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ANALISI QUALI-QUANTITATIVE - 15 - RAPPORTO SVIMEZ 2011

           

“RAPPORTO SVIMEZ 2011

SULL’ECONOMIA DEL MEZZOGIORNO”

 

SINTESI

Roma, 27 settembre 2011

 

LE POLITICHE ECONOMICHE GENERALI E SETTORIALI

LE POLITICHE INDUSTRIALI

LE POLITICHE DI COESIONE E L’EUROPA

FEDERALISMO E LE POLITICHE DI FINANZA PUBBLICA

LE POLITICHE INFRASTRUTTURALI E AREE URBANE

LE POLITICHE PER IL SUD, COMPETITIVITA’ E INTERNAZIONALIZZAZIONE

POPOLAZIONE, SCUOLA E MERCATO DEL LAVORO, MIGRAZIONI

LE POLITICHE PER L’ENERGIA E LE FONTI RINNOVABILI

MEDITERRANEO E TURISMO

 

 

LE POLITICHE ECONOMICHE GENERALI E SETTORIALI

 

2010: inizia la ripresa, ma non basta – Dopo la profonda recessione del 2008-2009, nel 2010 l’economia mondiale ha iniziato ad avviarsi verso la ripresa, trainata soprattutto da Stati Uniti, Giappone e dalle economie emergenti (Cina, India, Brasile e Russia).

Pur in presenza di una domanda interna ancora debole, tranne Grecia, Irlanda e Spagna, tutti i Paesi europei hanno recuperato in parte le flessioni degli anni precedenti, grazie soprattutto alle esportazioni. Rispetto al -4,1% del 2009, i Paesi dell’Ue a 27 nel 2010 sono cresciuti del +1,8%.

L’Italia si lascia alle spalle la fase più profonda della peggiore recessione del periodo post bellico, ma tra le principali economie industrializzate è fra le più lente a recuperare: nel 2010 il Pil nazionale è aumentato dell’1,3%, meno della Francia (+1,5%) e molto meno della Germania (+3,5%). Negli ultimi quindici anni, dal 1995 al 2010, il Pil nazionale è cresciuto dello 0,8% medio annuo, meno della metà della media Ue (+1,8%). E il Mezzogiorno?

 

Pil e Mezzogiorno - In base a valutazioni SVIMEZ nel 2010 il Pil è aumentato nel Mezzogiorno dello 0,2%, in decisa controtendenza rispetto al -4,5% del 2009, ma distante di un punto e mezzo percentuale dalla performance del Centro-Nord (+1,7%).

Non va meglio nel medio periodo: negli ultimi dieci anni, dal 2001 al 2010 il Mezzogiorno ha segnato una media annua negativa, -0,3%, decisamente distante dal + 3,5% del Centro-Nord, a testimonianza del perdurante divario di sviluppo tra le due aree.

A livello regionale, l’area che nel 2010 ha trainato il Paese è stata il Nord-Est (+2,1%), seguita da Centro (+1,5%) e Nord-Ovest (+1,4%). Più in particolare, la forbice oscilla tra il boom del Veneto (+2,8%) e la flessione della Basilicata (-1,3%). All’interno del Mezzogiorno, la crescita più alta spetta all’Abruzzo (+2,3%), che recupera in parte il calo del 2009 (-5,8%) grazie alla ripresa dell’industria e alla buona performance dei servizi. Grazie alla crescita del terziario registrano segni positivi anche Sardegna (+1,3%) e la Calabria (+1%). Se la Sicilia è praticamente stazionaria (+0,1%), registrano segni negativi Puglia (-0,2%), Molise e Campania (-0,6%). Discorso a parte per la Basilicata, che riporta il calo maggiore dell’attività produttiva a livello nazionale (- 1,3%), soprattutto per effetto del calo delle costruzioni (-8,4%) e dei servizi (-0,6%).

 

Pil per abitante e divari storici – In termini di Pil pro capite, il Mezzogiorno è passato dal 58,8% del valore del Centro Nord nel 2009 al 58,5% del 2010. In valori assoluti, a livello nazionale, il Pil è stato di 25.583 euro, risultante dalla media tra i 29.869 euro del Centro-Nord e i 17.466 del Mezzogiorno. Nel 2010 la regione più ricca è stata la Lombardia, con 32.222 euro, seguita da Trentino Alto Adige (32.165 euro), Valle d’Aosta (31.993 euro), Emilia Romagna (30.798 euro) e Lazio (30.436 euro).

