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LA CRICCA LIBICA

 

1. La cricca libica
Io ho lavorato un anno e mezzo, in Libia. Vi giunsi il 25 ottobre 1980; la prima settimana la passai con i crampi allo stomaco, a causa del clima di forte tensione che si respirava, causato dalla stabile presenza, di giorno, di un'auto dei servizi segreti libici che già da tempo stazionava fuori i nostri uffici in prefabbricato a Suk el Juma, quartiere di Tripoli, come forma di pressione per “convincere” le società del consorzio d'imprese, capitanate dalla Pirelli, a pagare la tangente sull'importo iniziale dei lavori di oltre 600 milioni di dollari di allora (era prassi, lì, mentre in Arabia Saudita tutto si risolveva col cosiddetto sponsor). Ma i nostri capi in Italia resistevano, ed allora i militari (è la cricca dei militari che domina la Libia) prima arrestarono con un pretesto l'ingegnere della Pirelli rappresentante in loco del consorzio e lo tennero in carcere fino a sotto Natale; bloccavano per strada i nostri mezzi e li sequestravano; facevano iniziare la costruzione del campo (nell'attesa noi alloggiavamo nel bel campo di un'impresa bergamasca che stava ampliando l'università) e poi ci cacciavano via, e dovevamo ripartire da zero; poi ci tagliarono la luce (e portammo i gruppi elettrogeni), l'acqua (e portammo il serbatoio a rimorchio Ravasini); quindi mandarono i sedicenti Comitati popolari con un escavatore a buttare giù il muro perimetrale del fabbricato (nell'operazione, fui sfiorato da una grossa pietra); poi vennero a prelevare per alcune ore anche il nostro direttore, proprio mentre ero a colloquio con lui. Insomma, questo fin quasi a Natale, quando i capi a Milano finalmente decisero di pagare, e tutte le pressioni terminarono. Anche l'ingegnere della Pirelli fu scarcerato e, poverino, non appena riebbe il passaporto rientrò in Italia.
 
2. Rapporti con i libici.
La Libia è stata colonia italiana per circa 50 anni. Ci somigliano, ma in peggio, sono la nostra brutta copia. Sono stronzi quasi come gli Svizzeri, che per me, tra quelli che conosco, sono i peggiori. Copiano (copiavano) le nostre regole amministrative (ad esempio l'INPS e l'INAIL) e c'è (c'era) l'inefficienza burocratica che c'è in Italia: ognuno si comanda da sé: se ha voglia, ti fa la pratica, se no “bukhara insc'Allah” (domani, se Dio vuole). C'è (c'era) molta corruzione. Il mio collega responsabile della Contabilità gen. aveva una valigetta dove custodiva il fondo nero destinato alle bustarelle per la corruzione spicciola. A quella in grande, l'abbiamo visto, ci pensava la sede di Milano.
I libici hanno (avevano) un complesso d'inferiorità verso noi Italiani e gli occidentali in genere ed un complesso di superiorità verso i negri. Sono molto permalosi. Sono (erano) sempre nervosi ed incazzati, perché sotto pressione, senza svaghi o alcol (c'era però un fiorente commercio clandestino di cassette pornografiche e cattivi liquori autoprodotti), esclusi, tranne pochi privilegiati, dal circuito del vero potere, quello militare-economico; sempre alla ricerca di modi per integrare il loro magro reddito, millantando influenze ed entrature, da spendere in beni di consumo che a ondate irregolari (dipendeva dal carico delle navi) si vendevano nei supermercati statali e nei pochi negozi privati; il grosso dei negozi, nel suk, era chiuso fin dalla cacciata dei commercianti ebrei, dopo la presa del potere da parte di Gheddafi.
Coi negri, dicevo, sono razzisti, sprezzanti e perfino brutali. Io, poco dopo arrivato, litigai col capo dei nostri (pochi) impiegati libici - che aveva il compito del rilascio dei nostri visti - discutendo del Ciad. Si offese, perché non ero d'accordo con quello che sosteneva lui, e, sebbene un mio collega, preoccupato, mi facesse cenno di non contrariarlo, mantenni il punto. Egli prima mi diede del fascista (io votavo PCI) e poi a Natale si vendicò, soltanto “dimenticandosi” il mio visto (era opinione comune fosse un tipo influente e pericoloso, ma in effetti per fortuna era solo un povero diavolo). Poi riuscii a partire lo stesso, col volo charter dell'impresa bergamasca che ci ospitava.
Racconto questo episodio per parlare della genuflessione ed il baciamano di Berlusconi a Gheddafi. E' un vizio di parecchi Italiani. Nella nostra branch libica,  prima che si scoprisse che era un povero diavolo, nessuno, dal direttore in giù, si è mai messo contro il capo degli impiegati libici, tranne io e un autista. Spadroneggiavano, nel loro piccolo. Se agli arabi dai corda, ne approfittano.
 
3. Le donne libiche.  
C'era una grandissima differenza tra l'Arabia Saudita, il Paese mussulmano più tradizionalista, dove anche le ragazze di scuola media dovevano uscire con un vestito nero o blu lungo, e la Libia. Nei primi mesi, prima della costruzione del campo, nel tragitto dall'ufficio alla mensa, tutti i giorni ci divertivamo ad attraversare in auto l'area recintata dell'università ed altre zone, ed incrociavamo le studentesse: erano vestite normalmente, parecchie in abiti paramilitari. La più bella era una ragazza di pelle scura, alta, snella, dal portamento elegante, simile a quello di un'indossatrice.
 
P.S.: Non so chi l'avesse coniato, ma Gheddafi veniva chiamato, anche dai libici che lavoravano con noi, Pierino.
 
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