviluppo e di impiego, e contemporaneamente vanno consolidati e perfezionati gli argini che le convogliano verso gli obbiettivi di maggiore vantaggio per tutta la collettività.

La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio.

a) Non si possono più lasciare ai privati le imprese che, svolgendo un’attività necessariamente monopolistica, sono in condizioni di sfruttare la massa dei consumatori; [...][1]


PS: Gli autori e il curatore della pubblicazione del Manifesto di Ventotene (elaborato nel 1941 e pubblicato nel 1944) sono stati: Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni, un ex comunista, un liberale e un socialista.


Note



[2] Renzi a Ventotene con Merkel e Hollande. "Europa soluzione, non problema. E non finisce con Brexit"

Sicurezza, immigrazione e crescita nella Ue dopo la "fuga" del Regno Unito al centro del vertice tra i leader di Italia, Germania e Francia. I due "ospiti" accolti dal presidente del Consiglio nello scalo napoletano di Capodichino, poi in elicottero sull'isola per deporre fiori "europei" sulla tomba di Altiero Spinelli. I lavori sulla portaerei Garibaldi. Merkel: "Da Renzi riforme pietre miliari per futuro sostenibile". Hollande: "Europa deve sapersi difendere ma anche accogliere"

di PAOLO GALLORI  -  22 agosto 2016


[3] Il piano Kalergi e la genesi dell’Unione Europea oligarchica


[4] Stato etico


[5] Liberismo e liberalismo [Wikipedia]
Nella lingua italiana liberismo e liberalismo non hanno lo stesso significato: mentre il primo è una dottrina economica che teorizza il disimpegno dello stato dall'economia (perciò un'economia liberista è un'economia di mercato solo temperata da interventi esterni), il secondo è un'ideologia politica che sostiene l'esistenza di diritti fondamentali e inviolabili facenti capo all'individuo e l'eguaglianza dei cittadini davanti alla legge (eguaglianza formale).


[6] Questione femminile, questione meridionale, rivoluzione culturale e progetto educativo


[7] Dossier reddito minimo garantito



Documento collegato:


Traggo dalla Nota editoriale:

In conseguenza di quei ragionamenti, nacque “Per un’Europa libera e unita. Progetto d’un manifesto”, scritto, nell’estate 1941 in Ventotene. Eugenio Colorni nel 1944 ne curò la redazione in tre capitoli: il primo (“La crisi della civiltà moderna”) e il secondo (“Compiti del dopoguerra. L’unità europea”) interamente elaborati da Spinelli, come anche la seconda parte del terzo (“Compiti del dopoguerra. La riforma della società”), mentre la prima parte di quest’ultimo è stata definita da Rossi. Il “progetto”, denominato Manifesto di Ventotene, fu diffuso negli ambienti antifascisti da Ada Rossi, moglie di Ernesto, da Ursula Hirschmann, moglie di Colorni (dopo la morte di questi, colpito dal piombo fascista il 28 maggio 1944, diverrà moglie di Altiero Spinelli) e da Fiorella e Gigliola Spinelli, sorelle di Altiero.

I Quaderni di Ventotene

ISTITUTO DI STUDI FEDERALISTI ALTIERO SPINELLI

MANIFESTO DI VENTOTENE E PROGETTO DI TRATTATO CHE ISTITUISCE L’UNIONE EUROPEA: PER RILANCIARE L’EUROPA FEDERALE



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UE, che fare contro e con le regole europee


Nel post precedente[1 oppure 2] di questo blog, ho linkato un articolo del prof. Gustavo Piga, che commentando un saggio sugli USA spiega che l’obiettivo di diventare uno Stato federale richiede moltissimo tempo e il superamento di notevoli ostacoli.

Vi dicevo anche che l’UE è una confederazione (atipica) di Stati con economie molto eterogenee, priva degli strumenti riequilibratori tipici delle federazioni e degli Stati nazionali (i trasferimenti fiscali, soprattutto, dai Paesi o Regioni ricchi a quelli meno ricchi).

Assodato questo, in attesa di diventare federazione tra alcuni decenni, se ci riusciremo, occorre disporre - oggi - di strumenti idonei onde evitare che l’UE imploda.

Le regole attuali, ispirate in buona parte dal neo-liberismo (il mercato che si regola da sé), vanno forse bene nei periodi normali; non vanno bene invece per niente – come si vede da 7 anni in Italia o in Grecia o in Portogallo, ecc. – nei periodi di crisi, poiché non consentono politiche economiche anti-cicliche (il che è un obbrobrio logico prima che tecnico). Quindi andrebbero assolutamente adeguate. Un po’ lo si è fatto con decisioni sui generis (ad esempio, l’applicazione formale del fiscal compact[1] viene rinviata di anno in anno), ma appunto sono un palliativo temporaneo.

La Germania, con i suoi satelliti, non vuole cambiare le regole attuali, chi può costringerla? Lo potrebbe fare l’Italia, ma ha troppi scheletri nell’armadio, alcuni reali (il debito pubblico attuale, anche se, a ben vedere, nel lungo periodo è giudicato tra i più sostenibili), altri fittizi (l’equilibrio di bilancio: come è scritto anche nell’articolo che stiamo commentando, l’Italia è uno dei due Paesi che rispetta – da anni - il limite del 3% del deficit/Pil e quando l’ha sforato l’ha fatto di poco, mentre la Spagna, la Gran Bretagna, la Francia, ecc. hanno raggiunto durante la crisi fino il 10%). 

Anche la Francia ha delle debolezze e cerca di non gridare troppo per rimanere sotto la “fiducia” dell’ombrello finanziario teutonico, ma, come secondo membro della diarchia storica europea, è l’unico Paese che se veramente lo volesse potrebbe contrastare l’egemonia della Germania. Purtroppo, anche il sedicente socialista Hollande ha tradito il suo programma col quale ha vinto le elezioni presidenziali ed, irretito dal potere – come ha rivelato la sua ex moglie - si è affrettato anche lui ad applicare la ricetta mainstream neo-liberista: riduzione – anche se un po’ al rallentatore - del deficit e riforme strutturali: riforma del diritto del lavoro e deflazione dei salari (recalcitra invece sull’inasprimento della riforma delle pensioni). Ed è ora il presidente francese meno popolare nella storia della Francia, pregiudicandosi qualunque possibilità di sua riconferma alla presidenza (quindi non vedo che cosa ci abbia guadagnato).

Questo è il problema negli ultimi 30 anni: anche quando vince la sinistra, la politica economica attuata è di stampo liberista. I sedicenti socialisti e democratici (Blair, Hollande, Renzi) tradiscono gli ideali socialisti e/o i loro programmi elettorali.[2]

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Che fare? Occorre agire su più direttrici. Atteso che è quasi vano sperare in una 'rivoluzione' progressista (siamo quasi tutti dei pantofolai, ma mai dire mai) e l'avversario - il ceto dominante da 30 anni - è ricchissimo, potentissimo (controlla i media e le università), bulimico e spietato, da una parte occorre partecipare assiduamente e, nelle forme a disposizione che includono il mezzo potente del web, bombardare senza sosta lo stato maggiore di sinistra, stimolandolo, criticandolo e punendolo; dall’altra, occorre appoggiarsi alla legge vigente, nel caso di specie i trattati UE (il nefasto fiscal compact non fa parte dei trattati, ma è una regola successiva, e andrebbe denunciato perché – afferma il prof. Guarino – li vìola) e chiederne l’applicazione rispettandone la lettera e lo spirito.