Nel Mezzogiorno la regione con il Pil pro capite più elevato è stata l’Abruzzo (21.574 euro), che comunque registra un valore di circa 2.200 euro al di sotto dell’Umbria, la regione più debole del Centro-Nord. Seguono il Molise (19.804), la Sardegna (19.552), la Basilicata (18.021 euro), la Sicilia (17.488), la Calabria (16.657) e la Puglia (16.932). La regione più povera è la Campania, con 16.372 euro.

 

Le previsioni SVIMEZ 2011: il Pil a +0,6% - In base a stime SVIMEZ realizzate con il modello previsionale SVIMEZ-IRPET, nel 2011 il PIL italiano dovrebbe far registrare un incremento dello 0,6%, inferiore ai valori di recente previsti dal Fondo Monetario per gli altri Paesi europei: +2,7% Germania, +1,7% Francia, +0,8% Spagna.

Nord e Sud continuano a prendere strade diverse: il PIL del Centro-Nord è previsto a +0,8%, quello del Mezzogiorno a +0,1%. Per il Sud, il 2011 è dunque il secondo anno consecutivo di stagnazione, dopo il forte calo del PIL nel biennio di crisi 2008-2009. Tutte le regioni meridionali presentano valori inferiori al dato medio nazionale e oscillano tra un valore minimo del -0,1% della Calabria e un valore massimo del +0,5% di Basilicata e Abruzzo. In mezzo, Molise e Campania segnano +0,1%, la Puglia + 0,3%, Sicilia e Sardegna ferme a 0%.

 

L’economia per settori

 

Agricoltura – Dopo la caduta del 2009, nel 2010 il valore aggiunto dell’insieme di agricoltura, silvicoltura e pesca ha ripreso a crescere, nel Mezzogiorno a ritmi doppi rispetto al Centro- Nord (+1,4% contro +0,7%).

A livello strutturale il Sud mantiene la sua specificità agricola, che vede qui un’incidenza del settore primario circa doppia rispetto al Centro-Nord (3,3% sul valore aggiunto totale rispetto all’1,5% del Centro-Nord).I cambiamenti in atto nelle politiche di sostegno al settore previste dalla nuova PAC, che punteranno sul rafforzamento della politica di sviluppo rurale, richiederanno alle aziende agricole sempre più capacità di adattarsi al cambiamento, con ristrutturazioni e riorganizzazioni.

Anche in termini di produzione, il Sud supera il Centro-Nord, con un aumento nel 2010 dello 0,3% a fronte della stagnazione (0%) dell’altra ripartizione, per merito soprattutto delle colture legnose e dei prodotti vitivinicoli e olivicoli. In flessione colture erbacee, patate e ortaggi, mentre cresce il peso dei servizi al settore (14%, +2,5% rispetot al 2009). Negativi i consumi intermedi, al Centro-Nord più che al Sud (-0,7% contro -0,5%).

A livello regionale tirano Basilicata, Puglia e Molise, con un valore aggiunto rispettivamente di +5,4%, +4% e +3,5%; più critica la situazione in Campania e Sicilia.

Permane tra le due aree un divario di produttività: in dieci anni, dal 2001 al 2010 al Sud è cresciuta del 10%, contro + 13% del Centro-Nord.

Quanto all’occupazione, rispetto al 2009, è cresciuta di 8mila unità al Sud e di 12mila al Centro- Nord.

 

Industria - Riguardo all’industria in senso stretto, a livello nazionale il valore aggiunto nel 2010 è stato +4,8% (+2,3% al Sud, +5,3% al Centro-Nord), in decisa controtendenza rispetto al tonfo del 2009, -15,6%. Ma molto resta da recuperare: il calo registrato nel 2008-2009 è stato infatti compensato solo per un terzo del totale.

Positivo nel 2010 anche il comparto manifatturiero, + 4,5% (+2,4% nel Mezzogiorno, +4,8% nel Centro-Nord). Ma al Sud l’industria continua a soffrire.

Le tre principali branche del made in Italy (alimentari, carta e legno) hanno registrato nel Mezzogiorno nel 2010 rispettivamente -1,2%, -1,4% e -0,7%, rispetto a +2,4%, +0,8% e +1,3% dell’altra ripartizione. Positive in entrambe le aree gli andamenti dei metalli e del chimicofarmaceutico.

A tirare la ripresa, a livello nazionale, in piccola parte la domanda interna (+0,8%), in massima parte la domanda estera, + 9,8%, soprattutto le industrie chimiche-farmaceutiche, i prodotti in metallo, i macchinari e i mezzi di trasporto.

Se la produttività al Sud nel 2010 è aumentata nel manifatturiero dell’8,8%, è anche vero che il divario con il Centro-Nord resta del 25%, fermo, anno dopo anno, ai livelli del 2005.

Quanto all’occupazione, nel 2010 i posti di lavoro sono calati al Sud del 5,6% (-5,8% nel manifatturiero) contro il -3,1% del Centro-Nord. come già nel 2009, è proseguito il ricorso alla cassa integrazione, soprattutto straordinaria: nel manifatturiero le ore erogate in presenza di crisi strutturali sono state nel 2010 al Sud + 146% (113 milioni di ore) e nel resto del Paese + 163% (544 milioni di ore). Da segnalare che tra il 2008 e il 2010 il manifatturiero meridionale ha perso quasi 130mila posti di lavoro, il 15% del totale, che si aggiungono ai 490mila del Centro-Nord. Lo scenario è quindi quello di una profonda de-industrializzazione. Giù infatti al Sud anche gli investimenti fissi lordi, -1,1% nel 2010, rispetto al +3,9% del resto del Paese.

Non a caso gli interventi di incentivazione all’industria meridionale hanno segnato un forte calo dal 2007, per poi azzerarsi completamente del 2009.

 

Edilizia – Permane nel 2010, dopo i segni negativi del 2008 e 2009, la depressione del settore, anche se la flessione è più contenuta degli anni precedenti. Lo scorso anno il valore aggiunto è sceso del -3,4%, tirato giù soprattutto dal Sud (-5%; -2,9% al Centro-Nord). In ribasso anche gli investimenti (-4,8% al Sud, -3,2% al Centro-Nord). Dal 2001 al 2010 gli investimenti nelle costruzioni sono saliti al Nord dello 0,9% e scesi al Sud -0,5%. In calo anche l’occupazione, al Sud più del doppio del Nord (-1,8% rispetto a -0,8%). Più colpiti i dipendenti, -2,5% al Sud., - 1,4% al

Centro-Nord, mentre gli indipendenti restano praticamente invariati. In valori assoluti, il settore ha perso 22mila occupati, oltre 10mila al Sud e poco più dei 11mila al Centro-Nord.

Restano alte le quote di lavoratori in nero impiegati in quest’area: secondo la SVIMEZ, sarebbero 200mila in Italia, e oltre 110mila al Sud.

Sul fronte delle opere pubbliche, i bandi di gara nel 2010 scendono per numero (-0,9%) e importi (- 15%) a livello nazionale. Al Sud calano per importi soprattutto in Campania, Puglia e Calabria.

 

Servizi e terziario – Rispetto al 2009, e dopo due anni di variazioni al ribasso, nel 2010 a livello nazionale il valore aggiunto del settore è cresciuto dell’1%, con un andamento particolarmente positivo nei comparti in cui la caduta era stata più forte, come il commercio (+4,2% rispetto al - 10,4% del 2009), turismo e comunicazioni (+1,2%) e l’intermediazione creditizia e immobiliare (+0,6%).

Più tiepida la ripresa al Sud, che nel 2010 segna + 0,4%, compensando molto parzialmente il calo del 2009 (-2,4%), rispetto al +1,2% del resto del Paese. Anche al Sud i dati più positivi riguardano il commercio (+2,8%) e trasporti e comunicazioni (+1,8%). In flessione il settore dell’intermediazione creditizia e immobiliare (-0,4%), che sale invece al Centro-Nord (+0,9%). Da rilevare comunque che nel complesso, negli ultimi dieci anni, dal 2001 al 2010 i servizi al Sud sono cresciuti meno della metà rispetto al Centro-Nord (+0,4% contro +0,9%).

La forbice permane anche a livello occupazionale: -1% al Sud, +0,3% nel resto del Paese, che diventano al Sud -2,1% nel commercio, in flessione ormai da tre anni. Per il quarto anno consecutivi il settore dei servizi al Sud continua a perdere occupati, quantificabili, dal 2006 al 2010, il 193mila unità in meno, sia dipendenti che indipendenti.

In risalita la produttività (+1,1%), che però resta nel 2010 a livelli inferiori rispetto al 2000.

 

Il credito – Nel 2010 il numero di banche al Sud è sceso a 204, in calo di 11 unità, a seguito di fusioni. Circa i tre quarti hanno sede operativa nel Mezzogiorno, e solo 17 appartengono a gruppi del Centro-Nord. Flessione anche al Centro-Nord: 633 le banche presenti, 22 in meno dell’anno precedente. Quanto agli sportelli, si sono ridotti al Sud dell’1,5%, 1 ogni 2.948 abitanti, contro i 1.794 del Centro-Nord.