Qui arrivo al dunque: pochissimi – debbo presumere da quel che leggo in giro - hanno letto i trattati UE, se li si leggono e li si approfondiscono un poco, come ho fatto io da profano, ci si accorge che, almeno dacché è scoppiata la grave crisi economica in EUZ (Grecia, 2010), essi vengono patentemente violati sia nella lettera che nello spirito, da parte sia della Commissione europea, sia del Consiglio europeo, sia della BCE. Traggo dal mio post Replica alla risposta della BCE alla petizione sulla BCE[3]

E’ agevole notare che, a dispetto dell'impronta ideologicamente connotata in senso ordoliberista dei Trattati UE e contrariamente alla loro interpretazione maistream neo-liberista ostinatamente propalata stravolgendo spesso la lettera e lo spirito delle norme, la lingua, la matematica, la logica e perfino i fatti, la deduzione è arbitraria, non avvalorata da una semplice lettura dell’intero testo del Trattato, in particolare l’art. 3 del TUE, che, in aderenza ai "valori" contenuti nel preambolo della Carta dei Diritti Fondamentali, ribadisce i principi fondamentali del governo dell'Unione Europea, finalizzandolo a due obiettivi prioritari: la piena occupazione e il progresso sociale, essendo la stabilità dei prezzi un mero sub-obiettivo [Art. 3. L'Unione instaura un mercato interno. Si adopera per lo sviluppo sostenibile dell'Europa, basato su una crescita economica equilibrata e sulla stabilità dei prezzi, su un'economia sociale di mercato fortemente competitiva, che mira alla piena occupazione e al progresso sociale, e su un elevato livello di tutela e di miglioramento della qualità dell'ambiente. Essa promuove il progresso scientifico e tecnologico. L'Unione combatte l'esclusione sociale e le discriminazioni e promuove la giustizia e la protezione sociali, la parità tra donne e uomini, la solidarietà tra le generazioni e la tutela dei diritti del minore. Essa promuove la coesione economica, sociale e territoriale, e la solidarietà tra gli Stati membri.]; smentita dalle evidenze empiriche dell’ultimo quinquennio; contraddetta dai dati macroeconomici relativi al tasso d’inflazione e al tasso di disoccupazione dell’Eurozona; formalmente corretta per l’Eurosistema ma sostanzialmente fuorviante, poiché è in discussione non la prevalenza e la cogenza dell’obiettivo principale – la stabilità dei prezzi - ma l’obliterazione sistematica da parte della BCE del secondo obiettivo statutario – sostenere le politiche economiche dell’UE - che in deflazione o con inflazione inferiore (sensibilmente) al target, quando i due obiettivi sono assolutamente concordanti e complementari, ha le stesse dignità e cogenza del primo”.

Se ciò risponde, almeno in parte, al vero, occorrerebbe, come dicevo prima, appoggiarsi alla legge e – come Stati o come cittadini o, meglio, come soggetti organizzati (partiti, sindacati, associazioni) – “muovere” i due Organi deputati a dirimere la questione: in primo luogo, la Corte di Giustizia Europea (organo giurisdizionale), ricorrendone i presupposti, e, in secondo luogo, il Parlamento europeo (organo politico). Ho provato anche a fare un tentativo per pungolarne qualcuno, ma finora ho constatato che nessuno, né i docenti e gli intellettuali, i quali preferiscono gli inefficaci appelli, né i politici, né i sindacati, né i cittadini salvo casi sparuti, intende seguire questa strada. Ma è l’unica percorribile in tempi relativamente brevi e senza chiedere il permesso a chi detiene le leve del potere.


PS: Sono l’Ue e la Bce a non rispettare i trattati europei



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I difetti strutturali dell’Euro


L’Eurozona è un insieme di Paesi strutturalmente eterogenei; non sono previsti dai trattati europei (influenzati dall'ordoliberismo germanico, senza però le correzioni che ne hanno smussato le asperità in sede applicativa in Germania[1]meccanismi di aggiustamento degli squilibri strutturali interni: né quelli tipici delle federazioni, né quelli che ne distribuiscono equamente i pesi tra Paesi forti e Paesi deboli.

[1] Dialogo con Carlo Clericetti sulla solidarietà tra gli Stati dell’UE e sull’economia sociale di mercato  http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2848095.html  oppure 

Gli USA sono una federazione e perciò hanno i trasferimenti fiscali (quindi a fondo perduto) dagli Stati ricchi a quelli meno ricchi, che fanno da riequilibratori, per il tramite del bilancio federale, pari al 20% del Pil annuo USA (pari complessivamente a 17.500 mld $).

L'UE è invece ancora una confederazione (atipica), che non contempla i trasferimenti fiscali, il cui bilancio confederale ammonta ad appena l'1% del Pil complessivo (pari a 18.500 mld $) e la cui moneta è comune ad appena 19 Paesi su 28; ed il cui riequilibrio tra i Paesi membri avviene, non a spese dei Paesi ricchi, tramite i trasferimenti fiscali o, almeno, la sanzione dei surplus commerciali eccessivi,[2] ma a spese dei Paesi meno ricchi, attraverso la deflazione dei salari e la riduzione dei diritti e i trasferimenti di capitali in prestito (quindi a titolo oneroso) dai più forti e avvantaggiati dalla moneta unica (Germania, Olanda, Belgio, Francia, Austria, ecc.) a quelli deboli e svantaggiati dall'Euro (Piigs).

[2] Dialogo sul surplus commerciale eccessivo e il taglio dei salari

L’ideologia ordoliberista tedesca ha influenzato anche – forse soprattutto – lo statuto della BCE,[3] che è soltanto un po’ meno rigido di quello della Bundesbank, ma prevede anch’esso che l’obiettivo principale sia la stabilità dei prezzi (“sotto, ma vicino, al 2%”). Fatto salvo questo, essa ha, però, anche l’obiettivo di sostenere le politiche economiche dell’UE fissate dall’art. 3 del TUE,[3] tra cui “una crescita economica equilibrata” e “la piena occupazione”.

[3] Allegato alla Petizione al Parlamento europeo: la Bce non rispetta il suo statuto

Sotto questo aspetto, con la deflazione o l’inflazione molto sotto target e la crisi economica ed occupazionale che perdura da 7 (sette) anni (tranne in Germania e i suoi satelliti), la BCE ha mancato e sta mancando entrambi gli obiettivi statutari, con gravi conseguenze sui popoli europei più deboli e sui Paesi debitori (tra cui l’Italia). Il QE, implementato nel marzo 2015, è tardivo e insufficiente sia qualitativamente che quantitativamente, e di per sé, se non è accompagnato da una politica fiscale espansiva anticiclica (taglio di tasse e aumento di spesa) che accresca la domanda aggregata (consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette), non sarà in grado di debellare da solo la deflazione (come, ovviamente, ammette la stessa BCE).[4]

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La Germania, che all’epoca era considerata la malata d'Europa, trasse vantaggio dall'introduzione dell'Euro nel 1999, il cui valore, derivante dalla sommatoria/media delle monete di dodici dei quindici Paesi che allora componevano l’Unione europea, in cui il Marco tedesco era la moneta più forte, fu inevitabilmente fissato ad un livello che teneva conto anche delle monete più deboli e perciò più basso del Marco e vantaggioso per la Germania (in pratica, essa beneficiò di una svalutazione monetaria),

Com’è noto, il cambio Lira/Euro fu fissato a 1.936,27. Era troppo basso o troppo alto? Secondo i critici di destra, in primis Silvio Berlusconi (evidente indizio di coda di paglia per i suoi mancati controlli dei prezzi), troppo alto. Per loro, soprattutto a seguito del lamentato, da parte della grandissima parte del popolo italiano, supposto raddoppio dei prezzi subito dopo la sua introduzione, sarebbe dovuto essere fissato addirittura a 1.000 Lire. Ma naturalmente è una sciocchezza macroscopica, poiché sarebbe equivalso a una rivalutazione preventiva del 100% e quindi al raddoppio immediato dei prezzi dei prodotti italiani per gli acquirenti esteri.[5]

[5] Il ‘change over’ Lira-Euro e le responsabilità di Berlusconi

Oltre alla svalutazione preventiva, la Germania pretese ed ottenne nel 2003-2005, non una semplice flessibilità, ma di sforare il limite del 3% di deficit/Pil, per un importo pari a una ventina di mld, quando implementò le riforme strutturali del lavoro, inclusi i mini job a 400€ mensili, che deflazionarono i salari tedeschi, procurando alla Germania un ulteriore vantaggio competitivo rispetto ai partner dell'Eurozona.

Vantaggio competitivo accresciutosi negli anni successivi, poiché la Germania, in aderenza alla sua ideologia mercantilista e ordoliberista, ha continuato e continua ad attuare tuttora una politica economica deflazionistica e restrittiva, scaricando sui partner deboli tutto l'onere dell'aggiustamento infra-EUZ.

Segnalo, en passant, che la Germania pretendeva di negare all'Italia (già penalizzata dal criterio ritenuto inaffidabile dalla stessa Commissione europea, oltre che dalla BCE, del calcolo del cosiddetto deficit strutturale[6] applicato dalla Commissione europea), quando il governo Renzi ha implementato la riforma del lavoro (il cosiddetto Jobs Act), non uno sforamento del limite del 3%, ma una misera e drammaticamente insufficiente flessibilità, come misura anticiclica.

[6] Dialogo sulla lettera di Padoan all’UE, la sostenibilità del debito pubblico e la formula del deficit strutturale http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2823271.html  oppure 


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La soluzione ai difetti strutturali dell’Euro possono essere gli Stati Uniti d’Europa? Sì, certamente, ma purtroppo nel lungo periodo. Come scrive al riguardo il prof. Gustavo Piga. Egli, inoltre, commentando un saggio di Hugh Rockoff intitolato “How Long Did it Take the United States to Become an Optimal Currency Area?”, ovvero “Quanto ci hanno messo gli Stati Uniti a divenire una Area Valutaria Ottimale?”, spiega perché, nonostante i difetti, per l’Unione Europea è preferibile continuare ad adottare una moneta ed una politica monetaria comune.[7]

[7] Moneta e bandiera: il se e quando degli Stati Uniti d’Europa

Gustavo Piga - 18 agosto 2016

Ed invece il prof. Joseph Stiglitz, in un articolo sul Financial Times, afferma che l’Euro è insostenibile e propone di dividerlo in due.[8]

[8] A split euro is the solution for Europe’s single currency

Joseph Stiglitz  -  August 17, 2016 4:32 am

The problems with the structure of the eurozone may be insurmountable, writes Joseph Stiglitz

(trovate l'articolo originale e la traduzione in questo mio post (nell'appendice):

Critiche severe all’economia italiana da importanti giornali di Spagna, Francia, Gran Bretagna e USA


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Intanto, si susseguono proposte per far fronte alla deflazione, renitente alla presunta cura per giunta tardiva del QE implementata dalla BCE, e alla crisi economica.[9]

[9] QE, il monetarismo e la fallacia logica della falsa equivalenza

Tra queste, la “moneta dall’elicottero”, vecchissima espressione coniata da Milton Friedman, il padre del monetarismo, che ogni tanto rispunta fuori - ora soprattutto ad opera dei neo-liberisti pentiti, di fronte al fallimento della loro ideologia strampalata e spietata al soldo dei ricchi -, che prevede che i soldi vengano distribuiti direttamente ai cittadini.[5]

[5] Ad esempio, l’ho letta e discussa mesi fa qui:

Carlo Clericetti - 21 APR 2016

Moneta dall'elicottero? Parliamo del pilota

Ma la moneta dall’elicottero non è ancora sufficiente, se non hai modo di costringere i beneficiari a spenderla, perché potrebbero destinare quei soldi, in tutto o in parte, a risparmio (che, come si vede oggi, anzi da anni, rimane nel circuito finanziario). Perciò – dice Clericetti - è meglio darli allo Stato, che li destina a opere pubbliche.

Attenzione, però, non indifferentemente a spesa pubblica, ma prioritariamente a investimenti, perché se lo Stato li destinasse, poniamo, a finanziare il reddito di cittadinanza,[10] si rischierebbe di ricadere, in tutto o in parte, nello stesso problema (vedansi gli 80€/mese decisi dal Governo Renzi, che solo in parte si sono trasformati in consumi).



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Dialogo tra icsconzero e me sul profilo psicologico di Silvio Berlusconi e dintorni


Io seguo assiduamente le vicende di Silvio Berlusconi e ne scrivo soltanto quando egli riveste cariche istituzionali o è in grado di condizionare la vita politica dell’Italia. Quando nessuna di queste due condizioni si verifica, sono poco interessato a lui.

Nel 2011, c’erano quelle due condizioni. Riporto questo vecchio, bel dialogo tra icsconzero e me, sul profilo psicologico di Silvio Berlusconi e dintorni, avvenuto nel 2011 in calce a questo articolo:


Concetto Vecchio  -  19 SET 2011



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Traggo dal mio ‘post’ allegato “Il Sig. Silvio B. ed il suo tallone d’Achille/15”

3. Ho già scritto dell’Italia come di un Paese antico, cinico e mammone ed evidenziato inoltre che sono le donne a tenere in piedi elettoralmente Silvio B. Quando ascoltavo i Soloni dell’analisi politologica discettare sulla natura dei rapporti tra Silvio B. ed il suo elettorato (v. anche post/9) e tra Silvio B. ed i suoi collaboratori, mi veniva da sorridere vedendo che non riuscivano a fare 2+2, a ravvisare l’evidente natura maternale di quei rapporti.

Io non credo però, come fa [lo psicologo] Alessandro Amadori, che Silvio B. sia “soltanto” la “madre” degli Italiani, ma più verosimilmente che egli sappia principalmente suscitare sapientemente l’istinto materno e continui quindi a svolgere magnificamente soprattutto il suo (quasi, per fortuna *) irresistibile ruolo di figlio-mammone, ma dal collo taurino.

Egli è mamma solo come proiezione e ad imitazione della sua (cfr. post/1), che ha svolto la funzione educativa senza tenere insieme la dimensione affettiva (amore debordante e incondizionato) con la dimensione etico-normativa: la sola educazione positiva, completa e che costituisce un fattore protettivo enorme; la sola capace di formare individui forti ed equilibrati, e non soggetti deboli come lui, malato di narcisismo, che coltiva un senso di onnipotenza che lo fa credere legibus solutus, pronto a punire chiunque (vedi la Magistratura) osi arrecare offese al suo amor proprio ipertrofico e malato, lesioni alla sua autorità, sconfitte al suo orgoglio di unico ed insostituibile.
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2629072.html



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Gli utili idioti ed il principio di realtà
Un imbroglione amorale ed incompetente, con grossi problemi anche col principio di realtà, come il Sig. Silvio B. ha potuto far danni per tanto tempo, perché ha potuto contare sull’aiuto gratuito di milioni di utili idioti, piagnoni, con la logica stortignaccola e qualche problema serio col principio di realtà, affezione psicologica che colpisce anche eminenti ministri del governo, come gli incompetenti e dannosi Tremonti e Sacconi, incredibilmente sempre ai primi posti nella classifica di gradimento da parte degli Italiani, per 3 anni con percentuali stabilmente superiori al 60%, il che significa che anche parecchi allocchi di centrosinistra gliela concedevano.


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Silvio B., il bravissimo venditore porta a porta

Per 15 anni, per ragioni professionali, ho avuto a che fare direttamente o indirettamente con la formazione commerciale. Ne ho conosciuto parecchi, di venditori, anche di quelli bravissimi porta a porta, che, sapendola fare, è la modalità di vendita più efficace. Uno dei primi era il presidente di un’azienda che aveva fatto in precedenza una lunga esperienza alla Volwerk Folletto. Quando vedo in azione Berlusconi, mi capita di ripensare a lui: alla sua apparente cordialità, alla sua generosità verso i collaboratori fidati, alla sua capacità recitativa, alla sua brama di gratificazioni, al suo disprezzo di fondo per il potenziale cliente, alla sua spietatezza (appresa dal padre, egli raccontava).
Ma queste caratteristiche sono, o dovrebbero essere, non solo in quelli della Vorwerk Folletto, ma in tutti quelli – bravi – che fanno il porta a porta.

Provo a riportare qualche notazione sulle tecniche di vendita.

Esistono essenzialmente due correnti di pensiero: una che propone una vendita basata sulla manipolazione psicologica del potenziale cliente (in un solo incontro), l’altra che evidenzia invece l’importanza di sapere ascoltare il cliente per interpretarne i bisogni in funzione del prodotto che si vuole dargli, cercando di fare scaturire la decisione di acquisto dalla costruzione di un rapporto di fiducia protratto nel tempo.
Le due teorie hanno pregi e difetti e l’approccio migliore dovrebbe prendere il meglio dell’una e dell’altra.
La scelta quali-quantitativa del mix dipende da due fattori: entrambi sono strettamente correlati alle caratteristiche personali (tecniche e psicologiche) del capo dell’azienda e del singolo venditore: il primo le adotta nella sua azienda, il secondo le impara e le applica sul campo.

E’ quasi superfluo dire che tutte o quasi tutte o la stragrande maggioranza delle aziende che praticano la vendita porta a porta tendono ad adottare una metodica piuttosto aggressiva, e quindi scelgono la vendita manipolatoria, per la quale – attraverso criteri di ricerca/selezione/addestramento/prova mirati allo scopo – impiegano venditori con caratteristiche tali (soprattutto: determinazione, capacità recitativa e spietatezza, il tutto però ammantato da cordialità apparente) da poterla applicare con efficacia/efficienza massime sul campo.

Com’è noto, Silvio Berlusconi, nei suoi seminari politici, ed in fondo anche nei suoi comizi, non fa altro che ripetere quello che ha appreso all’inizio della sua attività lavorativa di – bravissimo, pare –venditore porta a porta.