In generale, al Sud nel 2010 i prestiti sono cresciuti del 3,5%, soprattutto da parte dei primi cinque gruppi bancari, al Centro-Nord del 2,6%. Più 3,5% al Sud anche riguardo ai prestiti alle imprese, rispetto allo 0,7% del 2009. In risalita soprattutto i finanziamenti alle imprese con oltre 20 addetti, +4,2%, mentre al Centro-Nord crescono soprattutto i prestiti alle imprese under 20,

+2,6%. Quanto al tasso di interesse, al Sud si è attestato al 6,2% contro il 4,8% del Centro- Nord: resta quindi invariato il divario di 1,4 punti percentuali, quale riflesso dell’elevata rischiosità delle imprese meridionali.

Imprese che fanno più fatica a restituire i prestiti: a dicembre 2010 le sofferenze interessano il 3,7%, mezzo punto percentuale in più rispetto all’anno precedente.

In crescita anche i prestiti alle famiglie, +4,4% al Sud, +3,8% al Centro-Nord. Invariati i tassi sui prestiti per l’acquisto di abitazioni: 3,2% al Sud, 2,9% al Centro-Nord. Tra le famiglie, le sofferenze sono ferme all’1,5% al Sud e all’1,2% al Centro-Nord.

 

Cosa dice la SVIMEZ - Gli andamenti degli ultimi anni evidenziano i ritardi nell’attivare i processi di riforma che sarebbero stati necessari per adeguare il sistema produttivo alle nuove condizioni competitive determinatesi con la globalizzazione e con l’adesione all’Euro. Questo processo di declino potrà essere interrotto solo in presenza di una adeguata domanda privata e pubblica che attenui gli effetti di breve periodo della crisi indotti dai processi di ristrutturazione e, nel medio periodo, favorisca una ripresa duratura della produzione e nella creazione di posizioni lavorative stabili e efficienti. Il pericolo è che, mancando tale stimolo, la perdita di tessuto produttivo diventi permanente, aggravando i divari territoriali già marcati nel Paese.

 

[…].

 

Rapporto SVIMEZ 2011 (Sintesi)

http://web.mclink.it/MN8456/rapporto/rapporto_materiali/2011/rapporto_2011_sintesi_stampa.pdf

 

Rapporto SVIMEZ 2011

http://web.mclink.it/MN8456/rapporto/rapporto_2011_download_temp.html

 

Considerazione a margine

 

Quali proposte si possono allora avanzare per la Campania (e il Sud)?

Fra di esse vi devono essere certamente l’adeguamento infrastrutturale, l’incremento della spesa in ricerca e innovazione, una maggiore efficienza della Pubblica Amministrazione ed un feroce contrasto alla criminalità organizzata, oltre a una classe dirigente all’altezza del compito. Ma la più importante, la premessa perché quelle prima indicate possano essere davvero efficaci, è la riforma culturale. Essa – poiché gli investimenti in infrastrutture, in ricerca, ecc., pur necessari, non possono bastare – è la condizione principale per far vivere alla Campania (e al nostro Mezzogiorno) una potente e dinamica stagione di sviluppo, capace di colmare gradualmente e definitivamente il divario con il resto del Paese e con il resto d’Europa. Lo scarso apporto delle donne all’economia del Sud rende questa radicale trasformazione culturale assolutamente non più rinviabile. Se il reddito procapite della Campania facesse registrare – rispetto a quello della Lombardia, attualmente quasi doppio – un differenziale positivo pari mediamente al +2% annuo, impiegherebbe circa 34 anni a colmare il divario, circa 68 anni se il differenziale favorevole fosse del +1%.

Per la Campania (e il Sud), occorre, quindi, delineare una strategia e definire dei programmi e dei progetti – scolastici, culturali, economici – che attuino un piano integrato le cui direttrici di attacco seguano questa successione logica: creazione dello spirito giusto à rimozione degli ostacoli al suo naturale dispiegarsi à riforma culturale à soggetto e oggetto protagonista: soprattutto la donna, da trasformare da problema e fattore di conservazione a risorsa e motore del cambiamento, attraverso un’azione di sostegno corposo e a lungo termine, indirizzata alle famiglie, alla scuola ed agli organismi socio-culturali (v. http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2580796.html e, per un utile confronto coi dati storici della Banca d’Italia, Lettera PDnetwork, nota 18 http://vincesko.ilcannocchiale.it/post/2593370.html ).

Pubblicato il 28/9/2011 alle 12.33 nella rubrica diario.

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