P.S.: come curiosità, vale la pena soggiungere che, qualunque sia la tecnica di vendita adottata, nei corsi di formazione si suggerisce di evitare di parlare col potenziale cliente di argomenti rischiosi come la politica ed il calcio, perché coinvolgono la pancia.


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Vincesko, ovviamente le pratiche di B. sono pratiche di venditore. La manipolazione è una delle manifestazioni verso il prossimo del disturbo narcisistico. Il narcisista ne ha fatto esperienza diretta a sue spese. Lui era il topo dell’educatore, e ripropone il gioco del gatto e del topo ogni volta. Non esistono sia rapporti stretti. familiari, che allargati, di un narcisista che non sono organizzati secondo questa dinamica. Per cui la manipolazione, e tutto l’armamentario che ne consegue: bugie, lusinghe, rabbia, e preghiera come dice Franco Cordero che coniò il termine Caimano: sorriso, ghigno e lamento. Il venditore di sé narcisista le prova tutte e e prende l’interlocutore per sfinimento fisico e psichico. Quando non riesce con la lusinga, allora tira fuori la rabbia e alla fine il lamento. Un atteggiamento che conosciamo da decenni in B. IL nostro, è un venditore nato, perché è un narcisista cresciuto. E molti italiani sono stati dei polli che hanno abboccato a bocca spalancata. Ma mo basta però.


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@ Icsconzero

Qual è l’eziologia?

Noi ci siamo già incrociati qui e su altri blog. Io non sono uno psicologo, ma ho già ‘postato’ anche qui dentro, sia in passato che in calce al ‘post’ linkato ieri alle 13:01, il profilo psicologico di Silvio B. che, sulla base di un’intuizione-deduzione che risaliva a qualche anno prima, elaborai nel 2003 e che inviai a “Repubblica”, intitolato “Il mammone dal collo taurino ed il suo tallone d’Achille”. Perché i problemi di Berlusconi – la sua vaga (?) schizofrenia ed il suo narcisismo, che sono degli effetti -, evidenti già oltre 10 anni fa, secondo me sono riconducibili soprattutto al rapporto con sua madre (anche uno psicanalista lo confermava l’ottobre scorso su Radio3-Tutta la città ne parla), figura autoritaria e cattiva educatrice, alla quale, come si sa, era legatissimo, ed anche al probabile cattivo rapporto con suo padre (classico incrocio del complesso edipico), del quale lui non parla mai.

E’ utile, per cui vorrei sottolineare l’eziologia del disturbo.

Anche il Prof. Cancrini, su l’Unità del 7-11-2010, scrisse:
”Le esperienze infantili che preparano l’hardware del disturbo narcisistico sono collegate regolarmente ad un clima familiare in cui il bambino ha ricevuto una adorazione e un amore disinteressati ma fuori misura in quanto non accompagnati da una sufficiente empatia e da una genuina presentazione dei fatti”.

Riporto il profilo psicologico che, da non esperto, elaborai nel 2003 e che inviai al quotidiano ‘la Repubblica’ (v. ‘post’ allegato ieri, in cui ho raccolto una serie di miei ‘post’ su di lui, sua madre, suo padre, i suoi figli, articoli di Scalfari con confidenze di Ciampi e Napolitano, ecc.).

IL SIG. SILVIO B., IL MAMMONE DAL COLLO TAURINO ED IL SUO TALLONE D’ACHILLE
(Versione elaborata nel maggio 2003, inviata a la Repubblica, appena appena aggiornata)
Adottando un approccio psico-politico nell’analisi dei fatti e dei personaggi della vita politica nazionale, uso definire da una decina d’anni il Sig. Silvio B. un “mammone dal collo taurino”: un evidente – apparente – ossimoro, indicativo di una personalità complessa, vagamente (?) schizofrenica (“condannato” a recitare più parti in commedia: lui, tutte!).
Del mammone ha il carattere viziato, vittimista, bisognoso di protezione (P2, legami politici), egoista, autoassolutorio, dall’amor proprio ipertrofico e malato (che lo rende molto vulnerabile: esagerando, io da molti anni credo che non mollerà più Bossi, perché… ne teme gli epiteti);
Come tutti i veri mammoni, è un irriducibile egoista, condannato ad averla sempre vinta; sempre ed a qualunque costo: beninteso, per gli altri.
Nel suo caso, anche bulimico: bulimia di denaro, di case, di successo, di potere, di consenso e gratificazioni, di donne e di sesso (egli stesso ha confidato in tv che la mamma, da piccolo, lo ingozzava di cibo); bugiardo (sembra il paradigma della triade menzogna-negazione freudiana-proiezione), refrattario a controlli e regole.
Ma un mammone dal collo taurino (riconducibile al rapporto figlio-padre? Ma mi impressionò la reazione verbale dura e un po’ volgare della mamma contro il “concorrente” Rutelli ed il “concorrente” Prodi nel corso delle rispettive campagne elettorali); non un pappamolla, ma un duro, un intemperante, un vendicativo, uno proclive a legami opachi (P2, mafia, politica), se funzionali alle sue strategie di perseguimento del successo (autorealizzazione-gratificazione).
Ciò che spinge – potentemente – il Sig. Silvio B. a reagire agli attacchi, in maniera violenta e incoercibile – soprattutto quando si basano su fatti veri ed egli stesso li riconosce tali nel suo intimo profondo (soltanto la verità, dice Freud, fa davvero male) – non è l’analisi razionale dei fatti, ma il suo amor proprio ipertrofico e malato, il suo vero tallone d’Achille, da un lato; e ciò che lo “costringe” a concupire e a fagocitare poteri e competenze sono, dall’altro, la potente pulsione bulimica e – dato l’imprinting, cioè la relazione primitiva fondamentale – l’imitazione dell’autoritario – assolutistico? – modello materno.

Ed aggiungo la prima parte del ‘post/3’ sul padre:
IL PADRE DEL SIG. SILVIO B.
“(…). Il conte banchiere racconta come “in realtà, le città giardino di Berlusconi sono servite a qualche famiglia milanese per far rientrare le valigie di soldi depositate a suo tempo in Svizzera”. Ricorda di come, un giorno, Berlusconi “va da Rasini e gli chiede di appoggiarlo su quei suoi amici, clienti o meno della banca, che hanno portato fuori tanti soldi e che, se lui ci metterà una buona parola, potrebbero dargli fiducia”. Rasini ne parla con il padre di Berlusconi, Luigi, che non vorrebbe. Ha paura che il figlio“resti schiacciato dalla sua ambizione”. Ma Rasini, come ha fatto altre volte, non gli fa mancare il suo aiuto. “In fondo, quale migliore occasione per far tornare il denaro dal paese degli gnomi e farlo fruttare bello e pulito nelle mani di quel giovanotto che dove tocca guadagna?”.(…)”.
http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/cronaca/mafia-10/nebbie-fininvest/nebbie-fininvest.html

Commento:
Il padre di Silvio Berlusconi mi è parso sempre una figura poco nitida, evocata raramente anche dai giornali e soltanto per il suo ruolo di direttore della Banca Rasini.
Il figlio non ne parla mai e, tranne il torneo di calcio dedicato alla sua memoria, non conosco espliciti e pubblici riferimenti a lui. Trovo perciò molto interessante la frase evidenziata sulla sua ambizione, poiché rivela, non solo una non consentaneità tra il padre ed il figlio (fisiologico – direi – nello schema tipico freudiano del conflitto edipico), ma anche un giudizio implicito di eccessiva bramosia ed esagerata propensione al rischio, che equivale anche ad una patente di presuntuoso. [...].


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Vincesko, innazitutto rimarco anch’io di non essere uno psicologo, a un appassionato di psicologia ed in particolare di narcisismo, ma non per questo rinuncio alla possibilità di esprimere la mia opinione che si basa su letture e sensibilità, che nel tempo mi hanno dato alcune conferme. Detto questo, quello che tu chiami “mammone dal collo taurino”, io lo lego al concetto di mammone e maschilista che sostituisce i più sani concetti di: materno e paterno. A questa distorsione ho ipotizzato che possa ricondursi in qualche modo la nostra vulnerabilità nei confronti del narcisismo, che ricorre e che varrebbe la pena di approfondire. La nostra società così legata al sangue, al nucleo ristretto del vincolo familiare, in un’area in cui il dominus è la madre, manca di veri padri, quelli che dovrebbero stabilire il ponte civico, tra il nucleo familiare e l’area sociale, tra l’istinto e le regole. Nel nostro paese c’è come un circolo vizioso, in cui le donne (alcune, ma non piche), estromesse o sottovalutate nel ruolo civile, si “vendicano”, inconsciamente, esercitando il loro potere per tramite dei figli. I figli a loro volta, legati indissolubilmente e spesso patologiacamente alla madre (ovviamente con sfumature varie, i problemi psicologici sono solo un problema di quantità) non riescono ad avere un intimità matura con le donne, dato che l’intimità presupporrebbe un tradimento alla madre, unica depositaria della potenza maschile, indirizzo e controllo del figlio, al quale chiede asservimento psichico. In questo modo ci si espone al narcisismo, che altro non è che la rinuncia al proprio sé, alienazione, e sostituzione di esso con il falso sé materno (Consiglio a questo proposito la lettura dell’intera letterature di Heinz Kohut, il fondatore della “Psicologia del sé”) che per primo ha definito il termine della “Disturbo narcisistico di personalità”. Il narcisismo maligno (come altri lo definiscono) non ha niente a che vedere con una buona considerazione di sé, l’autostima, che potremmo chiamare narcisismo buono (Kohut stesso aggiunse alla definizione si sanità mentale di Freud: “La capacità di amare e lavorare” il termine “con successo”, proprio a rimarcare che una dose di narcisismo, che nasce dalla trasformazione in autostima di un rapporto sufficientemente positivo con gli/l’educatore, è utile alla vita), il narcisismo maligno invece è abdicazione, asservimento ad una richiesta di dedizione, formulata dall’educatore che abbina “aspettative ad ammirazioni eccessive” ma trasmesse in modo freddo e distaccato. Il dolore che origina dall’aspettativa mancata di amore gratuito esercitata da una madre (ed in seconda battuta dal padre) consapevole di tale ruolo, viene contrastato da una difensiva separazione tra sensazioni ed emozioni, che mette a quest’ultima una specie di sordina, dando luogo, insieme ad una complessa altra catena si effetti, alla mancanza di empatia che si configura come la caratteristica più rilevante del disturbo narcisistico. L’unica coerenza del narcisista è fare ciò che la madre chiede, profondamente. Tutto viene ricondotto a questo.
Qualcuno dice che i matti non sono prevedibili, invece è vero completamente l’opposto. Una persona che soffre di problematiche psichiche è prevedibilissimo, stante che si conosca la sua patologia. Perché conosciuto il vincolo psichico si conosce l’area nella quale sarà costretto a vivere e dalla quale non si potrà allontanare, come un cagnolino alla catena. Mentre una persona senza catena può scegliere. per cui è meno prevedibile. In un certo senso è come un’equazione dove dato un valore alla variabile se ne ricava il valore dell’altra.


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E’ ovvio che ho fatto l’esempio del rapporto tra madre e figlio, perché è il più intimo, ma ovviamente si parla anche di un rapporto conseguenziale tra madre narcisista e figlia, oppure tra un madre virtuale, un ava come nel caso dell’opera del narcisismo femminile: la Turandot. E’ anche possibile che il padre, eserciti la dominanza narcisistica, manipolando e mettendo in ombra la madre ed esercitando un ruolo di esagerato indirizzo e controllo verso i figli. Come è anche possibile che un genitore più sano possa intervenire a protezione (ma è molto difficile) dei figli nei confronti di un genitore narciso opponendosi in qualche modo. Ne abbiamo avuto un esempio proprio guardando al “nostro”. Per cui lungi da me incolpare le donne del fenomeno narcisistico. Nella nostra società fatta di danaro di potere ed immagine, il narcisismo appare talvolta come uno strumento per la scalata sociale (senza scrupoli). Come se questo fosse una dota o un valore. Nessuno parla del prezzo terribile che un narcisista disturbato paga per questo: la rinuncia alla vita, alla possibilità di amare e di sviluppare il suo sé, una tragedia spesso non rimediabile.


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@ Icsconzero

Interessanti, le tue considerazioni.

Tre o quattro giorni fa, su Radio3, uno psicologo affermava che ormai, in Italia, non bisognerebbe parlare più di individualismo diffuso, ma di narcisismo diffuso, dilagante.

Limitandomi al Sud (sono meridionale), senza alcun intento anti-femminista, anzi come frutto di una lunga e profonda riflessione partita da un pregiudizio inizialmente positivo, io reputo la donna meridionale (prepotenza privata, assenza pubblica: binomio forse non casuale) uno dei principali fattori di conservazione e di freno nel Sud (caratteri comunque molto sottovalutati o sottaciuti), soprattutto nel suo ruolo di mamma e/o d’insegnante.
E si sa che c’è una stretta relazione tra ruolo e grado di partecipazione della donna (in economia, ma vale in generale) e indice di sviluppo di un Paese.

Allargando l’analisi all’Italia, interrogandomi su chi o che cosa fa sì che quella italiana sia una società bloccata o disequilibrata, mi sono detto che quando un fenomeno è antico, profondo e diffuso, c‘è sempre una dimensione prevalentemente storico-culturale.
Il nostro è un popolo antico, cinico, a-meritocratico e mammone.
I soggetti principali, checché se ne dica, che hanno agito e continuano ad agire in profondità e ne costituiscono il sostrato culturale più autentico e conservatore sono, da una parte, mamma-Chiesa – oscurantismo, nepotismo, controriforma, anti-giansenismo (non è l’uomo che si deve elevare per meritare la grazia, operando bene, ma il contrario, è la grazia che deve abbassarsi al livello del credente) e, dall’altra, la donna-mamma, soggetto dominante nella sfera privata. In Italia, soprattutto al Sud, vige il matriarcato. Senza studi particolari: a me consta personalmente, inferendolo dalla cerchia familiare allargata e da quella amicale.

Il disequilibrio tra i generi, nella dimensione pubblica, e quindi anche nei rapporti economici, è conseguenza del matriarcato.

Anche la peculiare questione giovanile italiana è un effetto del ruolo preponderante della donna-madre. In effetti, quella che non a caso è stata definita la “quiet generation” sembra mettere in discussione tutto quello che la mitologia, e poi la tragedia (greca, inglese, ecc.), la letteratura, la psicanalisi e la stessa osservazione del mondo animale ci hanno raccontato per millenni: il conflitto intergenerazionale, rappresentato dal rapporto conflittuale archetipico padre-figlio.
Sembra quasi che con la scomparsa della famiglia patriarcale e poi lo scemare dell’autorità paterna, ben rappresentata dall’espressione “femminilizzazione della società”, sia anche venuto meno il motivo stesso del conflitto. Purtroppo.

Da molti anni io credo fermissimamente che l’Italia abbia molto bisogno di padri – quasi assenti – e non di mamme – onnipresenti. La soluzione, come c’insegnano la psicologia, la pedagogia e, da ultimo, le neuroscienze, è nell’educazione precoce in famiglia (fin dalla gravidanza), indirizzata alle madri, ai padri ed ai figli.
http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html  (oppure http://vincesko.blogspot.com/2015/03/questione-femminile-questione.html)


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P.S.:

Educazione
Aggiungo una notazione utile sulle neuroscienze, che non ho ancora riportato nel mio ‘post’ allegato sopra (scritto in precedenza).

Fascia d’età critica.
Il periodo fondamentale è dalla gravidanza a 3 anni! E’ in questo lasso di tempo che si formano le sinapsi, che legano i neuroni, ma esse si fissano a condizione che vengano utilizzate/stimolate dall’educazione. Riporto il passo scritto da un mio recente interlocutore, Valerio_38, che lo spiega bene:
Le moderne neuroscienze hanno dimostrato che la nostra specie è affetta da una eccezionale neotenia, cosicché il cervello di un bambino appena nato è ancora immaturo. Possiede già l’intero patrimonio di neuroni (circa cento miliardi), ma tutti quei neuroni sono pressoché privi di collegamenti fra di loro. Lo sviluppo dei collegamenti (assoni e sinapsi) avviene gradualmente nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza, in parallelo alla vita fuori dall’utero. I collegamenti (in media circa diecimila per ciascun neurone) sembra si sviluppino per caso ma si stabilizzino (si fissino) soltanto se vengono “utilizzati” (gli altri si atrofizzano).
Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia. L’istruzione determina quali sinapsi si fisseranno e quali no.

ed una mia integrazione:
Ho letto con interesse il tuo commento del 9.5 23:05 (poi gli altri) e l’ho condiviso interamente tranne in due punti: 1) laddove tu scrivi “Questa plasticità del cervello infantile e adolescente è la ragione che rende così importante l’istruzione dei giovani fin dalla prima infanzia”; e quando affermi: “Ma la distribuzione di queste differenze non dipende dalle latitudini, dipende dalla storia”.
Non dalla storia, ma dall’educazione, appunto, che deve cominciare già durante la gravidanza.


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Mi sembra che sulla radice del problema siamo d’accordo. Voglio aggiungere che anche mitologicamente, l’idea dei Padri della Patria, corrisponde ai momenti più luminosi della storia italiana: Risorgimento (e conseguente unità d’Italia) e poi, Resistenza, Liberazione e Costituzione. Quando gli uomini hanno fatto i padri nazionali e sociali, l’Italia s’è risvegliata. Quando invece come con Mussolini e Berlusconi, è stata travolta dalla componente narcisistica, ha vissuto la parte più oscura ed oscurantista. E’ l’Italia che passa dalla bocca ai genitali senza passare per il cervello ed il cuore. La seduzione e l’eccitazione pubica, impotente ed onnipotenti allo stesso tempo, cortocircuita cuore ed emozioni. La ricerca del bagno di folla esclude il contatto intimo, la declamazione sostituisce la conversazione. E’ sterilità, è una psiche bambina in un corpo adulto, una persona di potere ma impotente, perché la vera potenza sta nelle emozioni che consentono le relazioni. Un narcisista viene cresciuto come L’Unico, e non come Unico, come sarebbe giusto, è un modo per castrarlo. castrarlo della possibilità di stabilire relazioni tra pari come l’amore e l’amicizia. Una cosa che rappresenta bene il prezzo di dipendenza del narcisista sta nella domanda: Perché si solito un genitore narcisista tollera i capricci di un figlio (non parlo dei capricci giocosi e piacevoli) parlo di capricci seri che si traducono nel venire meno alle proprie responsabilità. La risposta è che tollerare i capricci fa rimanere piccoli ed i bambini tornano sempre dai genitori. Insieme alla responsabilità i genitori narcisi sottraggono la libertà del figlio di poter offrire il proprio amore ad altri. Onore ed amore sono sempre collegati. Di solito una persona che non ha onore, che non mantiene le proprie promesse, ha difficoltà ad amare. Per i genitori narcisi è una specie di garanzia di non rimanere soli, ci sarà sempre un figlio che dipende da loro. Ma in realtà è un’illusione, saranno in due ad avvitarsi nella solitudine. Per cui, attenzione al narcisismo, a quella malattia che sostituisce l’amore del potere al potere dell’amore, stiamone lontani come dalla peste. Il narcisismo (maligno) se lo conosci non ti uccide. Per cui in Italia, secondo me e, vedo che mi trovo d’accordo con te, anche forse perché anch’io ho origini del sud, ci vogliono più padri e più donne nel lavoro, nei ruoli sociali. Più regole, non è un caso che siamo così insofferenti alle regole, ed ecco perché combattere l’evasione fiscale, segno di rispetto civile, sarebbe una delle strade per una vera modernizzazione del nostro paese. altro che dire cazzo e scopo, come dice giustamente Scalfari quella non è modernizzazione è degrado. Infine concordo anche sul ruolo negativo della Chiesa, ma quella politica non quella profetica, quella di potere, quella che ipocrita che combatte per il crocefisso in tutti i posti, che vuole le radici cristiane nella Costituzione Europea, che osteggia me leggi contro l’omofobia, che non vuole la fecondazione assistita, che non fa il funerale a Welby, che condanna il padre della Englaro (vero padre ed eroe civico, come del resto alcuni preti-padri) e poi contestualizza le bestemmie del loro protetto con Monsignor Fisichella, e perfino tace quando B. gioca benedicendo in modo blasfemo, la Minetti-suora con il crocefisso sulle parti intime. Dove sono Lupi, Roccella, Giovanardi e Formigoni. Da chi è capace di tale ipocrisia, come si fa a sperare modernità?


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@ Icsconzero

Purtroppo, ormai c’è un’omologazione del Nord rispetto al Sud. E non ci sono le idee molto chiare sul CHE FARE (che è la cosa che m’interessa di più), né al Nord né al Sud, con conseguente spreco di risorse.

Sud
Per il Sud: pochi giorni fa ho assistito alla presentazione del libro “Terronismo” di Marco Demarco, direttore del Corriere del Mezzogiorno. I relatori erano ad alto livello: oltre all’autore, c’erano il prof. Massimo Lo Cicero, il presidente, Adriano Giannola, ed il direttore, Riccardo Padovani, della SVIMEZ, ed il direttore della Fondazione Mezzogiorno Europa, Alberto Gambescia.

Ascoltandoli, mi è venuto da pensare: “Certo che questi intellettuali della Magna Grecia non sanno fare 2+2 (neppure loro, come gli intellettuali che popolano i vari blog, che frequento da 2 anni e mezzo)”.
Divertenti (si fa per dire) le risposte alla domanda posta nel secondo giro della discussione: (se e) perché i meridionali sono diversi dai settentrionali, la stessa domanda che un giornalista pose nel 1900 ai principali intellettuali italiani: l’80% di loro rispose: per un fatto antropologico (diagnosi che io avevo anticipato alla signora che mi sedeva accanto), escludendo che dipendesse dal clima.

Demarco ha risposto che non era d’accordo, perché era come accettare un determinismo della condizione del Sud. (Io subito ho pensato: se lo sente il colto Valerio_38, che sta spiegando, nel ‘post’ del blog del prof. O. su “Repubblica”, che l’evoluzione dell’uomo, da 10 mila anni a questa parte, è frutto soprattutto della cultura).

Il prof. Massimo Lo Cicero (che, detto per inciso, ha dato lo stesso mio giudizio sulla “bottegaia” Merkel) s’è tenuto sulle generali, preoccupandosi piuttosto di dire che bisogna salvare anche Napoli assieme al resto del Sud.

Il presidente della SVIMEZ, Adriano Giannola, non napoletano, ha detto che sono uguali (al che ho dissentito).

Subito dopo, però, il direttore della SVIMEZ, Riccardo Padovani, che pure tendeva ad incolpare principalmente la classe dirigente meridionale (et pour cause), ha invece detto che non sono uguali, per un fatto di organizzazione (ed io ho assentito vistosamente, ma dicendo ai vicini che quella è una conseguenza).

Perché la determinante (come sto scrivendo da quasi 3 anni nei miei ‘post’ e commenti nel web, e prima altrove) è una causa “culturale, in senso antropologico” (allegando la relativa voce di Wikipedia, che è buona http://it.wikipedia.org/wiki/Cultura).

E pensare che nel libro c’è, la spiegazione: quando riporta, per stigmatizzare il razzismo all’incontrario del movimento neo-borbonico contro il Nord, la frase orgogliosa del principe di Salina, ne “Il Gattopardo”, quando in inglese dice: “ I Garibaldini sono venuti per imparare le nostre buone maniere, perché noi siamo dei”.
Ma la spiegazione è nel passo del “Gattopardo”, in cui il principe, rivolto agli ufficiali inglesi che gli sottolineano la bellezza del suo palazzo, appetto alla bruttezza e sporcizia del quartiere, egli risponde: “I Siciliani si credono dei e quindi perfetti, non hanno bisogno di migliorare”.
Questo è il vero sostrato cultural-antropologico (alimentato-aggravato dal matriarcato e dall’influenza di mamma-Chiesa) dell’arretratezza del Sud.

Dai dati, risulta che anche la fredda Germania dell’Est (cfr. “Banca d’Italia – Mezzogiorno e politiche regionali”, destinataria di imponenti risorse dopo l’unificazione (molto superiori a quelle riversate nel nostro Mezzogiorno), dopo aver migliorato notevolmente tutti i propri indicatori in un arco temporale relativamente breve, non riesce a colmare i gap, a parere di molti, per motivi culturali.

E così ho scritto a Marco Demarco una lunga lettera.

(…)


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(…)

Nord
Per il Nord: lo vedo seguendo le proposte politiche e i DdL. Tempo fa, ho avuto una discussione emblematica via web con una giovane dirigente emiliana del PD sul tema della discriminazione di genere.

Ella sostiene: “E’ una discriminazione che partendo dal disequilibrio fra i ruoli all’interno della famiglia” richiede di “cominciare a condurre un’adeguata campagna d’informazione sulla realtà del mondo femminile italiano, a partire dalla scuola”.
Io ho obiettato: “Scusami, come a partire dalla scuola? Nasce in famiglia e vuoi partire dalla scuola? E’ un po’ come chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. Vuoi curare la “malattia” (non si guarisce quasi mai dalle malattie) anziché prevenirla, che è più facile e meno costoso? La logica – scrive Musil ne “L’uomo senza qualità” – è quella cosa scomoda che fa discendere il significato di una frase da quella precedente. Perché trovi “scomodo” collocare il problema là dove esso ha origine? Comunque mi sono accorto che parecchi, soprattutto donne, trovano “scomodo” partire da lì …

Ella sostiene ancora (in linea con ciò che si dice spesso): “Secondo le statistiche le donne si impegnano di più negli studi e ottengono risultati migliori rispetto ai maschi”.
Io ho obiettato: “Questa è un po’ una leggenda metropolitana, almeno per i ragazzi di Scuola Media: secondo il Rapporto 2009 dell’INVALSI (par. 4.2, tavv. 6 e 6a), al Centro-Nord le ragazze sono più brave in italiano, i ragazzi in matematica; al Sud non ci sono differenze. Dopo, non so, forse, un 5-7% di donne raggiunge anche l’eccellenza, ma il restante 93-95%?”. (I laureati, in fondo, sono soltanto 160 mila all’anno).

Ella sostiene ancora: “Molte ragazze hanno semplicemente perso la volontà di battersi davvero per qualcosa”.
“Ecco, le ho detto, questo è il punto cruciale: solo lottando si ottengono le cose, se le donne rinunciano a farlo, siamo tutti fritti. In Italia, soprattutto al Sud (da secoli), pare sussistere una sorta di “divisione nazionale del potere”: le donne comandano in casa (e forse nella scuola), gli uomini fuori dalla casa; urge un riequilibrio e una redistribuzione del potere politico, ma le donne latitano: perché? Se un fenomeno è così esteso, antico e profondo, vuol dire che ha una valenza e una dimensione “culturale” e quindi esige una soluzione “culturale”, cioè educativa, a partire dalla famiglia e dal suo perno educativo: la madre. Scrive la psicanalista Simona Argentieri – una delle protagoniste del dibattito su l’Unita sul silenzio delle donne – (in “Specchio delle mie brame”, Psycomedia) che il rapporto con la madre è fondamentale nella costruzione della personalità di ciascuno e parla di “primitivo imprinting relazionale”.

Occorre una rivoluzione culturale; occorre che la donna rinunci ad una parte del suo potere tra le mura domestiche – dove si formano i paradigmi culturali, che deve contribuire a cambiare -, a favore di un suo più marcato ruolo pubblico, di una presenza più incisiva nei posti dove si fanno le leggi, che sono in rapporto biunivoco con il retaggio culturale: ne sono influenzate e lo influenzano.

Occorre essere consapevoli che la questione femminile, a ben vedere, è il nodo cruciale italiano, dalla cui soluzione dipendono tante altre questioni: dallo sviluppo economico alla parità uomo-donna, alle disuguaglianze di reddito e di ricchezza, alla scuola, all’educazione, alla tv, alle aziende, al Mezzogiorno.


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Una volta sentii dire Gerardo Chiaromonte ad un festival dell’Unità, quando ancora c’era il PCI, che la liberazione della donna coincideva con la liberazione dell’uomo. Alla luce di quello che ci stiamo dicendo quella frase fotografava chiaramente il problema. Più una donna amplia i suoi scenari economico sociali e meno avverte e rischia la necessità di dover esercitare i potenti poteri della dipendenza affettiva.
Pur conservando ciascuno le proprie peculiarità, i ruoli sarebbero più stemperati e si rischierebbe meno la patologia mediando nella ripartizione dei compiti.
detto questo e ritornando al tema del narcisismo, questo io ritengo che la rete internet ci venga, sia l’antidoto, perché sostituisce i contenuti all’immagine. Nella psicologia del sé non c’è contraddizione tra l’io ed il noi, l’individuo si forma nella comunità, si struttura proprio nel confronto con gli altri, senza per questo perdere la sua individualità. Ciò che collega le due entità è la “relazione”. Questa è diventata la parola magica della mia vita. In uno stesso termine ritrovo sia la relazione logica, quella che lega tanto le associazioni logiche, che la relazioni affettive, quella che inizia nel rapporto con l’educatore primario e che prosegue costantemente per tutta la vita. Ora il narcisismo è la negazione della relazione, perché l’impedisce a monte, dato che essa si esaurisce in una fusione forzata con l’educatore. E’ una relazione che impedisce tutte le altre. La conseguenza è che il figlio narciso, blocca la sua crescita psichica ad un’età della prima infanzia e continua a vivere in un eterno presente perché sono le relazioni che storicizzano la vita e fanno evolvere la personalità. Di solito la difesa contro il fluire della vita è la distruttività verso la vita degli altri, il tentativo di congelarla attraverso le stesse forme manipolative che si sono subite. La seconda difesa di solito è quella di costruire una realtà virtuale, di reinventarla ogni volta perché possa sempre adattarsi al mondo che il narcisista si rappresenta con lo specchio delle sue brame. Ora non è un caso che la televisione diventi il mezzo con cui il grande truccatore, quello che ho soprannominato, l’Imperatore “Cerone”, ha successo. Perché la televisione consente a chi la controlla di reinventare la realtà adattandola alle proprie necessità (difensive) e si presta alla manipolazione, un po’ come con le dinamiche di vendita (fate credere che abbiamo il sole in tasca, parlate alle persone come se avessero 12 anni) e alla conquista del potere (”l’uomo che non può chiedere mai” ha bisogno del potere per esigere: denaro, comando e seduzione).
Ora, invece, internet a differenza della televisione, che produce i suoi effetti in un rapporto unidirezionale, non relazionale tra pari, produce i suoi effetti in modo bilaterale, anzi multilaterale, la realtà non può venire manipolata perché il giudizio viene assegnato dagli stessi frequentatori, sulla base di rating, di giudizi attivi. E’ questo che decreterà la fine del mondo di cartapesta, del Truman Show che si è fatto vita, vita nostra. Internet NON è manipolabile, perché la relazione è connaturata in essa. Ed è una relazione protetta perché è fatta in campo aperto, il valore di una cosa esiste fintanto che vale per chi la utilizza. Non viene assegnato per default e imposto, è scelto. E’ il mondo del “Pull Model” che si sostituisce al “Push Model”. Scelgo io chi seguire, un telecomando all’ennesima potenza e che si basa sulla saggezza collettiva. Berlusconi e tutti i narcisi del mondo ci muoiono come i vampiri al sorgere del giorno.




L’irascibile, turpiloquente prof. Michele Boldrin, lo smemorato di NoisefromAmerika


1. ARTICOLO DEL 25.06.2009 DEL PROF. MICHELE BOLDRIN SULLA COMPARAZIONE TRA DATI NON OMOGENEI DELLA SPESA PENSIONISTICA E DISCUSSIONE CON CARLO CLERICETTI.

2. ARTICOLO DEL 06.04.2015 DEL PROF. MICHELE BOLDRIN SULLA COMPARAZIONE TRA DATI NON OMOGENEI DELLA SPESA PENSIONISTICA E DISCUSSIONE CON ME.


*


Facendo oggi, 5.9.2016, una ricerca in Google, ho per caso incrociato questo articolo del 2009 del prof. Michele Boldrin sul tema delle pensioni, in NoisefromAmerika,[1] ed ho scoperto – incredibile ma vera o la sua cattiva memoria o, più probabilmente, la sua malafede, per cui il calcio in culo metaforico che gli affibbiai al termine della nostra discussione fu meritatissimo – che la discussione tra lui e Carlo Clericetti che ne scaturì è praticamente la stessa che ho avuto io con lui 6 anni dopo sulla medesima comparazione tra valori non omogenei della spesa pensionistica. Da lui infarcite entrambe di argomentazioni deboli, scorrette dal punto di vista tecnico-contabile (confrontare le pere con le mele) e talvolta perfino strampalate (vedi la partita di giro delle imposte, che secondo lui riguarda i percettori delle pensioni e gli erogatori dei contributi sociali (sic!), anziché ricondurle – come effettivamente avviene, poiché l’INPS paga gli assegni pensionistici netti e gira il resto allo Stato, di cui esso fa parte integrante - nell’ambito dello Stato);[2] talvolta di frasi infantilmente bugiarde, aggressive e turpiloquenti; e di giudizi selettivi a senso unico.[3]

La differenza sostanziale è che, nel lasso di tempo intercorso tra i due articoli, a) l’OCSE ha deciso di confrontare opportunamente la spesa pensionistica non solo al lordo ma anche al netto delle imposte, riconoscendole perciò almeno implicitamente come voce spuria, o almeno come elemento che inficia il confronto, data la differente tassazione delle pensioni esistente tra i vari Paesi; e b) soprattutto, sono intervenute in Italia due severe riforme delle pensioni: quella Sacconi (DL 78/2010, art. 12) e quella Fornero (DL 201/2011, art. 24), che hanno risolto alla radice il disallineamento dell’incidenza della spesa pensionistica sul Pil tra l’Italia e gli altri Paesi.

Nonostante questo, c’è ancora chi (ad esempio Carlo Cottarelli) giudicava l’anno scorso la Spesa pensionistica italiana la più elevata del mondo rispetto al Pil.[4] Oltre naturalmente al neo-liberista prof. Boldrin, uomo dalle idee fisse, radicate, tetragono a qualunque prova contraria; e a tantissimi altri. Una balla assoluta, se si depura la spesa pensionistica italiana dalle voci spurie.[5]


[1] Pensioni: Repubblica dà i numeri OECD

25 giugno 2009 • michele boldrin


[2] Come è confermato dall’ammontare dell’importo effettivamente erogato annualmente dall’INPS, pari nel 2014 a 192,6 mld, contro i circa 280 della spesa lorda, che poi va a formare il numeratore del rapporto spesa/Pil.

Osservatorio sulle pensioni

L’importo complessivo annuo risulta pari a 192,6 miliardi di euro, di cui 173 miliardi sostenuti dalle gestioni previdenziali. Il 66% dell’importo è erogato dalle gestioni lavoratori dipendenti, il 23,8% da quelle dei lavoratori autonomi, il 10,1% da quelle assistenziali.


[3] Dialogo n. 2 nel blog neo-liberista NoisefromAmerika: pensioni


[4] Lettera a Carlo Cottarelli, direttore esecutivo del FMI, sua risposta e mia replica


[5] Lettera ai media, al Governo, al PD e ai sindacati: le pensioni e Carlo Cottarelli


Post scriptum:

Al termine della discussione n. 5 sul sito NoisefromAmerika, dopo la settimana di Ferragosto cancellata dalla redazione, mi sono cancellato dalla loro newsletter, dandone le motivazioni negli ultimi miei 2 commenti intitolati “Boccaloni e incontinenti verbali” e “Il frate assassino de “Il nome della rosa”. Ho riportato la discussione completa qui:

Dialogo n. 5 nel blog neo-liberista NoisefromAmerika: Isis

Ho esagerato apposta, ma il sedicente liberale, irascibile e permaloso prof. Michele Boldrin meritava anche peggio.



Post collegati:


Dialogo nel blog neo-liberista NoisefromAmerika su Keynes e dintorni


Dialogo n. 3 nel blog neo-liberista NoisefromAmerika: pensioni


Dialoghi sull’INPS che ha un buco e può fallire



QE, il monetarismo e la fallacia logica della falsa equivalenza


A JACKSON HOLE BANCHE CENTRALI IN AFFANNO. LA DEFLAZIONE GLOBALE AVANZA

30 agosto 2016


1. Che stampando moneta si produca inflazione è una fesseria affermata dalla teoria monetarista, come dimostra il Quantitative easing; poi persino il suo autore - Milton Friedman - la ripudiò. Solo un aumento della domanda aggregata produce un aumento dei prezzi.

2. Ma, ammesso che fosse come sostengono i neo-liberisti-monetaristi, le misure adottate dalla BCE e dalla FED sono state diverse: a) “le due banche centrali hanno fronteggiato la crisi ricorrendo a strumenti differenti”[1]; b) “la differenza principale tra le due banche centrali riguarda però la composizione del passivo. In estrema sintesi la Bce, al fine di non immettere liquidità aggiuntiva nel sistema, ha sempre sterilizzato le misure non convenzionali di politica monetaria. La Fed, invece, ha finanziato i programmi di sostegno della liquidità e di acquisto di titoli tramite un ampliamento significativo delle proprie riserve, ossia della base monetaria”. [1] Questo fino al 2012 con gli SMP, e non solo, quindi, come è spiegato nell’articolo, nel corso del 2013-2014 fino al varo del QE da parte della BCE, nel marzo del 2015. Al quale si aggiunge la fesseria (gestione Trichet, che lascia la BCE nell’ottobre 2011) dell’aumento del tasso di sconto in piena crisi economica.

3. Ne consegue che opporre alle misure di politica monetaria delle due banche centrali (inefficaci), aggravate dagli effetti sia del mastodontico risanamento dei conti pubblici (in Italia, 330 mld cumulati solo nella scorsa legislatura, 4/5 Berlusconi, distribuiti in maniera scandalosamente iniqua sui ceti medi e popolari ad alta propensione al consumo; 1/5 Monti), sia delle “riforme strutturali” (riforma del diritto del lavoro e deflazione dei salari con conseguente calo del reddito disponibile), chiesti entrambi insistentemente dalla BCE, opporre, dicevo, alle misure monetarie inefficaci “le politiche fiscali espansive (spesa ed investimenti pubblici, aiuti finanziari diretti a famiglie ed imprese)” suggerite dal professor Sims - e da tantissimi altri, ora anche dai neo-liberisti pentiti -, (efficaci, come dimostrano appunto gli USA, che hanno accresciuto il deficit fino al 10% per poi ridurlo gradualmente), è un po’ quella che si definisce una fallacia logica della falsa equivalenza.

[1] Le misure adottate dalla Banca centrale europea e dalla Federal reserve e gli effetti sui rispettivi bilanci

Le due banche centrali hanno fronteggiato la crisi ricorrendo a strumenti differenti, tenuto conto della struttura dei rispettivi mercati finanziari e del ruolo delle banche nel finanziamento dell’economia. La Fed ha intrapreso azioni miranti ad assicurare l’erogazione diretta di credito a famiglie e imprese e ha varato piani di acquisto di titoli pubblici e privati mediante emissione di moneta (cosiddetto quantitative easing). La Bce, invece, ha privilegiato l’offerta di liquidità alle banche, al fine di contenere la contrazione dell’erogazione di credito, e ha sempre sterilizzato le misure non convenzionali di politica monetaria (cosiddetto credit easing). […]

La differenza principale tra le due banche centrali riguarda però la composizione del passivo. In estrema sintesi la Bce, al fine di non immettere liquidità aggiuntiva nel sistema, ha sempre sterilizzato le misure non convenzionali di politica monetaria attraverso operazioni di fine-tuning di deposito a tempo determinato, condotte con cadenza settimanale. La Fed, invece, ha finanziato i programmi di sostegno della liquidità e di acquisto di titoli tramite un ampliamento significativo delle proprie riserve, ossia della base monetaria.  http://www.consob.it/documenti/Pubblicazioni/Relazione_annuale/2011/box02.pdf 


*


In sostanza, dunque, la politica monetaria espansiva della BCE è iniziata soltanto nel marzo 2015, con un ritardo di ben 6 anni rispetto alla FED e alla BoE (per non parlare della BoJ, che ha cominciato ancora prima). Perché la BCE ha cominciato così tardi, mancando di adempiere entrambi i suoi obblighi statutari fissati dall’art. 2-Obiettivi del suo Statuto? Cioè – si badi - non soltanto quello secondario, sempre da essa ad arte obliterato e ignoto a quasi tutti, di “sostenere le politiche economiche dell’Unione europea fissate dall’art 3 del TUE” (tra cui “una crescita economica equilibrata” e “la piena occupazione”), ma anche quello principale, da essa tanto sbandierato, della stabilità dei prezzi (tasso d’inflazione poco sotto il 2% nel medio periodo). Lo ha fatto, volendo essere franchi, per ubbidire alla Germania, violando così anche l’art. 7-Indipendenza del proprio Statuto. E ai suoi interessi di Paese creditore.[2]

[2] Vedi, per le spiegazioni dettagliate e le prove documentali questo mio post e quelli in esso linkati Replica alla risposta della BCE alla petizione sulla BCE http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2845674.html oppure (se in avaria) http://vincesko.blogspot.com/2016/04/replica-alla-risposta-della-bce-alla.html.



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